Si torna a parlare sempre più spesso di ordine nella pittura italiana, una pratica che quotidianamente affronta la questione di quanto gli artisti agiscano con discutibili ritorni al passato. A questo punto sorge spontanea la domanda: se nel frequente citazionismo di oggi vi siano pittori capaci di riflettere su quanto accaduto, senza abbandonarsi a sostanziali ripetizioni tecniche e di contenuto. Pertanto, è senza dubbio utile conoscere il trascorso, ma è altrettanto importante soffermarsi su quanto stimoli dubbi, connessioni e relazioni, elementi che consentono di concepire l’opera come qualcosa di aperto, in cui si avvicendano infinite variazioni di linguaggi e d’interpretazione. Così, se per alcuni la pittura è sinonimo e avamposto di certezza e chiarezza d’immagine, esistono pittori capaci di lavorare con sconfinamenti tecnici, lontano dai metodi tradizionali, con approccio riflessivo. A tale riguardo, Andrea Grotto (Schio, 1989) vive la pittura come una ricerca intimistica, un dato soggettivo in prevalenza autobiografico che abbraccia le minuzie e la casualità di situazioni quotidiane, utilizzate come punti di partenza di immagini alterate per forma.

Andrea Grotto, “Calycanthus”, 2025, 120 x148 cm, olio e acrilico su tela, courtesy l’artista
Nondimeno, quella dell’artista è una pittura affatto ancorata ai movimenti della storia dell’arte, ma radicata con tenacia nella tradizione dello sperimentalismo. Quest’ultimo è considerato come una preziosa opportunità utile a dilatare il campo d’intervento pittorico e a donare un timbro poetico, ulteriormente consolidato dai titoli sempre evocativi scelti per le opere. In un canone di pittura riflessiva, qual è quella di Grotto, ogni dato diventa motivo di esperienza, trasformando la citazione del reale in una straniante favola. Comune a tutte le opere è la capacità di creare relazioni, collegamenti e attinenze tra quanto figurato e l’ambiente che l’accoglie, sino a creare sulla tela un gioco di trasparenze, stratigrafie e strane ambivalenze dalla leggerezza di una nube. Per questi motivi è importante scoprire il luogo in cui Grotto lavora dal 2020, situato a Piovene Rocchette, ai piedi delle Prealpi e riconosciuto come un posto demiurgico piuttosto che tautologico, una sorta di ambiente che raccoglie, accoglie e stimola le infinite molteplicità del reale.

Andrea Grotto, “Accigliato per il sole”, 2024, 100 x 100 cm, acrilico e olio su tela; “Di là dal crepuscolo”, 2025, 98 x 79 cm, olio su tela, courtesy l’artista
A chiarire l’interesse verso lo spazio è la costante attenzione rivolta all’ambiente, alla superficie vissuta, alle tradizioni e visioni che esprimono una specifica tensione – basti pensare al progetto Casabase, allestito a Nashira Gallery (Milano) nel 2023 – attraverso uno sconfinamento tecnico che include modalità di lavoro non del tutto aderenti alla pittura. Grotto riflette non tanto sul senso dell’abitare, bensì su quanto gli ambienti nell’ordinario vivere siano soggetti a trasformazioni, racchiudendo un profondo senso di trascendenza. Pertanto, la pittura per l’artista non è una semplice rappresentazione narrativa, bensì una forma di resurrezione della traccia transitoria e fuggitiva di quanto è resistito al flusso della vita. Non è un caso che per lui il disegno, inteso soprattutto come strumento di revisione e verifica del dato reale, svolga un ruolo altrettanto importante. Le carte sono raccolte in agevoli taccuini, altrimenti in fogli sfusi utili a fissare in modo veloce l’imprevedibile casualità di qualsiasi cosa catturi la sua attenzione. Tuttavia, nei suoi disegni avviene quanto nelle pitture di solito non succede: i soggetti, tracciati con pennarelli e inchiostro e penne gel di varia misura, sono facilmente decifrabili, mentre nelle pitture la figura è molto lavorata in una difficile riconoscibilità.

Andrea Grotto, “Fulmini di mare”, 2025, 150 x143 cm, areopittura e olio su tela; “Soffiando vetro (chiudo gli occhi)”, 2024, 100 x 120 cm, acrilico e olio su tela, courtesy l’artista
Questa estrema sintesi compositiva, che risulta sempre emancipata dalla tecnica, si fonda su un soggetto il più delle volte decentrato rispetto alla tela, trattato in diverse condizioni: tratti veloci, pennellate secche cariche di materia a cui se ne alternano altre lavorate in sottili filamenti. Eppure l’artista, impegnato com’è a studiare e riflettere la realtà per il solo tempo che gli permette di sfruttarla come ispirazione, si discosta scientemente dal suo verismo mimetico. Nell’intervista che segue, Grotto racconta una pittura intesa come pratica armonica per l’intensa serenità con cui è capace di conciliare tensioni differenti, quali l’impatto percettivo, le diverse tecniche pittoriche e il dato reale che, sebbene rimanga il fondamento dell’opera, emerge solo con pochi elementi iconici, quali reperti naturali, animali, interni domestici e stati fisici della materia. Quest’ultima è accentuata dall’estrema libertà tecnica che sfrutta potenzialità espressive alternative ai classici mezzi tecnici come l’acrilico, l’olio e l’areografo. Ne risulta un forte senso di leggerezza con immagini notturne e oblique, forti di riflessività, composizioni atone condensanti il vuoto e la mancanza di una dimensione tangibile, curando in particolare le interminabili variazioni del blu, del grigio e del rosso.

Andrea Grotto, “In ciel e sulla terra”, 2024, 119 x 73 cm, acrilico e olio su tela, courtesy l’artista
Le scene sotto fissate nella forma di una sostanza polverosa e leggera sia nelle fasi in ombra sia nei contorni in negativo delle immagini; le opere si caratterizzano per una fisicità trasparente, attraverso cui è possibile intravederne le trasformazioni. Emerge in maniera sorprendete una similitudine con la pratica fotografica, in quanto tecnica capace di fissare in maniera definitiva e repentina i contorni, le fasi di cambiamento e le azioni in trasparenza. Tutto ciò accentua l’attenzione rivolta alle tracce di vita negli spazi abitati, presenze fisiche e oggettuali che lasciano sporadiche orme nello spazio e le cui ombre sono motivo di ulteriore studio. Da questo si evince che Grotto concepisce la pittura come una sfida riflessiva, ovverosia un luogo dove i riferimenti al reale corrispondono alle fasi di un ragionamento che viene rimodellato secondo l’impulso del pensiero. Pertanto, le risposte che seguono sono da leggere nella consapevolezza di voler scoprire un pittore meditativo che apre una dialettica interna della pittura di oggi: guardare le cose marginali per renderle protagoniste in scene fluide che celano appena la complessa riflessione che l’ha generate.

Andrea Grotto, “Lucia”, 2025, 29,5 x 20,5 cm, inchiostro su carta, ph. credit Stefano Maniero, courtesy l’artista
Maria Vittoria Pinotti: Puoi descrivere gli spazi del tuo studio, in che modo li hai organizzati e come li vivi?
Andrea Grotto: Il mio studio si trova al piano terra della casa in cui vivo con mia moglie e mia figlia e si sviluppa in tre ambienti abbastanza spaziosi che ho organizzato, un po’ per volta, seguendo i ritmi e le dinamiche del lavoro. Lo spazio principale (non per grandezza a dire il vero) è quello in cui dipingo, è l’unico che si può chiudere, caratteristica che trovo importante perché la ricerca, almeno per me, richiede una buona dose di solitudine e tensione, oltre ad avere tempi molto variabili. Nello spazio adiacente si trovano una libreria, una stufa per l’inverno e un tavolino per i disegni. Qui ho modo di allestire i lavori e osservarli in uno spazio neutro, senza l’ausilio di tutto quello che negli anni si è stratificato sulle pareti dello studio e che, per forza, entra in dialogo con il lavoro. Nell’ultima stanza ho ricreato un magazzino dove vorrei allestire un piccolo laboratorio di incisione, per me ma anche per altri, vedremo… La scelta di lavorare in casa è stata dettata dalla necessità di accorciare tempi e distanze, per poter raggiungere lo studio in ogni momento. Il mio precedente studio, che avevo battezzato Studio Distilleria, si trovava in un contesto splendido: un’ex fabbrica di alcolici sull’isola della Giudecca, a Venezia. Era molto diverso da quello attuale: innanzitutto, era uno spazio condiviso, e lo ricordo con grande nostalgia. Tuttavia, comportava una logistica piuttosto impegnativa. L’attuale soluzione, invece, mi permette di lavorare in modo versatile e in qualunque momento, una caratteristica fondamentale in questa fase della mia vita.

Andrea Grotto, “Senza titolo”, 2025, 29,5 x 20,5 cm, inchiostro su carta, ph. credit Stefano Maniero, courtesy l’artista
Nella tua ricerca lavori molto con le tracce fisiche e visive. Che rapporto hai con quanto rimane negli spazi e in quali forme tutto ciò si traduce sulla tela?
Gli elementi residuali di un luogo, siano essi scarti o frammenti o tracce degli arredi, sono in grado di innescare un nuovo ambiente/paesaggio immaginario che si sovrascrive a quello di partenza: direi che sono la scintilla iniziale. Sono legato a moltissimi oggetti e oggettini; ad alcuni ho guardato senza particolari ragioni, li trovavo istintivamente interessanti, e così entravano e uscivano dai miei disegni o diventavano qualcos’altro a loro volta. Col tempo, sono state le immagini a diventare un archivio di suggestioni, a volte solo estetiche a volte anche narrative, di cui mi servo per creare un nuovo ambiente che trova la sua collocazione nei dipinti.

Andrea Grotto, “Quaderni”, ph. credit Stefano Maniero, courtesy l’artista
Nelle opere abbandoni la pura rappresentazione e narrazione, sino a confrontarti in maniera riflessiva con quanto raffiguri. Quanto la tua ricerca è meditativa e sensibile verso la mutazione?
La parte meditativa del mio lavoro si manifesta in due momenti distinti. Il primo coincide con la fase immediatamente successiva alla suggestione iniziale e accompagna l’intero processo esecutivo. In questo momento mi piace “sperimentare” l’immagine che sta prendendo forma, ipotizzando relazioni tra gli elementi che inserisco e ascoltandone, in un certo senso, la storia. Il secondo momento meditativo riguarda invece la scelta del titolo, il nome del lavoro, a cui dedico particolare attenzione: è un passaggio delicato, che completa e orienta il senso dell’opera.

Studio di Andrea Grotto, Piovene Rocchette, Vicenza, agosto 2025, ph. credit Stefano Maniero, courtesy l’artista
Da dove nascono i soggetti pittorici e come costruisci le composizioni, da cosa ti lasci ispirare?
È difficile dire da dove nascano, sono molti i genitori. Spesso sono fotografie, immagini del web, diapositive, alcuni frammenti di ceramica, il lavoro di qualcun altro, la letteratura, la poesia, un gioco di parole… prendo qualcosa che mi suggerisce qualcos’altro che colloco da qualche parte, che disgrego e ricompongo per osservarne la risposta. La pittura mi dà la possibilità di creare luoghi (fittizi) da abitare con la mente. Trovo interessante creare delle narrazioni o dei giochi visivi servendomi di elementi provenienti da contesti molto diversi tra loro, suppongo che sia questo il motivo per cui dipingo, cerco situazioni in equilibrio tra il reale e il plausibile.

Studio di Andrea Grotto, Piovene Rocchette, Vicenza, agosto 2025, ph. credit Stefano Maniero, courtesy l’artista
Che rapporto hai con il disegno? Puoi raccontarne l’uso dei tuoi taccuini di lavoro?
Il disegno è un punto fermo nella mia ricerca artistica, attorno al quale hanno ruotato nel tempo varie sperimentazioni, dal ricamo alla ceramica. Disegnare, per antonomasia, è un modo per comprendere meglio ciò che ci circonda, per entrare in una dimensione più profonda della realtà. Nel mio caso, è anche un mezzo per chiarire intuizioni che altrimenti rimarrebbero indefinite. Disegno in modo molto diverso a seconda del contesto: quando progetto un nuovo dipinto, il gesto cambia, così come la velocità. In quei momenti, il disegno somiglia più a un appunto o a uno schema: veloce, poco ordinato, talvolta quasi indecifrabile. C’è il quaderno dedicato ai progetti, che spesso ha senso solo per me, e non sempre: a distanza di tempo, capita che non riesca più a decifrare ciò che avevo immaginato. I taccuini degli appunti scritti sono un’altra cosa: anche la carta è diversa. Lì scrivo in modo veloce, spesso da entrambi i lati, assecondando la confusione dei pensieri che annoto, il tentativo di metterli in ordine. Il quaderno dei disegni invece lo frequento quasi ogni giorno. È una pratica che si insinua anche nei momenti non destinati all’attività artistica, come un esercizio di indagine silenziosa. È un modo per mantenere la concentrazione su un piano diverso, più profondo. Negli anni ho riempito molti taccuini, di formati e carte diverse. L’unica costante è la tecnica: l’inchiostro, quasi sempre nero.
Info:

Maria Vittoria Pinotti (1986, San Benedetto del Tronto) è storica dell’arte, autrice e critica indipendente. Attualmente è coordinatrice dell’Archivio fotografico di Claudio Abate e Manager presso lo Studio di Elena Bellantoni. Dal 2016 al 2023 ha rivestito il ruolo di Gallery Manager in una galleria nel centro storico di Roma. Ha lavorato con uffici ministeriali, quali il Segretariato Generale del Ministero della Cultura e l’Archivio Centrale dello Stato. Attualmente collabora con riviste del settore culturale concentrandosi su approfondimenti tematici dedicati all’arte moderna e contemporanea.



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