Matt M. Relox: dalle Filippine con amore per l’arte italiana

Matt M. Relox è un artista sui generis, devoto a Dio, all’arte italiana e alla sua perseveranza e passione per l’arte, nata quando era un ancora un bambino e disegnava con una foglia di banana. Ora dipinge soggetti che incutono tenerezza e amore avvalendosi di uno stile tra il propagandistico e l’immaginario retrò per un’estetica che incuriosisce chi osserva le sue opere. Opere che trasudano ironia ma anche speranza per un mondo confuso e amorale, in cui l’arte spesso sembra essere dissacrante e mistificatrice, al servizio del cattivo gusto e del culto dell’individualismo gonfiato dal mercato dell’arte contemporanea. Ma dire che la globalizzazione stia appiattendo tutto e che la tradizione sia scomparsa è una menzogna: i figli nati dalla reinterpretazione di questi due poli possono essere molto interessanti, proprio perché calpestano un limbo, una soglia indefinibile in cui può succedere di tutto.

Probabilmente questo lo pensa anche Matt M. Relox che di certo non è, per anagrafe, uno dei figli di queste due istanze ma che certamente ama la Tradizione e fa arte per contemplare Dio, praticando il potere dello Spirito per onorarlo. Nel percorso artistico di Relox è rilevante il fattore religioso, tenendo conto che le Filippine, la cui cultura nasce dalla mescolanza delle influenze straniere con gli elementi indigeni, sono l’unico paese asiatico a maggioranza cristiana, sebbene non manchino comunque importanti minoranze musulmane.

La cifra stilistica di Relox è racchiusa nella delicatezza e nella tenerezza (come si vede dalle opere Echo park in the heart of Los Angeles, How to fly the kite e Waiting for the date) e nell’uso soft del colore:  inchiostro, pastello ad acquerello, pittura ad olio e acrilico. Il risultato ottenuto porta l’artista filippino a praticare non solo tratti e colori tradizionali ma anche ad avvalersi di colori più brillanti su tratti sottili, utilizzando anche il cross hatching sulla penna ad inchiostro. Matt M. Relox è stato insignito del Gawad America Award night al Celebrity Center Hollywood nel 2019.

Quando ha iniziato a dipingere?
Ero un ragazzino: ho iniziato a interessarmi all’arte tramite mio padre. Mio padre mi mostrò come disegnare una testa maschile e una spalla, in posizione laterale. Mi catturò quel momento, attirò il mio interesse mentre mio padre cantava interpretando le forme fedeli al testo della canzone fino a quando non smise di cantare proprio mentre il disegno era finito. Sfortunatamente non ricordo la canzone. A quel punto nessuno poteva impedirmi di disegnare ogni volta che volevo; vivevamo in fattoria per la maggior parte del tempo, quindi non avevamo alcun materiale artistico per disegnare sulla carta e nemmeno una matita. Quindi usavo una foglia di banana. Su un lato della foglia c’è una superficie bianca su cui puoi disegnare usando un qualsiasi oggetto appuntito. A volte facevo un disegno nel terreno, o sul muro usando un pezzo di legno bruciato (alla fine del bastone c’è del carbone naturale), da allora non sono ancora riuscito a capire dove quel sogno ha intenzione di condurmi.

Come definirebbe la sua arte?
La mia arte è apprezzamento di Dio e della sua gloria. Il Dio che ha creato il mondo intero, ha creato l’incredibile bellezza dell’essere umano, la bellezza interiore che possiamo sentire e testimoniare, la sua grandezza, i colori dell’universo, le forme che possiamo vedere intorno a noi. Non c’è dubbio che questa sia la ragione ultima per me per dipingere ogni volta la sua grande creazione. Le persone cambiano, e il cambiamento sembra essere un danno per la gente, i fiumi e anche l’oceano. Nella mia arte, almeno, posso provare a preservare questa verità sulla tela per i benefici delle generazioni successive.

Ci sono artisti a cui sei particolarmente ispirato?
All’inizio della mia carriera conoscevo i grandi maestri italiani come Michelangelo e Leonardo; a quel tempo non avevo idea degli artisti locali e della loro pittura realistica, un tocco pittorico a cui mi ispiro anche per le mie esecuzioni.

Che valore ha l’arte in Oriente e specialmente nelle Filippine?
Un aspetto molto importante è la ricerca di spiritualità: se l’asciugamano dato da Veronica per asciugare il sudore del Messia fosse stato perso, i cristiani non avrebbero idea del suo aspetto. È in noi, una fede che potrebbe spostare una montagna. Nelle Filippine le persone sono consapevoli di avere un talento nell’arte equivalente, ai maestri in Europa, che le mette sul loro stesso piano. Dipingere è un dono molto prezioso perché è l’unica capacità universale di creare qualcosa dal nulla.

La religione delle Filippine è multicolore, a quale si sente di appartenere di più?
Dal punto di vista religioso gli abitanti delle Filippine si suddividono in cattolici cristiani, evangelici e musulmani. Appartengo alla razza marrone come gli apostoli e i profeti che furono chiamati per la prima volta Cristiani ad Antiochia.

L’esperienza che le ha dato maggior soddisfazione?
Provo molta soddisfazione quando qualcuno apprezza i miei lavori e li riconosce. Mi allevia dalle fatiche di essere un artista. È stata per esempio una grande sensazione trovare un critico d’arte come te.

La tenerezza e la serenità sembrano essere impresse sui volti dei suoi protagonisti. Le piace vedere l’umanità in questo modo?
La tenerezza dovrebbe essere coltivata da tutti, ogni singola persona dovrebbe farlo. Si può concordare sulla tua impressione riguardo i volti dei miei personaggi in quanto ognuno di noi ha un’idea di cosa possa intendere l’altro anche quando dipinge e di solito immagina di vedere dallo spazio la terra come un organismo pacifico e calmo dove non c’è conflitto. Moltiplica per il numero di persone che la pensano in questo modo, esse possono influenzare con il pensiero il loro prossimo.

Cosa ne pensa dell’arte americana contemporanea, in virtù del fatto che lei vive negli Stati Uniti?
La mia interazione di spiriti con le arti contemporanee americane mi aiuta a diventare più forte praticando il potere dello spirito dell’artista che appartiene a tutti, a tutti gli artisti, indipendentemente da dove ci troviamo sulla terra. Nella creazione siamo stati creati secondo la Sua immagine, nel senso che se il Dio è il grande creatore, allora abbiamo il potere e l’abilità, l’eredità artistica nello spirito. L’unica differenza ora tra lui e noi è che stiamo creando cose da cose che ha già creato.

Sogni da realizzare?
Sogno di essere conosciuto come artista. Ma so che per poter varcare la porta del successo ho bisogno di mecenati.

Foto ritratto di Matt M. Relox

Matt M. Relox, A quick mind scape, painting oil on canvas

Matt M. Relox, Waiting for the date, oil on canvas




L’art star Romero Britto: la visione delle cose tra serialità e ottimismo

Ottimismo, sinergia, vivacità, amore, cromatismo vibrante, serialità: è questa la cifra contenutistica e stilistica del celebre artista pop brasiliano che vive a Miami, Romero Britto, il quale avvalendosi di un messaggio e di un linguaggio di speranza universale, propone un’arte di disarmante ingenuità, che ci fa riscoprire bambini.
Romero Britto ha iniziato come autodidatta il suo percorso artistico affiancandosi agli street artist e prendendo spunto dalle loro forme e dalle loro tecniche. In questa prima fase le opere di Romero Britto sono realizzate su materiali di recupero come ritagli di giornali e pezzi di cartone. Ma solo durante un viaggio a Parigi l’incontro con le opere di maestri quali Matisse e Picasso gli permette di personalizzare la sua tecnica arrivando a precisare il suo stile inconfondibile.

Le opere di Britto sono state esposte in gallerie e musei di oltre 100 paesi, tra cui la mostra in occasione del Salon de la Société Nationale des Beaux Arts al Carrousel du Louvre nel 2008 e nel 2010.  Nel 2013 Romero Britto è stato il primo artista vivente a esporre al Museo Soumaya a Città del Messico. Ha realizzato numerose installazioni di arte pubblica tra le quali spicca la scultura per l’Hyde Park di Londra, la più grande nella storia del parco; è stato artista ufficiale per i Mondiali di calcio del 2010 e ambasciatore della Coppa del Mondo FIFA 2014 in Brasile.

Simile a Roy Linchtenstein e a Keith Haring che contornano le figure con un tratto spesso e nero, l’arte di Romero Britto tende alla semplificazione che si rifà al cubismo e alla street art, e al riduzionismo e alla ripetizione delle figure. Ma cosa ha decretato lo straordinario successo dell’arte di Britto? L’immediata riconoscibilità e identificazione da parte di chi osserva le sue opere, di grande impatto visivo e ovviamente un’importante standardizzazione e marketing, supportati dalla presenza di un discorso forte, uno slogan che arriva a tutti. Quella di Britto è un’arte aperta ma allo stesso tempo responsabile.

Sorrisi, cuccioli, facce gioiose, popolano i lavori di Britto la cui monotonia è diventata stile di mercato, marchio di fabbrica e sinonimo di successo. Britto è un poeta del colore: non un narratore di storia, a lui interessa emozionare e rallegrare qui e ora il visitatore di una sua mostra o un acquirente di una sua opera. Senza dubbio Romero Britto è un abile imprenditore di sé stesso ma di lui colpisce la tendenza a distaccarsi da certi approcci nichilisti e osceni propri dell’arte contemporanea che tenta di rappresentare l’invisibile. Britto ci mostra un pezzo di mondo che spesso snobbiamo o ridicolizziamo; ci dice che l’arte non è solo quella cosa che scoperchia i pezzi di mondo inosservati intorno a noi, ma illumina anche l’oscurità che è dentro di noi, mostrando una cosa nota come se fosse la prima volta, come può essere un cuore. Il fine dell’arte non è forse anche quello di darci una sensazione della cosa, sensazione che deve essere visione, e non solo riconoscimento? Romero Britto ci cambia le lenti degli occhiali per farci scoprire quello che vediamo quotidianamente.

Come spiega il suo straordinario successo?
Penso che il successo sia ciò che facciamo, perché ciò che mi piace e ciò che mi fa svegliare la mattina è andare nel mio studio a creare immagini. È qualcosa che ho in comune con il resto del mondo. Tutti vogliamo stare bene. Tutti voi volete essere rispettati. Vogliamo sentirci come se tutti fossimo degni di vivere e che siamo qui per qualcosa. Pertanto, quando vengo nel mio studio, sono felice e penso positivo e inserisco questa positività nel mio mondo. Le persone lo vedono e reagiscono di conseguenza. Ecco perché il mio successo è dovuto al fatto che la gente sente che la mia è arte.

Cosa pensa e spera che le persone abbiano capito di più sulla sua arte?
Penso che la maggior parte delle persone abbia capito è che non importa da dove vieni, quale religione, che background culturale hai, importa il desiderio di essere amato e amare, e l’espressione di tale desiderio. Vorrei che anche chi non considera l’amore, la comprensione e la compassione come priorità nella loro vita, possa comprendere che l’amore è tutto quello di cui mi occupo.

La pop art può anche essere “introspettiva”?
Penso che siamo in grado di essere cose diverse nei diversi momenti della giornata. A volte possiamo essere molto estroversi, molto introspettivi. A volte possiamo essere più o meno chiari. La realtà spesso è confusa e caotica. Sembra non esserci niente di stabile. Siamo fragili e vulnerabili.

Si ricorda il suo primo lavoro artistico?
Ricordo molte opere, ma non esattamente il primo pezzo d’arte. Ricordo il primo pezzo d’arte che ho visto. La prima opera d’arte che ho creato da bambino è stato molto tempo fa.

Cosa ne pensa della pubblicità seriale? Non crede che il branding di un’opera d’arte sia in un certo senso “umiliante” per l’unicità dell’opera stessa?
Penso che dovremo sicuramente adattarci ai cambiamenti e che sia necessario prestare più attenzione all’arte. E credo che un’opera d’arte dovrebbe essere in prima pagina nei giornali come le notizie principali o apparire in TV in prima serata, ma, sfortunatamente, questo non succede. Quindi dico sicuramente: non vederla come una cosa negativa!

Andy Warhol ha affermato che la pop art è un modo di amare le cose. È d’accordo?
Sì, è un punto di vista interessante e ha senso: le masse, le persone nelle strade, a casa e in gruppo, amano certe cose perché esprimono loro stesse. Le persone adorano la riciclabilità e serialità e vogliono che si riproduca e ripeta  continuamente.

Il momento più brillante e gratificante della sua carriera?
Ci sono ancora molti momenti nella mia carriera che adoro e che mi fanno divertire. Penso ad esempio alla mia enorme scultura ad Hyde Park, la più grande installazione artistica nella storia del parco. È stato davvero speciale avere la scultura pubblica lì, a Londra. E poi i taxi con la mia arte sopra. È stato un momento davvero esaltante per me. È come avere passato e futuro che confluiscono nello stesso posto. Quindi è stato davvero fantastico. Ci sono così tanti momenti. È davvero difficile da spiegare. Ho un bellissimo ricordo di Londra.

La sua arte trasmette positività, allegria, ottimismo. È la sua natura, la sua volontà di trasmettere messaggi gioiosi? E come descriverebbe l’emergenza sanitaria globale che stiamo vivendo?
Sono un ottimista. Sfortunatamente, ci sono così tanti ostacoli lungo la strada che rendono la nostra vita impegnativa. Noi esseri umani siamo uniti dalle nostre differenze culturali e dell’educazione, aspetti che definiscono la nostra identità e che ci hanno portato a dove siamo oggi. Dobbiamo affrontare i cambiamenti e capire cosa sta succedendo, per poi prenderci cura di noi stessi e assicurarci che il nostro mondo di domani sia al sicuro.

Lei è brasiliano e lavora a Miami, esiste una diversa concezione dell’arte tra Brasile e Stati Uniti?
Penso che l’arte sia ovunque e alla fine della giornata il pubblico è presente nelle opere che ha guardato. L’arte è universale e il vero artista può solo affrontare questa sfida: che poi la sfida sia messa in atto in Brasile o in Texas quello che conta è la volontà di diffondere il proprio messaggio.

Cosa pensa dell’arte italiana? Quali artisti apprezza di più?
Ho in mente così tanti artisti italiani che amo, a partire dai grandi maestri del passato come Michelangelo. Intendo dire che ci sono così tanti artisti italiani che nel corso degli anni, hanno dato un contributo così grande per l’arte. L’Italia è ricca di cultura. La galleria Deodato sta vendendo il mio lavoro in Italia e ogni volta che qualcuno dall’Italia acquista una mia opera, mi sento molto orgoglioso e onorato perché è come se ci fosse un pezzetto della mia arte ogni giorno nella vita delle persone in Italia.

Quando sta per progettare e costruire un’opera, pensa immediatamente alla sua commerciabilità?
No, quando creo un’opera d’arte, sicuramente non sto pensando a cosa verrà subito dopo. Non posso saperlo, non sto calcolando nulla. Ma sono stato molto fortunato che la mia arte piaccia davvero alla gente.

L’opera più divertente che le è stata commissionata?
Il lavoro più divertente che mi è stato commissionato … Direi che è stato anche un grande flop: quando pronunciai un’orazione con il vestito di Dolce Gabbana per una sfilata. È stato molto divertente.

A cosa sta lavorando adesso? Può anticipare qualcosa?
Sto lavorando a molti progetti. Così tanti, dal digitale, a progetti per la televisione fino ai cartoni animati, passando per la moda. Sono abituato a fare tante cose contemporaneamente e succede così tanto nel mio studio ogni giorno.

Info:

www.britto.com

Romero Britto nel suo studio

Romero Britto, Couples and music, serigrafia digitale su tela, 76 x 101 cm

Romero Britto, Dutch icon, serigrafia digitale, 101 x 76 cm

Romero Britto, Flying love, 2007, acrylic on canvas, 48 x 60 cm

Romero Britto, Timeless, serigrafia su tela, 2019, 152 x 121 cm




Sergio Padovani. Il senso del sacro come condizione intrinseca dell’uomo

Tommaso d’Aquino affermava che le immagini di arte sacra sono “figure di cose corporee” e che “il raggio della Divina Rivelazione non viene distrutto dalle figure sensibili con le quali viene velato”. Oggi molti artisti cercano di confrontarsi con l’arte sacra senza tenere presente gli elementi principali che le danno vita, producendo opere che non hanno l’elemento teologico spirituale, ma sono solo un’effimera se non irriverente e inconsapevole raffigurazione del sacro.

Non è certamente il caso di Sergio Padovani, artista modenese, il quale per diversi anni è stato musicista nella sperimentazione e nella ricerca. Autodidatta, nel 2011 è stato selezionato per la 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, sezione regionale Torino e nel 2016 per la Biennale del Disegno di Rimini. Nel corso del suo percorso artistico ha vinto il Premio Arte, il Premio Arte Laguna, il Premio Wannabee e il Premio Yicca. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni in Italia e in Europa e in permanenza presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Imola, al MACS di Catania, alla Galleria Estense di Modena, al Museo Ruggi d’Aragona.

Osservando le opere di Padovani si ha la sensazione di essere davanti ai fotogrammi di Faust, film premiato al Festival di Venezia nel 2011 di Sokurov che riflette sull’errare umano. Difatti Padovani, autore del Polittico dei vulnerabilimiserabili, raffigura presenze ingombranti ed esibizioniste che si fanno spazio per affermarsi anche nel mercato dell’arte. Esse si muovono con difficoltà in una danza macabra (con forse in sottofondo La ballata degli impiccati di De André) che somiglia a un viaggio picaresco in cui siamo trascinati, coinvolti in un perpetuum mobile, in una sintesi visionaria di grande impatto, come si può notare nell’opera La casa che arde viva, da considerarsi una sorta di manifesto della nostra epoca dove l’esaltazione di formule vuote come “I tempi cambiano” regna sovrana, infatti non si sa cosa stia bruciando, cosa ci sia di prezioso in quella casa, che è il nostro mondo, la nostra società, ma tutti sentono puzza di bruciato.

L’umanità di Padovani è spesso surreale e bizzarra, un insieme di rovine da visitare, addentrandosi nei simboli, nella corposità dei colori. Padovani fonde tradizione e innovazione, temi iconografici tardo-medievali e realtà contemporanea, esplicando la trascendenza come sentimento umano, avvalendosi di materiali quali resina e bitume per mostrare come epoche lontane possano toccarsi.

Annalina Grasso: Le sue opere per lo più richiamano alla mente l’arte medievale nel suo aspetto più oscuro e macabro. Cosa la affascina di più dell’arte medievale?
Sergio Padovani: Lo spirito contemporaneo e la sua funzionalità. L’arte medioevale è stata uno specchio reale dei principali avvenimenti religiosi e politico-sociali, per non parlare degli accadimenti storici, su tutti la Peste del 1346. L’Artista medioevale aveva la funzione quasi “artigianale” di creare opere funzionali non semplicemente da ammirare: dovevano essere comunicazioni e descrizioni del presente, intrise del sentimento generale, utili a comprendere il momento da ogni tipo di classe sociale. Quello che amo di più è quando questo tipo di arte si impossessa del fatto storico e quasi perentoriamente lo trascina in un sentiero ricco di visionarietà, superstizione, credenze, luoghi comuni, lo riconduce senza sconti al feroce, volubile, fantasioso e impietoso linguaggio del popolo. Mi sembra un “innesco” creativo e moderno, più che mai attuale anche nel 2020.

Che rapporto ha con la morte?
Un ottimo rapporto. Non lo dico scherzando. Subisco una sincera dicotomia: da un lato le mille domande che temiamo morbosamente tipiche della materia ignota (quando sarà, perché, come, cosa succederà dopo, ecc), dall’altro le mille domande illuminanti che stimolano la nostra vita, tipiche della medesima materia ignota (che potrebbero essere, ovviamente, le stesse) e che, nel mio caso, sono fonte di creazione incessante. Siamo esseri mortali e l’unico modo di trovare un trait d’union col nostro peregrinare credo sia impossessarsi del concetto della propria mortalità. Ha senso convivere con la morte proprio perché, chiamando in causa De André “la morte non muore mai”.

Quali artisti secondo lei hanno meglio rappresentato la morte?
Ne potrei nominare tantissimi, specialmente tra quelli facilmente ritrovabili nella mia pittura. Ma mi sento di citare alcuni, a cavallo dei tempi e degli stili, tra quelli meno visibili nel mio lavoro, ma la cui influenza, è ugualmente fondamentale: Jacopo Ligozzi, Hans Baldung Grien, Alfred Kubin, Herbert Boeckl, Paul Delvaux.

I personaggi delle sue opere rappresentano vere e proprie storie in cui si percepisce l’intervento divino. Cos’è per lei la trascendenza?
Molto prosaicamente potrei rispondere che è la percezione determinante e necessaria per cui un avvenimento o, appunto, una storia rappresentata, trovi la sua reale spiegazione. In fondo tutti noi pensiamo, anche inconsciamente, che qualcosa della nostra vita capiti sempre al di là della nostra volontà, che sia immanente o trascendente non importa: è un sentimento umano. Ecco, credo che la trascendenza per me sia un potente sentimento umano.

Come vede l’arte sacra oggi?
Ne vedo una collocazione più estetica che funzionale. E sicuramente molto meno logica rispetto al senso che aveva quella di Beato Angelico o Duccio di Buoninsegna, giusto per fare un esempio. Io stesso, ogni qual volta mi avvicino al sacro lo faccio in una condizione inevitabilmente soggiogata dall’illustre tema pittorico. Credo fermamente che sia il compito dell’artista contemporaneo fare i conti con le precedenti scuole di pensiero e le derivanti tematiche. Nel mio caso il senso del sacro nei dipinti è essenziale tramandarlo come condizione intrinseca dell’uomo all’interno del suo cammino. Anche come personaggio all’interno di un quadro. In moltissima, enorme pittura trovo la sacralità non manifesta, anche quindi dove non dovrebbe esserci: basti pensare ad opere come Il 3 maggio 1808 di Goya.

Chi sono i vulnerabili miserabili nel mondo dell’arte contemporanea?
Sono presenze ingombranti che si trascinano all’interno di mondi che fanno propri, divorandoli dall’interno. Da de André passo a Gaber e dico che “farsi largo galleggiando” diventa per loro condizione imprescindibile. Migliaia di foto in posa con l’opera, di cosiddetti “work in progress”, di opere riprodotte in serie non per cifra stilistica ma per cifra economica, di tele bianche che aspettano di essere dipinte ma che, in qualche modo, per il solo fatto di essere posizionate in uno studio, devono comunque risultare “interessanti” agli occhi delle comunità social, sembra essere la  modalità prima per diffondere arte oramai dovunque; ma la trovo frutto di una concezione di divulgazione artistica estremamente vulnerabile rispetto a quella di chi ci ha preceduto, e, spesso, la  vulnerabilità porta a trovare il peggio di noi, traducendosi in una miserrima ed inutile esibizione. Una cosa è divulgare il proprio lavoro, un’altra è divulgare sé stessi.

Visto il suo passato da musicista, crede di tradurre le note in colori e figure? Riesce a esprimersi meglio nell’ambito artistico?
No, non credo di farlo. Anche se il rapporto tra la mia musica e i miei quadri è assolutamente stabile, l’unico collegamento reale è l’approccio alla materia. Come in musica la sperimentazione era il corpus dell’insieme, anche sulla tela lo sperimentare senza previsioni o disegni preparatori diventa il senso definitivo. Quindi, in un certo senso, essere stato musicista ha contribuito a farmi capire meglio la mia direzione pittorica.

Le sue opere sono sfuggenti, corpose, deformate, mortifere. È l’allegoria occidentale del nostro modo di vedere il Cristianesimo come una religione a cui si dà sempre meno importanza e che in fondo non dà fastidio?
Forse, da qualche parte, c’è dentro anche quello. Non solamente. Le mie pitture le vedo come imbuti capienti dove tutto quello che mi contagia trova fluidità e amalgama. Preconizzare la mia pittura è più importante quasi del dipingerla, in questo senso la mia testimonianza da contemporaneo si aggrappa al circostante (di ogni tipo e forma) per trascinarlo in questi imbuti e poterlo ricucire una volta uscito.

L’esposizione che l’ha emozionata di più e le ha dato consapevolezza del suo talento?
Più che del mio talento ho la consapevolezza di fare quello che mi piace e come più mi piace farlo. Mi interessa solamente capire dove tutto questo mi condurrà, nel bene o nel male. L’esposizione che mi ha coinvolto maggiormente, a oggi, è stata la mia ultima personale “L’invasione” a cura di Camillo Langone, negli incredibili spazi di The Bank Contemporary Art Collection a Bassano del Grappa. Emozionante non solo per la felice conclusione di un intensissimo periodo pittorico che ha portato alle opere esposte, ma anche e soprattutto per essere stato l’artista che ha inaugurato un grande e prezioso spazio che, in pochissimo tempo, è divenuto di importanza vitale per l’arte in Italia.

Impegni futuri?
Tanti e molto impegnativi. Sperando, tenuto conto dei tempi, di realizzarli il prima possibile.

Info:

www.sergiopadovani.it

Ritratto di Sergio Padovani

Sergio Padovani, Gli invincibili, 2014

Sergio Padovani, La madre ingiusta. Olio, bitume e resina su tela, 2017

Sergio PadovaniSergio Padovani, L’usurpatore. Olio, bitume e resina su tavola, 2019

Sergio Padovani, La casa che arde viva. Olio, bitume, resina su tela, 2019

Sergio Padovani, Polittico dei vulnerabilimiserabili (pannello 2-4). Olio, bitume e resina su tela, 2019




Francesca Leone. L’arte del comportamento e della memoria

L’arte contemporanea è senza dubbio democratica, perché è soprattutto collettiva: il pubblico diviene parte delle opere e il bello del quotidiano diventa l’abilità dell’artista di toccare gli oggetti, i materiali e di modificarne la presenza nel vissuto. Nell’arte contemporanea la possibilità di espandere la percezione della realtà viene moltiplicata dalle nuove tecnologie che modificano anche gli spazi di fruizione. Ma non tutto può essere arte solo perché riusciamo a concepire un’idea che reputiamo geniale, e lo sa bene Francesca Leone, figlia dell’indimenticabile regista Sergio Leone e della ballerina Carla Ranalli, con la sua arte meditativa, sociale, vicina al primitivo, che si ispira all’arte povera di Jannis Kounellis, a quella allegorica e crepuscolare di Anselm Kiefer e a tutte le altre espressioni artistiche cariche di tensione tra immagine e realtà.

La produzione artistica di Francesca Leone (pittura, fotografia, scultura, installazione) è una sorta di screening senza fine per comprendere il senso del male generato dall’uomo riversato sulla Natura, che però riesce sempre a smascherare l’uomo. Il suo è un universo in penombra dove tutti noi siamo alla ricerca della nostra identità, volti alla decifrazione del nostro viaggio conoscitivo. Francesca Leone, rappresentando lo spirito attraverso la materia, dà nuova vita agli oggetti del passato, evocando nostalgia, storie e miti universali, avvalendosi di materiali organici quali olio, plastica, bitume, colla, terra, sabbia, segatura, e configura la realtà come un processo di immaginazione e creazione materiale e revisione. La visione del visibile si esplica come relazione tra l’illusione e la realtà creata dalle sue opere, quasi a volerci dire che è l’opera d’arte stessa a creare la realtà, e persino il visitatore con cui l’artista vuole interagire, come dimostra, ad esempio “Our Trash” (2015), opera composta da 18 grate in alluminio che creano una grande piattaforma su cui lo spettatore può camminare e riflettere. Spettatore che, chissà, potrebbe avere lo sguardo dei visi brancolanti che scivolano dal quadro, lasciano delle tracce, realizzati dalla Leone per la mostra Oltre il loro sguardo del 2009 a Mosca.

Francesca Leone pone un quesito fondamentale, ovvero il modo in cui la vita si pone con e nella natura da un punto di vista estetico e come tale modo si possa rappresentare nell’arte contemporanea, raccontando l’incedere affannoso dell’essere umano sulla Terra, il procedere doloroso di uomini e donne che divengono figure disperate ed ambigue, che però hanno un calore che attrae il nostro sguardo.

Anna Lina Grasso: Le sue opere sono soprattutto esperienze visive e fisiche. Che emozione spera che il visitatore provi?
Francesca Leone: La cosa importante è riuscire a suscitare una qualsiasi emozione, un’opera non dovrebbe lasciarci indifferenti.

Tutto può essere arte?
Assolutamente no. Purtroppo l’arte contemporanea può creare confusione, si vedono tantissime opere che per essere capite devono essere “studiate”, nel senso che va approfondito il lavoro dell’artista il suo percorso, la sua coerenza. Se ciò è convincente, allora si può parlare di arte.

Quali sono gli aspetti che reputa più interessanti nel cogliere i mutamenti nei volti e nei corpi umani?
Se fa riferimento alla serie “Flussi Immobili”, quello che mi affascinava era ritrarre volti che attraverso l’acqua venivano spogliati della loro ‘maschera”. Le espressioni sono loro malgrado autentiche senza filtri, ma nello stesso tempo anche deformate dal flusso che le attraversa.

Suo padre Sergio ha scolpito il passare del tempo nella storia del cinema. Che rapporto ha come artista, con il tempo?
Negli ultimi anni sto usando per le mie opere materiali di recupero di uso quotidiano, come rubinetti, tubi o lamiere, cose logorate dal tempo, gettate, che in qualche modo hanno fatto il loro corso. Io tento di ridare a questi oggetti una veste differente da quella passata, più poetica.
Ad esempio, nelle opere della serie “Ritratto di famiglia” ho affogato nel cemento oggetti di casa che appartenevano ai miei genitori e ho cercato di renderli immortali. Mi fa stare bene pensare che quegli oggetti che hanno accompagnato per tanti anni la nostra vita continuino a esistere.

Quali artisti la ispirano particolarmente o trova comunque interessanti?
Sono tantissimi gli artisti che amo anche se non sono in linea con il mio pensiero creativo.
Parlando di artisti contemporanei Anselm Kiefer, Jannis Kounellis, Gerhard Richter, li considero dei grandissimi maestri.

Picasso diceva che l’arte è una menzogna che ci consente di riconoscere la verità. Lei come la pensa?
Non ci avevo mai riflettuto… in un certo senso credo abbia ragione, ciò che facciamo noi artisti è qualche cosa che appartiene alla fantasia, all’invenzione, ma riflette il reale.

Crede che le sue opere disturbino, in senso positivo, chi le guarda?
Questo bisognerebbe chiederlo a chi le osserva…

Come prendono forma i soggetti delle sue opere?
Non potrei parlare di un metodo unico, per alcune opere c’è un bozzetto fotografico, per altre un pensiero che mi ronza nella mente per diverso tempo, fino a che non lo concretizzo, per altre ancora una sorta di immediato interesse per un materiale che mi ispira.

L’arte è davvero diventata una splendida superfluità (come sosteneva Hegel) o può ancora avere una funzione sociale?
Penso che l’arte in generale faccia bene allo spirito, se poi lancia anche dei messaggi sociali ci aiuta a essere migliori.

In “Giardino”, lei mostra la realtà quotidiana in tutta la sua crudezza, questa personale è anche un modo per riflettere sull’attuale valore di mercato delle opere d’arte?
Con “Giardino”, mostro quello che ci circonda, che ci preoccupa. L’inquinamento è un problema che ci affligge quotidianamente, ma non è solo questo, “Giardino” è’ un inno alla memoria (e qui torniamo alla domanda precedente sul tempo) migliaia di piccoli oggetti racchiusi in una grata che hanno fatto parte della nostra vita e del nostro passaggio sulla terra. La sua domanda è molto interessante perché vuol dire che la mia opera l’ha fatta riflettere sul valore delle opere d’arte nel mercato, cosa alla quale non ho pensato realizzandola, ed è proprio questo il significato dell’arte, emozionare e far pensare.

Si inserisce nel dibattito sulla necessità di salvaguardare l’ambiente anche l’istallazione interattiva “Our Trash”? E non pensa che bisognerebbe salvaguardare anche l’uomo e non solo l’ambiente, visto che stiamo perdendo futuro e siamo inquinati ideologicamente?
L’uomo vive e fa parte della natura, quindi salvaguardare l’ambiente è salvaguardare noi tutti.
Vede, il terribile momento che stiamo attraversando con questa pandemia, mi ha fatto pensare molto perché sta distruggendo l’uomo, ma sta aiutando la natura. La domanda sorge spontanea: era questo l’unico modo?

Metamorfosi” è una metafora di come si evolve l’arte e racconta il proprio tempo, un campo di battaglia tra vecchio e nuovo?
Metamorfosi nasce da immagini scattate durante alcuni miei viaggi in cui la natura sembra ricordare un corpo umano tanto da essere trasformata in un corpo. La terra è nostra madre.

Prossimi impegni?
Ho in programma due mostre molto importanti e impegnative. La prima alla galleria Magazzino di Roma curata da Danilo Eccher che, vista la situazione generale di criticità a causa del Covid-19, è rimandata a data da destinarsi. La seconda è prevista per i primi di giugno alle Gallerie D’Italia, uno spazio museale molto importante di Milano con la cura di Andrea Viliani. Mi auguro che questo momento, tanto difficile quanto doloroso, si possa superare al più presto, tutti insieme più consapevoli e migliori.

Info:

www.francescaleone.it

Francesca LeoneRitratto di Francesca Leone

Francesca Leone, Giardino, 2017, Museo Macro, Roma. Ph. Stefano D’Amadio

Francesca Leone, Domus, Palacio de Gaviria, Madrid, 2019 Ph: Cuauhtli Gutierrez

Francesca Leone, Monaci, Reale Albergo dei Poveri, Palermo, 2018 Ph: Laura Daddabbo

Francesca Leone, Our Trash, installation view at La Triennale, Milano




Luca Sciortino. L’artista crea norme per trasformare la realtà

Luca Sciortino è uno scrittore con la passione per la fotografia le cui ricerche filosofiche sono concentrate sull’epistemologia storica e in particolare sui diversi modi di conoscere che sono emersi nel corso della storia del pensiero umano. In tal senso è nato il libro “Ritratto dell’anima del mondo.  Saggio sulla realtà in pensieri e immagini”, presentato lo scorso 8 dicembre presso la Galleria RArte, edito da “Il Torchio”, con prefazione di Ludmilla Barrand, docente di Teoria dell’Arte all’École Nationale Supérieure des Beaux-arts di Lione.

La mostra cerca di tirare le fila dei punti salienti della storia del pensiero filosofico riguardo l’essere umano e l’universo, per cui se l’anima di un uomo può essere pensata come la totalità dei tratti che formano la sua personalità, allora anche quella dell’universo può essere immaginata come un complesso di tratti distintivi e disposizioni rintracciabili nel mondo dei fenomeni.

Gli scatti della mostra catturano l’anima del mondo attraverso momenti di vita quotidiana, atmosfere e luci che irradiano o rendono più misteriose le nostre città, panorami, paesaggi che infondono nell’animo di chi li ammira una bellezza sena tempo. D’altronde è sempre una questione di sguardo come sostiene anche Sciortino, bisogna partire dallo sguardo e dalla nostra capacità di cogliere l’armonia nel mondo.

Quando è nata l’idea di questo libro?
In un certo senso, il libro “Ritratto dell’anima del mondo” è nato riflettendo su una frase del filosofo e psicanalista James Hillman. Secondo quest’ultimo ci sono eventi che rivelano l’anima mundi, l’anima dell’universo. Una vita “ricca” è quella capace di cogliere questi eventi: per Hillman dovremmo attraversare il mondo come un cacciatore tribale, o un botanico, o un cercatore d’oro, cioè dovremmo scrutare le cose attentamente e coglierne l’anima, il riflesso dell’anima del cosmo. Ho immaginato quest’ultima come un complesso di tratti distintivi dell’universo, tratti che in qualche modo lo caratterizzano, proprio come un certo carattere caratterizza una persona e non un’altra. Mi sono quindi chiesto: quali sono gli eventi che ne suggeriscono o rivelano alcuni dei tratti? In che senso differiscono da altri eventi che si perdono nel flusso indistinto e ininterrotto del tempo? Come facciamo a individuarli? E perché ci emozionano? Nel libro, la risposta si articola in parole e immagini: alcune fotografie di viaggi e reportage mi hanno aiutato a identificare alcuni dei modi di rivelarsi di un qualcosa che potremmo chiamare di volta in volta un frammento dell’anima del mondo. E così in alcune immagini certi alberi rivelano un carattere distintivo dei fenomeni: la volontà, la brama di oggettivarsi, manifestarsi, vivere, che pervade il cosmo. In altre il mare si offre come metafora stessa di un universo dotato di anima. In altre ancora si nota la presenza di gesti che sono uguali ovunque nel mondo e dunque ne rivelano un’anima. Insomma, nel libro mostro in parole e immagini come certe cose o eventi suggeriscono l’esistenza di un’anima del cosmo. Si potrebbe dire che il libro parla dei modi di rivelarsi della bellezza e della nostra capacità di coglierla.

Cos’è per lei l’Arte?
Sperando di non semplificare troppo, direi che l’artista trasforma la realtà secondo norme che lui stesso crea, così da esprimere particolari emozioni o idee. La mostra fotografica e le singole fotografie che la compongono sono il frutto di un’operazione di questo tipo. Per esempio, il gesto di una madre che aggiusta il cappello al proprio bimbo sorridendo, scattata in un paesino della campagna ucraina, è un gesto che si ritrova in ogni cultura. La foto che lo ritrae è una trasformazione della realtà in immagine digitale che vuole mostrare un modo di rivelarsi dell’anima del mondo, attraverso gesti che sono universali. Poi, la mostra fotografica nella sua interezza assembla diverse immagini in un certo particolare modo per esprimere un’idea, quella che l’anima del mondo si rivela a noi in molti modi.

Quali sono le foto della mostra che secondo lei meglio rappresentano lo spirito del nostro tempo?
Penso per esempio alla foto di una famiglia di profughi sugli scogli vicino Beirut di fronte al mare al tramonto. Quella famiglia sognava l’Europa. Questo sogno, il sogno comune alla specie umana di andare verso altri luoghi per cercare la propria felicità è un altro tratto dell’anima del mondo. Ed è un tratto che appare ancora più evidente in questa epoca di migrazioni.

L’anima del mondo può essere dunque colta meglio dalla fotografia piuttosto che da un pennello?
No, non direi. Mi sembra che un fotografo, se vuole rivelare modi di rivelarsi dell’anima del mondo, debba necessariamente cercarli ed essere capace di scattare nell’attimo giusto. Ma sono tutti gli artisti a essere attenti a cogliere certi attimi: questa per esempio è la qualità distintiva dei poeti, come ho mostrato nel libro.

Banksy, uno degli artisti più discussi ed influenti di questo periodo, sostiene che la fotografia ha ucciso la pittura, è d’accordo con questa affermazione?
Sono state dette molte cose sul rapporto tra fotografia e pittura. Mi sembra indubitabile che la fotografia ha conquistato parte del territorio della pittura candidandosi a essere capace di rappresentare la realtà in maniera più realistica. Ma questo non è stato un male: la pittura si è liberata di un compito gravoso ed è divenuta più astratta e dunque più concettuale. La fotografia ha cambiato la pittura e a sua volta la fotografia è stata cambiata dalla pittura. Perché in fondo nella postproduzione la fotografia digitale subisce trasformazioni un tempo inconcepibili. Insomma pittura e fotografia sono cambiate. Abbiamo scoperto che hanno una storia, che non sono statiche, che mutano.

Chi vede più correttamente l’essere umano? La fotografia, la pittura, l’arte concettuale, digitale?
Credo che esistano diverse prospettive dalle quali guardare all’essere umano: tutte quante plausibili e necessarie. Ci sono probabilmente cose sull’essere umano che si possono dire soltanto usando un linguaggio artistico piuttosto che un altro. L’antropologo Gregory Bateson amava ripetere una frase della danzatrice statunitense Isadora Duncan: “If I could tell you what it meant, there would be no point in dancing it” (“Se potessi dirti che cosa significa non avrei bisogno di danzarlo”). Ho corredato il mio saggio “Ritratto dell’anima del mondo” con fotografie per poter esprimere quello che non potevo dire con la scrittura o perché era utile giustapporre la raffigurazione alla narrazione.

I suoi prossimi impegni?
Per adesso portare in giro per l’Italia il mio progetto “Ritratto dell’anima del mondo”, che si compone di una serie di mostre fotografiche e della presentazione del libro, e poi continuare a insegnare e a scrivere libri.

Il suo più grande desiderio in relazione al saggio realizzato?
Trasmettere al lettore l’importanza dello sguardo. Dal nostro modo di guardare il mondo dipende il nostro rapporto con esso e dunque la capacità di rispettarlo. Pensi alla Natura stessa. Non è mai stato così necessario come oggi costruire con essa un nuovo rapporto. Questo non può che partire dallo sguardo.

Da viaggiatore quale è, secondo lei, le città con le loro architetture finiscono per assomigliarsi a tal punto che le differenze si perdono?
Sì, assolutamente. C’è una tendenza verso l’omologazione che mi fa paura. Rendere i luoghi tutti uguali fra loro significa distruggerli, privarli del loro genius loci, che è il loro spirito.

Quali scatti della mostra l’hanno emozionata di più? A quali sente di appartenere più profondamente?
Una foto ritrae un gruppo di bambine che corrono ridendo su una sponda del Gange con il sole che sorge alle loro spalle. Non so da dove arrivassero, spuntarono all’improvviso da un orizzonte a me ignoto, alle prime luci dell’alba. Tutt’intorno c’erano i roghi dei defunti, i mendicanti bambini, i sofferenti. Quella corsa, quel venire come… in essere… all’improvviso, mi sorprese. Ecco, l’apparire tutto a un tratto, l’irrompere sulla scena, il decuplicarsi di colpo delle forze vitali con impeto eccezionale caratterizza un particolare modo in cui i fenomeni si presentano in particolari momenti. È come se l’universo tramasse per sorprenderci, come se avesse una sua anima che si esprime a un certo punto senza che ce lo aspettiamo.

Info:

www.lucasciortino.it

Ritratto di Luca Sciortino

Luca Sciortino, Jaipur, India, 2011

Luca Sciortino, Varanasi, India, 2011Luca Sciortino, Varanasi, India, 2011

Luca Sciortino, Lago Big Almaty, Kazakhstan 2016

Luca Sciortino, Deserto del Namib, Sossusvlei, Namibia, 2017

Luca Sciortino, Laghi Shichahai, Pechino, Cina, 2016

Luca Sciortino Tamigi, Londra, 2011 Luca Sciortino, Tamigi, Londra, 2011




Greta Bisandola. Indagando sull’essere umano, rifletto sulla pittura

L’arte mette in disordine la vita e mai come oggi l’arte sembra aver preso i caratteri di un dramma grottesco, futile, crudele ma anche passionale, dove le cose non sono come appaiono e la bellezza è difficile, per usare un’espressione di Ezra Pound. Nel caso di Greta Bisandola, artista che vive e lavora a Padova, la bellezza consiste non solo nella “mano”, nell’abilità di realizzazione di opere d’arte figurativa, nel rendere il lavoro compiuto un carattere. La ricerca di Greta Bisandola infatti ruota intorno ai volti e ai corpi, dove l’immagine è la protagonista indiscussa, custode di mistero, significati e verità, verità che l’artista veneta cerca di afferrare attraverso la stratificazione della memoria e dei moti dell’animo dell’essere umano, senza seguire, come lei stessa afferma, un preciso progetto, decollando da un terreno di incertezza per offrire un’esperienza condivisibile, intensificando e distanziando le cose. Bisandola dunque realizza l’antico compito dell’arte, la quale “fa spazio e tempo” dando grande importanza al caso, spesso foriero di verità.

Indagando sull’uomo, ritraendo figure, la pittrice di Monselice indaga sulla pittura in quanto materia, e sul vuoto che ha lasciato lo svuotamento di significato dell’immagine, abbandonandosi alle visioni dell’inconscio, alla casualità, ai “mostri” rappresentati sulla tela: animi spossati senza status, né storia imprigionati in aspetti sgradevoli, distorti, disturbanti, tra i quali spiccano anche alcuni autoritratti della Bisandola.
Accostata a pittori come Schiele, Turner, Freud, Bisandola si sente più vicina al nipote del celebre psicoanalista, per quanto riguarda la pratica del tempo, rappresentando ciò che c’è oltre il visibile e il percepibile, oltre la deformità dei visi e dei corpi, oltre l’apparente ironia che cela la paura del non bello in quanto armonioso, sano, cercando sempre di preservare la propria identità.

Greta Bisandola ha esordito nel 2010 con una mostra personale a Palazzo Durini, Milano. Altre personali le sono state dedicate a Bassano del Grappa, Torino, Berlino, e contemporaneamente ha partecipato a diverse collettive sia in Italia che in Germania. In cantiere ci sono una collettiva al Museo Diocesano di Padova e una personale alla collezione The Bank di Bassano.

La deformità che spesso infligge ai volti e ai corpi dei soggetti delle sue opere sembra voler far emergere la sofferenza e la complessità cerebrale ed emotiva dell’essere umano, è corretta questa chiave di lettura?
Del mio lavoro, purtroppo, non possiedo la chiave e non vi è alcun intento se non quello di trovare delle corrispondenze che durante l’esecuzione si traducono soltanto in un piacere per gli occhi. Quindi io non conosco il segreto dei miei personaggi. Però posso dire che attraverso l’umano cerco di indagare la pittura. La complessità dell’umano affianca la complessità della pittura, ma sono due entità separate in un certo senso. Dipingere significa per me innanzitutto avere un’esperienza fisica con la materia. Il volto e il corpo sono grandi contenitori in tal senso.

In questo senso che significato assume per Lei, l’identità?
Sono molto legata alla figura, alla pittura quindi figurativa, anche se per me oggi l’immagine si è svuotata di tutto, non è più portatrice di un significato. Ed è proprio questo vuoto che mi interessa. C’è un sovrappiù nel lavoro dei volti che ho realizzato fino ad oggi che tenta di creare delle fratture interne alla forma per poter parlare di qualche cosa d’altro. L’identità dei miei soggetti è in eccedenza e sopra le righe, nel tentativo di frantumare sé stessa. Vuole frantumarsi perché in realtà non accetta misura, non vuole “un’identità”, vuole tutto, aspira all’infinito e quindi non può contenersi. Il soggetto si apre e insegue la materia perché è viva e si muove, è lei che rappresenta l’identità del reale, perché il mondo non aderisce mai al nostro schema. La pittura invece è materia ed è mondo.

Quando ha iniziato a dipingere e perché?
Ero una bambina, prima ho cominciato a disegnare, poi a dipingere. Il principio di tutto è un ricordo lontanissimo, una lunga strada ricca di esperienze e cambiamenti continui. Come spiegare perché una cosa accende tanta passione e ti chiama continuamente a sè, come una voce nella testa? Dipingo perché questo è il mio desiderio singolare, è il mio controcanto, forse è un atto prevaricatore nel tentativo di affermarmi. Nel desiderio c’è qualcosa che ancora non è stato scritto, qualcosa che non è ancora accaduto ma che spera di farlo, che verrà. Dunque dipingo per gettarmi in avanti con la paura che mi caratterizza perché, prendendo spunto da un’intervista a Giacometti, mi piace l’avventura.

La sua è una pittura turbolenta, tuttavia dopo aver terminato un’opera, si sente appagata dal suo lavoro, in armonia con sé stessa?
Certo, è questo il fine ultimo, sentirmi assolutamente appagata. Quando un’opera termina mi sento compiuta e nel posto giusto.

In “Luce propria”, ha messo in evidenza anche il suo volto, è una sorta di atto di pacificazione, un desiderio di svelarsi?
Quando dipingo c’è sempre nella mia ricerca un desiderio di svelarsi, ma soprattutto a me stessa. Il lavoro più riuscito è quello che mi separa da me, quello che provoca il mio stupore, mostrandomi qualcosa che non conoscevo e non sapevo di poter fare. Uso spesso il mio volto nei dipinti, è il volto con cui ho più confidenza, quello a portata di mano. Sembrerà incredibile, ma spesso i problemi di un pittore riguardano questioni tecniche.

È stata accomunata a pittori come Lucien Freud, Turner, Bacon… A chi si sente più vicina?
Tra questi Lucian Freud, per la pratica del tempo, e perché mi sembra un “costruttore” di corpi. Fa a pezzi un volto e al tempo stesso lo mantiene unito e solido. Amo quella sua tecnica speciale che diventa un carattere.

L’umanità senza filtri che rappresenta, sfigurata e devastata, scaturisce dalla contingenza storica, contemporanea o dall’essenza stessa dell’essere umano che è immutabile?
Tutto ciò che ci riguarda e che ci circonda come esseri umani, la struttura sociale, le nostre esperienze, quello che siamo senza sapere, si manifesta e fa parte di quello che creiamo, che rimane, tutto sommato, sempre all’interno di un limite tangibile. La contingenza storica contemporanea crea per me delle dicotomie, per questo l’umanità nel mio lavoro non vuole parlare di umanità. È vero che non ci sono filtri, perché in effetti, come già ho accennato, la mia umanità vuole farsi contenitore di tutto il contenibile. Contemplare un vuoto come via d’accesso. Nasce dalla possibilità di non dover più raccontare una storia.

Natura e storia, come si relazionano questi due aspetti con le sue opere?
La storia è tutto ciò che conosciamo, ci caratterizza nostro malgrado ed è materiale da cui, per forza di cose, anch’io sento di dover attingere in qualche modo per poter andare avanti. La natura invece, nel mio lavoro, è sentita come un processo, una metamorfosi, uno spazio di riposo ma in movimento, dove la gestualità è forse più autentica, più facile. Mi sembra che si manifesti nelle mie opere in maniera isolata, ritagliata, alla pari con il resto, non crea mai un ambiente.

Secondo Lei, sulla scia del pensiero di Benjamin, l’opera d’arte oggi più che mai si afferma come rovina lasciando cadere ogni residuo di bellezza? Il bello appare come un fossile di un’epoca lontana? 
La parola “bellezza” ha un carattere oggettivo, sembra parlare di un’armonia condivisa da tutti allo stesso modo. Sembra riferirsi sempre ad un modello consolidato. In più è costretta a raccontare una storia legata indissolubilmente al suo aspetto, alla sua forma come perfetta coincidenza di sé stessa, uno stretto involucro paralizzante. Oggi il brutto si fa bello perché la stortura è una tensione viva verso il reale, l’immagine non vuole raccontarsi così com’è, ma cerca altrove. Perché il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile, è la trascendenza. Anche la pittura figurativa sente questa necessità ecco perché in qualche modo si deforma. L’arte è vita, e la vita ha che fare con l’evento, ci coglie di sorpresa, ci sovrasta e trascina, non è condivisibile, è singolare, è unico.

Le sue opere “fanno tempo”, portano a maturazione il percepibile, realizzando l’antico compito dell’arte, si sente parte di questa mission? 
Nel fare arte contemporaneo c’è un’individualità che pone l’artista solo al centro di sé stesso, di un proprio bisogno, di una propria necessità incomprensibile in qualche modo. Questo forse soprattutto in pittura. La speranza è comunque quella di lasciare qualcosa che duri nel tempo, un oggetto dotato di una certa autonomia, almeno per quanto mi riguarda, che possa ad un certo punto essere convalidata. Ma l’oggetto riuscito anche solo per chi l’ha costruito, basta e avanza, in questo senso il fare artistico è una faccenda maledettamente privata.

Progetti in cantiere e desideri da realizzare?
In cantiere ho qualche mostra, prossimamente una collettiva al Museo Diocesano di Padova e più avanti una personale alla collezione The Bank di Bassano. Il desiderio è quello di continuare a dipingere.

Info:

www.gretabisandola.com

Greta BisandolaGreta Bisandola. Ph. credit Andrea Rosset

Greta Bisandola, Il Bambino, 90 x 90 cm, 2019, olio su tela

Greta Bisandola, Madre, 80 x 80 cm, 2014, olio su tela

Greta Bisandola, Pauline, 50 x 50 cm, 2011, olio su tela

Greta Bisandola, Sottogiardino, 40 x 70 cm, 2014 olio su tela

Greta Bisandola, Esercizio, 50 x 50 cm, 2013 olio su tela




Giuseppe La Spada. Il calore della manualità nell’arte digitale

L’arte è un modo di raccontare il mondo attraverso la creatività dell’intelletto. L’uomo crea il mondo, ma creazione e riproduzione non sono la stessa cosa: difatti se l’artista crea il mondo, l’artigiano lo riproduce. L’arte dunque non è ciò che è mondo per dirla come Karl Kraus, non si tratta di una questione di gusti, ma di scavalcare orizzonti, compiendo qualcosa di nuovo. In tal senso l’artista “interdisciplinare” Giuseppe La Spada ispirato da natura, poesia e suono, e da sempre interessato alle tematiche ambientali, cerca di operare come fa la natura, riproducendo con tecniche digitali e con la fotografia la sua attività. Protagonista di molti lavori del poliedrico Giuseppe la Spada è l’acqua, elemento usato come pretesto per parlare del rapporto Uomo-Natura, riflettendo su ciò che c’è sotto la superficie, facendo emergere l’indicibile che acquista consistenza in una atemporalità sospesa tra suono e segno.

La Spada è dunque, in quanto fotografo e video-artista, un artigiano che racconta qualcosa che già può essere nella nostra testa, un esploratore di profondità, un ideologo sensibilizzatore, un artista certamente concettuale ma lontano dall’estetica del disgusto, sulla scia del movimento Art and Language nato negli anni settanta. La fotografia infatti non è arte ma artigianato, tecnologia e nell’era delle fotocamere digitali tale definizione assume un valore ancora più forte. L’artista ha esposto i suoi lavori in Europa, America e Asia, dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Webby Awards vinto nel 2007 con un progetto online legato all’ecologia. Nel 2018 partecipa alla mostra Idesign, Manifesta 12 Collateral a Palermo con Fluctus, un’enorme installazione in plastica. Nello stesso anno, il suo lavoro è anche esposto nella mostra Re-Use, tra artisti come Man Ray, Duchamp, Manzoni, Christo, Pistoletto, Damien Hirst. Attualmente vive e lavora a Milano: nel 2017 ha presentato l’installazione Shizen no Koe al “Festival per la Terra” al Museo oceanografico di Monaco e ha da poco sviluppato il progetto sociale We are drops che mira a creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini.

In che modo riesce ad esprimersi al meglio? Attraverso la fotografia, l’arte digitale, la video-arte, le installazioni?
Quando ero ragazzo leggendo lo ‘Spirituale nell’Arte’ di Kandinskij, ho sentito parlare di opera totale, questa cosa mi ha segnato per sempre, per me il massimo è utilizzare tutti i mezzi possibili, cercando di dare una drammaturgia, un giusto peso. Ogni singolo elemento ha un compito preciso, esattamente come in una orchestra. La fotografia indubbiamente arriva prima, sia come atto di sintesi che di fruizione, di conseguenza spesso è l’aggancio agli altri livelli di lettura soprattutto oggi sui social network.

Qual è secondo lei oggi il fine dell’arte?
In questo scenario dove lo scarso appeal di religioni e politica, la velocità e saturazione tecnologica imperano, l’Arte oggi più che mai, è chiamata a guidare, ispirare i cambiamenti necessari per la sopravvivenza di noi stessi e del pianeta. Una nuova architettura sociale può nascere grazie al pensiero condiviso e l’arte è un driver fondamentale.

Perché, tra tutti gli elementi della natura, ha scelto di concentrarsi maggiormente sull’acqua?
L’Acqua per me è il tutto. Insieme all’aria è l’elemento della necessità in senso sia fisico che spirituale, il ritorno intrauterino, il tuffo mistico, l’elemento cangiante e duttile per eccellenza. Comprendendo l’acqua forse si comprende il segreto della vita, dell’eterno divenire.

Ci parli del progetto sociale We are drops.
We are drops nasce essenzialmente dopo aver realizzato che l’unica soluzione possibile per combattere l’inquinamento è creare una nuova consapevolezza nelle nuove generazioni e soprattutto nei bambini. I comportamenti possono cambiare instillando l’amore e la protezione nei confronti della natura e dando gli strumenti di comprensione dei problemi. I bambini sono molto più attenti di noi e collegati alla natura.

In riferimento al suo progetto, secondo lei l’arte deve avere anche un ruolo educativo, sensibilizzare le coscienze a tematiche importanti?
Assolutamente. Deve supplire ed accelerare i processi sociali. Uscire da certi ranghi elitari e incontrare il cuore delle persone. Deve essere un sismografo che vigila e restituisce il peso e il rigore di certi valori persi. I problemi sono quasi tutti di natura culturale, non possiamo risolverli adottando le stesse strategie che li hanno generati.

Nell’esperienza fotografica conta di più la tecnica o l’esperienza?
Credo conti l’intenzione, il fuoco sacro dietro al desiderio di materializzare e visualizzare. Oggi conta il progetto, la tecnica diventa sicuramente una conseguenza dell’esperienza ed è una condizione imprescindibile, ma la vera profondità è data dalla ricerca in senso olistico, tantissime immagini figlie di esperienza o tecnica spesso non arrivano al fruitore finale.

Il lavoro che le ha dato maggiori soddisfazioni?
Ogni lavoro credo sia una parte importante del percorso. Spesso i lavori coincidono con gli incontri, e questo mi ha dato la possibilità di incontrare persone straordinarie. Dovendo fare una scelta, la risposta è legata sicuramente all’incontro con il maestro e compositore Ryuichi Sakamoto. Una figura per me importantissima, la mia vita sarebbe completamente diversa senza questo incontro. Avere avuto l’onore di collaborare con un maestro del genere è un riferimento costante anche nell’assenza. La profondità di visione e di intenti mi ha cambiato per sempre. Il mio lavoro sulla Natura è figlio di questo incontro.

Perché, come anche lei ha affermato, è importante tornare al “calore della manualità” in un’epoca dove l’arte digitale, insieme a quella concettuale, è sempre più preponderante?
Perché stiamo perdendo la parte umana, rispetto a quella più materiale e in questa corsa sfrenata alla tecnologia, all’intelligenza artificiale stiamo perdendo il grado termico del pensiero, per questo mi impongo sempre di utilizzare il digitale in maniera “calda”, mai fine a sè stessa.

Personalità che la ispirano particolarmente?
Di Sakamoto ho detto prima, poi tanti poeti, artisti, registi, mistici, Tarkowskij e Josef Beuys, su tutti. Credo che le biografie dei grandi uomini del passato possano dare degli spunti molto interessanti, decodificare le chiavi del loro modo di creare, immaginare come si comporterebbero oggi, andare in risonanza col loro pensiero per me va oltre la semplice ispirazione.

Kandinskij tramutava la sua pittura in eventi sonori, elaborando una teoria armonica del colore, si può dire che lei, avvalendosi ad esempio della musica di Sakamoto e di Fennesz, voglia scandagliare l’emozionalità e l’interiorità di un mondo assopito e dell’essere umano in relazione all’ambiente in cui vive?
Da più di dieci anni per me l’obiettivo primario è proprio riconnettermi e far comprendere la relazione uomo natura, le parole spesso non bastano e ci vogliono strade diverse. Il dardo emotivo della sinestesia suono immagine, probabilmente arriva più in profondità rispetto a un testo o a dei dati sulle problematiche ambientali, ho passato molti anni a cercare queste chiavi emotive. L’uomo contemporaneo ha una estrema necessità di recuperare la relazione con quello che è più di un luogo che ci ospita.

Prossimi impegni?
Sono tutti legati a tre parole che amo: Arte, Spiritualità, Sostenibilità e naturalmente all’elemento Acqua.

Info:

www.giuseppelaspada.com

Giuseppe La SpadaGiuseppe La Spada’s photo portrait

Giuseppe La SpadaGiuseppe La Spada, Federica Brignone. Traiettorie Liquide, 2018

Giuseppe La Spada, Falling down, 2017, 105x70cm, Fine Art Inkjet Print mounted on Ddbond, from the series In a changing Sea Falling

Giuseppe La Spada, Collapsing series, 2015




Silvia Idili: la pittura tra Rinascimento e Metafisica

Artista neo-metafisica, visionaria, gotica, realista magica di tradizione rinascimentale: si rispecchia in tutti questi termini l’artista sarda, milanese d’adozione, Silvia Idili, estimatrice al contempo di Leonardo da Vinci e di Giorgio de Chirico, ma certamente rappresenta un’arte che sa di nuovo, un’arte ipnotica, magnetica, che ha a che fare con il nostro inconscio e con il nostro modo di rapportarsi con l’assoluto e la realtà. Le tele dell’artista sarda spiccano per un originale simbolismo e ricerca cromatica che rendono i suoi lavori fortemente scenografici. I suoi dipinti evocano geometrie, armonia delle forme e composizioni del passato per esprimere con maggiore intensità e credibilità la tensione spirituale, emotiva e psicologica dell’uomo contemporaneo, molto spesso spiazzato dalla complessità della realtà in cui si trova e che non sa decifrare, anche quando si confronta con il trascendente. L’arte di Silvia Idili è un invito a comprendere il senso della vita, soprattutto attraverso il rito, categoria fondamentale delle civiltà secondo il grande antropologo e filosofo Mircea Eliade, nonché, come sostiene anche la Idili, una garanzia per il mantenimento della propria identità e per quanto riguarda questo aspetto l’artista è pienamente se stessa, un’esistenzialista visionaria che racconta l’assurdità della vita andando oltre il visibile, attingendo alla dimensione onirica e metafisica e all’atavismo della sua terra natale.

Silvia Idili ha esposto, tra gli altri, presso il Museo di Arte Contemporanea di Lissone, la Galleria Moitre di Torino, e al MEA Museo Dell’emigrazione Asuni di Milano.

Le sue opere fondono classicità e metafisica. Come nasce questo sincretismo e qual è, secondo lei, il filo rosso che unisce questi due importanti contributi dell’arte europea?
É nato per caso e non di certo da una mia volontà programmata, forse l’incontro è avvenuto poiché prediligo la pittura classica e stimo Giorgio De Chirico, protagonista e inventore della metafisica. Il filo rosso che li unisce credo sia il pensiero stesso di questa corrente che utilizza elementi di pittura classica per distorcere la realtà che apparentemente assomiglia a quella che conosciamo dalla nostra esperienza. Si supera la realtà, per andare in qualche modo oltre.

L’essere definita una pittrice visionaria geometrica è un’espressione che le sta stretta?
In generale non amo le definizioni, anche se spesso le persone hanno bisogno di descrivere a parole ciò che non conoscono. Tuttavia essere definita una pittrice visionaria non mi dispiace. Per me ha motivo di essere un assoluto complimento.

Che tipo di ispirazione le offre la sua terra, la Sardegna?
Tutto.  Dai santuari alle montagne, dai miti alle leggende, dai riti arcaici ai costumi, dalle maschere ai colori, dalla saggezza più profonda e autentica al modo di vivere e di pensare di certe persone, prive di cultura accademica ma ricche di una cultura quotidiana che non è ignoranza ma un dono profondo atavico di pensiero e di contemplazione superiore della vita.

Quanto conta nella sua produzione la lezione rinascimentale?
Sin da quando ero piccola, mi sono sempre sentita attratta da Leonardo Da Vinci, l’emblema stesso dell’uomo rinascimentale: suppongo che questo importante periodo artistico mi abbia segnato, poiché nel rinascimento ci fu un forte interesse verso la geometria e i Solidi Platonici.

Cosa pensa dell’arte di oggi, e soprattutto di quegli artisti che rigettano totalmente la tradizione?
Sull’arte di oggi non penso, mi limito a osservare e raccogliere ciò che di buono mi può offrire. Ogni artista deve sentirsi libero di scegliere una direzione; anche se la conoscenza della tradizione è fondamentale, a prescindere da quale direzione si voglia prendere nel proprio iter artistico.

L’esposizione che la ha dato maggiori soddisfazioni?
Credo che ogni occasione per esporre i propri dipinti sia motivo di soddisfazione. Mi ritengo soddisfatta di tutte le mostre che ho fatto sino ad ora, senza prediligere o sminuire nessuna di loro; perché ognuna di esse ha contribuito alla crescita del mio percorso.

Dove e come è cresciuta Silvia Idili?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, dove ho imparato a osservare il cielo, conoscere le stelle, i nomi dei venti, a capire i miei nonni quando parlavano tra di loro il sardo e scoprire che vivevo in un posto, dove si parlava un’altra lingua. Crescendo, ho capito che vivevo su un’isola e il mio essere isolana mi ha dato una concezione diversa della vita; ma soprattutto mi ha reso curiosa e mi ha spinto ad andare oltre ciò che i miei occhi vedevano e oltre ciò che i miei sensi mi permettevano di sentire.

Nell’arte contemporanea si crea un misunderstanding continuo: il curatore o il critico diventano dei filtri che legittimano l’artista, definendo cos’è arte e cosa non lo è. In questo “gioco” rientra ovviamente anche il visitatore. Cosa si sente di dire in merito a queste tre figure?
Di rapportarsi all’arte con la giusta sensibilità e soprattutto senza pregiudizi.

Cosa tenta di trasmettere al visitatore e al mondo dell’arte in generale?
I miei dipinti sono solo un invito, una finestra di pensiero che incita lo spettatore ad affacciarsi e riflettere sul senso dell’esistenza.

Nell’opera “Visionaria35” come in altre opere simili, lei sembra voler mostrare l’occhio che vede anche sé stesso, che va oltre ciò che vede, riflettendo sul rapporto tra visione e cecità, alla maniera di Derrida il quale si chiedeva cosa vediamo davvero quando vediamo?
Si. I Visionari, ritratti femminili e maschili, sono volti con gli occhi spesso occultati da geometrie o teli; sono simbolo di infrastrutture create dalla mente per nascondere e mascherare la vera natura del proprio essere, che è allo stesso tempo, espressione di una tensione spirituale in rapporto con l’ansia della contemporaneità. I visionari invitano a una riflessione e a uno sguardo interiore.

La visione, lo sguardo sono metafore della conoscenza per eccellenza, che sconfina nella visione intellettuale, lei cosa crede di conoscere attraverso il suo lavoro artistico?
L’assurdità stessa del reale.

Cos’è per lei il rito? Tema che spesso ricorre nei suoi quadri.
La ricerca e la garanzia del mantenimento della propria identità.

La dimensione onirica per lei rappresenta una fuga da una realtà spesso deludente, o piuttosto contribuisce a comprenderla meglio?
La dimensione del sogno è quella in cui si manifesta la natura più profonda delle cose, è lo strato più intimo dell’esistenza stessa del mondo.

In che rapporto è la sua “metafisica” con il trascendente, ha un carattere di tensione verso l’assoluto? O crede impossibile una sintesi tra ragione e teologia?
Come ho risposto in precedenza, i miei lavori tendono alla ricerca del proprio io, che però lo si conosce solo alla fine del cerchio. La tensione verso l’assoluto è soggettiva, ognuno sente e trova il suo assoluto in base al proprio credo e non-credo. La sintesi tra ragione e teologia è relativa, tutto dipende da noi stessi e da quello che cerchiamo e troviamo nel silenzio della meditazione.

Prossimi impegni?
Continuare a dipingere.

Annalina Grasso

Info:

www.silviaidili.com

Ritratto fotografico di Silvia IdiliRitratto fotografico di Silvia Idili

Silvia Idili, I sognatori, olio su tavola, 40×50 cm, 2010

Il rito. Olio su tavola, 20x30 cm, 2015Silvia Idili, Il rito. Olio su tavola, 20×30 cm, 2015

L'incontro-olio su tavola 20x30 2010Silvia Idili, L’incontro, olio su tavola, 20×30 cm, 2010

Silvia Idili, Visionaria 35. Olio su tavola, 30×30 cm, 2016

Silvia Idili, Visionario 8, olio su tavola, 40×44 cm, 2018




Federico Lombardo: tra impressionismo e semplicità giottesca

L’arte contemporanea opera con un taglio netto, se non addirittura disprezzando, irridendo il passato, senza pensare che l’arte non è altro che una lunghissima successione di modelli e archetipi che nel corso del tempo si sono sedimentati, in armonia fra innovazione e tradizione.

In questo senso non pecca d’orgoglio l’artista campano Federico Lombardo, sostenitore dell’importanza della messa in discussione dei valori stabiliti, nato a Castellamare di Stabia e residente a Roma, nelle cui produzioni convivono sperimentalismo e passatismo, ritratti stranianti che vogliono esprimere sentimenti neutrali, ispirati ai modelli rinascimentali e tecnologia digitale (a differenza di quelli più sfuggenti realizzati su tela), rievocazioni compositive giottesche e scene di vita quotidiana dei nostri giorni.

Diplomatosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lombardo, lontano dalla tradizione storica novecentesca, spesso inserisce nelle sue opere elementi di scultura che fanno da sfondo e personaggi che sembrano fantasmi, raffigurazioni di sogni e ricordi.

Il corpus creativo di Lombardo è variegato, per il quale è fondamentale la ricerca di nuovi valori della visione, affidandosi all’immediata impressione del vero, e rifiutando qualsiasi processo canonico ed ideologico della rappresentazione. Le sue opere sono avvolte da un’atmosfera che ricorda i film di Jean Renoir, perché l’arte che nella mente e nelle mani di Lombardo diviene cinema sulla tela, dinamismo, movimento, così come il colore è efficace mezzo espressivo per restituire ad ogni cosa il suo peso e il suo volume, un po’ alla maniera di Jean-Frédéric Bazille, cogliendo la naturalezza e l’eternità quotidiana di una vita in cui l’arte è sempre presente.

I lavori di Federico Lombardo, che dimostrano la poliedricità dell’artista campano, sono stati ammirati al parlamento europeo di Strasburgo, nella Basilica Palladiana di Vicenza, al Pac di Milano, in biennali (Venezia e Sharjah) e quadriennali. L’ultima sua mostra personale, “Monade” risale al 2018 a Milano, a cura di Federico Rui. La prossima personale sarà a Bassano presso la collezione the Bank.

Lei è stato inserito nel diario della pittura italiana vivente “Eccellenti pittori” dal giornalista e critico d’arte Camillo Langone, ma chi sono per Lei i pittori eccellenti e quale ritiene essere l’aspetto della sua arte che la rende un pittore eccellente?
Camillo conosce il mio percorso artistico da quasi 15 anni; è come un Vasari del XXI secolo, almeno questa è la sua intenzione; è evidente che individua nella mia pittura delle qualità tecniche, stilistiche tali, da rendermi partecipe di questo suo progetto. Perché mi definisca eccellente forse sono la persona meno adatta per rispondere, bisognerebbe chiederglielo.  Spesso mi paragona a pittori impressionisti o contemporanei del calibro di Erich Fischl, quindi di sicuro individua nella mia arte una capacità espressiva fatta di pennellate veloci, intense, espressive.
Il pittore è eccellente quando non si pone di certo il problema se lo è, ma costruisce il suo lavoro gradualmente attraverso una poetica, un credo, che può durare una vita.
Da poco ho visitato La fondazione Mirò e il Museo Picasso a Barcellona, ovvio sono artisti mitici più che eccellenti. Seguire il loro esempio come minimo. Non amo concetti rivisti e riproposti come assoluta originalità.

Quanto bisogno c’è oggi di un’arte di tipo umanistico?
L’arte è sempre umanistica, perché pensata e fatta da esseri umani.

Cosa deve rappresentare l’Arte per Lei?
L’arte non deve rappresentare, ma porre dei quesiti, mettere in crisi dei valori assodati.

Lei ritrae scene di vita quotidiana, proponendo una pittura iperrealista, nel segno della sincerità. Trova sterili le idealizzazioni?
Una parte della mia pittura rappresenta scene intrise di un certo realismo, perché amo guardare il mondo e riproporlo con la materia lucente della pittura, ingenuamente proporre il mio modo di vedere le cose. Nulla è sterile, la pittura è tale se propone sempre una variante ideale, altrimenti meglio uno scatto fotografico.

Ricorda la sua primissima opera? Di cosa si trattava?
Era lo studio di un paesaggio di Giacinto Gigante quando avevo 11 anni.

Cosa pensa dell’arte concettuale? Ritiene siano più efficaci i giochi di parole o i colori a rappresentare una vicenda?
L’arte è spesso chiusa in recinti sterili, tutta l’arte esprime dei concetti. Certo il quadro impressionista di oggi non può essere quello del 1874, lo spirito cambia. Nel mio caso la relazione interdisciplinare tra tecniche diverse fa diventare la pittura anche un concetto non comprensibile solo attraverso una lettura superficiale: è la mia ricerca.

I suoi ritratti a mezzo busto eseguiti con il digitale sono per certi versi inquietanti, i protagonisti non sorridono quasi mai, copie perfette dell’originale. Sono opere distopiche, di un possibile futuro popolato da androidi o una realtà che è già sotto i nostri occhi se pensiamo a quanto si insegue la perfezione estetica?
Il percorso pittorico che parte dalla ricerca sul volto, rarefatto, astratto, simbolico approda al digitale dopo anni. Non sono mai state copie perfette, anzi, spesso l’originale è solo un punto di partenza, non sono mai state copie. Non sorridono perché il loro sentimento è neutrale, quasi asessuati, indagano, osservano, sicuramente inquietanti, come dice un esperto di arte digitale Ennio Bianco, fanno parte dell’”Uncanny valley”. Sono anche un parallelo contemporaneo col ritratto tipico italiano che si ispira ad Antonello da Messina, o Leonardo.

Quale tecnica predilige? Olio su tela di lino, acquaforte, supporto digitale…?
Oggi si parla di realtà parallele, la fisica quantistica ha messo tutto in dubbio. Tale concetto influenza la mia arte forse anche contro la mia volontà, con i mezzi umili della pittura interdisciplinare, interpreto questo spirito, che si contrappone all’idea unica di stile, che appartiene al passato.

Le sue narrazioni di vita quotidiana, per quanto riguarda la composizione (prendiamo ad esempio l’opera Piazza del Popolo o Piazza Navona) sembrano rifarsi alla linearità e semplicità di Giotto, è una ricerca voluta? Le sarebbe piaciuto essere artista all’epoca di Giotto?
Sicuramente tra i pittori sommi di tutti i tempi c’è Giotto, la sua semplicità asciutta, contrapposta alla maniera moderna dell’epoca, è senza tempo. Forse sì, l’Italia era un centro culturale mondiale. Certamente il percorso sarebbe stato più lineare, dalla bottega al lavoro artigianale di pittore, artista. Certo Giotto era anche un grande imprenditore di sè stesso, un artista che sapeva parlare ai potenti del suo tempo.

Tre artisti che l’hanno in un certo senso illuminata.
Giotto, Marlen Dumas, Bill Viola.

Perché l’arte figurativa viene spesso ritenuta antiquata, facendo pensare a uno stucchevole accademismo, e per molti oggi l’arte e deve esprimersi attraverso l’astrattismo delle installazioni o le performance più imprevedibili?
Dipende dai contesti culturali, a me sembra che la figurazione goda di ottima salute se penso alle recenti aggiudicazioni in asta di Hockney, anche se non amo il sistema speculativo delle aste.

Le nuove generazioni sono sufficientemente e doverosamente educate alla conoscenza dell’arte?
Dipende dalla volontà e desiderio dei singoli.

Prossimi impegni?
Una personale a Bassano presso la collezione the Bank.

Un sogno da realizzare?
Continuare a dipingere e viaggiare.

Annalina Grasso

Info:

www.federicolombardo.net

Federico LombardoFederico Lombardo

Federico Lombardo, Digital Painting

Federico Lombardo, Incoronazione di Positano, 180×180 cm, olio su lino, 2018

Federico Lombardo, Piazza Navona,150×200 cm, olio su tela, 2018

Federico Lombardo, Al museo, olio su tela, 180×180 cm, 2017

Cover image: Federico Lombardo, Coppia 1-19 (detail), Acquerello su carta, 38×57 cm, 2019