Paola Tassetti. Psicogeografie emozionali lungo le vie dell’Anima Mundi

Il fare arte di Paola Tassetti è forse, più di tutto, un fare anima. Un viaggiare quindi, infaticabile e continuo tra il presente e il passato, la cultura e la natura, la mente e il corpo. Un’odissea contemporanea che esplora e dà nuova forma a territori fisici e paesaggi mentali.

La mostra Iconema. Ipertrofie naturali a cura di Massimo Vitangeli, presso lo Spazio K nel Palazzo Ducale di Urbino, condensa in maniera significativa il modo di procedere proprio dell’artista.

Entrando nel salone della grande cucina lo sguardo viene irresistibilmente catturato dalla vorticosa presenza dell’opera Iconema. Sul pavimento, in forma concentrica, a richiamare la poetica dei gironi danteschi, si mescolano tracce vegetali, elementi minerali, oggetti anatomici e di vita quotidiana, sculture in gesso di Afrodite, Eros e Pitino, frammenti della storia individuale dell’artista. Al centro della composizione un utero, a simboleggiare l’atto della fecondazione e della generazione. Tutto è scrupolosamente raccolto e trovato da Paola Tassetti in viaggi e peregrinazioni su e giù per la penisola. Come Telesforo, dio etrusco tutelare del viaggio, attraversa boschi e montagne, gipsoteche e archivi, coste marine e luoghi sconosciuti. Queste raccolte minuziose e scientifiche sono gli atti primi che generano l’opera. Un intreccio anatomico-vegetale, che si sviluppa in una circolarità misteriosa, capace di condensare la memoria collettiva e quella individuale, restituendo una psicogeografia emozionale dell’ambiente e della cultura.

L’archivio mineralogico è composto da due vecchie scale in legno ottocentesche e da un cassetto che contiene al suo interno una tavola del 1774. L’artista interviene e modifica sia la tavola sia le scale. Le sezioni rocciose sulla carta prendono la forma di membri maschili umani ossarili. Dalla pietra centrale scaturisce invece un fiore aperto, sorgente di vita e di fecondazione. Dentro le scale si osservano pietre raccolte tra il Trentino, il Conero, la Toscana e i Monti Sibillini. Gli elementi minerali sono uniti tra loro da triangolazioni create con il filo, che restituiscono l’impressione di una forma scheletrica. In cima ai gradini sostano presenze vegetali, sempre provenienti dai rituali di raccolta che contraddistinguono l’azione artistica di Paola Tassetti.

Un trittico è poi composto da tre tavole anatomiche e botaniche rielaborate. Nella prima, riguardante la fecondazione di fiori monocotiledoni e dicotiledoni, l’artista modifica gli elementi naturali grazie all’inserimento di occhi, orecchie, vagine, lingue e cellule. Nella seconda, che tratta la disseminazione e la germinazione dei frutti e dei semi, viene utilizzato uno schema compositivo simile. Questa volta però gli innesti anatomici non hanno un sapore umido, bensì un aspetto calcificato. I frutti e i semi sono intrecciati a membri ossarili maschili. Il gioco che si crea è quello di una contrapposizione dolce e intelligente tra l’accoglienza del femminile e la durezza del maschile. La terza tavola si concentra quasi esclusivamente sugli occhi, i grandi artefici della visione naturale e artistica. La tela diventa un vero e proprio inno all’apparato lacrimale e alla potenza creatrice che questa dimensione organica esprime e contiene. Gli occhi del resto sono i grandi alleati dello spirito qui sulla Terra.

L’opera Privus Naturante catapulta lo sguardo in uno spazio onirico e antico, sensuale e religioso, anatomico e vegetale. Un uomo è seduto su una pietra, sullo sfondo un arco e resti arcaici. Il volto umano della figura ha lasciato il posto ha un’esplosione floreale dalle tinte rosse, verdi e bianche. Anche l’apparato venoso ha subito dei cambiamenti, ora assomiglia a un sistema linfatico vegetale, rubino e sgargiante. Nella mano destra il teschio della vanitas si trasforma in un fiore bianco, bianchissimo. L’horror vacui proveniente dalla meditazione sulla morte lascia il posto alla contemplazione di una fioritura, di una vita sorgente e sensuale. La tela è sostenuta da un porta flebo metallico, ritrovato in un ex-ospedale psichiatrico. In alto un’ampolla rovesciata, da cui forse gocciola la pozione naturale e magica che dà nuova vita e forma all’uomo del dipinto, alchimia contemporanea. Ai piedi dell’opera, sul pavimento, si appoggiano delicatamente meravigliosi fiori rosa, per ricordarci che l’anima e il cuore possono fiorire in ogni tempo e in ogni luogo.

La mostra chiude il suo cerchio con un’installazione dal tono mistico e religioso, all’interno del camino: Humanus Fumus. Un’antica struttura in ferro arrugginito ospita una composizione circolare. Un grande occhio è immerso nell’erba verde. Dalla sommità del bulbo oculare fuoriesce un fumo rossastro, che squarcia la serenità della visione. Forse il mondo è sull’orlo del collasso? Forse solo la bellezza senza riserve lo potrà salvare? Sopra all’occhio una foglia di palma secca con al centro fiori rosa. Ai piedi un cassetto in legno contiene pietre bianche e grigie, una stuoia giapponese finemente decorata ci invita a inginocchiarci, come in un rito, per contemplare e sognare la forza resistente e liberante dell’Anima Mundi che Paola Tassetti racconta e dispiega.

Info:

I C O N E M A

Rassegna – Il Tempo Dello Sguardo
A cura di Massimo Vitangeli – Peter Aufreiter

Paola Tassetti
Dal 5 settembre al 13 ottobre 2019 (Grande Cucina Palazzo Ducale Urbino) SPAZIO K

Paola Tassetti, Archivio Mineralogico Ossarile, 2019 Legno Roccia Herbarium Ph. Wilson Santinelli

Paola TassettiPaola Tassetti, Iconema, 2019. Reliquario psicogeografico Diametro installazione 6M Oggetti prelevati dalla realtà ampolle urne cofanetti vetro piante essiccate anatomia gomma gesso archivi vegetali Ph. Paola Tassetti

Paola Tassetti, Trittico. Studi di Microbiologia Anatomica, 2019 85×120 Ph. Paola Tassetti

Paola Tassetti, hūmānus fūmus – the human condition. EMBLEM X 2019 Canvas Ferro Legno Roccia




All’ICA Milano va in scena l’Apologia della Storia

A Milano nasce ICA (Istituto Contemporaneo per le Arti), sotto la direzione di Alberto Salvadori. Si tratta di uno spazio no profit per la città, dal respiro internazionale, nel segno dell’inclusione, dedicato alle arti e alla cultura contemporanea, alla ricerca e alla sperimentazione.

La sede si trova nell’ex zona industriale di via Orobia, non lontano dalla Fondazione Prada. L’istituto inaugura la sua attività di ricerca con una mostra ambiziosa e suggestiva: Apologia della Storia – The Historian’s Craft a cura di Alberto Salvadori e Luigi Fassi. Il percorso espositivo prende avvio e si struttura a partire da una riflessione contemporanea sul tema della storia, intesa e pensata come strumento di indagine e come metodologia di conoscenza del presente. Il titolo della mostra fa riferimento al saggio del grande storico francese Marc Bloch Apologia della Storia o Mestiere di Storico, scritto nel 1940 e pubblicato postumo nel 1949.

La riflessione blochiana va intesa come un discorso sul metodo scientifico della ricerca storica, ma soprattutto come “un’accorata difesa della storia come disciplina umanistica, ispirata dalla volontà di comprendere l’uomo nella complessità delle sue vicende”. Focalizzare l’attenzione sulla complessità delle vicende umane significa capire che l’uomo sta al centro della storia, ne è il protagonista ed è quindi necessario cogliere le tracce del suo agire lungo il corso del tempo. La storia è una materia viva che grazie al recupero di una memoria collettiva consente una conoscenza del passato più consapevole, e questa conoscenza diventa, a sua volta, un utile strumento per meglio affrontare i problemi odierni. Questo può avvenire grazie all’attuazione di uno scambio incessante tra  il passato e il presente, un lavoro di interpretazione e di scoperta fluido e continuo. Un’operazione ermeneutica che ha come suo centro gli uomini concreti che fanno e subiscono la storia. La dimensione della temporalità va allora intesa come materia concreta, aspetto questo che accomuna la pratica storica con quella artistica. Un altro punto di contatto tra arte e storia può essere individuato nel fatto che entrambe le discipline utilizzano strumenti interpretativi che, per forza di cose, non possono essere puramente razionali e tecnici, rimane sempre, all’interno della lettura, una componente poetica e creativa.

Gli artisti in mostra sono Yto Barrada, Lothar Baumgarten, James Lee Byars, Nanna Debois Buhl, Ryan Gander, Haroon Gunn-Salie, Arjan Martins, Santu Mofokeng, Antonio Ottomanelli, Paul Pfeiffer, Javier Téllez, Mona Vatamanu & Florin Tudor.

L’obiettivo è quello di ripensare il presente alla luce di alcuni avvenimenti storici che hanno contrassegnato il passato prossimo, quello a noi più vicino.

L’opera The Conscience (1985) di James Lee Byars dà avvio all’esposizione. Una misteriosa e affascinante scultura in vetro, legno e oro pone lo spettatore in una dimensione riflessiva. L’atmosfera che si respira è densa e profonda, quasi mistica. Diventa così possibile interrogarsi sull’idea stessa di coscienza, su quali siano i limiti e le possibilità conoscitive e interpretative dell’intelletto umano.

Particolarmente interessante è l’opera di Yto Barrada, intitolata Plumbers Assemblage (2014). Il lavoro è composto da una serie di dieci fotografie scattate nella piazza Gran Socco a Tangeri. Gli scatti riportano rubinetti e tubi stranamente assemblati da idraulici disoccupati. Le composizioni hanno l’obiettivo di segnalare la disponibilità al lavoro. Questo gesto messo in atto dai lavoratori assume una grande valenza politica, sottolineando l’estrema gravità della mancanza del lavoro che affligge la società contemporanea.

Mona Vatamanu e Florin Tudor presentano un’opera filmica estremamente poetica, dal titolo Right of Spring (2010), che prende avvio da un gesto semplicissimo: alcuni bambini bruciano mucchietti di polline di pioppo per le vie di Bucarest. Questa azione è simbolo di speranza, cambiamento e rinnovamento, infatti i piccoli incendi  e le scintille infuocate che danzano per le strade cittadine diventano il segno di un innocente desiderio di mutamento dell’ordine presente, evocando il sogno di un mondo diverso, più giusto e libero.

Un’attenzione particolare va infine riservata al lavoro di Antonio Ottomanelli. L’artista italiano presenta una serie di lavori capaci di far dialogare in modo straordinariamente efficace e poetico la memoria collettiva e quella individuale. Così facendo diventa un investigatore che lavora connettendo due piani temporali: il passato e il presente. La serie fotografica Great Baghdad Garden (2010 – 2014) mette in luce molto bene la capacità interpretativa e costruttiva dell’artista. Ottomanelli presenta le immagini del parco di Baghdad Al – Zawara, sede del giardino zoologico della città. Dall’osservazione emerge chiaramente come la guerra determini una trasformazione radicale, e a tratti assurda, della memoria collettiva di un luogo e di un’intera società. L’opera si pone più esattamente in un punto mediano, quello tra la distruzione e la ricostruzione possibile.

Tutta la mostra si gioca in fondo, con grande perizia e precisione, su questa sottile oscillazione tra le contrastanti possibilità storiche dell’annientamento e della costruzione. In questo modo, come sostengono i curatori “l’arte che osserva la storia manifesta lo stupore di voler comprendere la dimensione della temporalità e rivela la capacità di mitigare la malinconia della finitezza con la piena coscienza della volontà della vita di rinnovarsi e continuare a meravigliare”.

Info:

Apologia della Storia – The Historian’s Craft
ICA Milano
Via Orobia 26, 20139 Milano
25/01/2019 – 15/03/2019
ORARI: Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica dalle 12 alle 20
Chiuso dal lunedì al mercoledì.
Ingresso libero

 ICA MilanoJames Lee Byars, The Conscience, 1985 Ph. Dario Lasagni

Paul Pfeiffer, Study for Incarnator 2018 Ph. Dario Lasagni

ICA MilanoBackground: Yto Barrada, Plumber Assemblage, 2014 e Untitled (felt circus flooring, Tangieri), 2013-2015
Right: Haroon Gunn-Salie, History after apartheid, 2015 Ph. Dario Lasagni

ICA MilanoRyan Gander, 2000 year collaboration (The Prophet) 2018




Enrica Borghi, sulla via di Apollo

…il re del tempio,
Apollo l’obliquo,
coglie la visione
attraverso il più diritto
dei confidenti, l’occhiata
che conosce ogni cosa.
Le menzogne lui non afferra,
né dio né uomo lo inganna
con opere o con disegni.[1]

E se oggi Apollo fosse una donna? E se avesse le sembianze di un’artista?

Attraversando la mostra ECO. Opere di Enrica Borghi, a cura di Lorella Giudici, al Castello Visconteo Sforzesco di Novara, ci si potrebbe porre questa intrigante domanda.

Niccianamente parlando, Apollo è il dio della visione, della luce, del sogno, dell’illusione e della bella forma. Nella concezione greca dell’arte e della cultura il principio apollineo dialoga, si confronta e talvolta si scontra, con la dimensione del dionisiaco, con il fondo caotico e disordinato della vita, con il suo procedere irrazionale e tumultuoso. Da una parte quindi l’aspetto illogico e istintuale dell’esistenza, dall’altra il desiderio di una messa in forma, del limite. Apollo, sintetizzando ai minimi termini, è colui che riesce a incanalare positivamente la straordinaria e possente forza vitale di Dioniso.

L’armonica limpidezza delle Veneri di Enrica Borghi, la scintillante sontuosità del grande abito da sera blu (Grande Soirée), la delicata compostezza del  Muro fatto di croci, a loro volta formate da piccole palline rivestite dalla carta in alluminio dei cioccolatini, il prezioso equilibrio cromatico degli Arazzi, l’attraente maestosità dell’Architettura di luce, sembrano trasmettere il bisogno di una messa in forma di un mondo che è originariamente dionisiaco. E’ come se l’artista partisse da uno sguardo  gettato sul fondo più oscuro e contraddittorio del vivere quotidiano, sull’orgia incessante e pazza della produzione capitalistica che crea all’infinito, senza sosta e senza pace.

Enrica Borghi guarda in faccia il reale, nella sua insensatezza, nel suo delirio di onnipotenza consumistica, nella sua tracotante mania di accrescimento. L’artista focalizza la sua attenzione sull’infinita montagna di scarti e di rifiuti che la danza orgiastica del capitalismo contemporaneo deve produrre per poter sopravvivere. Le sue opere sono infatti realizzate grazie all’utilizzo di materiali d’imballaggio, soprattutto plastici, come bottiglie, sacchetti, tappi e unghie finte. Dioniso vuole solo la vita che pulsa e canta, il godimento sfrenato, l’ebbrezza coribantica del momento, la soddisfazione immediata degli istinti e delle pulsioni. Nella società contemporanea questo soddisfacimento acefalo viene promesso dal mercato e dai suoi prodotti. Dietro questa promessa resta però una scia terribile di distruzione, di inquinamento, di rifiuto e di scarto. L’atteggiamento di Enrica Borghi è apollineo proprio perché getta luce su questa dinamica mortifera, l’artista se ne fa carico, prende le macerie e si mette a creare. Il non-senso si trasforma, come d’incanto, in senso. Il dis-valore diventa valore.

Il desiderio che emerge è di trasfigurazione, di trasformazione. Si potrebbe dire che l’esigenza profonda dell’artista è proprio quella di sublimare il caos nella forma, è il tentativo meraviglioso di ridare dignità a ciò che sta sull’orlo dell’abisso e della sparizione. E’ anche un atto straordinario di libertà e di resistenza. Enrica Borghi libera infatti i materiali dal loro destino effimero e meccanico, e sottraendoli dal circolo vizioso della produzione infinita, dona loro una seconda vita, li proietta in una dimensione altra e diversa, luminosa e vitale, quella dell’arte. La sofferenza, la crudeltà e l’insensatezza diventano occasione di rinascita. All’interno di questo processo lo spettatore viene trasportato e trascinato lungo un sentiero di cristallina bellezza e meraviglia.

La mostra diventa un viaggio all’insegna dello stupore. Ci si stupisce soprattutto che da oggetti così umili e semplici, denigrati e rifiutati, possa nascere un mondo tanto ricco e poetico, attraente e seducente. Com’è possibile che sull’orlo dell’abisso consumistico fiorisca una visione estetica così travolgente?

Non è semplice dare una risposta univoca a questa domanda. Forse la grandezza artistica dell’opera di Enrica Borghi risiede nella sua capacità di vedere, e di far vedere, con estrema lucidità, le contraddizioni e i paradossi della società contemporanea in cui vive, di farsene carico, provando a rendere vivo ciò che sembra morto. Questa presa di coscienza diventa per lei una sfida, un compito, uno stimolo di creazione e di trasformazione, è l’occasione per dare nuova forma e prospettiva  al flusso incoerente dell’esistenza. Quando tutto sembra perdersi e dissolversi in un turbinio di sprechi e insensatezze, l’artista inverte la rotta, segnala nuovi itinerari di navigazione, tiene tra le sue abili mani i resti di un mondo al confine della dissolvenza e, partendo da questi resti, traccia nuove mappe, cariche di energia e speranza, misteriose e apollinee, radiose e lucenti.

Andrea Grotteschi

[1]    Citazione tratta da G. Colli, La Nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1975.

For all the images: ECO. Opere di Enrica Borghi, installation view at Castello Visconteo Sforzesco di Novara




Florian Roithmayr. Matrici Scultoree

Florian Roithmayr (1976) è un artista colto, ha una padronanza vasta e profonda della disciplina scultorea, ne conosce la storia e l’evoluzione. Studia le forme, i gesti e i processi che caraterizzano questa pratica. L’indagine si snoda lungo un percorso di ricerca rigorso, fatto di sperimentazione e studio. C’è unità tra l’esplorazione di tecniche e materiali e l’analisi delle prassi creative. È particolarmente interessante l’importanza che Roithmayr attribuisce all’osservazione e all’approfondimento dei calchi utilizzati per la produzione delle sculture, è come se volesse prendere confidenza con le matrici che conducono alla formazione artistica. Questa familiarità con la storia della plasticità si armonizza meravigliosamente con l’imprevedibilità che scaturisce dall’intreccio tra materie, tecniche e stili diversi. Si creano forme sorpendenti e uniche, difficilmente classificabili. L’artista è profeta, l’opera oracolo. Alcuni elementi si fondono a partire da un’antica conoscenza, il risultato però resta aperto, sorprendente, mai totalmente calcolabile.

La mostra these here withins, a cura di Bianca Baroni, presso la galleria Renata Fabbri di Milano, sottolinea in modo efficace la sapiente complessità dell’artista tedesco, la cui ricerca mira alla creazione di una relazione nuova e inaspettata con il mondo della scultura. Il primo lavoro presentato in mostra si intitola Nowadays cocoon e cattura l’attenzione per una sua specifica monumentalità, molto diversa da quella ordinaria. L’opera, pur essendo alta oltre tre metri, è eterea, leggera, in armonia con la parete che la ospita. Colpisce ma non urta, affascina senza aggredire. Dal basso sale verso l’alto, affusolandosi sempre più, fino a convergere in un solo punto. È una semplicità attraente, composta da poche linee sinuose e da un cerchio.

Un’ idea di circolarità è presente lungo tutto la mostra, ogni stanza ospita infatti sul pavimento piccole sfere bianche di gesso, essenziali e poetiche, alcune dalla superficie perfettamente continua, altre bucate o dimezzate. Nell’osservarle qualcosa di arcaico si manifesta.

Se si posa lo sguardo sulla lunga parete che unisce le prime due sale, si entra in contatto con una serie di sei lavori cromaticamente allettanti, vicini alla forma del corallo. Sono composizioni create mescolando il gesso alabastrino e il pigmento. Queste piccole sculture si appoggiano delicatamente sul muro bianco, facendo correre i nostri occhi all’interno di una bellissima scala cromatica fatta di giallo, blu, verde, arancione, viola e rosso.
La Forma n.16 si trova invece al centro della seconda sala, la scultura è intensamente gialla, ricchissima di insenature e anfratti, appoggiata sopra a una lastra d’acciaio azzurro liscissima e incontaminata, sostenuta da un supporto di legno e ferro battuto. Forse quest’opera racchiude in modo esemplare tutta la densità, la perizia e lo studio che Florian Roithmayr dedica al suo lavoro.

Ciò che si vede è infatti il risultato di un processo affascinante e misterioso. Il gesso liquido viene invaso dal poliuretano espanso, i due materiali si legano, si contaminano, c’è una strana dinamica tra il dare forma e il prendere forma, una sorta di reciprocità assoluta. Tutto poi si ferma, si solidifica. L’artista ripulisce il gesso dal poliuretano. Un’operazione minuziosa e lenta, che riscopre, passo dopo passo, gli incavi, i fori e i sentieri che attraversano la materia. Si tratta di una pratica creativa certamente libera ma allo stesso tempo pensata e riflessa. Usando le parole dell’artista si può dire che il suo percorso di ricerca trae spunto da “un nuovo modo di pensare la scultura come flusso tra spazio positivo e negativo”.
Un omaggio al “negativo” è l’opera Pistacchio. Una piccola massa informe, frammento e scarto proveniente dall’operazione creativa messa in atto da Roithmayr che si definisce istigatore piuttosto che creatore. Questa sottolineatura dell’avanzo vuole probabilmente focalizzare l’attenzione sull’importanza del processo e dell sue implicazioni e non solo sull’artefatto e sul risultato ottenuto.

La serigrafia These here withins, presentata nell’ ultima sala, conclude lo sviluppo del percorso espositivo dandogli pieno compimento. Sul foglio sono raffigurate alcune sezioni di calchi, forme che nella mostra ricoronno, comparendo per esempio in Nowadays cocoon e in EndStart n.12. Sono i segni dell’appasionata ricerca che l’artista conduce nell’esplorazione di numerose gipsoteche europee. Un viaggio archivistico che interroga le matrici e le sorgenti che nel tempo hanno dato vita a una miriade di sculture. Una presa di coscienza che garantisce la possibilità di formulare nuove ipotesi di lavoro, di sperimentare nuovi approcci creativi, di riscoprire le fonti della visione per proiettarle sapientemente nel futuro.

nota:

Per un approfondimento ulteriore si veda l’intervista di Bianca Baroni a Florian Roithmayr in occasione di these here withins, prima personale dell’artista in Italia presso Renata Fabbri Arte Contemporanea (Milano).

Andrea Grotteschi

Info:

Florian Roithmayr – these here withins
Renata Fabbri Arte Contemporanea
18 settembre – 3 novembre 2018
Orari di apertura: Martedì – Sabato 15.30 /19.30 Lunedì e mattino su appuntamento

Florian Roithmayr, these here withins, installation view, 2018

Florian Roithmayr, Forma nr.16, 2018, gesso alabastrino, pigmento, legno, ferro battuto e acciaio, cm 40x70x180

Florian Roithmayr, Nowadays cocoon, 2015, gesso alabastrino, feltro, plastica, cartoncino, cotone, cm 31x5x314

Florian Roithmayr, these here withins, installation view, 2018




Villa Nigra. Continuum

Villa Nigra. Un luogo sospeso nello spazio e nel tempo, tra due laghi, testimone di secoli trascorsi, soglia per progetti presenti e futuri.

La mostra Continuum. Lo spirito di un luogo, a cura di Asilo Bianco e Lo Spirito del Lago, mette in scena un dialogo tra la contemporaneità e la storia, sottolineando la continuità di queste due dimensioni. Nove artisti, quattro italiani e cinque tedeschi, si confrontano con il parco, l’architettura e gli affreschi della Villa, dandone una lettura coinvolgente e affascinante.

Enrica Borghi presenta equiseti e meduse. I primi, nel giardino, sono innestati nel terreno. L’artificialità della plastica brilla e si armonizza delicatamente con la naturalità delle piante circostanti. Un gioco leggero e sottile, creatore di suggestioni e visioni. Una leggerezza visionaria e sognante, che si ritrova intensificata, alzando lo sguardo verso il loggiato al primo piano. Sospese e fluttuanti, distribuite dolcemente nell’aria come tocchi di azzurro, arancione e bianco, le meduse volano verso una poesia senza tempo.

Angelo Molinari appoggia la sua opera tra gli alberi. Una lunga striscia pittorica, dal segno informale, si intreccia tra i tronchi, dialogando con un secondo intervento che scende verticalmente su una delle facciate della Villa. È una pittura segnica e gestuale, capace di sostenere con grande compostezza la sfida di uno spazio complesso.
Il cortile ospita anche l’installazione di Maik + Dirk Löbbert. Un grande cerchio composto da sedie invita lo spettatore a sedersi e contemplare silenziosamente lo spazio circostante. L’indagine sul rapporto tra ambiente e opera d’arte è la cifra essenziale della ricerca dei due fratelli tedeschi. Lo si nota osservando la documentazione fotografica di alcuni loro interventi, eseguiti in diversi contesti pubblici, in città e comuni italiani come Torino, Omegna, Pettenasco e Miasino. Nella stessa stanza è presente il lavoro di Gereon Krebber. L’artista crea piccole galline utilizzando guanti in lattice e i motori di gattini giocattolo cinesi. Gli animaletti meccanici si muovono sul pavimento, che diventa per loro habitat di vita.

Più intima è la dimensione d’indagine di Frauke Wilken. Dal soffitto della stanza si sviluppa un’installazione anamorfica, che richiama la forma di una vulva, simbolo di erotismo e desiderio, ma anche di maternità e nascita. Potenzialità generativa primigenia.

Una componente esistenziale e interiore è presente anche nell’opera di Birgit Kahle. All’interno di un vecchio camino il video di un fuoco crepitante comunica la sensazione di un luogo familiare. Sulla parete opposta una grande tenda rossa, strappata in alcuni punti, fa da sfondo a una stampa che raffigura dei fiori illuminati da una luce debole, dei pomodori e una mano che faticosamente prova a toccarli. C’è tensione, erotismo, dolore e passione.
Le opere di Fausta Squatriti tengono insieme tre linguaggi espressivi:fotografia, pittura e scultura. Il tutto incorniciato da vecchie tavole di legno. È una poetica del frammento, che parte da un semplice oggetto ritrovato, per poi svilupparsi nell’elaborazione di un paesaggio-stato d’animo, prima attraverso una messa a fuoco fotografica e, infine, con la creazione di una composizione pittorica più astratta, dove la dimensione rappresentativa si perde in quella immaginativa. L’arte visiva diventa così la narrazione della vita dispersa.

La ricerca di Antonella Aprile parte da elementi apparentemente disorganizzati e instabili. Il disegno diventa lo strumento scelto dall’artista per trovare continuità e sviluppi formali inaspettati. L’informe dialoga costantemente con il rigore geometrico. Le linee azzurre diventano prosecuzioni delle installazioni, estendendosi lungo il pavimento e le pareti della stanza. Tutto l’ambiente viene ricreato e ripensato, è come se all’interno dello spazio venisse individuato l’archetipo costruttivo che lo compone.

E infine Harlad Fuchs, una sorpresa visiva. Un’installazione video, ricca e complessa, trasforma una delle stanze in una cabina da viaggio, un viaggio interstellare. Cartine dell’universo, coordinate di galassie, vie lattee e cinture di orione si intrecciano con proiezioni video, sulle pareti e sulle mappe stesse. Lo spazio viene trasformato in un laboratorio di ricerca, ci si immerge nel desiderio di cercare e creare nuovi sentieri, per lanciarsi nell’esplorazione di ciò che non si conosce. Un’immersione totale in costellazioni e orbite. A metà strada tra il reale e il virtuale, in una dimensione indefinita, là dove stanno gli spiriti e le anime dei luoghi.

Andrea Grotteschi

Info:

Continuum. Lo spirito di un luogo
6 – 29 luglio 2018
Villa Nigra, Piazza Beltrami, 5, 28010 Miasino (NO)
Da giovedì a domenica, dalle 14 alle 18
a cura di Asilo Bianco e Lo Spirito del Lago

Angelo Molinari, Nuotando tra i tuoi pensieri, 2018 Ph. Giorgio Caione

Birgit Kahle, Dalle ceneri, 2018 Ph. Giorgio Caione

Enrica Borghi, Meduse, 2012 – 2018 Ph. Giorgio Caione

Gereon Krebber, Lipoapopta, 2018 Ph. Giorgio Caione




I racconti Immaginari di Paolo Ventura in scena all’Armani / Silos di Milano

L’Armani / Silos presenta la mostra Racconti Immaginari. Paolo Ventura. Sono esposte oltre cento lavori tra fotografie, scenografie, oggetti e installazioni. Il percorso espositivo traccia un’ampia panoramica della ricerca condotta dall’artista milanese durante la sua carriera.  All’inizio tre grandi opere compongono la serie La cercatrice di conchiglie, realizzata espressamente per l’Armani/Silos. Non si capisce bene se siano fotografie, dipinti o collage, rimane un po’ di enigma e di mistero. Particolarmente espressiva e significativa è l’opera in cui il figlio di Paolo Ventura è ritratto con una goccia di sangue che gli scende dal naso. Il formato è grande, l’espressione del bambino è coinvolgente e stupita, sembra che tutto si sia fermato, non c’è tempo e non c’è spazio. Lo spettatore non può far altro che contemplare continuamente questo giovane volto dal cui naso scende una goccia di sangue, sullo sfondo un mare e un cielo infiniti fanno lavorare l’immaginazione.

È proprio l’immaginazione la dimensione fondamentale con cui l’opera di Venura fa i conti. L’artista si trasforma, crea scenografie, ambientazioni e fondali. Raccoglie storie e racconti, li rielabora e poi li mette in scena, utilizzando la pittura e il teatro. Solo alla fine la fotografia. L’artista è narratore, compositore, attore e regista allo stesso tempo. Nelle sue opere, compaiono quasi sempre lui, la moglie, il figlio e il fratello. I soggetti sono pochi mentre le possibilità creative sembrano infinite.

Nella seconda sala è possibile perdersi osservando un’installazione con tanti soldati minuscoli: Un reggimento napoleonico va sotto la neve. Piccole sculture di carta formano una narrazione tridimensionale in cui i poveri militari marciano sotto la neve in guerra.  Procedendo nell’esplorazione del mondo fantastico e misterioso di Paolo Ventura ci si imbatte nella serie The Automaton. Qui l’artista utilizza dei manichini per le sue rappresentazioni. Le opere raccontano una vicenda ambientata a Venezia durante la seconda guerra mondiale. Un vecchio ebreo, triste e solo, forse ancor più abbattuto dall’umidità lagunare, decide di costruirsi un automa che gli tenga compagnia. Tutto sembra andare per il meglio, fin quando ci si accorge che qualcosa sta cambiando. Le strade si fanno deserte, le figure umane scompaiono, tutto tace, la nebbia diventa regina incontrastata delle immagini. L’atmosfera si fa sempre più inquieta e spettrale, alla fine si capisce perché: i soldati tedeschi hanno rastrellato la zona, portando via tutti, gli uomini e le loro anime, compreso l’automa. Il male mostra il suo volto più crudo e spietato, non risparmia nessuno.

Lasciata alle spalle Venezia si entra in un altro contesto urbano, del tutto diverso. La sala centrale ospita le immagini che compongono la serie La città infinita realizzata tra il 2013 e il 2018. L’atmosfera è unica, a tratti metafisica, a sprazzi futurista, per diventare alla fine surreale. C’è una poetica della visione che spinge l’immaginazione verso approdi inaspettati. Le piazze, le strade e le case compongono uno spazio tutto da esplorare e da attraversare, con la vista e con la mente. Si mescolano inquietudine e desiderio di conoscere. L’artista gioca, creando uno strano intreccio tra reminiscenze personali e collettive, come nel caso dell’opera Il ricordo di mio padre nel 1977. Qui si vede un uomo in divisa militare con testa di corvo, sullo sfondo un muro grigio e freddo. Più sopra la facciata di un grande palazzo. In cima uno scorcio di cielo azzurro. Si può restare a contemplare l’immagine per un tempo lunghissimo, i significati sono tanti, i rimandi infiniti. Il padre come animale totemico, spirito metropolitano della legge che si trasforma in corvo, può guardarci e osservarci da dovunque, può fare la sua comparsa in ogni momento, in qualsiasi angolo della città. La strana figura ci attira, gli si vorrebbero porre delle domande. Non è possibile, si può solo intuire qualcosa. Poesia del mistero.

Sono rappresentazioni dense e complesse quelle di Paolo Ventura, pensate e costruite con creatività e artigianalità, è un artista colto. Questa sapienza costruttiva la si avverte molto bene nelle Short Stories presenti in mostra. Molte delle storie sono messe in scena e fotografate nello sudio dell’artista ad Anghiari. Protagonisti dei racconti sono l’artista, il fratello Andrea, la moglie Kim e il figlio Primo. C’è l’invenzione di mondi immaginari e favolosi, come in The Birdwatcher dove l’artista, scena per scena, spinge il figlio nel cielo, fino a farlo volare con gli uccelli tra l’azzurro chiaro e il bianco di nuvole dolci.
Tutta la mostra è un percorso che conduce lo spettatore in un mondo fantastico, intenso e magico e Paolo Ventura è un grande artista perché in un colpo solo riesce a farci pensare e sognare.

Andrea Grotteschi

Info:

Racconti Immaginari. Paolo Ventura
8 marzo – 29 luglio 2018
Armani / Silos
Via Bergognone, 40 Milano

Paolo Ventura, THE AUTOMATON 7, 2010 (ed. 2/3) Stampa inkjet print su carta montata su di-bond 77 x 96 cm Courtesy Galleria Marcorossi artecontemporanea

Paolo Ventura, IL RICORDO DI MIO PADRE NEL 1997, 2018 Collage fotografico e pittura- opera unica 115 x 84 cm Courtesy Galleria Marcorossi artecontemporanea

Paolo Ventura, SHORT STORY-THE BIRDWATCHER, 2013  (ED.3/5)  Stampa inkjet print su carta 58 x 39 cm Courtesy Galleria Marcorossi artecontemporanea




Karthik Pandian. Identità collettiva e individuale

Federica Schiavo Gallery presenta la seconda personale dell’artista americano Karthik Pandian a Milano. Un progetto espositivo che fin dal titolo, Tamil Man, dimostra ambizione e coraggio. Tutta la mostra ha a che fare con il concetto di identità, collettiva e individuale, che coinvolge la vita dell’artista e della sua comunità di provenienza. Karthik Pandian pensa e ripensa le sue origini tamil, cercando di mettere in discussione, artisticamente e ironicamente, gli stereotipi e i luoghi comuni attraverso cui il suo popolo viene spesso visto e immaginato. Punto di partenza di questo ripensamento visivo è una scultura realizzata da Malvina Hoffman, allieva di Rodin, negli anni Trenta, in occasione della monumentale mostra commissionata dalla Hall of Races of Mankind al Field Museum di Chigago. La scultrice rappresenta un uomo tamil che si arrampica su una palma. Una posa che nell’immaginario occidentale diventa nel tempo tipica e convenzionale.

Nella prima sala Pandian inizia a giocare e a ricostruire il concetto di stereotipo. Quattro bandiere in seta sono disposte alle pareti. I tessuti sono preziosi, decorati delicatamente e arricchiti da alcuni segni calligrafici provenienti dall’alfabeto tamil, antichi e indecifrabili. Su tre di esse, in basso, compare la figura dell’artista in una delle posizioni tipiche dello yoga. Sulla quarta tela dal titolo Opulent austerity (For my cast and my makeup artist) è visibile Pandian che si arrampica sulla palma, come nella scultura della Hoffman. Quest’opera è affascinante e misteriosa, antica e contemporanea allo stesso tempo. La scena dell’arrampicata si svolge tra lo scuro del nero e il tremore di un verde virtuale, davanti alla figura compaiono delle forme circolari, sono una serie di occhi, di terzi occhi, organi capaci di intuire e percepire le cose invisibili. Siamo a metà strada tra l’illusione e la realtà. L’installazione metallica al centro della sala dà ancora più sostanza a questo gioco tra finzione e verità, si tratta infatti della struttura usata per dare l’impressione della levitazione spirituale. Il lungo abito dell’asceta nasconde il piedistallo che sorregge il corpo. Questo strumento ha quindi una grande importanza illusoria, svolge un ruolo significativo e per questo l’artista decide di impreziosirlo con la seta usata per le bandiere.

Nella seconda sala il tema dell’identità viene raccontato tramite un’installazione video.  Karthik Pandian diventa esso stesso scultura, richiamandosi sempre all’immagine di Malvina Hoffman. La pelle, per assomigliare maggiormente allo stereotipo scultureo, viene scurita attraverso l’utilizzo di una tintura marrone, le posizioni assunte sono lente e forzate, a volte sembrano sforzi ginnici come quelli visibili nella statuaria classica. Qui non abbiamo a che fare con una rappresentazione plastica del corpo, semmai è il corpo stesso che deve sforzarsi per trasformarsi in posa scultorea. L’artista mette in scena una vera e propria costruzione d’identità a partire da un modello precostituito. L’intensità del video viene aumentata grazie alla proiezione luminosa dei segni calligrafici sulle pareti della stanza, un antico alfabeto, oscuro e arcano, accompagna i movimenti del corpo-scultura. La sensazione è quella di un’immersione in un tempo diverso, un po’ mitico e un po’ virtuale.

La terza e ultima sala rende più esplicito il messaggio che l’artista vuole comunicare. Una delle opere è infatti la rielaborazione di una stampa, proveniente da un testo etnografico, della scultura della Hoffman. La stampa in bianco e nero viene ricostruita dall’artista per mezzo dell’applicazione del colore, sempre richiamandosi all’idea che un’identità può essere plasmata e ricreata tramite operazioni visive, è l’immagine che la produce. Questo lavoro dialoga intelligentemente con altri piccoli quadri alle pareti, dove compare di nuovo la figura dell’artista in diverse posizioni, abbigliato con turbante e abiti tipicamente tamil, come nelle bandiere iniziali. Il cerchio sembra chiudersi sagacemente quando osserviamo la grande tela su cui è stampata l’immagine del tubetto di colore della Kodak. Compare la scritta Flesh, che significa sia carne sia pelle. L’artista sembra dirci che ogni costruzione è possibile, le immagini di un popolo e di una cultura sono come quelle individuli, cioè infinitamente modificabili, ritoccabili e ricreabili. Le nostre identità sono sempre il frutto di convenzioni visive create da qualcuno che ha il potere di imporre un determinato modello iconico. Questa mostra invita quindi a dubitare, tenendo presente che il modo di vedere gli altri e noi stessi non è mai dato a priori, ma si forma di volta in volta, grazie al dialogo costante tra le tradizioni e le storie dei popoli e la soggettività tipica di ciascuno di noi.

Andrea Grotteschi

Info:

Karthik Pandian. Tamil Man
23 maggio – 25 luglio 2018
Federica Schiavo Gallery
via Michele Barozzi, 6 Milano

Karthik Pandian, Tamil Man 2018 Installation view at Federica Schiavo Gallery Milano, Room 1 Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery

Karthik Pandian, Tamil Man 2018 Installation view at Federica Schiavo Gallery Milano, Room 3 Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery

Karthik Pandian, Boat Pose, 2018 Ballpoint laser per and laser jet on paper, wood frame 32 x 38 x 3 cm Ph. Andrea Rossetti  Courtesy the artist and Federica Schiavo Gallery




Known Unknowns. La complessità del senso

La mostra Known Unknowns, presso la Saatchi Gallery di Londra, propone un’arte intensa e profonda, a tratti violenta, forse furiosa. Diciassette artisti presentano opere che ci interrogano in modo deciso sul nostro tempo, sull’incantesimo di una contemporaneità oscillante e instabile. Si avvertono tensione e inquietudine, non c’è niente di accomodante e tranquillo.

Una mostra che osa, spinge, chiede, senza paura. Molti degli artisti utilizzano la figurazione in modo disinvolto e sincero, non ricercano nessun estetismo protettivo e scontato, ma soprattutto trattano temi importanti e complessi.

Parlano di sessualità, spiritualità, politica e digitalizzazione come fossero universi inesplorati. Emerge l’idea di una trasformazione continua e rapidissima, tutta da indagare, navigando verso chissà quali galassie. Si potrebbe partire da Stefanie Heinze e dai suoi grandi dipinti dove tutto si mescola carnalmente: uomini, animali, pezzi di corpo e vegetali. Resti di figure sul punto di liquefarsi, pronte per una compenetrazione indistinta nell’oceano del colore. Compare sempre l’elefante, un tempo animale sacro, simbolo di un’unità probabilmente perduta, retaggio di un bisogno di mito soppresso troppo in fretta.

Tom Anholt viaggia nel tempo e nelle religioni. In The Lion’s second dream il leone sogna un uomo addormentato al centro di una grande montagna. Due alberi sottili e delicati incorniciano la scena. Sembra di trovarsi nel cuore del mondo, nel punto in cui nascono tutte le cose. Oltre il monte, decorato e coloratissimo, in un clima persiano e trasognato, scorgiamo un mare di linee blu, gialle, verdi, rosse e nere. Più sopra un cielo stellato e purissimo. È l’alba primordiale, l’inizio degli inizi, nata dal sogno, atto creatore per eccellenza. La pittura di Maria Farrar unisce due modi di vedere il mondo: quello orientale e quello occidentale. Nella poetica dell’artista filippina, che vive e lavora a Londra, si coagulano la delicata leggerezza della calligrafia giapponese e la profonda pesantezza cromatica tipica dell’arte occidentale. Dal dipinto Wave emana una forza espressiva singolare e potente. Immersi nel blu marino si scorgono segni neri che ricordano i corvi di Van Gogh, tra il cielo e il mare una pennellata di bianco diventa una nuvola, nella parte inferiore un salvagente arancione segnala la presenza di una barca in mezzo alla tempesta. L’atmosfera è tesa e minaccisoa, ma il dipinto conserva una grande compostezza formale. Sembra proprio che anche nel cuore del caos tutto proceda con assoluta certezza. In mostra compare più volte il tema del corpo e del suo utilizzo. Corpo che desidera e si trasforma, che crea e distrugge identità. Nelle opere di Tamuna Sirbiladze la figura femminile è raffigurata attraverso un primitivismo segnico molto intenso, durante momenti di intimità che sconfinano nell’erotismo profondo. In Map 4 – Got Too Much LA Sun una donna sensuale è in posa libidinosa,  arsa dal sole, distesa sulla spiaggia caldissima. I capelli rossoarancio sono sciolti, il corpo è violaceo e si sta letteralmente squagliando. Le membra sembrano confondersi con il paesaggio che le ospita. Pare di assistere ad un coito appassionato tra la donna e la natura. Un’opera che trasuda voluttà.

I collage di Kirstine Roepstorff creano mondi unici e stravaganti come in You are being lied to. Un campo da golf diventa il palcoscenico di una grande narrazione surreale. Farfalle e piccoli aerei volano tra gli alberi, operai al lavoro scavano buche nel terreno, battaglioni di eserciti sbucano fuori dai cespugli marciando, tre scheletri camminano tranquillamente sul prato, vicino a loro un uomo con ali d’angelo scruta la situazione. Quello che colpisce è lo straordinario equilibrio che l’artista riesce ad ottenere nella composizione dell’opera, nonostante la sconfinata differenza dei comportamenti assunti dai personaggi presenti. Un lavoro che mette in scena la complessità della vita contemporanea, così profondamente virtuale e digitale, continuamente modificabile, dove si accostano e si mescolano modi di vita infinitamente diversi tra loro. Forse il nostro mondo visto da vicino appare disarticolato e squilibrato, ma ponendosi alla giusta distanza è possibile notare il senso che lo percorrere. È proprio questa complessità del senso, difficile e meravigliosa, che la mostra Known Unknowns vuole raccontare.

Artisti in mostra: Mona Osman, Stefanie Heinze, Francesca Dimattio, Rannva Kunoy, Ben Schumacher, Tom Anholt, Maria Farrar, Isobel Smith, Tamuna Sirbiladze, Chris Hood, Bedwyr Williams, Jill McKnight, Kirstine Roepstorff, Alida Cervantes, Stuart Middleton, Theo Ellison, Saskia Olde Wolbers.

Andrea Grotteschi

Info:

KNOWN UNKNOWNS
21 marzo – 24 giugno 2018
Orari: Lunedì – Domenica H. 10:00 – 18:00
Saatchi Gallery
Duke of York’s HQ
King’s Road
London
SW3 4RY

Tom  Anholt  The Lion’s Second Dream, 2017 Oil on collaged linen 130 x 190 cm © Tom Anholt, 2017 Image courtesy of the Saatchi Gallery, London

Maria Farrar Saving My Parents From Drowning in the Shimonoseki Straits, 2016 Oil on linen 180 x 302 cm © Maria Farrar, 2016 Image courtesy of the Saatchi Gallery, London

Kirstine Roepstorff Hidden Truth, 2002 Paper, glitter, pearls, sequins, paint, on wallpaper, collage, mounted on 4 aluminium panels 274 x 388 cm © Kirstine Roepstorff, 2002 Image courtesy of the Saatchi Gallery, London

Stefanie Heinze Ain’t St.Nobody, 2014 Acrylic and oil on canvas 360 x 450 cm © Stefanie Heinze, 2014 Image courtesy of the Saatchi Gallery, London




Sol LeWitt. Linea, spazio e dimensione

“L’occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un’anima vedrebbe il bello se non fosse bella.” (Plotino, Enneadi)

Regolarità e irregolarità. La ricerca artistica di Sol LeWitt si esprime in un dialogo costante tra queste due dimensioni fondamentali: unità degli opposti.  Arte concettuale, neoplatonica. Ricerca di una forma spaziale e temporale, a partire dall’idea, dal processo mentale. Un’avventura estetica che si articola con straordinario rigore dagli anni Sessanta fino ai Duemila, nel tentativo di esplicitare l’archetipo della visione. Elemento primario di questa indagine la linea, che diventa quadrato, cubo, poliedro, pittura murale, installazione ambientale.

La mostra Sol LeWitt. Between the Lines, presso la Fondazione Carriero di Milano, offre uno spaccato importante sul lavoro realizzato dall’artista americano lungo l’arco della sua vita. Sono ventitre le opere presentate, sette Wall Drawings, quindici sculture e un’installazione fotografica, sapientemente distribuite sui tre piani dello spazio espositivo. Particolarmente interessante è l’angolatura narrativa scelta dai curatori Francesco Stocchi e Rem Koolhaas. Una prospettiva che permette di apprezzare lo stretto rapporto esistente tra l’opera di LeWitt e l’architettura.

Il percorso si struttura attorno a tre poli fondamentali, continuamente dialoganti e interscambiabili: la bidimensionalità dei Wall Drawings, la tridimensionalità delle sculture, la peculiarità spaziale delle sale espositive. Emerge così il senso di una profonda armonia, si avverte il raggiungimento del giusto equilibrio tra emotività e pensiero: si potrebbe forse parlare di una razionalità sentimentale.

Nella Sala 7 si condensa tutto il potenziale visivo e sensoriale che scaturisce dalla mescolanza calibrata e attenta di questi elementi. Il Wall Drawing #51 trasforma la parete d’ingresso in un reticolato di linee azzurre, germinazione prolifica e sottile, soglia spaziale e temporale. Al centro della stanza si manifesta il Wall Drawing #150, un poliedro irregolare, sulle cui facciate sono delicatamente distribuiti diecimila segmenti, ognuno della misura di 2.5cm. Sul lato sinistro si presentano quattro nicchie che ospitano cinque opere di LeWitt, due nella prima e una per ciascuna della altre tre. I lavori così presentati – Structure with Standing Figure, Geometric Figure #9 (+), Complex Form #34, Corner Piece 1 2 3 4 5 6, Geometric Figure #10 (/) – pongono lo spettatore in una dimensione contemplativa, costringendolo a prendere tempo per la fruizione. Tutta la stanza si presenta come luogo di visione e riflessione. Un’esperienza estetica che porta dentro di sé la possibilità di un momento mistico, fatto di silenzio, osservazione e comprensione. Fu infatti proprio Sol LeWitt nel 1969 ad affermare che “Gli artisti concettuali sono dei mistici piuttosto che dei razionalisti. Saltano a conclusioni che la logica non può raggiungere”.
Ѐ questo atteggiamento meditativo che si dovrebbe assumere per apprezzare intensamente la complessità dell’intera mostra. Ѐ necessario uno sguardo paziente e riflessivo, fin da subito, a partire dal Wall Drawing #263 che dà avvio all’esposizione. Opera esemplare, che dischiude il senso dell’operatività creatrice propria dell’artista. Allo stesso modo, muovendosi lentamente, ci si lascia avvolgere dalla forza espressiva creata dalla coabitazione tra il Wall Drawing #1267 e l’Inverted Spiraling Tower nella Sala 3: sensualità della curva e compostezza della struttura geometrica danno vita diversa allo spazio. La scala che collega i tre piani della Fondazione diventa anch’essa luogo di sperimentazione e visione con Wall Drawing #46. Linee ricurve, che non si toccano mai, salgono dal pavimento al soffitto sulla parete di fondo. Nelle Sala 5 troviamo le celebri strutture primarie di Sol LeWitt: bianche, bianchissime, pure e geometriche, capaci di modificare l’ambiente che le accoglie. A fianco sono presentate invece altre tre sculture. Qui l’equilibrio si gioca sia formalmente sia cromaticamente, tra il il giallo, il bianco e il nero.

Salendo nuovamente la scala, sempre accompagnati dal Wall Drawing #46, si arriva all’ultima sala. Si resta colpiti da una sensazione di stupefacente assonanza, proveniente dalla compresenza di fregi tardo barocchi, segni neri a pennarello sull’enorme specchio a parte (Wall Drawing #1104) e la torre geometrica a otto piani (8x8x1). La visione è riflessa, sdoppiata. I motivi del muro sono gli stessi della prima opera in mostra, la torre dialoga idealmente con quella posta nella Sala 3 al piano terra. Alla fine, citando Gombrich, tutto sembra essere ‘a posto’. Il senso è quello di un’unità cercata e trovata, figlia di un viaggio verso l’essenzialità, a partire da un elemento assolutamente primario: la linea.

Andrea Grotteschi

Info:

Sol LeWitt. Between the Lines
17 novembre 2017 – 24 giugno 2018
Fondazione Carriero
via Cino del Duca 4 Milano

Sol LeWitt, Wall Drawing #263: A wall divided into 16 equal parts with all one-, two-, three-, four- part combinations of lines in four directions, 1975

Sol LeWitt, Wall Drawing #150: Ten thousand one-inch (2.5cm) lines evenly spaced on each of six walls, 1972 and Wall Drawing #51: All architectural points connected by straight lines, 1970

Sol LeWitt, Wall Drawing #1267: Scribbles, 2010

Sol LeWitt, Wall Drawing #1104: All combinations of lines in four directions. Lines do not have to be drawn straight (with a ruler), 2003 and 8x8x1, 1989