Luca Sciortino. L’artista crea norme per trasformare la realtà

Luca Sciortino è uno scrittore con la passione per la fotografia le cui ricerche filosofiche sono concentrate sull’epistemologia storica e in particolare sui diversi modi di conoscere che sono emersi nel corso della storia del pensiero umano. In tal senso è nato il libro “Ritratto dell’anima del mondo.  Saggio sulla realtà in pensieri e immagini”, presentato lo scorso 8 dicembre presso la Galleria RArte, edito da “Il Torchio”, con prefazione di Ludmilla Barrand, docente di Teoria dell’Arte all’École Nationale Supérieure des Beaux-arts di Lione.

La mostra cerca di tirare le fila dei punti salienti della storia del pensiero filosofico riguardo l’essere umano e l’universo, per cui se l’anima di un uomo può essere pensata come la totalità dei tratti che formano la sua personalità, allora anche quella dell’universo può essere immaginata come un complesso di tratti distintivi e disposizioni rintracciabili nel mondo dei fenomeni.

Gli scatti della mostra catturano l’anima del mondo attraverso momenti di vita quotidiana, atmosfere e luci che irradiano o rendono più misteriose le nostre città, panorami, paesaggi che infondono nell’animo di chi li ammira una bellezza sena tempo. D’altronde è sempre una questione di sguardo come sostiene anche Sciortino, bisogna partire dallo sguardo e dalla nostra capacità di cogliere l’armonia nel mondo.

Quando è nata l’idea di questo libro?
In un certo senso, il libro “Ritratto dell’anima del mondo” è nato riflettendo su una frase del filosofo e psicanalista James Hillman. Secondo quest’ultimo ci sono eventi che rivelano l’anima mundi, l’anima dell’universo. Una vita “ricca” è quella capace di cogliere questi eventi: per Hillman dovremmo attraversare il mondo come un cacciatore tribale, o un botanico, o un cercatore d’oro, cioè dovremmo scrutare le cose attentamente e coglierne l’anima, il riflesso dell’anima del cosmo. Ho immaginato quest’ultima come un complesso di tratti distintivi dell’universo, tratti che in qualche modo lo caratterizzano, proprio come un certo carattere caratterizza una persona e non un’altra. Mi sono quindi chiesto: quali sono gli eventi che ne suggeriscono o rivelano alcuni dei tratti? In che senso differiscono da altri eventi che si perdono nel flusso indistinto e ininterrotto del tempo? Come facciamo a individuarli? E perché ci emozionano? Nel libro, la risposta si articola in parole e immagini: alcune fotografie di viaggi e reportage mi hanno aiutato a identificare alcuni dei modi di rivelarsi di un qualcosa che potremmo chiamare di volta in volta un frammento dell’anima del mondo. E così in alcune immagini certi alberi rivelano un carattere distintivo dei fenomeni: la volontà, la brama di oggettivarsi, manifestarsi, vivere, che pervade il cosmo. In altre il mare si offre come metafora stessa di un universo dotato di anima. In altre ancora si nota la presenza di gesti che sono uguali ovunque nel mondo e dunque ne rivelano un’anima. Insomma, nel libro mostro in parole e immagini come certe cose o eventi suggeriscono l’esistenza di un’anima del cosmo. Si potrebbe dire che il libro parla dei modi di rivelarsi della bellezza e della nostra capacità di coglierla.

Cos’è per lei l’Arte?
Sperando di non semplificare troppo, direi che l’artista trasforma la realtà secondo norme che lui stesso crea, così da esprimere particolari emozioni o idee. La mostra fotografica e le singole fotografie che la compongono sono il frutto di un’operazione di questo tipo. Per esempio, il gesto di una madre che aggiusta il cappello al proprio bimbo sorridendo, scattata in un paesino della campagna ucraina, è un gesto che si ritrova in ogni cultura. La foto che lo ritrae è una trasformazione della realtà in immagine digitale che vuole mostrare un modo di rivelarsi dell’anima del mondo, attraverso gesti che sono universali. Poi, la mostra fotografica nella sua interezza assembla diverse immagini in un certo particolare modo per esprimere un’idea, quella che l’anima del mondo si rivela a noi in molti modi.

Quali sono le foto della mostra che secondo lei meglio rappresentano lo spirito del nostro tempo?
Penso per esempio alla foto di una famiglia di profughi sugli scogli vicino Beirut di fronte al mare al tramonto. Quella famiglia sognava l’Europa. Questo sogno, il sogno comune alla specie umana di andare verso altri luoghi per cercare la propria felicità è un altro tratto dell’anima del mondo. Ed è un tratto che appare ancora più evidente in questa epoca di migrazioni.

L’anima del mondo può essere dunque colta meglio dalla fotografia piuttosto che da un pennello?
No, non direi. Mi sembra che un fotografo, se vuole rivelare modi di rivelarsi dell’anima del mondo, debba necessariamente cercarli ed essere capace di scattare nell’attimo giusto. Ma sono tutti gli artisti a essere attenti a cogliere certi attimi: questa per esempio è la qualità distintiva dei poeti, come ho mostrato nel libro.

Banksy, uno degli artisti più discussi ed influenti di questo periodo, sostiene che la fotografia ha ucciso la pittura, è d’accordo con questa affermazione?
Sono state dette molte cose sul rapporto tra fotografia e pittura. Mi sembra indubitabile che la fotografia ha conquistato parte del territorio della pittura candidandosi a essere capace di rappresentare la realtà in maniera più realistica. Ma questo non è stato un male: la pittura si è liberata di un compito gravoso ed è divenuta più astratta e dunque più concettuale. La fotografia ha cambiato la pittura e a sua volta la fotografia è stata cambiata dalla pittura. Perché in fondo nella postproduzione la fotografia digitale subisce trasformazioni un tempo inconcepibili. Insomma pittura e fotografia sono cambiate. Abbiamo scoperto che hanno una storia, che non sono statiche, che mutano.

Chi vede più correttamente l’essere umano? La fotografia, la pittura, l’arte concettuale, digitale?
Credo che esistano diverse prospettive dalle quali guardare all’essere umano: tutte quante plausibili e necessarie. Ci sono probabilmente cose sull’essere umano che si possono dire soltanto usando un linguaggio artistico piuttosto che un altro. L’antropologo Gregory Bateson amava ripetere una frase della danzatrice statunitense Isadora Duncan: “If I could tell you what it meant, there would be no point in dancing it” (“Se potessi dirti che cosa significa non avrei bisogno di danzarlo”). Ho corredato il mio saggio “Ritratto dell’anima del mondo” con fotografie per poter esprimere quello che non potevo dire con la scrittura o perché era utile giustapporre la raffigurazione alla narrazione.

I suoi prossimi impegni?
Per adesso portare in giro per l’Italia il mio progetto “Ritratto dell’anima del mondo”, che si compone di una serie di mostre fotografiche e della presentazione del libro, e poi continuare a insegnare e a scrivere libri.

Il suo più grande desiderio in relazione al saggio realizzato?
Trasmettere al lettore l’importanza dello sguardo. Dal nostro modo di guardare il mondo dipende il nostro rapporto con esso e dunque la capacità di rispettarlo. Pensi alla Natura stessa. Non è mai stato così necessario come oggi costruire con essa un nuovo rapporto. Questo non può che partire dallo sguardo.

Da viaggiatore quale è, secondo lei, le città con le loro architetture finiscono per assomigliarsi a tal punto che le differenze si perdono?
Sì, assolutamente. C’è una tendenza verso l’omologazione che mi fa paura. Rendere i luoghi tutti uguali fra loro significa distruggerli, privarli del loro genius loci, che è il loro spirito.

Quali scatti della mostra l’hanno emozionata di più? A quali sente di appartenere più profondamente?
Una foto ritrae un gruppo di bambine che corrono ridendo su una sponda del Gange con il sole che sorge alle loro spalle. Non so da dove arrivassero, spuntarono all’improvviso da un orizzonte a me ignoto, alle prime luci dell’alba. Tutt’intorno c’erano i roghi dei defunti, i mendicanti bambini, i sofferenti. Quella corsa, quel venire come… in essere… all’improvviso, mi sorprese. Ecco, l’apparire tutto a un tratto, l’irrompere sulla scena, il decuplicarsi di colpo delle forze vitali con impeto eccezionale caratterizza un particolare modo in cui i fenomeni si presentano in particolari momenti. È come se l’universo tramasse per sorprenderci, come se avesse una sua anima che si esprime a un certo punto senza che ce lo aspettiamo.

Info:

www.lucasciortino.it

Ritratto di Luca Sciortino

Luca Sciortino, Jaipur, India, 2011

Luca Sciortino, Varanasi, India, 2011Luca Sciortino, Varanasi, India, 2011

Luca Sciortino, Lago Big Almaty, Kazakhstan 2016

Luca Sciortino, Deserto del Namib, Sossusvlei, Namibia, 2017

Luca Sciortino, Laghi Shichahai, Pechino, Cina, 2016

Luca Sciortino Tamigi, Londra, 2011 Luca Sciortino, Tamigi, Londra, 2011




Greta Bisandola. Indagando sull’essere umano, rifletto sulla pittura

L’arte mette in disordine la vita e mai come oggi l’arte sembra aver preso i caratteri di un dramma grottesco, futile, crudele ma anche passionale, dove le cose non sono come appaiono e la bellezza è difficile, per usare un’espressione di Ezra Pound. Nel caso di Greta Bisandola, artista che vive e lavora a Padova, la bellezza consiste non solo nella “mano”, nell’abilità di realizzazione di opere d’arte figurativa, nel rendere il lavoro compiuto un carattere. La ricerca di Greta Bisandola infatti ruota intorno ai volti e ai corpi, dove l’immagine è la protagonista indiscussa, custode di mistero, significati e verità, verità che l’artista veneta cerca di afferrare attraverso la stratificazione della memoria e dei moti dell’animo dell’essere umano, senza seguire, come lei stessa afferma, un preciso progetto, decollando da un terreno di incertezza per offrire un’esperienza condivisibile, intensificando e distanziando le cose. Bisandola dunque realizza l’antico compito dell’arte, la quale “fa spazio e tempo” dando grande importanza al caso, spesso foriero di verità.

Indagando sull’uomo, ritraendo figure, la pittrice di Monselice indaga sulla pittura in quanto materia, e sul vuoto che ha lasciato lo svuotamento di significato dell’immagine, abbandonandosi alle visioni dell’inconscio, alla casualità, ai “mostri” rappresentati sulla tela: animi spossati senza status, né storia imprigionati in aspetti sgradevoli, distorti, disturbanti, tra i quali spiccano anche alcuni autoritratti della Bisandola.
Accostata a pittori come Schiele, Turner, Freud, Bisandola si sente più vicina al nipote del celebre psicoanalista, per quanto riguarda la pratica del tempo, rappresentando ciò che c’è oltre il visibile e il percepibile, oltre la deformità dei visi e dei corpi, oltre l’apparente ironia che cela la paura del non bello in quanto armonioso, sano, cercando sempre di preservare la propria identità.

Greta Bisandola ha esordito nel 2010 con una mostra personale a Palazzo Durini, Milano. Altre personali le sono state dedicate a Bassano del Grappa, Torino, Berlino, e contemporaneamente ha partecipato a diverse collettive sia in Italia che in Germania. In cantiere ci sono una collettiva al Museo Diocesano di Padova e una personale alla collezione The Bank di Bassano.

La deformità che spesso infligge ai volti e ai corpi dei soggetti delle sue opere sembra voler far emergere la sofferenza e la complessità cerebrale ed emotiva dell’essere umano, è corretta questa chiave di lettura?
Del mio lavoro, purtroppo, non possiedo la chiave e non vi è alcun intento se non quello di trovare delle corrispondenze che durante l’esecuzione si traducono soltanto in un piacere per gli occhi. Quindi io non conosco il segreto dei miei personaggi. Però posso dire che attraverso l’umano cerco di indagare la pittura. La complessità dell’umano affianca la complessità della pittura, ma sono due entità separate in un certo senso. Dipingere significa per me innanzitutto avere un’esperienza fisica con la materia. Il volto e il corpo sono grandi contenitori in tal senso.

In questo senso che significato assume per Lei, l’identità?
Sono molto legata alla figura, alla pittura quindi figurativa, anche se per me oggi l’immagine si è svuotata di tutto, non è più portatrice di un significato. Ed è proprio questo vuoto che mi interessa. C’è un sovrappiù nel lavoro dei volti che ho realizzato fino ad oggi che tenta di creare delle fratture interne alla forma per poter parlare di qualche cosa d’altro. L’identità dei miei soggetti è in eccedenza e sopra le righe, nel tentativo di frantumare sé stessa. Vuole frantumarsi perché in realtà non accetta misura, non vuole “un’identità”, vuole tutto, aspira all’infinito e quindi non può contenersi. Il soggetto si apre e insegue la materia perché è viva e si muove, è lei che rappresenta l’identità del reale, perché il mondo non aderisce mai al nostro schema. La pittura invece è materia ed è mondo.

Quando ha iniziato a dipingere e perché?
Ero una bambina, prima ho cominciato a disegnare, poi a dipingere. Il principio di tutto è un ricordo lontanissimo, una lunga strada ricca di esperienze e cambiamenti continui. Come spiegare perché una cosa accende tanta passione e ti chiama continuamente a sè, come una voce nella testa? Dipingo perché questo è il mio desiderio singolare, è il mio controcanto, forse è un atto prevaricatore nel tentativo di affermarmi. Nel desiderio c’è qualcosa che ancora non è stato scritto, qualcosa che non è ancora accaduto ma che spera di farlo, che verrà. Dunque dipingo per gettarmi in avanti con la paura che mi caratterizza perché, prendendo spunto da un’intervista a Giacometti, mi piace l’avventura.

La sua è una pittura turbolenta, tuttavia dopo aver terminato un’opera, si sente appagata dal suo lavoro, in armonia con sé stessa?
Certo, è questo il fine ultimo, sentirmi assolutamente appagata. Quando un’opera termina mi sento compiuta e nel posto giusto.

In “Luce propria”, ha messo in evidenza anche il suo volto, è una sorta di atto di pacificazione, un desiderio di svelarsi?
Quando dipingo c’è sempre nella mia ricerca un desiderio di svelarsi, ma soprattutto a me stessa. Il lavoro più riuscito è quello che mi separa da me, quello che provoca il mio stupore, mostrandomi qualcosa che non conoscevo e non sapevo di poter fare. Uso spesso il mio volto nei dipinti, è il volto con cui ho più confidenza, quello a portata di mano. Sembrerà incredibile, ma spesso i problemi di un pittore riguardano questioni tecniche.

È stata accomunata a pittori come Lucien Freud, Turner, Bacon… A chi si sente più vicina?
Tra questi Lucian Freud, per la pratica del tempo, e perché mi sembra un “costruttore” di corpi. Fa a pezzi un volto e al tempo stesso lo mantiene unito e solido. Amo quella sua tecnica speciale che diventa un carattere.

L’umanità senza filtri che rappresenta, sfigurata e devastata, scaturisce dalla contingenza storica, contemporanea o dall’essenza stessa dell’essere umano che è immutabile?
Tutto ciò che ci riguarda e che ci circonda come esseri umani, la struttura sociale, le nostre esperienze, quello che siamo senza sapere, si manifesta e fa parte di quello che creiamo, che rimane, tutto sommato, sempre all’interno di un limite tangibile. La contingenza storica contemporanea crea per me delle dicotomie, per questo l’umanità nel mio lavoro non vuole parlare di umanità. È vero che non ci sono filtri, perché in effetti, come già ho accennato, la mia umanità vuole farsi contenitore di tutto il contenibile. Contemplare un vuoto come via d’accesso. Nasce dalla possibilità di non dover più raccontare una storia.

Natura e storia, come si relazionano questi due aspetti con le sue opere?
La storia è tutto ciò che conosciamo, ci caratterizza nostro malgrado ed è materiale da cui, per forza di cose, anch’io sento di dover attingere in qualche modo per poter andare avanti. La natura invece, nel mio lavoro, è sentita come un processo, una metamorfosi, uno spazio di riposo ma in movimento, dove la gestualità è forse più autentica, più facile. Mi sembra che si manifesti nelle mie opere in maniera isolata, ritagliata, alla pari con il resto, non crea mai un ambiente.

Secondo Lei, sulla scia del pensiero di Benjamin, l’opera d’arte oggi più che mai si afferma come rovina lasciando cadere ogni residuo di bellezza? Il bello appare come un fossile di un’epoca lontana? 
La parola “bellezza” ha un carattere oggettivo, sembra parlare di un’armonia condivisa da tutti allo stesso modo. Sembra riferirsi sempre ad un modello consolidato. In più è costretta a raccontare una storia legata indissolubilmente al suo aspetto, alla sua forma come perfetta coincidenza di sé stessa, uno stretto involucro paralizzante. Oggi il brutto si fa bello perché la stortura è una tensione viva verso il reale, l’immagine non vuole raccontarsi così com’è, ma cerca altrove. Perché il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile, è la trascendenza. Anche la pittura figurativa sente questa necessità ecco perché in qualche modo si deforma. L’arte è vita, e la vita ha che fare con l’evento, ci coglie di sorpresa, ci sovrasta e trascina, non è condivisibile, è singolare, è unico.

Le sue opere “fanno tempo”, portano a maturazione il percepibile, realizzando l’antico compito dell’arte, si sente parte di questa mission? 
Nel fare arte contemporaneo c’è un’individualità che pone l’artista solo al centro di sé stesso, di un proprio bisogno, di una propria necessità incomprensibile in qualche modo. Questo forse soprattutto in pittura. La speranza è comunque quella di lasciare qualcosa che duri nel tempo, un oggetto dotato di una certa autonomia, almeno per quanto mi riguarda, che possa ad un certo punto essere convalidata. Ma l’oggetto riuscito anche solo per chi l’ha costruito, basta e avanza, in questo senso il fare artistico è una faccenda maledettamente privata.

Progetti in cantiere e desideri da realizzare?
In cantiere ho qualche mostra, prossimamente una collettiva al Museo Diocesano di Padova e più avanti una personale alla collezione The Bank di Bassano. Il desiderio è quello di continuare a dipingere.

Info:

www.gretabisandola.com

Greta BisandolaGreta Bisandola. Ph. credit Andrea Rosset

Greta Bisandola, Il Bambino, 90 x 90 cm, 2019, olio su tela

Greta Bisandola, Madre, 80 x 80 cm, 2014, olio su tela

Greta Bisandola, Pauline, 50 x 50 cm, 2011, olio su tela

Greta Bisandola, Sottogiardino, 40 x 70 cm, 2014 olio su tela

Greta Bisandola, Esercizio, 50 x 50 cm, 2013 olio su tela




Giuseppe La Spada. Il calore della manualità nell’arte digitale

L’arte è un modo di raccontare il mondo attraverso la creatività dell’intelletto. L’uomo crea il mondo, ma creazione e riproduzione non sono la stessa cosa: difatti se l’artista crea il mondo, l’artigiano lo riproduce. L’arte dunque non è ciò che è mondo per dirla come Karl Kraus, non si tratta di una questione di gusti, ma di scavalcare orizzonti, compiendo qualcosa di nuovo. In tal senso l’artista “interdisciplinare” Giuseppe La Spada ispirato da natura, poesia e suono, e da sempre interessato alle tematiche ambientali, cerca di operare come fa la natura, riproducendo con tecniche digitali e con la fotografia la sua attività. Protagonista di molti lavori del poliedrico Giuseppe la Spada è l’acqua, elemento usato come pretesto per parlare del rapporto Uomo-Natura, riflettendo su ciò che c’è sotto la superficie, facendo emergere l’indicibile che acquista consistenza in una atemporalità sospesa tra suono e segno.

La Spada è dunque, in quanto fotografo e video-artista, un artigiano che racconta qualcosa che già può essere nella nostra testa, un esploratore di profondità, un ideologo sensibilizzatore, un artista certamente concettuale ma lontano dall’estetica del disgusto, sulla scia del movimento Art and Language nato negli anni settanta. La fotografia infatti non è arte ma artigianato, tecnologia e nell’era delle fotocamere digitali tale definizione assume un valore ancora più forte. L’artista ha esposto i suoi lavori in Europa, America e Asia, dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Webby Awards vinto nel 2007 con un progetto online legato all’ecologia. Nel 2018 partecipa alla mostra Idesign, Manifesta 12 Collateral a Palermo con Fluctus, un’enorme installazione in plastica. Nello stesso anno, il suo lavoro è anche esposto nella mostra Re-Use, tra artisti come Man Ray, Duchamp, Manzoni, Christo, Pistoletto, Damien Hirst. Attualmente vive e lavora a Milano: nel 2017 ha presentato l’installazione Shizen no Koe al “Festival per la Terra” al Museo oceanografico di Monaco e ha da poco sviluppato il progetto sociale We are drops che mira a creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini.

In che modo riesce ad esprimersi al meglio? Attraverso la fotografia, l’arte digitale, la video-arte, le installazioni?
Quando ero ragazzo leggendo lo ‘Spirituale nell’Arte’ di Kandinskij, ho sentito parlare di opera totale, questa cosa mi ha segnato per sempre, per me il massimo è utilizzare tutti i mezzi possibili, cercando di dare una drammaturgia, un giusto peso. Ogni singolo elemento ha un compito preciso, esattamente come in una orchestra. La fotografia indubbiamente arriva prima, sia come atto di sintesi che di fruizione, di conseguenza spesso è l’aggancio agli altri livelli di lettura soprattutto oggi sui social network.

Qual è secondo lei oggi il fine dell’arte?
In questo scenario dove lo scarso appeal di religioni e politica, la velocità e saturazione tecnologica imperano, l’Arte oggi più che mai, è chiamata a guidare, ispirare i cambiamenti necessari per la sopravvivenza di noi stessi e del pianeta. Una nuova architettura sociale può nascere grazie al pensiero condiviso e l’arte è un driver fondamentale.

Perché, tra tutti gli elementi della natura, ha scelto di concentrarsi maggiormente sull’acqua?
L’Acqua per me è il tutto. Insieme all’aria è l’elemento della necessità in senso sia fisico che spirituale, il ritorno intrauterino, il tuffo mistico, l’elemento cangiante e duttile per eccellenza. Comprendendo l’acqua forse si comprende il segreto della vita, dell’eterno divenire.

Ci parli del progetto sociale We are drops.
We are drops nasce essenzialmente dopo aver realizzato che l’unica soluzione possibile per combattere l’inquinamento è creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini. I comportamenti possono cambiare instillando l’amore e la protezione nei confronti della natura e dando gli strumenti di comprensione dei problemi. I bambini sono molto più attenti di noi e collegati alla natura.

In riferimento al suo progetto, secondo lei l’arte deve avere anche un ruolo educativo, sensibilizzare le coscienze a tematiche importanti?
Assolutamente. Deve supplire ed accelerare i processi sociali. Uscire da certi ranghi elitari e incontrare il cuore delle persone. Deve essere un sismografo che vigila e restituisce il peso e il rigore di certi valori persi. I problemi sono quasi tutti di natura culturale, non possiamo risolverli adottando le stesse strategie che li hanno generati.

Nell’esperienza fotografica conta di più la tecnica o l’esperienza?
Credo conti l’intenzione, il fuoco sacro dietro al desiderio di materializzare e visualizzare. Oggi conta il progetto, la tecnica diventa sicuramente una conseguenza dell’esperienza ed è una condizione imprescindibile, ma la vera profondità è data dalla ricerca in senso olistico, tantissime immagini figlie di esperienza o tecnica spesso non arrivano al fruitore finale.

Il lavoro che le ha dato maggiori soddisfazioni?
Ogni lavoro credo sia una parte importante del percorso. Spesso i lavori coincidono con gli incontri, e questo mi ha dato la possibilità di incontrare persone straordinarie. Dovendo fare una scelta, la risposta è legata sicuramente all’incontro con il maestro e compositore Ryuichi Sakamoto. Una figura per me importantissima, la mia vita sarebbe completamente diversa senza questo incontro. Avere avuto l’onore di collaborare con un maestro del genere è un riferimento costante anche nell’assenza. La profondità di visione e di intenti mi ha cambiato per sempre. Il mio lavoro sulla Natura è figlio di questo incontro.

Perché, come anche lei ha affermato, è importante tornare al “calore della manualità” in un’epoca dove l’arte digitale, insieme a quella concettuale, è sempre più preponderante?
Perché stiamo perdendo la parte umana, rispetto a quella più materiale e in questa corsa sfrenata alla tecnologia, all’intelligenza artificiale stiamo perdendo il grado termico del pensiero, per questo mi impongo sempre di utilizzare il digitale in maniera “calda”, mai fine a sè stessa.

Personalità che la ispirano particolarmente?
Di Sakamoto ho detto prima, poi tanti poeti, artisti, registi, mistici, Tarkowskij e Josef Beuys, su tutti. Credo che le biografie dei grandi uomini del passato possano dare degli spunti molto interessanti, decodificare le chiavi del loro modo di creare, immaginare come si comporterebbero oggi, andare in risonanza col loro pensiero per me va oltre la semplice ispirazione.

Kandinskij tramutava la sua pittura in eventi sonori, elaborando una teoria armonica del colore, si può dire che lei, avvalendosi ad esempio della musica di Sakamoto e di Fennesz, voglia scandagliare l’emozionalità e l’interiorità di un mondo assopito e dell’essere umano in relazione all’ambiente in cui vive?
Da più di dieci anni per me l’obiettivo primario è proprio riconnettermi e far comprendere la relazione uomo natura, le parole spesso non bastano e ci vogliono strade diverse. Il dardo emotivo della sinestesia suono immagine, probabilmente arriva più in profondità rispetto a un testo o a dei dati sulle problematiche ambientali, ho passato molti anni a cercare queste chiavi emotive. L’uomo contemporaneo ha una estrema necessità di recuperare la relazione con quello che è più di un luogo che ci ospita.

Prossimi impegni?
Sono tutti legati a tre parole che amo: Arte, Spiritualità, Sostenibilità e naturalmente all’elemento Acqua.

Info:

www.giuseppelaspada.com

Giuseppe La SpadaGiuseppe La Spada’s photo portrait

Giuseppe La SpadaGiuseppe La Spada, Federica Brignone. Traiettorie Liquide, 2018

Giuseppe La Spada, Falling down, 2017, 105x70cm, Fine Art Inkjet Print mounted on Ddbond, from the series In a changing Sea Falling

Giuseppe La Spada, Collapsing series, 2015




Silvia Idili: la pittura tra Rinascimento e Metafisica

Artista neo-metafisica, visionaria, gotica, realista magica di tradizione rinascimentale: si rispecchia in tutti questi termini l’artista sarda, milanese d’adozione, Silvia Idili, estimatrice al contempo di Leonardo da Vinci e di Giorgio de Chirico, ma certamente rappresenta un’arte che sa di nuovo, un’arte ipnotica, magnetica, che ha a che fare con il nostro inconscio e con il nostro modo di rapportarsi con l’assoluto e la realtà. Le tele dell’artista sarda spiccano per un originale simbolismo e ricerca cromatica che rendono i suoi lavori fortemente scenografici. I suoi dipinti evocano geometrie, armonia delle forme e composizioni del passato per esprimere con maggiore intensità e credibilità la tensione spirituale, emotiva e psicologica dell’uomo contemporaneo, molto spesso spiazzato dalla complessità della realtà in cui si trova e che non sa decifrare, anche quando si confronta con il trascendente. L’arte di Silvia Idili è un invito a comprendere il senso della vita, soprattutto attraverso il rito, categoria fondamentale delle civiltà secondo il grande antropologo e filosofo Mircea Eliade, nonché, come sostiene anche la Idili, una garanzia per il mantenimento della propria identità e per quanto riguarda questo aspetto l’artista è pienamente se stessa, un’esistenzialista visionaria che racconta l’assurdità della vita andando oltre il visibile, attingendo alla dimensione onirica e metafisica e all’atavismo della sua terra natale.

Silvia Idili ha esposto, tra gli altri, presso il Museo di Arte Contemporanea di Lissone, la Galleria Moitre di Torino, e al MEA Museo Dell’emigrazione Asuni di Milano.

Le sue opere fondono classicità e metafisica. Come nasce questo sincretismo e qual è, secondo lei, il filo rosso che unisce questi due importanti contributi dell’arte europea?
É nato per caso e non di certo da una mia volontà programmata, forse l’incontro è avvenuto poiché prediligo la pittura classica e stimo Giorgio De Chirico, protagonista e inventore della metafisica. Il filo rosso che li unisce credo sia il pensiero stesso di questa corrente che utilizza elementi di pittura classica per distorcere la realtà che apparentemente assomiglia a quella che conosciamo dalla nostra esperienza. Si supera la realtà, per andare in qualche modo oltre.

L’essere definita una pittrice visionaria geometrica è un’espressione che le sta stretta?
In generale non amo le definizioni, anche se spesso le persone hanno bisogno di descrivere a parole ciò che non conoscono. Tuttavia essere definita una pittrice visionaria non mi dispiace. Per me ha motivo di essere un assoluto complimento.

Che tipo di ispirazione le offre la sua terra, la Sardegna?
Tutto.  Dai santuari alle montagne, dai miti alle leggende, dai riti arcaici ai costumi, dalle maschere ai colori, dalla saggezza più profonda e autentica al modo di vivere e di pensare di certe persone, prive di cultura accademica ma ricche di una cultura quotidiana che non è ignoranza ma un dono profondo atavico di pensiero e di contemplazione superiore della vita.

Quanto conta nella sua produzione la lezione rinascimentale?
Sin da quando ero piccola, mi sono sempre sentita attratta da Leonardo Da Vinci, l’emblema stesso dell’uomo rinascimentale: suppongo che questo importante periodo artistico mi abbia segnato, poiché nel rinascimento ci fu un forte interesse verso la geometria e i Solidi Platonici.

Cosa pensa dell’arte di oggi, e soprattutto di quegli artisti che rigettano totalmente la tradizione?
Sull’arte di oggi non penso, mi limito a osservare e raccogliere ciò che di buono mi può offrire. Ogni artista deve sentirsi libero di scegliere una direzione; anche se la conoscenza della tradizione è fondamentale, a prescindere da quale direzione si voglia prendere nel proprio iter artistico.

L’esposizione che la ha dato maggiori soddisfazioni?
Credo che ogni occasione per esporre i propri dipinti sia motivo di soddisfazione. Mi ritengo soddisfatta di tutte le mostre che ho fatto sino ad ora, senza prediligere o sminuire nessuna di loro; perché ognuna di esse ha contribuito alla crescita del mio percorso.

Dove e come è cresciuta Silvia Idili?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, dove ho imparato a osservare il cielo, conoscere le stelle, i nomi dei venti, a capire i miei nonni quando parlavano tra di loro il sardo e scoprire che vivevo in un posto, dove si parlava un’altra lingua. Crescendo, ho capito che vivevo su un’isola e il mio essere isolana mi ha dato una concezione diversa della vita; ma soprattutto mi ha reso curiosa e mi ha spinto ad andare oltre ciò che i miei occhi vedevano e oltre ciò che i miei sensi mi permettevano di sentire.

Nell’arte contemporanea si crea un misunderstanding continuo: il curatore o il critico diventano dei filtri che legittimano l’artista, definendo cos’è arte e cosa non lo è. In questo “gioco” rientra ovviamente anche il visitatore. Cosa si sente di dire in merito a queste tre figure?
Di rapportarsi all’arte con la giusta sensibilità e soprattutto senza pregiudizi.

Cosa tenta di trasmettere al visitatore e al mondo dell’arte in generale?
I miei dipinti sono solo un invito, una finestra di pensiero che incita lo spettatore ad affacciarsi e riflettere sul senso dell’esistenza.

Nell’opera “Visionaria35” come in altre opere simili, lei sembra voler mostrare l’occhio che vede anche sé stesso, che va oltre ciò che vede, riflettendo sul rapporto tra visione e cecità, alla maniera di Derrida il quale si chiedeva cosa vediamo davvero quando vediamo?
Si. I Visionari, ritratti femminili e maschili, sono volti con gli occhi spesso occultati da geometrie o teli; sono simbolo di infrastrutture create dalla mente per nascondere e mascherare la vera natura del proprio essere, che è allo stesso tempo, espressione di una tensione spirituale in rapporto con l’ansia della contemporaneità. I visionari invitano a una riflessione e a uno sguardo interiore.

La visione, lo sguardo sono metafore della conoscenza per eccellenza, che sconfina nella visione intellettuale, lei cosa crede di conoscere attraverso il suo lavoro artistico?
L’assurdità stessa del reale.

Cos’è per lei il rito? Tema che spesso ricorre nei suoi quadri.
La ricerca e la garanzia del mantenimento della propria identità.

La dimensione onirica per lei rappresenta una fuga da una realtà spesso deludente, o piuttosto contribuisce a comprenderla meglio?
La dimensione del sogno è quella in cui si manifesta la natura più profonda delle cose, è lo strato più intimo dell’esistenza stessa del mondo.

In che rapporto è la sua “metafisica” con il trascendente, ha un carattere di tensione verso l’assoluto? O crede impossibile una sintesi tra ragione e teologia?
Come ho risposto in precedenza, i miei lavori tendono alla ricerca del proprio io, che però lo si conosce solo alla fine del cerchio. La tensione verso l’assoluto è soggettiva, ognuno sente e trova il suo assoluto in base al proprio credo e non-credo. La sintesi tra ragione e teologia è relativa, tutto dipende da noi stessi e da quello che cerchiamo e troviamo nel silenzio della meditazione.

Prossimi impegni?
Continuare a dipingere.

Annalina Grasso

Info:

www.silviaidili.com

Ritratto fotografico di Silvia IdiliRitratto fotografico di Silvia Idili

Silvia Idili, I sognatori, olio su tavola, 40×50 cm, 2010

Il rito. Olio su tavola, 20x30 cm, 2015Silvia Idili, Il rito. Olio su tavola, 20×30 cm, 2015

L'incontro-olio su tavola 20x30 2010Silvia Idili, L’incontro, olio su tavola, 20×30 cm, 2010

Silvia Idili, Visionaria 35. Olio su tavola, 30×30 cm, 2016

Silvia Idili, Visionario 8, olio su tavola, 40×44 cm, 2018




Federico Lombardo: tra impressionismo e semplicità giottesca

L’arte contemporanea opera con un taglio netto, se non addirittura disprezzando, irridendo il passato, senza pensare che l’arte non è altro che una lunghissima successione di modelli e archetipi che nel corso del tempo si sono sedimentati, in armonia fra innovazione e tradizione.

In questo senso non pecca d’orgoglio l’artista campano Federico Lombardo, sostenitore dell’importanza della messa in discussione dei valori stabiliti, nato a Castellamare di Stabia e residente a Roma, nelle cui produzioni convivono sperimentalismo e passatismo, ritratti stranianti che vogliono esprimere sentimenti neutrali, ispirati ai modelli rinascimentali e tecnologia digitale (a differenza di quelli più sfuggenti realizzati su tela), rievocazioni compositive giottesche e scene di vita quotidiana dei nostri giorni.

Diplomatosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lombardo, lontano dalla tradizione storica novecentesca, spesso inserisce nelle sue opere elementi di scultura che fanno da sfondo e personaggi che sembrano fantasmi, raffigurazioni di sogni e ricordi.

Il corpus creativo di Lombardo è variegato, per il quale è fondamentale la ricerca di nuovi valori della visione, affidandosi all’immediata impressione del vero, e rifiutando qualsiasi processo canonico ed ideologico della rappresentazione. Le sue opere sono avvolte da un’atmosfera che ricorda i film di Jean Renoir, perché l’arte che nella mente e nelle mani di Lombardo diviene cinema sulla tela, dinamismo, movimento, così come il colore è efficace mezzo espressivo per restituire ad ogni cosa il suo peso e il suo volume, un po’ alla maniera di Jean-Frédéric Bazille, cogliendo la naturalezza e l’eternità quotidiana di una vita in cui l’arte è sempre presente.

I lavori di Federico Lombardo, che dimostrano la poliedricità dell’artista campano, sono stati ammirati al parlamento europeo di Strasburgo, nella Basilica Palladiana di Vicenza, al Pac di Milano, in biennali (Venezia e Sharjah) e quadriennali. L’ultima sua mostra personale, “Monade” risale al 2018 a Milano, a cura di Federico Rui. La prossima personale sarà a Bassano presso la collezione the Bank.

Lei è stato inserito nel diario della pittura italiana vivente “Eccellenti pittori” dal giornalista e critico d’arte Camillo Langone, ma chi sono per Lei i pittori eccellenti e quale ritiene essere l’aspetto della sua arte che la rende un pittore eccellente?
Camillo conosce il mio percorso artistico da quasi 15 anni; è come un Vasari del XXI secolo, almeno questa è la sua intenzione; è evidente che individua nella mia pittura delle qualità tecniche, stilistiche tali, da rendermi partecipe di questo suo progetto. Perché mi definisca eccellente forse sono la persona meno adatta per rispondere, bisognerebbe chiederglielo.  Spesso mi paragona a pittori impressionisti o contemporanei del calibro di Erich Fischl, quindi di sicuro individua nella mia arte una capacità espressiva fatta di pennellate veloci, intense, espressive.
Il pittore è eccellente quando non si pone di certo il problema se lo è, ma costruisce il suo lavoro gradualmente attraverso una poetica, un credo, che può durare una vita.
Da poco ho visitato La fondazione Mirò e il Museo Picasso a Barcellona, ovvio sono artisti mitici più che eccellenti. Seguire il loro esempio come minimo. Non amo concetti rivisti e riproposti come assoluta originalità.

Quanto bisogno c’è oggi di un’arte di tipo umanistico?
L’arte è sempre umanistica, perché pensata e fatta da esseri umani.

Cosa deve rappresentare l’Arte per Lei?
L’arte non deve rappresentare, ma porre dei quesiti, mettere in crisi dei valori assodati.

Lei ritrae scene di vita quotidiana, proponendo una pittura iperrealista, nel segno della sincerità. Trova sterili le idealizzazioni?
Una parte della mia pittura rappresenta scene intrise di un certo realismo, perché amo guardare il mondo e riproporlo con la materia lucente della pittura, ingenuamente proporre il mio modo di vedere le cose. Nulla è sterile, la pittura è tale se propone sempre una variante ideale, altrimenti meglio uno scatto fotografico.

Ricorda la sua primissima opera? Di cosa si trattava?
Era lo studio di un paesaggio di Giacinto Gigante quando avevo 11 anni.

Cosa pensa dell’arte concettuale? Ritiene siano più efficaci i giochi di parole o i colori a rappresentare una vicenda?
L’arte è spesso chiusa in recinti sterili, tutta l’arte esprime dei concetti. Certo il quadro impressionista di oggi non può essere quello del 1874, lo spirito cambia. Nel mio caso la relazione interdisciplinare tra tecniche diverse fa diventare la pittura anche un concetto non comprensibile solo attraverso una lettura superficiale: è la mia ricerca.

I suoi ritratti a mezzo busto eseguiti con il digitale sono per certi versi inquietanti, i protagonisti non sorridono quasi mai, copie perfette dell’originale. Sono opere distopiche, di un possibile futuro popolato da androidi o una realtà che è già sotto i nostri occhi se pensiamo a quanto si insegue la perfezione estetica?
Il percorso pittorico che parte dalla ricerca sul volto, rarefatto, astratto, simbolico approda al digitale dopo anni. Non sono mai state copie perfette, anzi, spesso l’originale è solo un punto di partenza, non sono mai state copie. Non sorridono perché il loro sentimento è neutrale, quasi asessuati, indagano, osservano, sicuramente inquietanti, come dice un esperto di arte digitale Ennio Bianco, fanno parte dell’”Uncanny valley”. Sono anche un parallelo contemporaneo col ritratto tipico italiano che si ispira ad Antonello da Messina, o Leonardo.

Quale tecnica predilige? Olio su tela di lino, acquaforte, supporto digitale…?
Oggi si parla di realtà parallele, la fisica quantistica ha messo tutto in dubbio. Tale concetto influenza la mia arte forse anche contro la mia volontà, con i mezzi umili della pittura interdisciplinare, interpreto questo spirito, che si contrappone all’idea unica di stile, che appartiene al passato.

Le sue narrazioni di vita quotidiana, per quanto riguarda la composizione (prendiamo ad esempio l’opera Piazza del Popolo o Piazza Navona) sembrano rifarsi alla linearità e semplicità di Giotto, è una ricerca voluta? Le sarebbe piaciuto essere artista all’epoca di Giotto?
Sicuramente tra i pittori sommi di tutti i tempi c’è Giotto, la sua semplicità asciutta, contrapposta alla maniera moderna dell’epoca, è senza tempo. Forse sì, l’Italia era un centro culturale mondiale. Certamente il percorso sarebbe stato più lineare, dalla bottega al lavoro artigianale di pittore, artista. Certo Giotto era anche un grande imprenditore di sè stesso, un artista che sapeva parlare ai potenti del suo tempo.

Tre artisti che l’hanno in un certo senso illuminata.
Giotto, Marlen Dumas, Bill Viola.

Perché l’arte figurativa viene spesso ritenuta antiquata, facendo pensare a uno stucchevole accademismo, e per molti oggi l’arte e deve esprimersi attraverso l’astrattismo delle installazioni o le performance più imprevedibili?
Dipende dai contesti culturali, a me sembra che la figurazione goda di ottima salute se penso alle recenti aggiudicazioni in asta di Hockney, anche se non amo il sistema speculativo delle aste.

Le nuove generazioni sono sufficientemente e doverosamente educate alla conoscenza dell’arte?
Dipende dalla volontà e desiderio dei singoli.

Prossimi impegni?
Una personale a Bassano presso la collezione the Bank.

Un sogno da realizzare?
Continuare a dipingere e viaggiare.

Annalina Grasso

Info:

www.federicolombardo.net

Federico LombardoFederico Lombardo

Federico Lombardo, Digital Painting

Federico Lombardo, Incoronazione di Positano, 180×180 cm, olio su lino, 2018

Federico Lombardo, Piazza Navona,150×200 cm, olio su tela, 2018

Federico Lombardo, Al museo, olio su tela, 180×180 cm, 2017

Cover image: Federico Lombardo, Coppia 1-19 (detail), Acquerello su carta, 38×57 cm, 2019