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25 artisti emergenti da scoprire a Venezia alla Be...

25 artisti emergenti da scoprire a Venezia alla Bevilacqua La Masa

Granda è la collettiva che conclude il programma di studi d’artista della Fondazione Bevilacqua La Masa di quest’anno, con 25 artisti e collettivi che hanno abitato gli atelier di Palazzo Carminati e del chiostro dei Santi Cosma e Damiano per un anno. È “Granda” perché, in collaborazione con l’Emeroteca dell’Arte, sita nel centro di Mestre, l’offerta di studi per le artiste e gli artisti da parte della Fondazione è stata ampliata. Così, la mostra si sviluppa in due sedi differenti: Palazzetto Tito e la Galleria di Piazza San Marco.

Marta Magini, “Spring (slancio)”, opera esposta alla Bevilacqua La Masa; Giovanna Borga, “Carena vestigia”, dettaglio, resina e alghe, opera esposta alla Bevilacqua La Masa. Foto Nico Covre, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Marta Magini, “Spring (slancio)”, opera esposta alla Bevilacqua La Masa; Giovanna Borga, “Carena vestigia”, dettaglio, resina e alghe, opera esposta alla Bevilacqua La Masa. Foto Giacomo Bianco, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Quest’anno il curatore è stato Antonio Grulli, che gestisce le attività culturali di CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia e dal 2024 cura il progetto Luci d’artista a Torino, oltre ad aver curato il padiglione dell’Albania alla 60° Biennale d’Arte di Venezia. Il programma di residenza ha incluso la partecipazione di tutti gli artisti ad Arte Fiera Bologna nel 2024 e tre workshop condotti da Grulli stesso, pensati come momenti di confronto diretto. In questi incontri sono stati affrontati tre ambiti fondamentali per la pratica contemporanea: la pittura, con gli interventi di Luca Bertolo, Paola Angelini e Davide Ferri; la critica, con Enrico Camprini, Elena Volpato e Michele Tocca; la performance, con Piersandra Di Matteo, Jacopo Benassi e Luciano Chessa. Figure di primo piano del panorama artistico italiano sono potute, così, entrare negli studi degli artisti in residenza, generando dialoghi, scambi e riflessioni che hanno contribuito ad ampliare e affinare le singole ricerche. Nella sede di Piazza San Marco le opere oscillano tra movimento e fissità e nell’allestimento essenziale di Grulli non urlano, ma parlano chiaro. Marta Magini con un’operazione duchampiana piazza un objet trouvé nello spazio, ma ne studia accuratamente la dinamica: una semplice molla rossa ferma, ma potenzialmente in movimento. L’opera non è narrativa, ma coraggiosa, chiara, diretta e senza orpelli. Chi conosce Marta sa che il suo lavoro è performativo anche quando il corpo non è coinvolto. Il suo compagno di stanza, Giovanni Borga, decostruisce il leone simbolo di Venezia: rimangono due zampe di resina trasparenti che inglobano le alghe della laguna, come un sistema circolatorio che ibrida animale e natura. Il riferimento è al dipinto di Vittore Carpaccio del 1516, conservato a Palazzo Ducale, che ritrae il Leone con due zampe nell’acqua e due sulla terra, a simboleggiare la potenza passata di Venezia su terra e su mare.

Greta Maria Gerosa, “Intimate places I’ve never been (Michigan)”, finestra veneziana stampata, dettaglio; Tommaso Pandolfi, “Thy Tumultuous Rooms”, opera esposta alla Bevilacqua La Masa. Foto Nico Covre, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Greta Maria Gerosa, “Intimate places I’ve never been (Michigan)”, finestra veneziana stampata, dettaglio; Tommaso Pandolfi, “Thy Tumultuous Rooms”, opera esposta alla Bevilacqua La Masa. Foto Giacomo Bianco, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Greta Maria Gerosa indaga ossessivamente i dispositivi di sorveglianza e di controllo, suo tema cardine. Espone un trittico composto da una finestra alla veneziana con due stampe dello stesso luogo: un asilo nido visto dalle telecamere di sorveglianza, di giorno e di notte. Lo scheletro trasparente di un carillon riproduce le voci dei bambini alternate a intermezzi perturbanti; insieme, un video di un piccione chiuso in una scatola. Sono tutte immagini di controllo, che raccontano la stessa storia e riflettono sulle paranoie del contemporaneo. Accanto, l’opera di Tommaso Pandolfi, come quella di Marta Magini, mostra il movimento che retrocede in immagine, l’animazione prima di essere tale. I disegni su carta compongono l’animazione per il suo video musicale Thy Tumultuous Room, ma qui sono esposti nella loro sequenzialità, come singoli frame. Nella mostra ritorna in diverse opere il tema della scatola. Se per Greta Maria Gerosa la scatola è simbolo del controllo, per Beatrice Mika Sakaki la scatola è qualcosa di disfunzionale, impossibile da chiudere e ricomporre. Realizzata in plexiglas o acciaio perde, infatti, la sua funzione, come lo schermo che ci proietta in un mondo solo apparentemente tridimensionale e tangibile. Le scatole sono accompagnate da un video straniante in cui a un giovane ragazzo modellato virtualmente viene affidato uno sfogo adolescenziale sul concetto di autenticità. Ad accompagnare l’installazione anche un casco a forma di testa di gatto, che fa riferimento al paradosso di Schrödinger e a come le condizioni di vita e morte possano coesistere nello stesso momento.

Beatrice Mika Sakaki, “Some may call me performative”, installazione video esposta alla Bevilacqua La Masa; Marco Cavazzin e Matteo Giardiello, “Le cose dove sono state”, dettaglio dell’installazione realizzata per La Bevilacqua La Masa. Foto Nico Covre, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Beatrice Mika Sakaki, “Some may call me performative”, installazione video esposta alla Bevilacqua La Masa; Marco Cavazzin e Matteo Giardiello, “Le cose dove sono state”, dettaglio dell’installazione realizzata per La Bevilacqua La Masa. Foto Giacomo Bianco, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Il collettivo Iki Morts espone un video in cui un alter ego delle due artiste – Inci Atabey e Sara Caruso – viaggia in un ambiente virtuale animato da glitch e suoni distorti. Un’altra scatola, nera, torna nell’installazione del duo formato nel corso della residenza da Marco Cavazzin e Matteo Giardiello. In uno spazio separato e in penombra espongono fotografie di oggetti abbandonati, accompagnati da un brano molto intimo; sulle grafiche stampate su carta ritorna la scatola, che i due artisti dicono essere a ribaltabile. Fotografie e storie reali si uniscono anche nell’opera di Joeph Alfred Habben, che inserisce i suoi scatti documentari all’interno di una capanna. L’altra metà della mostra, sita a Palazzetto Tito, a due passi da Campo San Barnaba, ospita media più tradizionali e prevale, infatti, la pittura. Se la mostra di San Marco è minimale, complice l’edificio neutro, Palazzetto Tito è uno spazio più caldo e concentrato dove salta all’occhio Il carro stanco di Dora Perini. Un carro storto e sbilenco, con le ruote di diversa dimensione e provenienza, che regge una grossa casa-scatola, apparentemente chiusa, ma che tramite un foro svela un mondo nascosto in cui convivono una tastiera del computer, il cartone della pizza, lampade, peluche e molti altri oggetti consunti. Questo caos interiore ricorda quello più esibito di Tracey Emin o le bambole di pezza di Antonio Marras, artisti che non hanno mai temuto di esporre senza filtri la propria fragilità.

Dora Perini, “Questo carro stanco”, dettaglio del contenuto della scultura esposta a Palazzetto Tito; Camilla Dalmazio, “Ovophagia, 202”, videoperformance, dettaglio del lavoro esposto a Palazzetto Tito. Foto Nico Covre, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Dora Perini, “Questo carro stanco”, dettaglio del contenuto della scultura esposta a Palazzetto Tito; Camilla Dalmazio, “Ovophagia, 202”, videoperformance, dettaglio del lavoro esposto a Palazzetto Tito. Foto Giacomo Bianco, courtesy Comune Venezia e Fondazione Bevilacqua La Masa

Camilla Dalmazio con la sua installazione site-specific, riflette sull’ovulazione come processo auto-generativo e di rinnovamento, indipendente dalla fecondazione maschile. Camilla riproduce degli ovuli di bioalginato e alghe brune e si fa filmare da Olesea Bojinov mentre li ingoia a fatica, compiendo un atto di ovofagia, secondo un ciclo di espulsione e reimmissione. Il video è accompagnato da sculture in ceramica che evocano le fasi di distacco dei corpi lutei, ghiandole temporanee che si formano sull’ovaio dopo l’ovulazione, producendo progesterone e altri ormoni. L’installazione prosegue nel bagno adiacente: gli ovuli sono nella doccia, come scarti abbandonati, mentre una cassa riproduce un testo che racconta il ciclo come atto di pulizia e rigenerazione, performato dalla voce di Denise Tosato. Greta Ferretti con Cattedrale espone una grande tela con una figura femminile, un alter-ego che prega davanti a una fiamma. Le tele di Greta sono dei collage di scene, apparentemente separati, ma che instaurano un dialogo muto e misterioso. Alla fine dell’inaugurazione della mostra, in un gesto che ha superato la formalità dell’evento, gli artisti e le artiste degli atelier si sono spontaneamente unite per un atto di profonda risonanza politica e umana. L’azione, non prevista dal programma ufficiale, è culminata nella lettura di un testo scritto collettivamente in solidarietà al popolo palestinese, un’espressione diretta della loro voce che fa valere la responsabilità intellettuale e morale dell’arte di fronte alle crisi globali. Un ricordo di come l’arte, anche nei suoi contesti istituzionali, può e deve mantenere la funzione di risvegliare la coscienza critica ed essere ponte tra l’estetica e la storia. Un richiamo all’urgenza di non isolare la creatività dalle fratture imposte dalla contemporaneità.

Vito Ancona

Info:

AA.VV. “Granda”
5/10 – 23/11/2025
Bevilacqua La Masa, Venezia
www.comune.venezia.it


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