!Mediengroup Bitnik

Il Laboratory of Art and Form (L.O.A.F.) è un collettivo di curatori di Arte Contemporanea con sede a Kyoto (286-13 Komeyacho Kamigyo-ku) e attivo in Giappone e in Europa, principalmente in Germania, Regno Unito e Italia. La sua missione è quella di presentare artisti contemporanei, in maniera anche dirompente e non schematica, introducendo prospettive nuove e riflessioni su temi sociali, tecnologici, economici e ambientali.

Dipinti e sculture, spettacoli, immagini, Internet e arte concettuale, design e architettura, stampa e fotografia. Senza preclusione alcuna: una sorta di Capsula di Petri per la cultura contemporanea dove curiosità, dibattito e coinvolgimento, educhino e facciano crescere, in simultanea, sia il pubblico e sia l’artista.

Va, infatti, in questa direzione e si pone questi obiettivi la mostra dei !Mediengroup Bitnik, un affiatato duo di visionari artisti, la svizzera Carmen Weisskopf (1976, Zurigo) e il croato Domagoj Smoljo (1979, Isola di Vis).

Il loro lavoro parte dal digitale e da internet per arrivare a influenzare realtà fisiche, applicando, intenzionalmente, una perdita di controllo (p.e. caso per caos) al solo fine di sfidare, e sfaldare, strutture e meccanismi concreti e tangibili che tutti credono oramai consolidati.

Negli anni scorsi si sono fatti notare per aver realizzato alcune singolari iniziative artistiche di impatto esplosivo: come nel 2013, con “Delivery for Mr. Assange”, quando, per l’appunto, spedirono un pacchetto a Julian Assange (il fondatore di Wikileaks) presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra in cui lo stesso si era rifugiato per sfuggire al rischio di una probabile estradizione negli Stati Uniti d’America. Nel pacco erano contenuti un trasmettitore GPS e una telecamera, accesa e funzionante, che trasmettevano il viaggio del collo attraverso il sistema postale, il tutto in presa diretta su Internet. Come lo chiamano gli stessi artisti, un “SYSTEM_TEST and Live Mail Art Piece”.

O, ancora nel 2014, con “Random Darknet Shopper”, quando crearono e inviarono in rete un BOT, “ro-Bot cliente e consumatore” (per Bot s’intende un programma autonomo che, nelle reti sociali, fa credere agli altri utenti di comunicare con una persona umana) che, andando in giro per tre mesi per il deep-web, senza una meta come una trottola impazzita, si faceva accettare in varie Darknets e acquistava oggetti a caso (anche Ecstasy e, addirittura, un passaporto ungherese), facendoli poi spedire direttamente all’indirizzo fisico della Galleria in Svizzera.

La mostra, con il titolo di “Mediengruppe Bitnik: New Work” e realizzata con il patrocinio e il supporto dell’Ambasciata Svizzera in Giappone, sarà inaugurata l’11 aprile del 2020 e proseguirà fino al 9 maggio.

Il tema verterà sulle variegate e complesse realtà dell’attuale scena digitale globale, indirizzando la riflessione dello spettatore su argomenti delicati e sensibili la cui portata e importanza è troppo spesso sottovalutata; dibattere, insomma, concetti come la possibile e opprimente sorveglianza del governo, affrontare la questione della sicurezza informatica e sviscerare significato e conseguenze di una mancata, o quanto meno insufficiente, consapevolezza sociale di una fin troppo facile rinuncia alla privacy e alla propria intimità.

Una continuazione ideale del discorso iniziato con “Are You Online Now?” (2017) presentata alla Annka Kultys Gallery, di Londra dove il !Mediengruppe Bitnik sollevava stimolanti interrogativi sull’attuale rapporto tra uomo e macchina, sulla natura di Internet (squisitamente intimo, palesemente pubblico… o cosa?), sulla sfocatura evidente della percezione di idea di “uso virtuale” (che però diventa fisico e a volte distruttivo) delle piattaforme digitali. Quasi come in un involontario travisamento dei termini, una non accettazione di un dato di fatto derivata da una introspezione inconsapevolmente auto negata. Tutto per un desiderio, questo sì volontario, di abbandono e di “sogno”.

Per una maggiore comprensione dei pensieri e per rendere più “reale” l’astrazione rappresentata, oltre a una tavola rotonda con entrambi gli artisti, Kensuke Kishi (ex direttore della NHK) e Yoshitaka Mori (professore della Graduate School of Global Arts dell’Università di Tokyo), dal 22 febbraio 2020 al 6 aprile, il L.O.A.F. ospiterà le proiezioni delle opere precedenti degli artisti: i già citati “Random Darknet Shopper” (2014-2016 ) e “Delivery For Mr. Assange” (2013), ma anche “Surveillance Chess” (2012), “CCTV – A Trail Of Images” (2008) e “Opera Calling” (2007).

Info:

About !Mediengroup Bitnik: wwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww.bitnik.org

About Laboratory of Art and Form (L.O.A.F.): www.loaf-jp.com

Ritratto del duo !Mediengroup Bitnik (a sx D.Smoljo, a dx C.Weisskopf), courtesy Maria Ostapkevich/L.O.A.F. Ritratto del duo !Mediengroup Bitnik (a sx D.Smoljo, a dx C.Weisskopf), courtesy Maria Ostapkevich/L.O.A.F.

!Mediengroup Bitnik, Ashley Madison Angels, 51-channel installation, EPEL ArtLab Lausanne, 2017, courtesy Maria Ostapkevich/L.O.A.F.!Mediengroup Bitnik, Ashley Madison Angels, 51-channel installation, EPEL ArtLab Lausanne, 2017, courtesy Maria Ostapkevich/L.O.A.F.

!Mediengruppe Bitnik, New Work, courtesy Maria Ostapkevich/L.O.A.F.




Mokichi Otsuka: il perfetto imperfetto

Quella della ceramica in Giappone è una storia antica. Ininterrotta e, per molti versi, ineguagliabile: non tanto per la bellezza in sé dell’oggetto che viene prodotto (indubbiamente, per quelli che sono i canoni occidentali, in Italia, Cina e nei paesi Islamici, se ne producono anche di più meravigliosi) ma quanto per la capacità che sembrano avere, dal profondo, di trasmettere sensazioni non solo visive ma anche prettamente tattili.

Rugosità, ricercate imperfezioni, asimmetrie sono puntigliosamente volute: la bellezza, secondo l’estetica e la visione del wabi-sabi deve essere imperfetta, assolutamente impermanente e incompleta.

Per cui solo “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi” (Andrew Juniper). Semplificando (ma davvero semplificando molto), il concetto si potrebbe anche esprimere come… una sorta di necessaria “bellezza triste” o, meglio, di “bellezza austera e, quasi malinconicamente, chiusa in sé”.

Mokichi Otsuka (Tokyo, 1956), dopo aver completato i suoi studi (laurea e specializzazione in Pittura), si trasferisce, dal 1994 al 1999, in Italia e approfondisce il suo percorso laureandosi in Arte Ceramica presso l’Istituto Nazionale di Arte e Ceramica, G. Ballardini di Faenza.

Poi torna in Giappone, dove attualmente vive e lavora, anche se, da allora, trova modo di tornare ogni anno a Faenza per qualche mese. Con assiduo e appassionato lavoro diventa uno dei più apprezzati ceramisti a livello mondiale.

Sue opere sono conservate in molteplici collezioni pubbliche: dal Victoria and Albert Museum (U.K.) al MIC, Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, dalla Fondazione  Tito Balestra Museo italiano darte moderna e contemporanea, situato nei locali del Castello Malatestiano di Longiano al The National Museum of Modern Art  di Tokyo. E poi ancora al The Museum of Ceramic Art (Hyogo), al Takasaki Art Center College, al Takamatsu City Museum of Art e molti altri.

La sua ultima mostra “Gatti e ciotole da tè” (ma anche con qualche piccolo dipinto) è stata allestita nei raffinati spazi della Galleria Shibuya Kuradatoen di Tokyo (una delle principali del Giappone, specializzata in ceramiche moderne).

Dice l’artista: “Ero, e sono ancora oggi, ammaliato dall’arte dell’antica Grecia, da quella etrusca e da quella, sublime, del vostro Rinascimento. Sentivo forte la spinta a intraprendere un percorso che potesse permettermi di mettere in relazione le due anime, quella occidentale e quella asiatica”.

Ci racconta che poco dopo il suo ritorno in patria una grave malattia (oggi, fortunatamente, debellata!) si manifestò durante un suo viaggio in Nepal e lo portò quasi alla morte. Questa tragedia sfiorata fu il detonatore per l’apertura di nuovi orizzonti e nuove sperimentazioni.

Quell’essere stato a un passo dal decesso, l’aver affrontato quel momento rivolgendo, grazie anche alla sua fede Buddista, attenzioni e cure soprattutto alla parte interiore del suo animo, con il tempo, la pazienza e la positività del pensiero, l’aver guarito il suo corpo ha dato nuova linfa anche al suo modo di fare arte. Come in una rinascita si è trovato di fronte nuove percezioni e nuova voglia di esplorarle. Ha capito, cioè, che la sua arte doveva collocarsi nel mezzo.

Fra Oriente ed Occidente: ricerca della Bellezza, quindi, ma con quella punta di garbata imperfezione, una piccola “crepa” che, in fondo, è quella che fa passare la luce. Fra compiuto e incompiuto, fra vita e morte, fra bianco e nero, fra luce e ombra, fra pieno e vuoto.

La sua è una simmetria asimmetrica, una perfezione imperfetta permeata di Sacro e di Armonia dove Etica ed Estetica sono in estatica simbiosi. Come i suoi gatti puntinati di pieni e di vuoti che, eleganti e flessuosi pur se fissati in posa statica, sembrano dotati di vita. Come le sue ciotole, i chawan, per il matcha (e dunque per la cerimonia del tè) che quando vengono afferrate con le due mani per bere trasmettono forti vibrazioni interiori.

Toccare questi oggetti, rigirarseli fra le mani, possederli non solo con gli occhi ma anche con il tatto, è penetrare la circolarità dello spazio e del tempo: in definitiva è completezza.

Mokichi OtsukaMokichi Otsuka al lavoro nella Bottega di Gino Geminiani a Faenza, ph Raffaele Tassinari

Mokichi Otsuka, framed painting “Tree” and “Nozomu Hoping”. Photo courtesy by the artist and Shibuya Kuradatoen Gallery, Tokyo

Mokichi Otsuka “Chawan Ⅷ”, ceramica. Photo courtesy by the artist and Shibuya Kuradatoen Gallery, Tokyo




Walk in Tokyo: NishiShinjuku

NishiShinjuku (Shinjuku Ovest) è conosciuto come il quartiere dei grattacieli. In questa zona, infatti, sin dai primi anni Settanta, anche in considerazione del fatto che è una delle zone meno sismiche di Tokyo, cominciò il primo massiccio sviluppo urbano della città.

Qui hanno sede grandi alberghi, società finanziarie e assicurative, università e, soprattutto, dal 1991, il Municipio, il Tocho (un progetto di Tange Kenzo che è ormai entrato, grazie anche a manga e anime, nell’immaginario collettivo giapponese come potente simbolo di autorità e resistenza).

Quella di oggi è una passeggiata breve, ma densissima. Una vera oasi d’arte in mezzo al cemento dei palazzi pensata e curata da Fumio Nanjo e Associati nei primi anni Novanta.

Basterà, infatti, seguire il largo perimetro di uno di questi grattacieli, la Shinjuku I-Land Tower, per imbatterci in un piccolo, ma fornitissimo, Museo all’aperto.

Si arriva in questa zona con la Marounochi Line (fermata NishiShinjuku) oppure con la Oedo Line (fermata Tochomae).

Arrivando con la prima e, subito dopo i tornelli, imboccando la vicina uscita a destra si sbuca proprio di fronte a una delle due maestose sculture di Roy Lichtenstein presenti attorno al complesso: il Tokyo Brushstroke II (1993), forti “pennellate” tridimensionali, dal basso verso l’alto, di solido alluminio, in quattro colori primari. E, ovviamente, inconfondibili e immancabili puntini di Ben-Dai.

Cinquanta metri più avanti, sullo stesso marciapiede, la seconda scultura, più grande e più slanciata: Tokyo Brushstroke I (1993).

Con queste opere l’artista trasforma in Statica quello che normalmente è Dinamica, in Duraturo quello che, per sua natura, è Effimero. Cristallizzando col metallo quello che, in verità, sarebbe solo gesto.

Proseguendo il giro dell’edificio si arriva a un incrocio in cui fa mostra di sé un’altra icona della Pop Art, uno dei trentasette esemplari sparsi per il mondo della scultura Love dello statunitense Robert Indiana (opera realizzata sempre nel 1993): lettere maiuscole, disposte in un quadrato con la lettera “O” inclinata. Difficile passarci vicino senza cedere alla tentazione di una fotografia.

Arrivati qui non c’è nemmeno più bisogno di camminare… le opere si susseguono in successione. Si comincia con la ricerca concettuale di Giulio Paolini (di cui ci sono ben quattro opere) Caleidoscopio, Meridiana e Hierapolis, tutte del 1993, a cui si aggiunge il design dell’Orologio Astronomico e si prosegue con I Passi (1994) di Luciano Fabro, scultore e poeta, grande esponente dell’Arte Povera.

Sui levigati blocchi di marmo bianco appoggiati nell’acqua, si legge “I miei Passi hanno bucato il Cielo. I miei Passi hanno bucato la Terra. Io sono Zoppo”, a significare che l’Uomo, nella sua smisurata ambizione, ha spesso, se non sempre, distrutto ogni cosa che ha toccato.

Subito dopo ancora un italiano, e ancora Arte Povera: Unghia e Marmo del cuneese Giuseppe Penone, artista molto noto in Giappone tanto che nel 2014 è stato insignito del prestigioso Premio Imperiale per la scultura. La sua ricerca è una scrupolosa indagine delle interazioni, anche sensoriali, fra corpo umano e ambiente esterno.

Nell’acqua sono anche adagiate le Pleaides, occidentalizzata ibrida riflessione in marmo delle geometrie e della poetica di un giardino Zen, del giapponese Hidetoshi Nagasawa, nato in Manciuria nel 1940 e costretto, al termine del secondo conflitto mondiale, a lasciare bruscamente i luoghi della sua prima infanzia, cosa questa che segnò in maniera molto profonda il suo modo di fare arte. Barche e viaggi sono temi ricorrenti nella sua produzione.

Trasferitosi in Italia nel 1967 (ci giunse dopo un lungo viaggio in bicicletta durato un anno e mezzo, si fermò a Milano perché lì, dopo aver attraversato mezzo mondo, gliela rubarono e a lui sembrò un segno del destino).

Il complesso riserva poi ancora altre sorprese: Wall Drawing # 772 (1994) di Sol LeWitt, Yunus II (1994) del giapponese Katsuhito Nishikawa e Da un luogo all’altro, Da un materiale all’altro, Passaggi dentro e fuori lavoro in situ, Shinjuku-Tokyo (1993-1994) di Daniel Buren.

La passeggiata è finita, perciò, come il Sommo Poeta, possiamo dire: “quindi uscimmo a riveder le stelle”. Ma noi, più fortunati di lui, possiamo farlo anche di giorno, con Le stelle di Tokyo (1994) di Gilberto Zorio che ci attendono proprio lì, sul marciapiede.

L’orologio astronomico, progetto di Giulio Paolini. Ph Lamberto RubinoL’orologio astronomico, progetto di Giulio Paolini. Ph Lamberto Rubino

Roy Lichtenstein, Tokyo Brushstroke, 1993. Ph Lamberto Rubino

NishiShinjuku. Giuseppe Penone, Unghia e Marmo, 1993. Ph Lamberto RubinoGiuseppe Penone, Unghia e Marmo, 1993. Ph Lamberto Rubino

Luciano Fabro, I Passi, 1994. Ph Lamberto RubinoLuciano Fabro, I Passi,  1994. Ph Lamberto Rubino

Robert Indiana, Love, 1993. Ph Lamberto RubinoRobert Indiana, Love, 1993. Ph Lamberto Rubino




Walk in Tokyo, chapter 1: Roppongi

A Roppongi l’Arte è ovunque: praticamente, si respira. Non solo Musei (tra cui i celeberrimi National Art Center of Tokyo, il Mori Art Museum e il Suntory Museum of Art). Non solo una miriade di gallerie private di ottimo livello (fra cui Emmanuel Perrotin, Wako Works of Art, Ota Fine Arts, London Gallery).

Anche tante opere, moderne e contemporanee, che diventano godibili solo attraverso una semplice passeggiata nel quartiere. Vediamone qualcuna, ma vi avverto: la lista non è affatto esaustiva.

Cominciamo il nostro percorso partendo dal piccolo parco, proprio di fronte all’uscita della stazione di Nogizaka (Chiyoda Line), che ospita la casa e il santuario del generale dell’epoca Meiji, Nogi Maresuke, militare che, nel 1912, ligio ai dettami dell’etica samurai, fece seppuku, assieme alla moglie, per seguire l’Imperatore nella morte.

Questo complesso, andato distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito nel 1962 con un progetto di Oe Hiroshi, un architetto molto noto in Giappone.

Proprio all’ingresso principale, sulla Gaien-Higashi-dori, troviamo la prima delle opere: una grande scultura di Tsukui Toshiaki (“Hineri・Utsuri・Nagare” 1996), che, in fluida e colorata torsione, armonicamente simboleggia la natura e il lento e inesorabile scorre del tempo.

Proseguendo sullo stesso marciapiede, in direzione Roppongi Crossing, alcune centinaia di metri più avanti, ci attende, nel bel piazzale antistante Tokyo MidTown un “sogno” in bronzo di Kan Yasuda, artista giapponese fiorito a Pietrasanta: “Myomu” (lett. Come un sogno) col suo grande cerchio nel mezzo che avvolge pensieri, ricordi e fantasie. Un’opera, questa, che è possibile ammirare, realizzata in marmo, in altri luoghi in Giappone e anche in Italia, nella Stazione di Pietrasanta, vicino a Lucca.

All’interno del complesso, la scultura in marmo “Ishinki”, un’altra icona della produzione artistica di Yasuda, da toccare: “Il tempo non si tocca – dice l’Artista – ma le sculture si possono toccare. Attraverso le sculture le persone toccano sé stesse”, ricevendo nel contempo, come bambini, tutte le sensazioni che derivano dal tatto.

Nel parco laterale, a pochi metri una dall’altra, prima, sulla sinistra, una scultura in acciaio inossidabile fuso lucidato a specchio del britannico Tony Cragg, “Fanatics”, geometrie riflettenti di forma ovale e sezioni trasversali che nasconde, innumerevoli, profili di persone: contarli diventa una sfida, poi, sulla destra, purtroppo in questi giorni quasi invisibile a causa di lavori in corso, un monumentale  “Fragment No. 5”, in alluminio (210 pezzi) dell’artista tedesco Florian Claar, una grotta (o abisso), insolito e inaspettato, nel bel mezzo della metropoli.

Proseguendo attraversiamo Roppongi Crossing e prendiamo la via a destra. Alla Mori Tower ci attende un gigantesco ragno con il suo sacchetto di uova di marmo. Filiforme e leggera maestosità di una splendida “Maman” in bronzo (1999) dell’immensa artista Louise Bourgeois (francese di nascita ma diventata cittadina americana sin dai primi anni Cinquanta). La scultura è un omaggio alla maternità in genere e a sua madre in particolare: “Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava”.

Ai piedi della Mori Tower, imboccando la strada che porta verso Azabu Juban, ecco, sul lato destro della strada la panchina, “Arch”, dell’architetto e designer fiorentino Andrea Branzi, che, contemporaneamente, ri-mette in perfetta simbiosi spazio pubblico e spazio privato, una specie di artistica fessura nello spazio tempo (o, come avrebbe detto Umberto Eco, citando Vonnegut, un “infundibulo cronosinclastico”).

Nelle immediate vicinanze l’ultima opera di cui parleremo: il Kin no Kokoro (Cuore d’oro) del francese Jean-Michel Othoniel, una grande scultura alta quattro metri in bronzo dorato. Inserita, sin dal 2003, nei giardini della Mori Tower, fra il verde e il laghetto, è stata collocata lì per celebrare i dieci anni del complesso e dell’annesso Museo. È la metafora dell’Amore nella sua accezione più ampia, universale: forte e fragile allo stesso tempo. E mutevole è l’opera, così come l’Amore, a seconda dei punti di vista.

Vale la pena investire un po’ del proprio tempo a Roppongi… ancora, cercando, potrete scoprire una “Nereide” di Emilio Greco, il “Guardian Stone” di Martin Puryear, il “Roboroborobo” del cinese Choi Jeong Hwa e tante altre opere ancora.

E dopo tanta ricerca dell’Arte, magari, godere un po’ di meritato riposo… nell’ Arte, fermandosi qualche minuto ne “L’isola calma” di Ettore Sottsass junior.

Info:

www.gotokyo.org/it/destinations/southern-tokyo/roppongi

Roppongi Jean-Michel Othoniel “Kin no Kokoro”, bronzo dorato. Photo credits by Lamberto RubinoJean-Michel Othoniel “Kin no Kokoro”, bronzo dorato. Photo credits by Lamberto Rubino

Tsukui Toshiaki “Hineri・Utsuri・Nagare” 1996. Photo credits by Lamberto RubinoTsukui Toshiaki “Hineri・Utsuri・Nagare” 1996. Photo credits by Lamberto Rubino

Kan Yasuda “Myomu”, bronzo. Photo Credits by Lamberto RubinoKan Yasuda “Myomu”, bronzo. Photo Credits by Lamberto Rubino

Tony Cragg “Fanatics”, acciaio inossidabile lucidato a specchio. Photo credits by Lamberto RubinoTony Cragg “Fanatics”, acciaio inossidabile lucidato a specchio. Photo credits by Lamberto Rubino

Louise Bourgeois “Maman” 1999, bronzo e marmo. Photo credits by Lamberto Rubino




Per un Mucha senza tempo

Timeless Mucha – Mucha to Manga: the Magic of Line è l’evocativo titolo di questa mostra itinerante che, dal 13 luglio 2019 al 29 novembre 2020, sarà visitabile in alcune delle maggiori città del Giappone: Tokyo (Bunkamura Museum of Art), Kyoto (Museum of Kyoto), Sapporo (Sapporo Art Museum), Nagoya (Nagoya City Art Museum), Shizuoka (Shizuoka Prefectural Museum of Art), Nagano (Matsumoto City Museum of Art).

Organizzata dalla Mucha Foundation, in collaborazione con Nippon Television, presenta circa 250 lavori fra manifesti, disegni, bozzetti e illustrazioni del grande artista Ceco (anche se molti lo credono francese, Alfons Mucha è nato in Moravia, a Ivančice, nel 1860), alcuni oggetti d’arte appartenenti alla sua collezione privata, fra cui stampe giapponesi, di cui era appassionato estimatore. Infine tutta una serie di lavori che, a partire dagli anni Cinquanta, sono stati realizzati da artisti giapponesi seguendo, in maniera pedissequa, la sua movenza stilistica, tanto che, a un occhio non allenato, risulta difficile, se non addirittura impossibile, cogliere le differenze.

E i Manga? Ci sono anche loro, spessissimo ispirati da Mucha e dall’Art Noveau (come pure lo sono state alcune illustrazioni di fumetti della Marvel, da Daredevil a Capitan America).

Il percorso espositivo misura come la sua eredità abbia influenzato la cultura rock psichedelica degli anni Sessanta negli Stati Uniti e nel Regno Unito (copertine di dischi e manifesti, da quello dei Rolling Stones in concerto per il Tour del 1969 a quelli, per i  Grateful Dead, del mitico locale musicale Avalon Ballroom di San Francisco, fra il 1966 e il 1969)  e poi anche, negli anni Settanta e ancora oggi, a ottanta anni dalla sua morte, i Manga e gli Anime giapponesi.

In effetti Mucha, nella Parigi di fine Ottocento, scopre l’arte giapponese, ne studia i principi, si innamora del motivi vegetali, delle lacche, delle stampe ukiyo-e di Hokusai e Hiroshige (con le loro immagini del mondo fluttuante) e riesce poi, in maniera sorprendente, a rielaborare il tutto creando uno stile “occidentale”, originale e innovativo.

Lo stile Mucha, per l’appunto: la cui genesi parte dai morbidi motivi a onda della Scuola Rinpa (secolo XVII), dagli Iris e dalle foglie d’acero, dal drappeggio degli Yukata, dalla voluttuosa sensualità delle cortigiane di Yoshiwara e degli altri quartieri del piacere.

Un grande Amore, il suo, totalmente ricambiato dai giapponesi.

Non a caso la seconda più grande collezione di opere di Mucha (con i soli due originali esistenti al mondo) – poster, dipinti ad olio, schizzi e gioielli (fra cui anche il noto “Snake Bracelet and Ring” 1899, realizzato a smalto, oro, opale, diamante) – è stata collezionata, con certosina pazienza e decenni di ricerca e impegno, dall’industriale Kimio Doi e poi donata alla città di Sakai (nella Prefettura di Osaka).

Grandi pittori suoi contemporanei, come Takeji Fujishima e Hiromitsu Nakazawa, ne hanno subito la fascinazione.

Nel dopoguerra nasce, con ottimi risultati, addirittura una scuola “di stile Mucha”, capace di produrre opere quasi indistinguibili da quelle del Maestro.

Prepotente l’influenza dell’artista Ceco nella produzione dei Manga (del resto anche l’immenso Katsushika  Hokusai è, unanimamente, considerato il primo “fumettista” della storia), soprattutto nel genere Shōjo, quello, per intenderci, che si concentra su emozioni e relazioni romantiche e dedicato, specificatamente, ad un pubblico femminile giovane (per esempio, Candy Candy, Mars o Lady Oscar).

Insomma, arte per sempre, che, come l’Araba Fenice si rigenera e, come Proteo, muta forma. Senza tempo, perché al Tempo si adatta, restando sempre fresca e attuale.

Se per il Dio Anubis (La macchina infernale, Jean Cocteau) “il tempo degli uomini è Eternità Ripiegata” per Alfons Mucha, allora, “il tempo è una Eternità Perenne”. Il Tempo non trascorre: non c’è un ieri, non c’è un domani… solo un utile apprezzabile oggi.

Timeless Mucha – Mucha to Manga: the Magic of LineTimeless Mucha – Mucha to Manga: the Magic of Line. Ingresso del Bunkamura Museum di Shibuya, ph A. Andriuolo

“Fushi No Hana” (Un fiore immortale) di Yukiko Kai, 1979. Stampa giclée, ph courtesy Fondazione Mucha

Vista esterna del Matsumoto City Museum of Art, prossima tappa della mostra dedicata a Mucha e al Giappone. Courtesy Japanguide.com




Dongdaemun Design Plaza

La Regina delle Curve è il soprannome dato a Zaha Hadid, architetto e designer di origine irachena, nata a Baghdad e poi naturalizzata britannica, dal prestigioso Guardian di Londra.

Mai epiteto fu più consono: lei, l’Archistar che liberated architectural geometry, giving it a whole new expressive identity (M.Kimmelman,  “Zaha Hadid, Groundbreaking Architect, Dies at 65”, The New York Times, 31 March 2016). Un genio, uno fra i massimi esponenti della corrente decostruttivista.

Una grande personalità, puro talento, purtroppo venuta a mancare nel marzo del 2016, a soli 65 anni.

Dongdaemun Design Plaza (DDP), a Seoul,  è uno dei suoi lavori più iconici e stupefacenti, incastonato, in perfetto equilibrio, pur nel contrasto fra antico e moderno e nonostante le immancabili critiche pre e post realizzazione, nella piazza  antistante l’Heunginjimun, la Porta Orientale, grande tesoro culturale della Corea, uno dei quattro ingressi  che permettevano l’accesso alla parte fortificata della città.

Il progetto (costato complessivamente circa 450 milioni di dollari USA e realizzato in collaborazione con lo Studio Coreano Samoo Architects & Engineers), iniziato nel 2009 e inaugurato nel 2015, occupa lo spazio che era, fino al 2007, dello Stadio Polifunzionale Dongdaemun. Durante i lavori di costruzione sono venuti alla luce i resti, ben conservati, di una Piazza d’Armi risalente al XVI secolo. Resti spostati e ricollocati poi all’interno del Parco Dongdaemun.

Il complesso, sin da subito, è diventato una delle grandi attrattive turistiche della capitale. Già nel primo anno oltre 8,5 milioni di visitatori e un flusso costante negli anni successivi di circa 6 milioni, attirati dalle forme futuristiche del complesso e dalla qualità degli eventi che, periodicamente, vi si tengono.

Il DDP si sviluppa su otto piani (di cui quattro interrati) per una superficie di quasi 87.000 mq: un susseguirsi di gallerie espositive, sale convegni, un Museo del Design, un centro educativo, una biblioteca, un “mercato del Design” aperto 24 ore su 24, che ne fanno l’ottimale catalizzatore della vita culturale e sociale della capitale (non mancano bar e ristoranti) e un perfetto incubatore per la creatività e lo scambio di idee.

Zaha Hadid ha lavorato focalizzandosi sul concetto di “paesaggio metonimico” (ossia nel creare un qualcosa che descriva, in maniera indiretta, l’essenza del luogo per il mezzo di un paesaggio dedotto, creato attraverso l’integrazione concettuale dei suoi aspetti storici, culturali, urbani, sociali ed economici).

In altre parole, il Simbolo invece che la cosa designata, il Contenente al posto del contenuto, l’Astratto per il concreto.

Il Parco, di oltre 30.000 mq, che occupa anche il tetto della struttura, reinterpreta i motivi del tradizionale giardino coreano.

La struttura dalle superfici ondulate e fluide, lunga ben 280 metri, sembra galleggiare sul suolo, come se cemento, alluminio, acciaio e pietra, pur nella loro solidità evidente, non avessero più peso. Sensazione che, col far della sera, diviene ancora più evidente allorquando i circa 40.000 pannelli microforati che la rivestono, la cui texture richiama antiche decorazioni tipiche del posto, fanno trasparire la luce dall’interno, creando una magistrale, per non dire miracolosa, completa dematerializzazione dell’insieme.

Gli interni (resina acrilica, piastrelle acustiche, fibra sintetica, acciao lucidato e pietra), dal canto loro, acuiscono viepiù questa sensazione. Leggerezza e astrazione, in un vapore metallico che delicatamente ti avviluppa: quasi un totale estraniamento. Quasi un’esperienza mistica.

La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere, diceva Le Corbusier. Come dargli torto?

Ci si perde, facilmente e volentieri, nel bianco dominante e pulito di queste curve e spirali, ampie e morbide, che incessantemente si susseguono come in un magico racconto. Una favola per sempre, dai tanti inizi e da nessuna fine.

Zaha Hadid

Per tutte le immagini: Zaha Hadid, Dongdaeum Design Plaza, Seoul, Corea, foto di Angelo Andriuolo