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Ann Veronica Janssens. L’elusività sensibile

Ann Veronica Janssens. L’elusività sensibile

Ann Veronica Janssens, nata nel 1956 a Folkestone (Regno Unito) da padre architetto e madre gallerista, trascorre l’infanzia a Kinshasa (Congo), dove in assenza di obbligo scolastico dedica lunghe ore a libere manipolazioni artigianali e a osservare l’alba, il tramonto e i movimenti della luce nell’acqua e nel cielo. Quest’imprinting legato all’esperienza di atmosfere aperte e luminose si rivelerà decisivo, assieme alla successiva influenza degli artisti minimalisti californiani afferenti al gruppo “Light & Space”, nell’orientare il suo lavoro sull’indagine della luce, dello spazio e della percezione attraverso installazioni in situ strettamente legate al contesto in cui si trovano e mediante l’uso di materiali molto semplici o intangibili, come luce, suono, acqua polverine glitterate o nebbia artificiale. Dalla fine degli anni ’70 l’artista, che ha trovato a Bruxelles (Belgio) la sua città adottiva, si dedica con coerenza a un lavoro sperimentale in cui, superata la soglia della visione chiara e controllata, l’osservatore può “incontrare” la percezione dell’elusivo in dispositivi fugaci che generano un’esperienza di perdita di controllo, instabilità e fragilità visiva, fisica, temporale.

Il materiale principale di cui si serve Ann Veronica Janssens è la luce, usata in forma liquida, solida o gassosa: far acquisire evidenza e tangibilità a una radiazione immateriale orchestrando con approccio architettonico fenomeni ottici o fisici come l’assorbimento o la rifrazione è per lei un mezzo per mostrare le infinite manifestazioni del reale in modo differente, per svelare come la realtà sensibile sia molto più morbida ed elastica di quanto sembri a prima vista, per cancellare ciò che normalmente si vede nel tentativo di rendere visibile l’invisibile. Un altro aspetto fondamentale del suo lavoro è la partecipazione del pubblico: le sculture invitano sempre l’osservatore a spostarsi, a camminare nel colore, a esplorare diverse angolature ed esperienze in una temporalità dilatata. L’artista vuole risvegliare l’enorme potenziale della percezione e destabilizzare ogni approccio abitudinario allo spazio annullando confini, angoli e geometrie: lo sguardo si perde in emanazioni cromatiche dilatate e torna indietro per poi navigare più consciamente in un infinito che trapassa senza soluzione di continuità dalla dimensione esteriore a quella interiore.

La consistenza minimalista dei suoi lavori, risultato di una lucida intenzione di sottrarre, rimuovere, diminuire e ridurre per arrivare al massimo della semplicità della forma attraverso gesti essenziali, riesce a mettere in scena in modo misteriosamente sontuoso la bellezza della fragilità, senza per questo distrarsi dall’obiettivo di indagare i limiti del visibile per cercare nuovi modi di oltrepassarli. E proprio il profondo legame con la fisicità dello spettatore rende le sue opere creature vive, sensuali, mai asservite alla pura speculazione ottica o fisiologica, ed è all’origine del senso di meraviglia che suscitano nonostante l’estrema economia di mezzi con cui sono realizzate.

La galleria Studio G7 propone fino al 20 marzo un prezioso approfondimento sul lavoro di Ann Veronica Janssens in un allestimento essenziale altamente esemplificativo (nonostante ci troviamo in una galleria commerciale!) della vocazione dell’artista a lavorare sull’immaterialità attraverso dispositivi che alterano le normali percezioni per generare un “vuoto” carico di suggestioni.

Ad accoglierci all’ingresso troviamo l’installazione Orange sea blue (2005), duetto di luci bianche con filtri colorati che proiettano sulla parete un impossibile paesaggio astratto in cui l’alba coincide con il tramonto. L’effimera monumentalità di questa scultura, che potrebbe sparire all’improvviso solo spegnendo un interruttore, si espande nello spazio impregnandolo di un tempo lento, il tempo dell’ozio che permette di osservare e scoprire i fenomeni sottesi alle apparenze del reale. Le forme transitorie che Ann Veronica Janssens pensa e crea attraverso luci artificiali governate da semplici espedienti tecnici riflettono sull’essenza immateriale della pittura e interrogano il colore come esperienza da interiorizzare attraverso infinite gradazioni di afterimages. L’emozione di navigare nel colore sfruttando le proprietà della luce spinge la questione pittorica oltre la dissoluzione della materia e dell’oggetto e la proietta in uno stato mentale latente in cui i giochi della luce concretizzano le mutevoli manifestazioni dei fenomeni che seducono le nostre percezioni.

La scultura Golden square 45° turned (2013), formata da un supporto quadrato ruotato di 45° immerso nell’oro liquido poi solidificato è collocata alla parete opposta e il dialogo che instaura con Orange sea blue è così serrato da far pensare che vivano all’unisono. L’oro è lucente ma assorbe la luminosità, quindi l’opera, se avvicinata frontalmente a una sorgente luminosa, appare come un buco nero: questo prezioso corpo buio comincia ad accendersi e a diventare qualcosa di vivo quando lo spettatore inizia a osservarlo da diverse distanze e angolature. Solo a questo modo potrà sperimentare la fuggevolezza delle immagini nel riflesso cangiante del proprio movimento sulla superficie liscia e il passare del tempo nelle mutevoli reazioni dell’oro ai cambiamenti di luce naturale nelle diverse ore del giorno, che generano una variegata tavolozza arricchita dalle sfumature traslucide emanate da Orange sea blue. Ancora una volta Ann Veronica Janssens, con questo quadrato perfetto che, se osservato intensamente, sembra uscire dai suoi limiti geometrici e assumere una forma fluida e indefinita, riesce a neutralizzare i limiti che la razionalità impone alla percezione dimostrandoci attraverso l’inganno dei sensi come le cose non siano esattamente come noi le conosciamo e come la decifrazione di un fenomeno non si esaurisca in sé stessa ma sia il varco d’accesso a una realtà altra.

La mostra si prolunga idealmente fuori dalla galleria in un intervento ambientale nella Cappella dei Carcerati in Palazzo Re Enzo, realizzato in collaborazione con la galleria Alfonso Artiaco di Napoli. Qui l’artista dispone a terra tre specchi circolari che ribaltano la percezione dello spazio Trecentesco già riletto in chiave contemporanea nel 2003 dalla pittura murale dell’inglese David Tremlett. Anche qui la cifra espressiva di Ann Veronica Janssens è inconfondibile: il lavoro si infiltra nello spazio pubblico con discrezione ma produce un radicale stravolgimento della fruizione dell’ambiente e consiste in una scultura performativa che reagisce alle condizioni luminose e architettoniche del luogo che la accoglie.

Info:

Ann Veronica Janssens
25 gennaio – 20 marzo 2020
a cura di Chiara Bertola
Studio G7
Via Val D’Aposa 4/A Bologna

Veronica Janssens

Ann Veronica Janssens

Ann Veronica Janssens, exhibition view at Studio G7. Photo: Alessandro Fiamingo

Ann Veronica Janssens, Santa Maria dei Carcerati, 2019. Photo: Alessandro Fiamingo

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