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Alexander Wertheim: il tutto dell’essenzialità

Alexander Wertheim: il tutto dell’essenzialità

È necessario del tempo per assimilare la pittura di Alexander Wertheim (Wertheim, Germania, 1995), che la Galleria Richter Fine Art di Roma presenta nella personale Brandenburg Paintings, in corso fino al 7 novembre 2025. Infatti, visitando la mostra, si percepisce la necessità di prepararsi a guardare questa pittura con un animo aperto, nel senso che ogni opera si scontra con la sola possibilità di non essere esclusivamente ciò che sembra. Pertanto, è richiesto di visitare i due spazi della galleria attraverso momenti di silenziosa riflessione, affinché gli acrilici su tela ci permettano di pensare che in realtà dietro questa drastica semplicità esista qualcosa di molto più complesso che necessita di essere svelato o quanto meno percepito. Eppure, con Alexander Wertheim accade qualcosa che con gli altri pittori è raro: per l’artista non esiste alcuna intenzione di presentare un lavoro tecnicamente perfetto. Proprio questa tensione verso l’imperfezione, che in realtà cela un accurato studio, affronta la questione di come la pittura contemporanea sia programmata in ogni dettaglio e caratterizzata da un estremo controllo del mezzo tecnico.

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Così, nell’intenzione di voler comprendere il progetto Brandenburg Paintings, ci si trova a confrontarsi con innumerevoli questioni, quali lo studio verso un segno elementare, la ricerca sui toni, il senso della serialità, l’importanza della casualità e naturalezza del gesto, ma soprattutto l’incertezza di una pratica che sa dove parte e non dove giunge. Oltre a ciò, c’è un particolare aspetto che rimane sottointeso: il ritorno allo studio ossessivo di una forma che appartiene alle fasi primordiali dell’esperienza creativa, carica di una tale semplicità che stimola a domandarsi come sia possibile che un gesto così semplice possa rivelarsi tanto complesso. Può darsi che questa passione per la traccia, come entità ripetuta senza significati nascosti o interiori, possa essere piuttosto una forma di scrittura in risposta all’agire del mondo. Probabilmente per Alexander Wertheim pittura e vita sono accostate e scorrendo parallele senza residui intendono liberarsi del superfluo per recuperare uno stato di pura elementarità. Si tratta di un grado zero ridotto all’essenzialità, in cui le tracce anziché contrapporsi dialogano in armonia in un sistema che unisce spazi alternativamente espansi o contratti, come una forma di inspiro ed espiro modulante irregolarità.

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Eppure, emerge anche un’altra questione mai apertamente dichiarata, ma solo appena accennata: è possibile pensare la pittura come fine e non come un mezzo? Considerarla come un limpido strumento di conoscenza, non tanto del mondo esterno, bensì dei suoi limiti tecnici? Allora perché non provare a pensarla come uno strappo alla norma ora smentita, anzi estremamente messa in discussione con le sue slabbrature e incertezze. Rifiutare la norma? Forse è questa la soluzione, perché mi pare che i pittori di oggi si tormentino nella ricerca spasmodica di un tema inteso come verifica della realtà, invece c’è chi, con coerenza, lucidità e senza alcuna pretesa, concentra un’intera ricerca sulla semplificazione di un unico soggetto. E nella forza di questa ossessione si svela un’esecuzione tanto riflessiva quanto intuitiva, in cui la forma e i toni sono lavorati per comporre l’ossatura di una melodia, piuttosto che di una griglia. Per Alexander Wertheim è l’intenso desiderio di sfiorare il denudamento e l’assoluto che spoglia la pittura, per portarla in una dimensione che occupa e insinua lo spazio, senza chiuderne del tutto i vuoti ma orientandoli con delicatezza, fino costituire un sistema di corrispondenze imperfette: tracce che si sovrappongono, ripetizioni mai identiche, sviluppate secondo la traiettoria apparentemente incerta e vacillante del pennello. Fingersi dilettante in pittura, in verità, cela la capacità di pochi: per fare scelte diverse bisogna essere nella realtà, trovare motivazioni concrete per il proprio lavoro.

Alexander Wertheim, Untitled, acrilico su tela, 80x65cm, 2025, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Alexander Wertheim, Untitled, acrilico su tela, 80x65cm, 2025, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

La ragione per Alexander Wertheim diventa il tempo, il susseguirsi di un ritmo in cui ogni attimo lo conduce a lavorare come con i tasti di una tastiera infinita suonati senza attenersi ad alcuna regola. Perciò, questa è una pittura che non si affida alla ripetizione differente, bensì alla reiterazione del gesto che segue uno schema logico creativo conseguenziale, in cui ogni scelta motiva la successiva. La verità è che queste forme, così simili ma spezzate nella continua reciproca diversità, spingono a chiederci cosa sia contingente e necessario. Perché in questa drastica pulizia formale, priva di rappresentazione ed espressione personale, si svela il problema. Per cui la tela per Alexander Wertheim rappresenta un processo di messa a nudo del modo in cui la pittura si realizza con la scoperta del gesto primario e la ricerca di un suo equilibrio. Una forma di presentazione e non più rappresentazione, esibita qui di fronte a noi con la forza oggettiva del suo valore auto significante. Rifiutando l’asettico rigore minimalista, Alexander Wertheim non controlla né prestabilisce nulla, bensì si lascia guidare dalla sola intuizione, dall’incertezza e dalle leggere oscillazioni delle pennellate. Allora, ripassare sopra un passaggio già chiuso, accettare le sbavature e i gocciolamenti di acrilico, sono scelte consapevoli di una pratica che giustifica sé stessa con la sola forma. Perciò le tele, anche se sono prive di significati dal punto di vista concettuale e figurativo, rimangono colme di senso proprio perché nel loro forte valore d’imprevedibilità sono molto vicine alla vita.

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Alexander Wertheim, “Brandenburg Paintings”, installation view, Galleria Richter Fine Art, courtesy Richter Fine Art, Roma, ph. credit Eleonora Cerri Pecorella

Ed in quest’assenza di intenzionalità gioca un ruolo fondamentale la naturalezza del gesto mai disgiunto dal primo abbozzo, bensì azione studiata, ricercata, testimoniata da numerose prove. Così, si scopre che nella pratica di Alexander Wertheim sono fondamentali gli schizzi su carta, non intesi come elementi preparatori ma necessari per un infinito tentativo associativo di elementari strutture primarie che permettano di prendere una direzione anziché un’altra. In questa messa a nudo, il linguaggio è lì di fronte a noi su una tela bianca come l’avorio, alcune linee sono dolcemente inclinate, altre portano traccia di colature. Così viene da pensare che in realtà questo impianto visivo, così asciutto con pennellate disadorne e poco aggraziate, sia parte di un metodo per cui la forma è sempre il risultato di un atto dinamico e concreto, che non produce un esito operativo compiuto, ma agisce nell’essenzialità per aprire una dimensione mentale. Sembrerebbe strano, ma dietro questa drastica semplificazione c’è uno sviluppo di paragoni, non solo con la musica nelle sue infinite possibilità di sfumature, ma anche con il sistema strutturale delle linee che, sebbene si caratterizzino per il pregio di rendere le informazioni più facilmente trasmissibili, rischiano di appiattire la complessità materiale di cui sono composte. Ma con Alexander Wertheim si elude ogni superficialità e adesione a rigido paradigma. Raggiungendo questa innaturale semplicità, avviene l’inverso: la pittura trema, l’immagine è sgombra di ostacoli e richiama a sé un’intensa necessità di conoscenza e vastità, così questa assenza in realtà contiene molto, si svuota per denudarsi del tutto, affinché quel tutto possa aprirsi e parlarci.

Info:

Alexander Wertheim. Brandenburg Paintings
Galleria Richter Fine Art, Vicolo del Curato, 3, 00186, Roma
23/09/2025 – 7/11/2025
Orari: dal lunedì al sabato dalle 15 alle 19, o su appuntamento.
www.galleriarichter.com


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