Varcata la soglia che separa l’ambiente esterno di Piazza Duomo dagli spazi di Palazzo Reale, accessibile mediante un’ampia scalinata in pietra che eleva lo spettatore abbastanza da rendere irresistibile uno sguardo fugace dall’alto, ci si trova in un’ampia sala settecentesca immersa in una luce soffusa. Per accedervi bisogna superare un atrio lungo solo un paio di passi e attraversare una porticina socchiusa da una tenda azzurra, un breve passaggio che inevitabilmente ridefinisce le proprie dimensioni corporee non appena si fa esperienza delle enormi tele dipinte da Anselm Kiefer, disposte a formare uno stralcio di architettura che ricorda dei paraventi, o delle pareti che si piegano su sé stesse.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”, installation view, ph. credit Ela Bialkowska, OKNO, courtesy Palazzo Reale Milano
La mostra, intitolata “Le Alchimiste”, a cura di Gabriella Belli e visitabile fino al 27 settembre 2026, presenta nel contesto espositivo della Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano una serie di quarantadue pitture monumentali di recente produzione, realizzate nello studio di Croissy-Beaubourg, atelier parigino nel quale l’artista lavora dal 2009. Kiefer ha intervallato con alcune visite del sito il periodo di concepimento e produzione delle opere, prendendo in considerazione la relazione tra le tele e lo spazio espositivo, caratterizzato da una storia affascinante e travagliata. In precedenza denominato “Sala degli specchi”, lo spazio era stato edificato nel 1778 e decorato nel 1838 da Francesco Hayez con un affresco grande come l’intera volta, ora perduto per via dei bombardamenti aerei del 1943 che provocarono il crollo del soffitto. Così il palazzo rimase scoperchiato per cinque anni, durante i quali gli agenti atmosferici contribuirono al deterioramento degli interni, già erosi dalle fiamme e anneriti dal fumo. La sala conserva tuttora i segni della sua storia e appare come cristallizzata in un tempo indefinito generalmente associato al concetto di memoria, culminante a livello simbolico nelle numerose statue delle cariatidi, corpi femminili pietrificati di cui rimane solo il busto con gli arti mozzati dai quali fuoriescono le armature metalliche.

Da sx a dx: Anselm Kiefer, “Anne Marie Ziegler”, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, foglia d’argento, sedimento di elettrolisi, piombo, acciaio, carboncino e collage di tela su tela, 570 × 280 cm; “Camilla Erculiani”, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e collage di tela su tela. 570 × 280 cm. © Anselm Kiefer, ph. credits Nina Slavcheva, courtesy Palazzo Reale Milano
All’arrivo, la sala era popolata da una schiera di fotografi e videomaker impegnati a immortalare la prestigiosa manifestazione artistica. Una scena seducente nel suo essere piuttosto felliniana. E in effetti la mostra stessa, definita esplicitamente site-specific, come a stabilire un suo rapporto di superiorità rispetto all’arte trasportabile e riconvertibile, è senza alcun dubbio suggestiva. Adesso vorrei soffermarmi sull’etimo di suggestivo, in quanto la mia curiosità mi impone di verificare se questo vocabolo possa essere di utilità al prosieguo del racconto della mostra. La suggestione, secondo un autorevole dizionario che di rado delude le mie aspettative, è definita come un fenomeno della coscienza per cui un’idea, un desiderio o un comportamento sono imposti dall’esterno. Il dizionario sostiene, tra le confortanti pareti erette dalle parentesi, che la sua forma estrema presenta caratteristiche ipnotiche, aggiungendo poi che la suggestione dipende da una valutazione non oggettiva e da impressioni né razionali né critiche del fenomeno.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”, installation view, ph. credit Ela Bialkowska, OKNO, courtesy Palazzo Reale Milano
Cercare evidenze, conferme e sicurezze nella visita di una mostra lascia il tempo che trova, specialmente se si tratta di una bella mostra che alle volte può distrarre proficuamente e avviare un piacevole dialogo tra i pensieri e la materia sulla quale si posa lo sguardo. La disposizione delle opere favorisce un’esperienza del genere, offrendo la possibilità di scegliere il proprio percorso e di perdersi tra i dipinti prescrivendo un nascondino tra le persone e le opere, tra le opere stesse, e inevitabilmente tra sé e sé. Fra i primi commenti origliati fra il pubblico di coloro che sembravano appassionati conoscitori del lavoro dell’artista tedesco si prende nota sicuramente dello stupore per una copiosa presenza di superfici dorate e altrettanto stupore per la figurazione, caratteristica del primo periodo di Kiefer, poi abbandonata e ora riscoperta. Riguardo alla peculiarità dell’oro nelle tele di Kiefer, di questo scintillare e splendere ammetto di non avere provato stupore e azzarderei che nella produzione meno recente era semplicemente coperto da uno strato di terra. Dall’oro, ma non soltanto, emergono le figure che invece con sé non possono che portare stupore, sempre che questo sia il termine adatto. Emergono fragorosamente, non contemplano la quiete e portano con sé tutto ciò che le circonda, il caos, la materia, la natura. Che cosa sono queste figure? Sono state evocate dall’artista per rompere il placido legame con un paesaggio, profondo ma immobile, o meglio immobilizzato? A ricongiungere il cielo alla terra o a fare a brandelli il legame che pone l’essere umano nel mezzo?

Da sx a dx: Anselm Kiefer, “Isabella d’Aragona”, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, foglia d’argento, sedimento di elettrolisi, fiori essiccati, paglia e collage di tela su tela, 570 × 280 cm; “Lady Margaret Clifford of Cumberland”, 2025. Emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi, acciaio e argilla su tela, 570 × 280 cm. © Anselm Kiefer ph. credits Nina Slavcheva, courtesy Palazzo Reale Milano
A ogni figura è stata dedicata la stessa quantità di spazio, nonché quello delle mastodontiche tele di quasi sei metri di altezza per tre di larghezza, disposte su carrelli, che solitamente orbitano nello studio dell’artista prima di essere messe in mostra. I carrelli sono stati poi intersecati a formare come dei paraventi per giganti che si nascondono e si rivelano contemporaneamente l’uno con l’altro. Ogni figura porta con sé un nome, inscritto nella sezione superiore della tela con la tipica calligrafia corsiva che contraddistingue la parte testuale di opere fortemente visive che seppur sinteticamente costituisce un appiglio semantico nel movimento egemone della materia all’interno dei quadri di Kiefer. Il testo segue un criterio preciso rispetto all’opera e specifica senza lasciare spazio al dubbio su chi lo spettatore stia guardando. Si tratta, appunto, delle alchimiste che danno il titolo alla mostra, definite come figure femminili illustri dimenticate dalla storia e relegate sullo sfondo. La mia suggestione è che non siano qui per ristabilire un ordine ormai fuori tempo massimo, per ricostruire un equilibrio equo e giusto con i più celebri colleghi uomini perché non è più possibile. Nulla al mondo cambierà ciò che è stato, la memoria può rivelarsi utopica, precaria e fragile, difenderla a spada tratta distoglie lo sguardo dal curarsi delle voci sofferenti che infestano il nostro presente, subordinandole a un’idea di giustizia, di equità, di conforto per la coscienza.

Anselm Kiefer, “Le Alchimiste”, installation view, ph. credit Ela Bialkowska, OKNO, courtesy Palazzo Reale Milano
Kiefer identifica nell’alchimia la possibilità di generare nuove relazioni dall’unione di elementi e materie diverse in modo tale da ottenere esiti imprevedibili risultanti in una scoperta su noi stessi o su ciò che ci circonda. È riduttivo, però, definire queste figure unicamente “alchimiste”, termine per giunta non universalmente noto e inoltre associato all’occultismo, a un sapere esoterico per di più inquietante e per giunta pericoloso, capace di poter sovvertire il consueto sguardo verso le cose e addirittura trasformarle. Le alchimiste sono quindi scienziate, naturaliste, filosofe di vario genere e studiose di molteplici branche di questo sapere, sono proto farmaciste, cosmetologhe, chimiche, sono economiste, diplomatiche, militari, militanti e politiche, imprenditrici, musiciste, drammaturghe, scrittrici, bibliotecarie e infine alchimiste nel senso proprio del termine ovvero esperte nell’arte di trasmutare i metalli proprio come Kiefer che in questo momento però mette in pratica le sue conoscenze, se non per raccontare le loro storie, per porre lo spettatore dinanzi a una suggestione che non può lasciarlo indifferente.
Info:
Anselm Kiefer. Le Alchimiste
07/02/2026 – 27/09/2026
Palazzo Reale Milano, Sala delle Cariatidi
Piazza del Duomo, 12 – Milano MI
www.palazzorealemilano.it

Originario di Bologna, studia design della moda e arti multimediali allo IUAV di Venezia. Crede nella possibilità di sconfinamento tra le discipline e che l’arte possa avere un ruolo attivo nell’abbattere le disuguaglianze e unire le persone creando comunità.



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