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Acacia di Marco Maria Zanin: l’arte che parla agli...

Acacia di Marco Maria Zanin: l’arte che parla agli spiriti

L’acacia è pianta con grande valore simbolico, citata anche nella Bibbia in quanto connessa alle vicende del Maestro Hiram. La leggenda narra che il sapiente scultore e architetto, una volta ucciso, venne fatto seppellire sotto una pianta di acacia dallo stesso re Salomone, poiché questi riteneva che tale albero avesse allo stesso tempo una parvenza gentile e vigorosa e che fosse un perfetto simbolo di immortalità e di purezza, perché non appassiva in nessuna stagione, ma al contrario si rinnovava sempre. Forse è proprio questo il presupposto da cui Marco Maria Zanin parte per sviluppare il concept della sua nuova mostra, intitolandola proprio Acacia. L’antica pianta, i cui rami spesso sono venduti impropriamente con il nome di mimosa, presenta delle caratteristiche che ne permettono la diffusione e la resistenza in vari luoghi del mondo: bella e resiliente, dai mille utilizzi e dalle svariate proprietà benefiche sia per l’uomo, sia per animali essenziali all’ecosistema come le api.

1.Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

Tuttavia, l’artista ha scelto di intitolare la mostra non alla pianta bensì alla sua gemella mai nata, che lui soprannomina Acacia, un nome provocatorio che sfida apertamente la morte stessa. Se l’acacia è la pianta della rigenerazione e dell’immortalità, Zanin decide che lo stesso deve essere per l’arte e per l’artigianato, forme d’espressione dominanti nell’esposizione, la quale si può suddividere in tre diverse sezioni. La piccola sezione iniziale, dedicata alla sorellina dell’artista, è composta da foto stampate riposte in un’elegante vetrina, raffiguranti le ecografie dei feti dei due gemelli nel ventre materno, fino alla sopravvivenza di un singolo feto. Le fotografie – modificate con l’ausilio dell’IA – mostrano con chiarezza l’evoluzione che determina la crescita di un singolo a sfavore dell’altro, in una guerra per la sopravvivenza che inizia dal luogo più sicuro: il corpo della madre. Questa prima sezione è riconducibile alla biologia umana, alla lotta per la sopravvivenza e funge quasi da memento mori nel suo essere collocata – saggiamente – accanto a una vetrina che ospita diversi teschi umani, quasi a simboleggiare la continuazione con le stampe dell’ecografia.

2.Marco Maria Zanin, “Tuorlo snc, Segni ancora da pronunciare III”, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

Marco Maria Zanin, “Tuorlo snc, Segni ancora da pronunciare III”, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

A destra della parete con le stampe si può individuare, invece, una vetrina contenente un oggetto di vetro artisticamente elaborato e isolato su un piedistallo, appena visibile a causa dell’illuminazione delle stampe a sinistra, il che suggerisce quasi un rimando alla condizione della gravidanza: un dialogo tra visibile e invisibile, tra esibizione di un corpo fragile e rifugio sicuro e nascosto. L’oggetto si inserisce nella seconda sezione della mostra che, riguardante più nello specifico l’artigianato d’arte, riunisce opere eseguite da artigiani di diverse specializzazioni, selezionati insieme alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. Il primo ambito è, come si è detto sopra, il vetro, lavorato da Simone Crestani, a cui si aggiungono la tessitura artistica realizzata da Giuditta Brozzetti, la ceramica modellata di Antonino Negri e infine i metalli lavorati di Tuorlo snc (Maria Vittoria Garbin e Nicola Sturm). La peculiarità di questa sezione consiste – a differenza del capitolo dedicato alle lastre stampate – nel non essere distinguibile a prima vista. Gli artefatti, pur essendo esposti in maniera visibile in vetrine eleganti e ben illuminate, si mimetizzano tra i ritrovamenti antichi del museo archeologico che ospita la mostra. Nelle vetrine si possono così ammirare oggetti di rara bellezza risalenti a diverse epoche e appartenenti a diverse civiltà, che testimoniano così non solo l’elevata creatività e abilità dei nostri predecessori, ma anche la peculiarità e la resistenza del singolo materiale.

1.Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

La disposizione non è casuale, dunque, e la narrazione originata segue un triplo fil rouge: in primo luogo si vuol rendere omaggio alla lunga tradizione legata al sapere manuale che si sta – o così si crede – via via perdendo a causa dell’impiego sempre più frequente delle nuove tecnologie digitali e delle stampanti 3D, un sapere quindi generatore e fortemente connesso alla capacità di dare vita e di far nascere e rinascere (si tratti di un corpo, di una pianta, della forma di un materiale). In secondo luogo, si abolisce il confine tra l’invisibilità e la visibilità dell’oggetto: gli artefatti sono esposti ma non facilmente riconoscibili perché collocati assieme ai ritrovamenti archeologici, in modo anche da suggerire un’accettazione dell’eredità culturale millenaria e della sfida che questa ci ripropone. Infine, si ha un rimando continuo alla morte, dato sia dal contenuto delle lastre, dai teschi esposti e infine dal fatto che gli oggetti antichi conservati nel museo sono parte di un’ampia e affascinante collezione di corredi funebri, tutti creati in origine per abbellire delle sepolture e per accompagnare i defunti nell’ al di là. In questo modo la piccola Acacia, la compianta mai nata, ottiene il suo maestoso corredo: le lastre che la raffigurano diventano simbolicamente corpo, gli artefatti il suo corredo, il museo la sua tomba e i visitatori incarnano le persone a lei care, gli affetti, che vengono a esprimere il loro cordoglio. Il funerale diventa così arte, che per definizione è celebrazione vitalistica.

1.Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

Marco Maria Zanin, “Acacia”, installation view at Museo ‘Gaetano Chierici’ di Paletnologia, ph Alberto Sinigaglia, courtesy Palazzo dei Musei, Reggio Emilia

In ultimo si ha un video, proiettato in un’altra sala, dove il pubblico può godere di una spiegazione dell’artista della genesi della mostra. La spiegazione è alternata a interviste e riprese che vedono come protagonisti i maestri che hanno scolpito, tessuto, inciso e modellato il corredo funebre di Acacia: uomini e donne, alcuni giovani talenti e altri eredi di una ricca storia familiare, che permette loro di tramandare di generazione in generazione un sapere fin troppo spesso sminuito, considerato popolare e semplicemente tecnico. Con questa mostra si è invece riusciti a dare valore artistico, a riconoscere la creatività e la vitalità di questi mestieri, i cui prodotti saranno vere e proprie prove, identikit della nostra civiltà ancora tra numerosi secoli, offline o online che sia. Il progetto, realizzato dal Comune di Reggio Emilia – Musei Civici, è sostenuto dal PAC2024 – Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il progetto grafico di mostra e catalogo è a cura di Giulia Boccarossa.

Giulia Gorella

Info:

Marco Maria Zanin. Acacia
A cura di: Irene Biolchini, Alessandro Gazzotti e Giada Pellegrini
28/03/2025 – 27/07/2025
Museo Gaetano Chierici di Paletnologia | Palazzo dei Musei
via Lazzaro Spallanzani 1, Reggio Emilia
Ingresso: gratuito
www.musei.re.it


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