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ATTENZIONE! L’arte come resistenza visiva nell’era...

ATTENZIONE! L’arte come resistenza visiva nell’era dell’immagine moltiplicata

Nel territorio interstiziale tra percezione diretta e mediazione tecnologica si apre oggi uno spazio di riflessione particolarmente fecondo che interroga non solo i meccanismi della rappresentazione, ma la sua stessa ontologia. In un’epoca caratterizzata da quella che il filosofo coreano Byung-Chul Han definirebbe “ipertrofia del visibile”, la moltiplicazione esponenziale delle immagini non corrisponde necessariamente a un potenziamento della visione, ma piuttosto al paradosso di una cecità da sovraesposizione. L’attenzione – risorsa sempre più rara nell’economia cognitiva contemporanea – diventa così elemento centrale non solo nella fruizione ma nella stessa produzione artistica, configurandosi come forma di resistenza e, contemporaneamente, come dispositivo critico. Non a caso Jacques Rancière ha indicato nella “partizione del sensibile” il territorio privilegiato della politica dell’estetica: ridefinire le coordinate della percezione significa, in quest’ottica, intervenire direttamente nei processi attraverso cui si costituisce la nostra esperienza del mondo, ristabilendo gerarchie di valore e meccanismi di selezione che l’universo digitale tende invece a livellare nell’equivalenza indifferenziata del flusso.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

In quest’ottica, la mostra “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, curata da Giacinto Di Pietrantonio presso Studio la Città, si configura come un’indagine multiprospettica sui meccanismi di traduzione, trasmissione e trasformazione dell’immagine. Gli artisti coinvolti – Nando Crippa, Loredana Di Lillo, Marco Palmieri, Giuseppe Stampone e Vedovamazzei – esplorano, ciascuno con modalità proprie ma all’interno di una costellazione concettuale coerente, i processi di migrazione e metamorfosi che caratterizzano l’immagine nell’ecosistema mediale contemporaneo, esponendone le frizioni, i cortocircuiti, le potenzialità inespresse.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Particolarmente emblematica in tal senso appare la serie Early Works di Vedovamazzei, duo artistico nato nel 1991 e composto da Maristella Scala (Napoli, 1964) e Simeone Crispino (Frattaminore, 1962), che articola un processo di trasmissione a tre fasi: opere pittoriche storiche vengono mostrate, attraverso riproduzioni fotografiche, a bambini tra i sei e i dodici anni; questi le riproducono a memoria su piccoli fogli; infine, gli artisti “trascrivono” i loro disegni su grandi tele o li traducono in sculture. A questo modo si realizza una sorta di “telefono senza fili” visivo che interroga tanto l’autorialità quanto i meccanismi della memoria e dell’interpretazione. La mediazione dello sguardo infantile, non ancora pienamente disciplinato dalle convenzioni rappresentative, opera come strumento di defamiliarizzazione che permette di riscoprire potenzialità espressive inattese nell’immagine originaria. La distanza che separa l’opera di partenza dalla sua reinterpretazione finale diventa così spazio generativo in cui si manifestano tanto le trasformazioni quanto le persistenze: ciò che rimane riconoscibile nonostante le successive traduzioni rivela qualcosa dell’essenza comunicativa dell’immagine, della sua capacità di resistere al processo di trasmissione conservando un nucleo semantico riconoscibile. Nei due autoritratti di Rembrandt riprodotti secondo questo protocollo presenti in mostra è interessante rilevare l’imperfetta coincidenza tra l’espressività del volto percepita dal bambino e la successiva traduzione di Vedovamazzei. Quello degli artisti, inevitabilmente, non è un meccanico ingrandimento del disegno infantile, ma un’interpretazione della sua sintesi espressiva attraverso una rilettura fondata su un linguaggio visivo più complesso l’intuizione sintetica del disegno originale. In questo modo, il filtro dello sguardo bambino diventa non limite ma risorsa, strumento di accesso a una dimensione percettiva che l’occhio adulto, educato e quindi in qualche misura disciplinato, tende a escludere.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Su un altro piano, ma in una direzione altrettanto critica rispetto ai meccanismi di riproduzione e circolazione delle immagini, si muove la ricerca di Giuseppe Stampone (Cluses, 1974). Le sue opere, realizzate con la caratteristica penna bic – strumento in apparenza anacronistico nell’era digitale – si confrontano direttamente con l’immaginario della rete, appropriandosi di iconografie mediatiche per sottoporle a un processo di rielaborazione tanto tecnica quanto concettuale. La mano dell’artista si fa “fotocopiatrice intelligente”, come lui stesso si definisce, in una sfida alle modalità meccaniche di riproduzione che rivendica per l’umano non l’unicità del gesto ma l’intelligenza del processo. Le sue composizioni stratificate, risultato di decine di velature sovrapposte, restituiscono immagini di straordinaria densità visiva che, pur avvicinandosi alla precisione fotografica, conservano la qualità tattile e la dimensione temporale del disegno. La paziente sedimentazione di segni minimi si contrappone così all’istantaneità della riproduzione digitale, recuperando quell’aspetto processuale che Walter Benjamin riconosceva come costitutiva dell’aura dell’opera. La dimensione politica permea profondamente il lavoro di Stampone, manifestandosi in opere di forte impatto simbolico, come la virtuosistica reinterpretazione miniaturizzata de La zattera della Medusa di Géricault, dove l’iconografia del naufragio romantico viene attualizzata come allegoria delle tragedie mediterranee dei nostri giorni. Nelle opere grafiche dell’artista, l’accuratezza quasi maniacale dell’esecuzione tecnica non è esercizio solipsistico, ma necessità etica: il tempo dilatato della creazione manuale diventa una resistenza all’accelerazione capitalistica, mentre la precisione del dettaglio richiama lo spettatore a una responsabilità dello sguardo che si traduce in un invito alla responsabilità politica. Si instaura così una tensione generativa tra la dimensione globale dei temi affrontati e la radicale singolarità del gesto artistico, in un cortocircuito che, recuperando la lezione di Pasolini sulla “forza del passato”, articola una critica della contemporaneità tanto più efficace quanto più radicata in una pratica che sfugge alla sua logica dominante.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Non meno significativa appare la ricerca di Loredana Di Lillo (Gioia del Colle, 1979), che con Life in War Color Palette opera una trasfigurazione delle immagini giornalistiche di guerra in astratte composizioni geometriche. L’artista estrae dalle fotografie di cronaca pubblicate sui quotidiani internazionali le dominanti cromatiche, trasformandole in pattern visivi che, pur nella loro apparente astrazione, mantengono un legame indissolubile con il referente originario. L’opera si presenta come un’unità inscindibile con la pagina di giornale che l’ha ispirata, creando una contrapposizione dialettica tra la violenza rappresentata nell’immagine documentaria e la sua traduzione in un linguaggio formale a prima vista neutro. Quest’operazione di astrazione non si configura tuttavia come rimozione o sublimazione, ma piuttosto come tentativo di elaborare un diverso protocollo percettivo che consenta di cogliere, al di là della specifica referenzialità dell’immagine, le strutture profonde della sua organizzazione visiva e, per estensione, del suo impatto emotivo.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Le piccole terrecotte, i bassorilievi dipinti e i disegni di Nando Crippa (Merate, 1974) sembrano muoversi in direzione opposta, recuperando una matrice artigianale e una scala ridotta che si pongono in controtendenza rispetto alla saturazione visiva contemporanea. Anche in questo caso, tuttavia, la fonte primaria è spesso costituita da immagini mediatiche isolate dal loro contesto e trasfigurate in una dimensione che oscilla tra metafisica e realismo magico. L’artista opera una sorta di malinconica minimalizzazione in cui oggetti e figure, estrapolati dal flusso ininterrotto dell’informazione visiva, si trovano congelati in una staticità straniante che ne rivela l’intrinseca artificialità. La posa – elemento costitutivo dell’immagine fotografica che Crippa traduce anche tridimensionalmente – diventa così emblema di quella condizione di perpetua autorappresentazione, isolata in una sorta di vuoto esistenziale, che caratterizza la vita nell’epoca dei social media.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Completano il percorso espositivo le opere di Marco Palmieri (Napoli, 1969), i cui acquerelli esplorano l’eredità del modernismo metafisico italiano attraverso una pratica che si colloca all’intersezione tra pittura, fotografia e architettura. I suoi Omaggio a Carrà, de Chirico, Sironi, Morandi e le serie Horizons e Paradigma propongono una sintesi visiva che, pur utilizzando la tecnica dell’acquerello, evoca deliberatamente una qualità fotografica, interrogando così lo statuto di verità dell’immagine. Molto importante nel processo creativo di Palmieri è la dimensione artigianale che precede l’esecuzione pittorica: l’artista realizza infatti meticolosi modellini tridimensionali nel suo studio – piccole architetture, composizioni oggettuali, scenari minimali – che successivamente fotografa o traduce direttamente in pittura. Questo passaggio intermedio acuisce la dialettica tra costruzione e rappresentazione, tra oggetto e immagine creando un cortocircuito spazio-temporale dove la pittura non è riproduzione del reale ma traduzione di un simulacro già costruito come immagine potenziale. La miniaturizzazione dell’esperienza spaziale, con le sue alterazioni prospettiche e le sue compressioni scalari, genera così un effetto di straniamento che riattiva la lezione della metafisica italiana attraverso un linguaggio visivo contemporaneo. Palmieri sembra suggerire che, nell’epoca della post-verità, la distinzione tra autentico e simulacro perde progressivamente di significato in favore di una concezione dell’immagine come territorio di negoziazione tra diverse modalità del vedere e dell’abitare lo spazio, sia esso fisico o rappresentato.

AA.VV. “ATTENZIONE! quell'Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

AA.VV. “ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia”, INSTALLATION VIEW, courtesy Studio la Città, Verona

Il percorso espositivo orchestrato da Di Pietrantonio si articola così come una costellazione di pratiche che, pur nella loro eterogeneità, convergono nell’interrogare criticamente i meccanismi di produzione, riproduzione e fruizione dell’immagine nell’ecosistema mediale contemporaneo. In questo senso, il titolo stesso della mostra – “ATTENZIONE!” – si configura non tanto come allerta, quanto come invito a recuperare quella facoltà attentiva che l’ipertrofia visiva rischia di compromettere. Prestare attenzione significa, in quest’ottica, resistere all’equivalenza indifferenziata del flusso per ristabilire gerarchie di valore e modalità di fruizione che consentano all’immagine di conservare il suo potenziale critico e la sua capacità di generare significato. In ultima analisi, ciò che la mostra suggerisce è che nell’epoca della riproducibilità digitale, l’aura dell’opera non risiede più nella sua unicità materiale – ormai definitivamente compromessa – ma nella capacità di attivare protocolli percettivi che trasformino lo spettatore da consumatore passivo a interprete attivo. In questo senso, l’attenzione si configura non solo come facoltà cognitiva ma come vera e propria pratica etica che, nell’epoca dell’accelerazione permanente, costituisce forse la forma più radicale di resistenza.

Info:

ATTENZIONE! quell’Arte che Viene che Va dalla fotografia
a cura di Giacinto Di Pietrantonio
opere di: Nando Crippa, Loredana Di Lillo, Marco Palmieri, Giuseppe Stampone e Vedovamazzei
29/03/2025 – 30/05/2025
Studio la Città
Lungadige Galtarossa 21, Verona
www.studiolacitta.it


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