Se gli stili di vita contemporanei ci hanno abituati a pensare la realtà come un intreccio di virtualità simultanee, l’arte non ha mai smesso di interrogare la propria natura di medium che presuppone presenza pur sapendo di essere sempre “altrove o altre volte” rispetto a una presunta individuazione stabile. In modo particolare la pittura, negli ultimi anni, si sta configurando come fertile terreno di coesistenza di linguaggi disomogenei, refrattari a identificarsi in registri omologanti come avveniva in passato nel contesto dei movimenti capeggiati da un critico o, più di recente, nelle tendenze dominanti di volta in volta sancite da fiere e collezionisti. La mostra curata da Alberto Zanchetta alla Otto Gallery di Bologna riflette su questi aspetti attraverso un dialogo serrato tra quattro artisti di differente provenienza geografica, generazionale e culturale, accomunati dall’ossimorica caratteristica di assumere la variabilità come costante della loro ricerca. Lucio Pozzi (Milano, 1935), Sean Shanahan (Dublino, 1960), Luca Pancrazzi (Figline Valdarno, 1961) e Andrea Facco (Verona, 1973) sembrano di primo acchito non condividere alcun denominatore comune nel loro modo di intendere l’atto pittorico, ma proprio quest’apparente eterogeneità rivela la loro affinità elettiva, insita nella capacità di non lasciarsi imprigionare in facili automatismi, di rifiutare la riduzione a un linguaggio unico e di mantenere aperta la possibilità di reinventare di continuo i termini stessi del proprio fare artistico. L’allestimento è efficace nel mettere in scena questa molteplicità: ciascun artista, presente in ogni sala con declinazioni diverse del proprio lavoro, contribuisce a creare un’esperienza di fruizione che procede per scarti e ribaltamenti di prospettiva (a tratti davvero sorprendenti) che impediscono al visitatore di cristallizzare la propria comprensione in categorie rassicuranti.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala I, opere di Andrea Facco, Luca Pancrazzi, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Andrea Facco si presenta nella prima sala con Tavolozza n. 10 (2022), in cui i materiali della pittura – gli agglomerati pastosi di colore appena espulsi dal tubetto – vengono trattati come soggetto monumentale. L’immagine illusionistica di un dettaglio ingigantito della tavolozza restituisce con verosimiglianza le stratificazioni cromatiche, le sbavature, gli accumuli di pigmento sedimentati sulla superficie lignea nel corso del processo produttivo, spostando il fulcro semantico dell’opera verso ciò che di solito è considerato residuale rispetto al lavoro. Il cortocircuito tra mezzo e fine, tra strumento e risultato, rivela come per Facco la pittura sia innanzitutto un campo di riflessione meta-pittorica, dove l’atto del dipingere indaga sé stesso mettendo in scena i propri processi mettendoli in pratica in maniera obliquamente virtuosistica. Nella seconda sala, l’artista veronese mostra un radicale mutamento di registro con la serie Brand Names (2016), dove piccoli dipinti riproducono con precisione le firme autografe di celebri maestri della storia dell’arte insieme alla porzione di tela circostante dello specifico quadro da cui sono state tratte. L’operazione concettuale è raffinata: Facco isola l’ultimo gesto dell’artista, quello che sancisce il momento in cui l’opera acquisisce la propria autonomia, e lo trasforma in sineddoche dell’intero dipinto. Ogni quadretto è collocato all’interno di un rettangolo tracciato a matita sulla parete che indica le dimensioni esatte del dipinto originale e la posizione del dettaglio replicato, evocando per sottrazione l’opera nella sua interezza. Qui il vuoto è eloquente quanto la presenza, poiché la parte mancante, attivando la memoria visiva e culturale dello spettatore, innesca un gioco di riconoscimento che dall’indizio della firma sfida a identificare il capolavoro citato. Guardando la parete vengono in mente certe composizioni concettuali di Giulio Paolini in cui la cornice è la soglia privilegiata della riflessione sull’arte, ma a differenza del maestro torinese Facco non rinuncia mai alla dimensione esecutiva e alla qualità materica del gesto pittorico: persino le crettature della superficie antica, le sbavature dell’inchiostro, la texture della tela vengono imitate con una tecnica impeccabile, messa al servizio di un ragionamento di stampo concettuale sulla citazione, sull’omaggio e sulla trasmissione del sapere artistico attraverso le generazioni.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala I, opere di Lucio Pozzi, Sean Shanahan, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Nella terza sala, Facco presenta Grigiocolore 81 da Édouard Manet, Chez Tortoni, 1875 (2023-2024), opera realizzata con l’acqua di risciacquo dei pennelli e dedicata a dipinti della storia dell’arte rubati o distrutti, replicati a partire da documentazione fotografica. Il grigio diventa qui la tonalità dell’indeterminatezza, della memoria che si sfuma, del lutto per opere perdute che sopravvivono soltanto nella loro riproduzione fotografica. Anche in questo caso l’artista trasforma uno scarto del processo produttivo, l’acqua torbida in cui si fondono tutte le tracce cromatiche utilizzate per un dipinto, in un distillato che racchiude l’essenza stessa dell’atto pittorico. Il grigio che ne risulta non è un neutro, ma un composito che sintetizzando la memoria di tutti i colori introduce un elemento distanziante tra lo spettatore e l’opera originale ormai irrecuperabile, sottolineando come ogni riproduzione sia sempre già una traduzione, un passaggio attraverso filtri tecnici e mnemonici che trasformano l’oggetto di partenza.

Luca Pancrazzi, “Mira”, 2021, lettere di plastica su velluto su legno, cm 50 x 40, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Lucio Pozzi, alla soglia dei novant’anni, incarna l’esempio più vitalistico della celebrazione della libertà che attraversa la mostra. Nella prima sala, The Fleeting Moment (2024) è una grande tela priva di telaio che scende fino a terra piegandosi sul pavimento in una configurazione site-specific, mutevole a ogni installazione. L’opera appartiene al ciclo Crowd Group, iniziato nel 1996 in diretta opposizione alla serie dei Rag Rug Paintings, composta da geometrie cromatiche ripetitive che totalizzavano la sua concentrazione in quel momento. La genesi di questo ciclo è emblematica: una notte, nel suo vasto studio newyorkese, Pozzi interruppe bruscamente il lavoro spasmodico sulle geometrie colorate per riversare su una tela vergine un fiume di figure sagomate in nero (umane, vegetali, oggetti), forme in libera associazione che affollavano la superficie in un gioioso horror vacui. Questa esplosione liberatoria segnava il rifiuto dell’esclusività del rigore geometrico e l’apertura verso una modalità operativa fondata sull’accumulo, sulla simultaneità, sull’energia di un gesto non sottomesso a regole prestabilite. Ciò che rende esemplare la pratica di Pozzi nel contesto di questa mostra è la sua capacità di non chiudere mai in maniera definitiva i cicli aperti, continuando a lavorare in parallelo su serie diverse e tornando a distanza di tempo su opere iniziate anni prima, talvolta per terminarle con sconfinamenti sulla parete o con accompagnamenti musicali a complemento della componente visiva.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala II, opere di Sean Shanahan, Lucio Pozzi, Luca Pancrazzi, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Nella seconda sala, la frammentazione geometrica Scattered Fields of Spring (2020) sembra a prima vista attribuibile a una diversa matrice estetica, quella di Sean Shanahan a cui è affiancata sulla parete: l’opera, composta dalla disseminazione di dodici sagome di legno massello con segni in vernice, acrilico, grafite e penna a sfera, rivela invece l’altra faccia della ricerca di Pozzi, quella dimensione costruttiva che non ha mai abbandonato nonostante l’apertura verso la fluidità dei Crowd Group. Gli elementi lignei sono oggetti trovati, superfici di risulta (tracce di penna incluse) su cui l’artista ha operato applicando tocchi localizzati di vernice e con interventi di sintassi compositiva. I frammenti dialogano tra loro mantenendo ciascuno la propria autonomia, ma sono al tempo stesso parte di una costellazione che enfatizza la concezione ambientale della pittura già evidente nelle altre sue opere. Nella terza sala, infine, Morning Shadow (2023): una griglia pittorica su masonite dove il colore scivola con andamenti diversi a seconda delle tonalità generando l’impressione di un paesaggio astratto osservato attraverso sbarre. Qui la struttura modulare diventa un filtro percettivo che frammenta lo sguardo moltiplicando i piani di lettura, in una ancora diversa esplorazione della commistione tra libera gestualità e fascinazione per il pattern.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala II, opere di Andrea Facco, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Sean Shanahan concentra invece la propria ricerca sul monocromo inteso come indagine sulla materialità del supporto e sulla relazione tra superficie pittorica e spessore fisico dell’opera. I suoi lavori su MDF, come Untitled (2025) e Sudden Time (2020/2021), rivelano un’attenzione monopolizazante alla consistenza corporea dell’oggetto pittorico. L’MDF, materiale pesante ma poco denso, possiede una capacità di assorbimento che trasforma il colore in componente strutturale: il pigmento penetra in profondità nel supporto fino a diventare parte integrante della materia, generando la fusione tra superficie dipinta e sostanza fisica in un vero e proprio quadro-oggetto. Nelle composizioni modulari astratte dell’artista le bisellature, i tagli obliqui dei margini che espongono lo spessore del supporto, sono interpretabili come carotaggi dei componenti essenziali della pittura, in cui l’esibizione della distinzione tra la parte trattata con il colore a olio e il supporto grezzo sembra voler mettere a nudo l’anatomia stessa dell’opera. Inoltre, la monocromia di Shanahan non è mai piatta o omogenea: le superfici presentano variazioni tonali sottili, accumuli e rarefazioni di materia, zone dove il colore affiora con intensità diversa generando vibrazioni ottiche che animano la percezione. Proprio sul piano dell’uso del colore il lavoro dell’artista irlandese si distanzia dalla tradizione del minimalismo concettuale a cui si sarebbe tentati di accostarlo a un primo sguardo, sia per la densità materica, sia per quella dimensione tattile e sensuale che allontana le sue opere dall’universo rarefatto degli archetipi.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala III, opere di Sean Shanahan, Luca Pancrazzi, Andrea Facco, Lucio Pozzi, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Anche Luca Pancrazzi, per finire, si presenta come artista multiforme, capace di attraversare linguaggi così diversi da rendere difficoltosa l’attribuzione delle opere se non si conosce l’intero arco della sua produzione. Nella prima sala, due opere della serie Mira (2021), realizzate con lettere di plastica applicate su pannello metallico e su legno ricoperto di velluto, giocano con le scritte, con la dimensione linguistica dell’immagine, attivando cortocircuiti tra leggibilità e visualità. Nella seconda stanza troviamo una serie di acrilici su carta intelata, i cui titoli, come per es. 183925032025 (2025) sono sequenze numeriche corrispondenti alle date e agli orari in cui l’artista si è fermato nell’esecuzione dell’opera. Il punto di partenza della pratica di Pancrazzi è un vasto archivio fotografico indicizzato in base ai soggetti, a cui attinge per creare immagini stampate in sovrimpressione o riprodotte con metodi pittorici per studiare le modalità attraverso cui la memoria visiva ed emotiva immagazzina e trasforma le informazioni. L’atto di imporre una scadenza temporale precisa all’opera, di segnarne il momento esatto di conclusione, inoltre, introduce una dimensione processuale che fa del dipinto la registrazione di un tempo di lavoro, la traccia di un’esperienza durativa sedimentata sulla superficie. Non si tratta di datare l’opera, ma di rendere visibile il suo carattere di work in progress e di attestare la valenza strutturale del fatto che l’artista è tornato sull’immagine più volte, in momenti diversi, stratificando interventi corrispondenti a stati percettivi ed emotivi differenti. Nella terza sala, IN-GRID (2018) presenta una stampa fotografica schermata da una sottile griglia metallica su cui sono stati applicati smalti colorati: la griglia, elemento ricorrente nella storia dell’arte moderna da Mondrian in poi, moltiplica i livelli di mediazione in quanto filtro fisico interposto tra l’immagine fotografica e lo sguardo dello spettatore. La fotografia sottostante, già di per sé una traduzione tecnica del reale, viene quindi ulteriormente schermata dalla presenza materiale della griglia e dagli interventi cromatici che ne attraversano la superficie. Pancrazzi, realizzando un’osmosi tra il supporto fotografico e il gesto pittorico che interroga i confini tra i diversi media, non si limita a giustapporre tecniche diverse, ma le fa collidere e contaminare in oggetti ibridi. La sua ricerca si configura come un’indagine sistematica sulla percezione, sulle modalità attraverso cui costruiamo e ricostruiamo le immagini nella nostra mente, sui processi di codificazione e decodificazione insiti nell’esperienza visiva.

AA.VV. “Altrove o altre volte”, sala II, opere di Luca Pancrazzi, ph credit Carlo Favero, courtesy Otto Gallery Arte Contemporanea
Nel percorso espositivo orchestrato da Zanchetta, dunque, ogni sala presenta configurazioni inedite che impediscono di ricondurre gli artisti a formule assestate, costringendo lo spettatore a riconfigurare di fronte a ogni dipinto le proprie ipotesi interpretative. Non si tratta di eclettismo o di incongruenza degli artisti convocati, ma di una coerenza che potremmo definire “di secondo livello”, identificabile proprio nella volontà di non fissarsi in formule stilistiche per impegnarsi in un incessante sconfinamento tra linguaggi, tecniche e formati. La pittura che emerge da Altrove o altre volte non è un medium in crisi o bisognoso di giustificazioni teoriche, ma un territorio di possibilità dove tutto può ancora accadere. Gli artisti presentati in mostra dimostrano come sia possibile mantenere viva un’attitudine sperimentale senza rinnegare la dimensione esecutiva e come la riflessione concettuale possa convivere con il piacere della superficie cromatica. In questo senso, il titolo scelto da Zanchetta si rivela pregnante: “altrove o altre volte” indica la natura sempre virtuale dell’opera, il fatto che ogni configurazione realizzata è soltanto una tra le infinite possibili, che in altre circostanze la mostra sarebbe stata diversa pur mantenendo la stessa costellazione di forze. La pittura si configura così come un campo di virtualità che si attualizzano di volta in volta senza mai esaurire il potenziale generativo dell’atto creativo, un terreno dove ogni soluzione apre nuovi interrogativi piuttosto che fornire risposte definitive.
Info:
Andrea Facco, Luca Pancrazzi, Lucio Pozzi, Sean Shanahan. Altrove o altre volte
a cura di Alberto Zanchetta
11/11/2025 – 20/12/2025
Otto Gallery Arte contemporanea
via D’Azeglio 55, Bologna
www.otto-gallery.it
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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