L’Identità è essenzialmente il rimando degli altri verso di sé | OTHER IDENTITY

Genova, dopo la chiusura del Museo di Villa Croce, escludendo gli spazi ufficializzati delle gallerie, aveva certamente bisogno di una rivoluzione ed innovazione estetica o semplicemente d’Arte Contemporanea. Arriva quindi un progetto che rinnova quell’aria statica che si percepiva in città e a pensarci è stato Francesco Arena, curatore ed ideatore di “OTHER IDENTITY-Altre forme di identità culturali e pubbliche”. Evento internazionale d’arte contemporanea che racchiude in sé fotografie, installazioni, video arte, performance e electronic music, dove il concetto di identità viene espanso oltre la figura dell’autorappresentazione, fino ad arrivare appunto “ad altre forme di identità culturali e pubbliche”.
Il progetto è stato pensato come una trasposizione dell’identità dello stesso curatore sulle opere da lui selezionate, sugli artisti e sulle sedi scelte.

Other Identity per la seconda edizione torna su 4 sedi, 3 tra le più importanti gallerie di Genova: Galleria ABC-ARTE, Galleria Guidi&Schoen-Arte contemporanea, PRIMO PIANO di Palazzo Grillo, e uno degli spazi ufficializzati più dinamici a Genova, Sala Dogana a Palazzo Ducale.

Come afferma il curatore nel catalogo dell’evento:
“Un’edizione che si presenta come “un’unplugged” dopo la prima uscita in un enorme contenitore come quello della Loggia della Mercanzia sempre a Genova; “una musica per gli occhi” dove le opere d’arte e i progetti visivi e sonori intendono mostrare le contaminazioni esistenti tra le arti visive e quelle performative e il legame indis­solubile che si crea con la musica contemporanea.”

Ogni sede ha in sé diverse peculiarità e in essa la scelta di Francesco Arena di prediligere per contrasto e per assonanza gli artisti invitati.

Durante il vernissage di Other Identity si sono alternate diverse performance, tra queste, alla galleria Guidi&Schoen, quella di Nadia Frasson dal titolo “Noli me tangere”, dove l’artista ha cucito precedentemente su organza rosa color pelle, la forma di un cervello e durante l’arco di tre ore circa ha ricamato sopra piccole formichine nere; le formiche sono gli insetti che si insinuano per eccellenza e rappresentano per l’artista una penitenza, una tortura sulla propria pelle e sulla propria memoria. Dopo la performance l’organza di Nadia rimane come una reliquia all’interno della galleria e più che un’installazione post-performance, potremmo definirla una traccia di “ciò che è stato”.
Alla galleria ABC-ARTE invece la performance di Cinzia Ceccarelli con Mihaela Slav dal titolo “Tso (trattami senza oblio)” denuncia il sistema sbagliato del mondo della psichiatria, riguardo quelle che dovrebbero essere le cure obbligatorie messe a disposizione da quel ramo della scienza.
In Sala Dogana a Palazzo Ducale, la performance Skin/Tones di Francesca Fini, vede l’artista spogliarsi da un delicato accappatoio e sedersi su un cubo bianco dove inizia ad analizzare parti del suo corpo attraverso un microscopio digitale; tracce di pelle, peli, occhi, capelli e saliva, vengono trasposti su proiettore davanti a lei e al fruitore, invitando quest’ultimo ad accogliere la mappatura del suo corpo. Il visitatore diventa voyeur, non osserva più il corpo dell’artista ma la sua elaborazione macroscopica e deformata, una sorta di “super-selfie” , come definisce lei stessa, trasmesso attraverso un filtro, una membrana invisibile.
Sempre in Sala Dogana a fine serata i FLeUR (Enrico Dutto e Francesco Lurgo) si sono esibiti con live di musica elettronica, dove il paesaggio sonoro si miscela con il mondo digitale, e dove il post-rock si unisce ad una ritualità oscura.

Come in un tour a Genova ci ritroviamo a vivere l’arte in tutte le sue sfaccettature, partendo da PRIMO PIANO di Palazzo Grillo, palazzo storico di Genova, dove vediamo installate e mostrate quasi delle piccole personali. Ogni sala racchiude il racconto intimo dell’artista, lo chiamerei un “diario di immagini”, dove il concetto di memoria e attualità si alternano e dove la contemporaneità delle opere esposte si sposa perfettamente con la storicità della location.
Entrando troviamo le opere di Debora Garritani, dove simboli e rimandi iconografici dal gusto fiammingo si intersecano con elementi contemporanei, qui l’artista denuncia l’apparire a discapito dell’essere; nella seconda sala l’artista Romolo Giulio Milito con 12 dittici, ci fa entrare in un’atmosfera molto più intima e personale, per lui l’erotismo è l’incontro esatto tra se stesso e le sue modelle, nella stessa sala l’artista ha voluto inserire un catalogo personale dove il visitatore può intervenire a penna con parole e disegni, sul bianco delle pagine o sulle immagini stesse, così che il catalogo diventi “unico” come l’opera d’arte.

Questa location ha sale molto alte ma accoglienti, come lo sono i paesaggi, le scene, i contrasti netti tra il bianco e nero di Giorgio Galimberti; i suoi personaggi si perdono e si amalgamano con l’ambiente circostante, qui l’identità dell’uomo diventa un tutt’uno con quella dei luoghi che lo ospitano; nel salone centrale troviamo Alexi Paladino (Lilian Capuzzimato) con una riproduzione fotografica dei suoi collage, un diario personale dove il concetto di identità viene visto attraverso tracce del suo passato e i personaggi di una storia vera sono in costante conflitto tra loro; qui nonostante il gusto amaro delle storie, rimane sempre una dichiarazione d’amore verso la sua famiglia; nella stessa sala, per contrasto, Montserrat Diaz ci catapulta in una realtà dove apparentemente è tutto in equilibrio, i suoi autoritratti sono contagiati dal concetto di spazio e di tempo e l’immagine appare “pulita” e “costruita”.

Proseguendo in queste stanze, nel progetto troviamo anche le grandi tele viniliche di Ivan Cazzola, alte, potenti, qui la contemporaneità dei suoi scatti legati al mondo della moda, della musica e dello spettacolo, si contrappone agli affreschi presenti sulle volte.
L’ultima sala accoglie due artiste Monica Mura e Donatella Izzo, la prima si presenta con la sua installazione, una grande tenda di seta dove è rappresentato il suo viso frammentato in due parti, una evidente e l’altra pixelata (quasi a volersi presentare deteriorata, a bassa risoluzione); la risoluzione, in informatica e nel graphic design è la grandezza che indica il grado di nitidezza o chiarezza di un’immagine, in questo caso il pixel è la capacità dell’immagine di recuperare il suo stato iniziale ed è anzi arricchito con degli interventi colorati in oro, proprio a volere evidenziare l’importanza e la preziosità della sua parte “nascosta” a discapito della sua parte evidente; alla tenda viene accostato un video in loop che riprende proprio il suo viso in una continua metamorfosi tra forme delineate e pixellature; la seconda artista Donatella Izzo presenta installazioni con oggetti di uso quotidiano (come un tavolo e un pouf anni ’80) in dialogo con stampe fotografiche di ritratti, o meglio come li definisce lei ”anti-ritratti; nei suoi lavori sacralità e storia si fondono e l’identità spirituale si contrappone al soprannaturale silenzio.
PRIMO PIANO di Palazzo Grillo per le sue peculiarità strutturali è esattamente il contenitore storico per eccellenza che serve a far combaciare ed esaltare nel migliore dei modi, il percorso degli artisti scelti per questa sede.

Tra le location del progetto emergono due tra le più importanti gallerie genovesi; ABC-ARTE e Guidi&Schoen-arte contemporanea.

La galleria Guidi&Schoen non segue una linea o un media specifico, ma segue piuttosto ciò che è profondo nel significato e sofisticato formalmente, e questo è stato trasportato anche da parte del curatore all’interno dello spazio.
Nella prima sala le fotografie di Nadia Frasson con interventi di ricamo a mano, si sposano perfettamente con i lavori del tedesco Sebastian Klug che lavora sulla tessitura di due stampe fotografiche, qui il sapore contemporaneo si lega all’artigianalità e l’identità è vista come concetto di “dissoluzione”.
Percorrendo la galleria, i corpi femminili legati ai paesaggi di Marco Cappella si alternano a quelli della coppia di ERRESULLALUNA+ChuliPaquin, dove “l’immagine è un passo, e il passo diviene danza”, qui il gesto più banale diventa intenso; mentre nella stessa stanza compare anche il grande dittico dai colori cupi di Ramona Zordini, un dialogo sui pieni e sui vuoti che si può riassumere perfettamente in una citazione di Jean Paul Sartre “soltanto, questa identità di essenza non si accompagna con una identità d’esistenza”.
Il progetto si espande in più sale e scopriamo il lavoro di Patricia Eichert, dove l’accostamento della sua presenza (almeno in parte, visto che si fotografa solo le gambe) in ambientazioni domestiche accompagnata dai suoi cagnolini, donano al progetto ironia e sarcasmo, così da contrastare i lavori più introspettivi di Christina Heurig, che evidenzia invece una vera e propria “contemplazione dei propri disturbi”, come definisce l’artista stessa.
Tra gli artisti anche Karin Andersen e i suoi personaggi surreali, qui l’identità viene vista spesso come una miscela tra l’umano e l’animale, mentre il luogo è un vero e proprio ecosistema dove poter vivere ed adattarsi con la propria genetica mutevole.
I contrasti tanto amati dal curatore si evidenziano anche nella stilistica dei singoli artisti; dove solitamente siamo abituati a vedere i grandi ed immensi paesaggi artificiali di Giacomo Costa, per Other Identity l’artista si esprime attraverso i suoi ironici e inediti autoritratti e denuncia in questo caso gli stereotipi sociali, lo fa tramite il travestimento di sé e dell’altro visto da sé.
Ci soffermiamo sui penetranti personaggi di Richard Kern, con i forti bianco neri, dove il punto chiave è questo: “..al voyerismo dello spettatore corrisponde sempre l’esibizionismo del rappresentato”.
La parte superiore della galleria è strutturata come tanti white cube, mentre la parte inferiore, il “basement” ha sale con muri a vista, dove l’atmosfera industriale è molto più cupa e misteriosa; da qui la scelta di inserire artisti che parlano di “memoria”, nel caso delle valigie retroilluminate di Roberta Toscano, o di “sfacciata intimità” nei lavori di Marcel Swann, presentati con antiche cornici di recupero che si adattano perfettamente ad una parete di vecchi mattoni in argilla.
Sempre nel basement invece le opere di Ophelia Queen e di Sandra Lazzarini  sono legate rispettivamente agli stereotipi sociali e culturali e alla trasposizione di still life composti dalla messa in scena della propria quotidianità.
Al progetto è stato legato un contest indetto da Radio Babboleo, dove per l’occasione tutti potevano inviare il proprio autoritratto; allo scadere del bando il miglior self portrait è stato esposto proprio nella galleria di Guidi&Schoen. A vincere è stata la fotografia di Isabella Quaranta.

Ci spostiamo da ABC-ARTE, questa galleria predilige la pittura e l’astrazione dove domina il taglio gestuale; ma per la prima volta accoglie un progetto dove il medium privilegiato è quello fotografico e performativo, e dà carta bianca al curatore che ha saputo ambientare ed allestire artisti molto diversi tra loro in queste grandi sale bianche.
In entrata troviamo le opere di Manuel Bravi, qui “In Deep Red” ci racconta “la rappresentazione delle pulsioni erotiche presenti in ognuno di noi, l’esibizionismo marcato dei tempi digitali che si scontra con le paure dei giudizi altrui”; il Light Painting, una tecnica tradizionale e artigianale, ben si coniuga qui con un forte impatto contemporaneo.
La stessa sala accoglie la maestosa ma delicata opera di Davide D’Elia, dal titolo Adriana, nome di una donna realmente esistita, dove 15 tele si accostano per dare vita ad un’identità che viene rappresentata stavolta attraverso il concetto di assenza e di memoria; nello stesso ambiente il dittico di Paula Sunday invece è esattamente opposto all’assenza e compare in una doppia identità: lei stessa vestita da sposa e da sposo, dove sposare se stessi significa celebrare la propria indipendenza, un impegno sacro davanti alle proprie responsabilità.
Nel salone centrale troviamo le grandi installazioni di Bärbel Reinhard e di Nadja Ellinger, entrambe rappresentano se stesse in dialogo con il paesaggio naturale, nello specifico la seconda artista si autorappresenta immersa nei boschi o con elementi naturali e lo fa sempre però in modo molto crudo, accostando oggetti quotidiani, quali coltelli o succo di melagrana, metafora del sangue; usa la fotografia per visualizzare i suoi sentimenti interiori e le sue paure.
Dalla stessa tematica anche il lavoro di Amalia de Bernardis dal titolo “Natura Morta con errore”, dove l’errore è dato sia dall’immagine di se stessa rappresentata come soggetto sottratto al proprio ambiente naturale, sia dalla scelta compositiva dello still life alla costante ricerca di precari equilibri; oltre che dalle immagini, anche dalle cornici spezzate che racchiudono le sue opere.
Il lavoro di Federica Gonnelli invece è composto da 9 mattonelle, i volti di Louise e Herbert, stampati in piccole tele di organza sovrapposte fra di loro, sono i protagonisti che si sommano l’uno all’altra, dove l’uno non può fare a meno dell’altra, dove l’identità è unica e non più due.
Natascia Rocchi con la sua serie, lavora sulla riproduzione fotografica di collage, i personaggi storici si legano a quelli contemporanei, quasi a voler cancellare gli anni che li hanno separati; l’identità anche qui si amalgama cancellando il tempo.
Di fronte a questa parete troviamo il lavoro di Silvia Celeste Calcagno, la fotografia su ceramica diventa imponente, dove di solito siamo abituati a vederla in piccolo formato, qui diventa smisurata la rappresentazione del sé; a lato il trittico di Corinna Holthusen, interventi pittorici su basi fotografiche riportate su tela di ritratti femminili, dove passato, presente e futuro si fondono in un’unica opera, un processo di nascita, vita e morte che si ripete in ciclo.
Un corridoio lungo accoglie in entrata Mauro Vignando, il suo lavoro su doppie cartoline, racconta il viaggio di divi cinematografici (coppie di amanti e ritratti) sui quali lui stesso poi interviene con dei tagli, in questo caso il concetto di sottrazione del soggetto si lega alla sottrazione dell’identità; a seguire troviamo i poster di grande formato di Francesca Randi, dal titolo “I Senza Nome”, personaggi immersi in un ambientazione notturna e oscura, dove la maschera diventa sul volto dei soggetti, nascondiglio del sé.
Ad alternare lo sguardo dell’osservatore troviamo una ritrattistica più pornografica con le 35 polaroid di Alessandra Pace e Fausto Serafini, un diario di immagini, un percorso emotivo e sentimentale, dove gli artisti stessi affermano: “Crediamo che nascondersi sia il più grave errore possibile, bisogna esporsi, con tutta la forza della verità…”; di fronte il trittico di Carmen Palermo, polaroid ri-fotografate dal gusto voyeuristico.
Nell’installazione tessile di Isobel Blank, composta da elementi in lana, gomma piuma, resti di stoffa che si confrontano con piccoli disegni su tela e un’autoritratto dell’artista, l’identità si ridefinisce nel tempo, come l’attimo sospeso nel limbo; Boris Duhm presenta fotografie e scritture autografate in oro,  in questi lavori l’artista mette in scena il concetto di “alter ego” e si evince il confronto giocoso con il potere del travestimento.
Chiudono la sala le opere di Maurizio Cesarini dalla sostanziale linea concettuale, dove nonostante la duplice presenza del soggetto fotografato (se stesso e l’altro visto da sé) l’artista si manifesta come “assente”; Emanuele Dello Strologo con scatti in bianco-nero, racconta un suo reportage in Bosnia; l’identità viene vista come richiesta di aiuto attraverso gli occhi dei bambini protagonisti in questi scatti iperrealisti.

A Palazzo Ducale in Sala Dogana, oltre ad esporre opere a parete, troviamo un focus sulle rassegne video. È questo il medium privilegiato in questa sede; in entrata infatti lo spettatore viene subito accolto dal trailer della mostra su grande schermo e in fondo al corridoio troviamo l’installazione/performance di Cinzia Ceccarelli, dove un monitor che ripete in loop le onde del mare ed una sedia davanti allo schermo, descrivono esattamente il titolo dell’opera “La pazienza di Penelope”; qui l’attesa del ritorno di un amore può essere essenziale per sentirsi completi con la propria identità e si rievoca il gesto compulsivo di tessere per poi disfare in attesa di scorgere tra le onde del mare l’arrivo di qualcuno o qualcosa.
Nella seconda sala troviamo la proiezione dei video di: Isobel Blank, Maurizio Cesarini, Silvia Celeste Calcagno, Monica Mura, Francesca Leoni, Solidea Ruggiero, Christian Reinster e Tore Manca (Mater-ia).
Durante tutto il periodo della mostra, in sala Dogana, si alternano le video rassegne di: Francesca Fini, Francesca Lolli, Phoebe Zeitgeist e il film di Tore Manca (Mater-ia) dal titolo Bioethic Vision (una ricerca sull’immagine concreta, sul suono e soprattutto sul rapporto tra identità dell’uomo e natura, contro quell’egoismo materiale che in quest’epoca ci affligge).
Nell’ultima sala, quella delle colonne, troviamo Chiara Gini con un trittico legato all’uomo primitivo e alla perdita di sé, mentre Francesca Leoni presenta un lavoro fotografico di una sua performance dove si evidenzia il legame con il luogo in cui si esibisce. Silvia Bigi si ispira al suo mondo onirico ed infantile e al ricordo di un volo (quello del bombo) tra gli alberi del giardino di casa; Giacomo Infantino delinea i luoghi della sua città, Varese, dove spesso compaiono figure umane immerse in scenari notturni e bui, come fossero parte dell’ambiente stesso; Chiara Cordeschi mette a nudo la propria identità attraverso dettagli del suo corpo, l’essenza della femminilità è un legame costante dei suoi progetti.
Si propongono in chiusura del progetto anche i live di musica elettronica di Luca Fucci e The Deep Society (Valerio Visconti e Mirko Grifoni) con visual fortemente influenzati da contaminazioni legate alla video arte contemporanea.

Ogni artista in ogni sede ha saputo mostrarsi senza esitazione; non esiste solamente per esibirsi e mostrarsi: Other Identity diviene così una vera e propria dichiarazione al mondo di molteplici identità culturali e pubbliche, che spesso si accavallano e si dividono, dove la parola identità è ormai troppo spesso proclamata, ma sempre troppo poco compresa.

Ecco come il curatore Francesco Arena parla sul catalogo:

“…artisti che con le loro opere si mettono in gioco in prima persona e parlano di se in maniera diretta a carte scoperte, senza mediazioni, attraverso sensibilità diverse ma sincere; i colori delle stampe fotografiche, dei video, delle installazioni esplodono questa volta nell’austerità ed autorevolezza degli spazi privati, nell’eleganza delle location, affrontando con lucidità ed energia questa sfida che per molti artisti è la loro prima grande prova ufficiale.”

Benedetta Spagnuolo
26-03-2019

OTHER IDENTITY-Altre forme di identità culturali e pubbliche
Seconda edizione
a cura e di Francesco Arena
9 – 23 Marzo 2019 | GENOVA
Mostra prorogata al 29 Marzo

Ingresso libero

Mostra collettiva, evento internazionale d’arte contemporanea (Fotografia – Installazioni – New Media Art – Videoarte – Electronic Music)

Con il patrocinio della Regione Liguria e Comune di Genova
In collaborazione con: Goethe-Institut Genua, Galleria ABC-ARTE, Galleria Guidi&Schoen-Arte Contemporanea

Organizzazione: Benedetta Spagnuolo/ARTISTI ITALIANI-arti visive e promozione

Partner e sponsor tecnici: Radiobabboleo, Il Secolo XIX, Locanda di Palazzo Cicala, EdArte-Associazione Culturale, AA Photography di Alessandro Arnò e M. Lucia Menduni, Valentino Visuals, Capra Pictures
Cover photo: Chiara Cordeschi

Galleria ABC-ARTE: Via XX Settembre, 11/A
Mart-Sab 09:30-13:30 | 14:30-18:30 Dom e Lun su appuntamento

Galleria Guidi&Schoen-Arte Contemporanea: Piazza dei Garibaldi, 18R
Mart-Sab 10:00-12:30 | 16:00-19:00

PRIMO PIANO di Palazzo Grillo: Vico alla Chiesa delle Vigne, 18R
Merc-Dom 16:00-20:00

Sala Dogana-Palazzo Ducale: Piazza Matteotti
Mart-Dom 16:00-20:00 (fino al 23 Marzo)

Info

otheridentity.project@gmail.com
www.otheridentity.it
www.facebook.com/OTHERIDENTITY.project
+39 340 2540631

Other IdentityNoli me tangere”. Performance by Nadia Frasson. Galleria Guidi&Schoen-Arte Contemporanea. Ph. By AA Photography di Alessandro Arnò e M. Lucia Menduni

Tso (trattami senza oblio)”. Performance by Cinzia Ceccarelli con Mihaela Slav. Galleria ABC-ARTE. Ph. By AA Photography di Alessandro Arnò e M. Lucia Menduni

Other IdentityFLeUR (Enrico Dutto-Francesco Lurgo). Electronic Live. Sala Dogana-Palazzo Ducale Ph. By AA Photography di Alessandro Arnò e M. Lucia Menduni

Exhibition view at ABC-ARTE Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at ABC-ARTE Ph. By Francesco Arena

Artwork by Bärbel Reinhard. ABC-ARTE Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at Guidi&Schoen-Arte Contemporanea Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at Guidi&Schoen-Arte Contemporanea Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at Guidi&Schoen-Arte Contemporanea Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at PRIMO PIANO di Palazzo Grillo Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at PRIMO PIANO di Palazzo Grillo Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at PRIMO PIANO di Palazzo Grillo Ph. By Francesco Arena

Artwork (detail) by Romolo Giulio Milito. PRIMO PIANO di Palazzo Grillo. Ph. By Francesco Arena

Exhibition view at Sala Dogana-Palazzo Ducale. Ph. By Francesco Arena




Juno Calypso. La perfezione dell’estetica contro l’estetica stessa

Lo Studio Giangaleazzo Visconti a Milano ospita per la prima volta in Italia, l’atmosfera e l’estetica Pop-Pink di Juno Calypso. Giovane artista londinese, lavora da sempre con l’autoritratto, ha esposto in tutto il mondo ed è conosciuta anche per aver vinto il Photography Awards 2016, uno dei premi più ambiti del fotogiornalismo indetto dal British Journal of Photography.

Entriamo in un clima accogliente e caramelloso ispirato agli anni ’60 e ’80, dove ironia e sarcasmo tentano di superare i pregiudizi e i cliché legati alla donna contemporanea, ambientazioni come motel americani e bunker a Las Vegas diventano i posti dove l’artista esplora i suoi nuovi personaggi.

Percorrendo le sale dello studio, ci ritroviamo di fronte ad una ampia scelta di fotografie, selezionate dalle 3 serie più identificative di Juno: Joyce, The Honeymoon e What to do with a Million Years.

Durante l’università Juno ha iniziato una serie di autoritratti travestendosi da un personaggio immaginario chiamato Joyce. Fotografandosi segretamente nella casa delle nonne o in camere da letto affittate dal web, Juno era abituata a ricostruire la vita privata di una donna consumata dal travaglio della femminilità e condotta fino “all’assurdità ritualizzata”. Joyce è una donna alla ricerca spasmodica della perfezione, che utilizza trattamenti e dispositivi per migliorare il suo corpo, donna che va alla ricerca costante della perfezione e che frustrata insegue costantemente se stessa attraverso il suo alter-ego.

L’artista pensa ogni minimo dettaglio del suo set, dalla luce artificiale all’abbigliamento, ogni singolo particolare è fondamentale per la riuscita finale della sua scena onirica.

The Honeymoon è una serie del 2015 dove la protagonista si presenta come sempre solitaria e mai malinconica; Juno ha passato una settimana da sola in un resort per coppie, il Penn Hills Resort in Pennsylvania e con una valigia piena di parrucche e lingerie inizia a giocare con i suoi personaggi, dove le camere diventano palcoscenico, un luogo dove esibirsi, dove poter compiere atti solitari di desiderio e delusione. In quei giorni Juno usciva solo per colazione e cena, il resto del tempo lo dedicava tutto ai suoi scatti. Nel 2016 tornò nello stesso hotel per continuare la serie, simulando stavolta una vera e propria luna di miele.

What to do with a Million Years è il suo nuovo progetto del 2018. Qui il set cambia, non più casa in affitto o motel, ma bensì una casa a due piani a Las Vegas, con sotto un’inquietante “Bunker”; quest’ultimo fu fatto costruire alla fine degli anni ’60 da un ricco imprenditore di cosmetici, Avon Gerry Henderson e da sua moglie, perché terrorizzati da una potenziale esplosione nucleare nell’avvento della guerra fredda.

Juno scoprì, solo dopo aver scattato, che attualmente la proprietà del bunker è di una società legata alla “crionica”, la scienza che iberna corpi in azoto liquido, tutto questo rende ancora più affascinante ed inquietante il progetto dell’artista.

Il bunker, nell’immaginario dell’artista, esiste per esser vissuto quotidianamente con tutti i suoi mille confort: idromassaggio, stanze per gli ospiti, piscina, sala da ballo e anche un giardino; è stato scelto proprio perché simbolo di un luogo che resiste a tutto, soprattutto alla morte.

Juno Calypso si nasconde nella tana, costruita con i miliardi dell’industria della bellezza per “salvare” le persone dalla morte (una delle paure più forti dell’ essere umano) e ci pone la domanda:

“E se potessimo vivere per sempre?”, questo interrogativo risuona ancora più potente per tutti gli umani che hanno sempre avuto l’ossessione per la morte e, ancora di più, per chi ha sempre creduto nell’immortalità. L’artista ci vuole far credere proprio questo, che ci siano altre vite oltre quella che attualmente viviamo, con mille personaggi e infinite personalità che si alternano; il suo è un invito alla vita eterna, dove tutto è più roseo e più sublime.

Guardando questi lavori ci si confonde tra uno stato di benessere visivo, grazie ai colori pastello, e la paura, perché in fondo il pensiero dell’immortalità non è sempre piacevole.

L’artista racconta durante la sua visita in questa casa:

“Si entra in casa scendendo da una vecchia scala mobile che si muove lentamente, e quando si entra si sente il gocciolio del filtro della piscina. L’aria è densa di odore di cloro, come un parco in un villaggio vacanze al coperto. Ci sono prese d’aria che fanno circolare costantemente aria dall’alto, ma a parte questo tutto è molto silenzioso. Ci sono quattro corsie di macchine sopra, ma non riesci a sentire niente. È un posto carico di tutta la quiete surreale di un set cinematografico.”

Ad ispirare l’artista in questo suo ultimo progetto, sono anche i saggi e gli opuscoli che ha trovato proprio all’interno di questa casa in un mobile di vetro.

In tutto questo percorso espositivo all’interno dello Studio Visconti, ci troviamo di fronte a diverse opere:

Erotic nightmares, 2018, dove una figura appare in controluce davanti ad una finestra, mentre attraverso le pieghe e la trasparenza della tenda, intravediamo il “giardino delle meraviglie”. Altre tende laterali incorniciano la scena, l’atmosfera blu richiama la notte e il mistero, mentre le forme del corpo femminile richiamano la sensualità.

Anche nelle opere Tuesday in Eternity e A Cure for death del 2018, finestre e tende sono presenze costanti;

nella prima è mancante la presenza umana e si evidenzia più che altro, l’equilibrio visivo dell’architettura, dell’arredamento, delle finestre e nello specifico delle tende; nella seconda la visione voyeuristica è più evidente, perché il binocolo è proprio puntato dall’esterno all’interno, dove dentro compare la figura di Juno, ma solo attraverso una traccia: le sue gambe.

Un’opera che esprime beatitudine, ma anche solitudine, è certo Milk del 2016, qui l’artista si immerge in una vasca da bagno a forma di cuore e piena di latte; sporge solo una parte del suo viso dove alle spalle c’è una specchiera che riflette la vasca o meglio “pezzi di cuore”.

Nell’opera The First Night del 2015, Juno racconta la sua “prima notte”, una luna di miele solitaria; con il velo e la parrucca, simula una sposa immersa in un’atmosfera notturna tutta in blu. Dove solitamente la luna di miele avviene in coppia, qui l’artista la espone in solitudine. Qui l’ironia è padrona.

Opere come Disenchanted Simulation, Routine Delusion e Reconstituted Meat Slices, del 2013, sono completamente avvolte dal colore rosa e qui, nei suoi self portraits, il volto viene coperto sempre da qualcosa, da un libro, da un cuscino o dai capelli: il suo alter-ego è mostrato e nascosto allo stesso tempo.

L’aria che si respira in galleria è mista ed eclettica, se da una parte ci ritroviamo la bellezza e il conforto di ambienti perfetti, dall’altra troviamo l’approccio inquietante della storia di quei luoghi e l’atmosfera silente che l’artista riesce a creare attraverso i suoi set.

Juno Calypso è desiderio, paura ed ironia. È perfezione dell’estetica contro l’estetica stessa.

Benedetta Spagnuolo

Info:

Juno Calypso
Studio Giangaleazzo Visconti
Corso Monforte 23 – Milano
24 Ottobre 2018 / 11 Gennaio 2019
info@studiovisconti.net
www.studiovisconti.net

Juno Calypso, Reconstituted Meat Slices, 2013

Juno Calypso, Milk, 2016

Juno Calypso, Routine Delusion, 2013, 76x51cm, Archival pigment print, ed 1di 51

Juno Calypso, Stretch, 2017

Juno Calypso, Disenchanted Simulation, 2013, Archival pigment print, Ed 4 di 5+2Ap1

Juno Calypso, Tuesday in Eternity, 2018, Archival pigment print ed 2 di 51

Juno Calypso, Erotic nightmares, 2018, Archival pigment print, ed 3 di 51

Juno Calypso, A Cure for death, 2018, From the series What To Do With A Million Years

For all the images ph Courtesy by Juno Calypso and Studio Giangaleazzo Visconti




Giacomo Costa. TIME(e)SCAPES

Inizia così: TIME(e)SCAPES.

Le opere di Giacomo Costa, sulle pareti della Galleria Guidi&Schoen a Genova, non sono semplicemente “mostrate ed esibite”, ma fanno parte di una grande “Megalopoli Contemporanea” (come quelle che riproduce lui), dove la galleria stessa diventa parte integrante dell’opera; un grande ed unico paesaggio che accoglie la sua “nuova” Personale, il suo nuovo modo di presentarsi.

Fino ad oggi le opera dell’artista fiorentino erano solo “istantanee”, fino ad oggi, fermare l’attimo e bloccare il tempo era ciò che serviva a raccontare tutto il suo lavoro dal 1996, dove i fruitori dovevano immaginare una storia dietro quelle fotografie, elaborare un passato, un presente ed un futuro.

I suoi paesaggi esistono sempre, con la loro bellezza struggente ed elegante, ma adesso Costa esplora un nuovo modo di mostrarli e regalarli all’osservatore, adesso porta nel main floor e nel basement della galleria, il suo nuovo progetto: TIME(e)SCAPES.

Adesso le sue opere nel 2018 racchiudono, ancora più di prima, innovazione e contemporaneità, adesso diventano anche “Videobox” (definiti così direttamente dall’artista), un mix di due parole, light box e videomonitors.

In questo progetto non è più “l’attimo” il protagonista, ma bensì il passare del tempo, la mutazione, il cambiamento, il processo di elaborazione dell’immagine; il soggetto nel frame appare ben definito agli occhi dell’osservatore per un lasso di tempo, finché avviene un cambiamento visivo che sposta totalmente lo sguardo e lo confonde, ma molto lentamente, quasi impercettibilmente.

Quello che Costa vuole far emergere non è certo la chiarezza e la “soluzione” di un’immagine o di un enigma visivo, non vuole certo spiegare come sono nati i suoi immaginari e i suoi flashback, vuole solo dare degli indizi, creare un processo di dialogo con chi guarda, vuole alterare le apparenti “certezze”.

Come sempre propone immagini che provocano inquietudine, malinconia e che stimolano l’osservatore a porsi delle domande.

Grandi città, montagne immense, vulcani e in generale tutti i suoi scenari e il suo immaginario, appaiono mutanti agli occhi di chi guarda; esattamente “appaiono”, perché in fondo, nulla cambia veramente, tutto ritorna com’è, ed è esattamente questo che l’artista vuole mostrare, questo di cui ci vuole convincere, i suoi landscape sono tanto reali, quanto artificiali.

Anche in questa personale, come da sempre, la ricerca di Costa nasce dall’urgenza di voler riflettere sul rapporto che c’è tra uomo e l’ambiente circostante, dove l’architettura e la natura sembrano crescere talmente tanto da soffocare il territorio che li ospita, come se lo inghiottisse, esaltando il tutto con le sue forti linee prospettiche.

Esiste un percorso ciclico che parte dalle prime opere del ’96, fino alle ultime produzioni in cui non c’è mai una soluzione del problema, non esiste mai né un punto di partenza né un punto di arrivo, ma una continua evoluzione; non solo visioni catastrofiche ma un’analisi degli elementi della società che stanno fortemente determinando il nostro periodo storico. Nelle sue opere mostra quelle che potrebbero essere le conseguenze dei nostri atti, se noi continuassimo a muoverci in una specifica direzione; paesaggi e città, natura, sono metafore dei comportamenti degli uomini, una natura che con la sua forza, sovrasta il tempo e invade lo spazio, una forza metafisica, metaforica.

La sua non è una rivoluzione, ma una dichiarazione, una confessione di qualcosa che potrebbe esistere, la natura in queste opere è sovrana e si interseca all’uomo come un abbraccio a tratti morbido, a tratti duro, una doppia impronta che segue tutti i suoi scenari.

Dal punto di vista formale, nei suoi lavori l’artista pone al centro di tutto il “contrasto”: da una parte quello netto dei chiaroscuri, dall’altra quello netto che si percepisce tra una sequenza visiva ad un’altra, nei Videobox. Tutto quello che appare in un processo di cambiamento è solo illusione, tutto quello che appare è un ritorno sempre al punto di partenza, all’origine, all’essenza delle cose e alla ricerca costante del proprio IO attraverso paesaggi che alterano ma solo apparentemente, la percezione visiva.

Tutto ritorna come in partenza: TIME(e)SCAPES.

Benedetta Spagnuolo

Info:

Giacomo Costa – TIME(e)SCAPES
Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea
Centro Storico – Piazza dei Garibaldi, 18r – Genova
6 Ottobre-17 Novembre 2018
Dal martedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.00

Giacomo Costa-TIME(e)SCAPES, installation view at Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea ph courtesy Francesco Arena ©2018

Giacomo Costa-TIME(e)SCAPES, installation view at Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea ph courtesy Francesco Arena ©2018

Giacomo Costa-TIME(e)SCAPES, installation view at Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea ph courtesy Francesco Arena ©2018

Giacomo Costa-TIME(e)SCAPES, installation view at Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea ph courtesy Francesco Arena ©2018

Giacomo Costa-TIME(e)SCAPES, installation view at Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea ph courtesy Francesco Arena ©2018




Non parliamo di “Selfie”, parliamo di “Dancing with Myself”

In periodi come questi, dove la parola “Selfie” è andata in pasto a tutti, la mostra “Dancing with Myself” riporta con i piedi per terra una generazione che spesso non conosce le origini del concetto di Autorappresentazione.

Tra i muri a vista a Punta della Dogana viene raccontata una lunga storia, curata da Martin Bethenod e Florian Ebner, con 100 opere della Pinault Collection (molte delle quali inedite per Venezia) messe in relazione con una selezione di opere provenienti dal Museum Folkwang di Essen (Germania), per un totale di 145 opere.

La mostra esplora storie di personaggi vulnerabili, sensuali ed innovativi, dove il concetto di “Myself” non è visto principalmente come forma di narcisismo ma come forma di relazione del proprio corpo verso l’esterno, in quanto corpo politico.
L’esposizione si espande però verso quattro tematiche, Melanconia, Giochi d’identità, Autobiografie Politiche e Materia Prima e attraversa nomi di rilievo: da Claude Cahun a LaToya Ruby Frazier, da Gilbert & George a Cindy Sherman, da Alighiero Boetti a Maurizio Cattelan, da Rudolf Stingel a Lili Reynaud-Dewar, da Adel Abdessemed a Nan Goldin e moltissimi altri.

Dancing with Myself” scruta le varie forme di “Rappresentazione di sé” dagli anni ’70 ad oggi e del ruolo di “personaggio” che ha l’artista all’interno della sua stessa immagine; l’artista si pone come modello per poter valicare e andare oltre ogni censura, mostrando su  un palcoscenico immaginario il proprio Alter-ego.
Questa è una collettiva dove l’eclettismo emerge e dove conversano tra loro pitture, fotografie, installazioni e sculture.

Ma la tecnica che ha cambiato radicalmente il modo di rappresentarsi è sicuramente la fotografia: l’autoscatto e il mettersi davanti all’obiettivo, e non dietro, concede all’artista di infiltrarsi nei media, manomettendo i codici comunicativi dall’interno; la personalità produce un’alternanza identitaria fatta di tante realtà. Il mezzo fotografico per molti artisti è lo spazio virtuale in cui può finalmente scatenarsi l’ibridazione di generi e lo smascheramento degli stereotipi; la fotografia, costruita tra verità e manipolazione, fra originale e copia, diviene così il luogo d’azione preferito nel quale esaltare gli opposti e metterli in relazione.

È difficile raccontare tutte le emozioni e le storie che si celano dietro ogni opera e dietro ogni “immagine di sé”, infatti è proprio il racconto nella sua totalità che esprime l’essenza del progetto.
Dopo aver visitato questo percorso, rimangono forti tracce, dei veri e propri Flashback nella mente:

– Il dialogo tra la vita e la morte nell’ ”Autoritratto” del 1993-94 di Alighiero Boetti, che nell’opera raffredda il proprio corpo caldo con dell’acqua (ancora più forte ed emozionante sapere che proprio in quel periodo  l’artista scoprì di avere un tumore al cervello e che poi morì l’anno dopo);

– Il dialogo incerto di Urs Lüthi con se stesso, dove oscilla tutto tra illusione e realtà;

– Il dialogo tra se stessa e l’annullamento della propria identità sessuale di Claude Cahun nell’opera fotografica “Self portrait” del 1929;

– Il dialogo del corpo con la sessualità nei lavori di Gilbert & George, dove viene anche decifrata la condizione umana non priva di umorismo;

– Il dialogo di Cindy Sherman con il proprio corpo che diventa “simulacro”;

– Il dialogo tra il silenzio e la propria coscienza del sè di Urs Fischer;

– il dialogo tra il proprio corpo e la malattia nell’opera di Felix Gonzalez-Torres, “Untitled – (Blood) del 1992, dove una grande tenda che rappresenta il suo sangue (con globuli rossi e bianchi), cade giù in entrata della mostra; l’artista infatti era malato di AIDS e ne morì poi subito dopo nel 1996. Questa grande tenda è una sorta di cerimoniale, una condivisione di tragedia e tenerezza allo stesso tempo.

– Il dialogo di se stesso con il proprio spettro, nell’opera “We” del 2010 di Maurizio Cattelan, dove paura e familiarità sono protagoniste, ed è proprio davanti a quest’opera che mi soffermo.

L’artista ritrae se stesso disteso su un letto, in materiale sintetico e in dimensioni ridotte rispetto alla naturale statura umana; si rappresenta in una duplice versione: un se stesso con le braccia sulle gambe e l’altro con una mano sul lenzuolo e una sul petto.

Nonostante la postura ricordi quella dei cadaveri, i corpi sembrano muoversi o comunque essere dinamici, questo è quello che si pensa quando si notano gli occhi dei due “Cattelan” che scrutano qualcosa o qualcuno. Questa scultura simboleggia chiaramente la voglia e il desiderio di controllo anche dopo la morte. Siamo di fronte ad un Cattelan sdoppiato, dove la stessa persona vive due scelte e di conseguenza due vite differenti.

Come racconta Angela Vettese in una traccia del catalogo della mostra, Cattelan si interroga in effetti da sempre sulla “possibilità di essere persone diverse e dunque sull’identità e sembra che abbia voluto parlare delle infinite possibilità di esistere che stanno di fronte a noi e delle quali si deve scegliere un percorso solo.”

Apprezzo ed amo profondamente in tutta la sua totalità questa mostra, dove i curatori hanno voluto evidenziare e scostare lo sguardo dal concetto standard di “selfie”, accusando in parte “l’artista” di oggi che non conosce le origini dell’ autorappresentazione e che osa quotidianamente esprimersi attraverso “media” e tecnologia avanzata.
Il “vedersi” adesso è diventato “vedersi attraverso gli occhi degli altri” e non più attraverso se stessi.
Se prima quello che interessava all’artista che si ritraeva era un’esigenza quasi fisica verso il proprio corpo e quindi una terapia, adesso ritrarsi è diventata un’esigenza puramente narcisistica e di-mostrativa con una ricerca costante verso le conferme altrui.

Tutto è cambiato e ce ne rendiamo conto soprattutto quando osserviamo artisti che già negli anni ‘30 hanno messo a rischio la propria vita e la propria libertà, piuttosto che reprimersi (come Claude Cahun), ed è strano pensare che oggi se non ti esponi rimani un passo indietro.
Non parliamo di “Selfie” parliamo di “Dancing with Myself”, non parliamo di chi vuole continue approvazioni, parliamo di chi dichiara costantemente il proprio “IO” senza dover per forza passare prima dal giudizio degli altri.

26/09/2018
Benedetta Spagnuolo

Info:

“Dancing with Myself”
8 Aprile – 16 Dicembre 2018
Punta della Dogana, Venezia
www.palazzograssi.it

Maurizio Cattelan- “We” 2010 – Pinault Collection Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Dancing with myself, Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Dancing with myself, Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Dancing with myself, Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Dancing with myself, Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina

Dancing with myself, Installation view at Punta della Dogana, 2018 © Palazzo Grassi, photography by Matteo De Fina




La Galassia di Emilia Faro – Project-Room #9

Una Galassia di elementi naturali è ciò che veste la Project-Room #9 di Emilia Faro alla Galleria DavidePaludetto ArteContemporanea a Torino. Quello che mi porta a visitare e scrivere di questo progetto è sicuramente il modo in cui l’artista si rapporta al mondo attraverso le sue installazioni, disponendo nello spazio soggetti “naturali” in modo totalmente surreale. Esporsi attraverso questi elementi diventa per lei una liberazione, una cura che la dirige verso l’estasi e verso la follia. Proprio l’artista si pronuncia spesso sul concetto di libertà e questo non viene visto come un pensiero politico e sociale, ma come scelta di pensiero, lì dove nasce il libero arbitrio e si determinano di conseguenza delle strade ben precise.

Artista siciliana, Emilia Faro, porta nei suoi lavori la sua terra natia e, proprio per questa project-room, uno degli elementi che emerge è la sabbia vulcanica direttamente donata dalla “Signora Etna”; proprio “Idda” è il simbolo della fertilità e della rinascita.

I soggetti rappresentati da Emilia sono elementi vegetali ed astratti: foglie, rami e fiori veri vengono ricoperti di sabbia vulcanica ed escono fuori dalle pareti e dai pilastri; forme morbide, come quelle della natura, contrastano sia fisicamente che concettualmente la ruvida sabbia, la struttura bianca della sala e la rete che abbraccia i pilastri.

Le opere sono sospese e ruotano come in una galassia, dove dentro si muovono sistemi, stelle e polveri; al centro della sala e su una parete si stagliano elementi contro ogni gravità ed anche le sculture che sono poggiate su piedistalli o i disegni incorniciati, sembrano essere sospesi: tutto quello che apparentemente è stabile in realtà non lo è, ma nonostante tutto ciò questo “sistema” appare sicuro e incontaminato.

In questa stanza non esiste un lavoro che sia slegato dall’altro, nonostante i diversi titoli dati dall’artista, ma l’insieme delle opere si vivono nella loro totalità e nella loro somma; ogni elemento si intreccia all’altro non solo visivamente ma anche nella sua storia.

A giocare da contrasto sono anche i colori, il “black” e il “pink”; l’artista con il nero richiama la forza con la quale reagisce alle paure interiori, mentre il rosa indica il legame con la femminilità e con la propria pelle. I due colori, così diversi e così simili, possono rappresentare per l’artista sia una richiesta di “completamento” verso qualcuno e qualcosa o semplicemente il richiamo di integrità verso se stessa.

Tutti questi elementi donano all’osservatore che si immerge nell’installazione, un senso di benessere interiore che lo porta a rivivere le sue origini,  un vero e proprio ritorno agli elementi primordiali.

Come dice l’artista stessa: “L’opera d’arte nasce da un’intuizione creativa, che nasce a sua volta da un disagio che possiamo recuperare dal nostro passato o dal nostro presente ed è proprio con l’arte che si esorcizzano tanti problemi. [..] Oggi  c’è molta arte concettuale ed è una sfida poterla interpretare.”

Tutto il percorso dell’artista è sicuramente eclettico, sia tecnicamente che concettualmente. Emilia mostra la propria vita e il proprio essere autobiografico attraverso la sua arte, temi come la liberazione e la ricerca della propria emancipazione dell’identità l’hanno sempre accompagnata nell’intero viaggio.

Concetti come il piacere e il dolore, Eros e Thanatos, sono costantemente descritti da lei con naturalezza e dignità; senza paure l’artista affronta i dolori, non solo quelli personali ma quelli che colpiscono l’umanità nella tua interezza. “Le creature” in tutti i suoi lavori, sono protagoniste di esperienze e di cambiamenti importanti, conquistano la vita attraverso il coraggio e la determinazione e diventano così elementi molto più che naturali, ma mistici e sciamanici.

La spontaneità con cui lavora è disarmante, la leggerezza con cui muta i materiali è riconoscibile.

Info:

Project-Room#9 – Emilia Faro
DavidePaludetto Arte Contemporanea
Via degli Artisti 10, 10124 – Torino
Dal 21/06/2018 al 21/07/2018
Orari: martedì – sabato 16 – 20
www.davidepaludetto.com

Project-Room#9 – Emilia Faro Courtesy by DavidePaludetto ArteContemporanea

Project-Room#9 – Emilia Faro Courtesy by DavidePaludetto ArteContemporanea

Project-Room#9 – Emilia Faro Courtesy by DavidePaludetto ArteContemporanea

Project-Room#9 – Emilia Faro Courtesy by DavidePaludetto ArteContemporanea




Tomas Rajlich: Tra Griglie e Monocromie

Alla Galleria ABC – ARTE a Genova ci immergiamo in quella che è una vera e propria antologia dell’avanguardista praghese Tomas Rajlich Mezzo secolo di pittura, dagli anni sessanta ad oggi, ricoprono l’intero spazio espositivo, dove i protagonisti sono essenzialmente due: i moduli industriali e regolari di griglie su pannelli e tela, dei suoi primi anni, e le monocromie che esplorano le combinazioni del gesto e della luce, dei lavori più recenti.

La costante in tutte le sue opere è sicuramente la forza istintiva e vitale che li accompagna, ma dietro a questa c’è sempre una regolare ed elementare “struttura” legata al disegno delle griglie o alla monocromia.

La mostra curata da Flaminio Gualdoni ha voluto mettere in luce non tanto il contrasto tra i lavori degli anni ’70 con quelli attuali ma, amalgamando lavori di diverso periodo storico, ha dato all’osservatore una sorta di continuità visiva; nonostante questo mix, si avvertono chiaramente le differenze tra le singole opere, dal tratto pittorico alla tecnica utilizzata.

Quasi tutti i suoi lavori sono acrilici su tela, mentre quelli dei primi anni sono spesso dipinti anche su pannelli in legno;  molti di essi sono degli “Untitled”, quasi a voler confondere ulteriormente il fruitore e trascinarlo in un tempo e in uno spazio non definito, una miscela perfetta tra passato e presente.

Il curatore, nel saggio dedicato alla mostra, parla di un colore che riempie totalmente la tela e che è sottratto da ogni logica strumentale e compositiva; io credo che questa logica sia semplicemente “nascosta” apparentemente da colori accecanti e brillanti, un pretesto dell’artista per avvicinarsi ad un concetto più forte di “contemporaneità”, un passaggio al nuovo che però non cancella affatto l’ equilibrio della struttura compositiva: anche quando Rajlich utilizza il colore in maniera più istintiva, compare sempre sotto una “griglia” immaginaria che lo lega alla razionalità.

Ad affermare questa sua logica è sicuramente l’esecuzione tecnica di alcune delle sue opere di grande formato, infatti, proprio in quelle più attuali quali “Untitled”,“Chang Fei” del 2003 e “Brigantia” del 2002, la tela fa da cornice stessa all’opera, una vera e propria auto-inquadratura.

Credo che l’artista non abbia mai abbandonato il suo criterio strutturale e abbia seguito sempre un percorso ben definito, con l’aggiunta però di una materia corposa che allude all’irrazionale e confonde la visione di chi guarda.

Entrando in galleria la prima cosa che notiamo è una proiezione video dei lavori più significativi dell’artista, in questo modo ancor prima di assaporare le opera dal vero, questa preview ci prepara già a guardare l’intera personale di Rajlich.

Nelle diverse sale ci si chiede quali lavori facciano parte del suo passato e quali del suo presente, infatti le tele sono mischiate non per periodi ma per “ambientazione e colore”, o meglio, allestite per “atmosfera”. Ogni sala rispecchia un sentimento, un emozione, uno stato d’animo: e si passa così dal nero al rosa, dal celeste all’oro, dal bianco al fucsia, dall’argento all’arancio.

5 Sale, 5 Ambientazioni, 5 Stati d’animo. Ad accomunare tutto sono le linee, le griglie e la materia, che intrappolano l’occhio del visitatore e lo fanno riflettere in una ricerca personale ed interiore: una vera e propria narrazione dell’esistenza.

Entrando nella prima sala troviamo subito le prime “griglie”, tre opere dell’artista che si alternano tra il grigio opaco e una grande tela oro del 1983, ed è già in quegli anni che lavora su tonalità forti e piene di luce; come descrive il curatore stesso della mostra: “Il colore è, e si dà, per sè, in quanto sostanza stessa del vedere, dell’immagine: in quanto luce”

La seconda sala è sicuramente quella che descrive in maggior modo la contemporaneità di Rajlich; a rappresentarla sono tre delle sue enormi tele (220×200 cm circa ciascuna) fatte tra il 2002 e il 2003, dai colori arancio, rosa/fucsia e bianco. La luce, risiede nell’acrilico materico e corposo, questa è data, non solo dai colori quasi puri ma anche dalla polvere brillante che si sovrappone alla tela. Nella stessa sala un pannello di nero cupo 40×40 cm, “Untitled” del 1969, contrasta e distoglie il visitatore da quella luminosità di cui era ormai abituato.

Camminando nella terza sala scorgiamo altri tre lavori dalle tonalità in rosa, stessa linea esecutiva ma diversi anni di produzione. Di fronte ad esse una delle opere più maestose “Untitled” del 1978, una grande tela nera, 250×210 cm; il tratto, come il colore, appare compatto e opaco per la maggior parte della superficie, solo in una piccola porzione in basso si intravede un reticolato “imprigionato” dall’acrilico stesso.

Nel quarto e quinto spazio espositivo scopriamo opere dalle diverse caratteristiche che alternano anche qui diversi colori, il bianco brillante, il grigio opaco, l’argento, l’arancio e il viola. Numerose opere di queste due sale, hanno una texture che richiama il cartone ondulato, come se l’artista avesse rigato e graffiato il colore stesso sulla tela.

L’opera che cattura la mia attenzione  è “Untitled” del 2010, con un bianco puro che sfocia nell’ocra; la materia emerge incorniciata dalla tela stessa, quasi a simularne una polaroid; sembra creare un dipinto su carta fotografica, un frame di vita catturato da Rajlich e donato all’osservatore.

Questa personale si muove in una circolarità disarmante, dove il tempo non esiste e gli anni di esecuzione si confondono e come dice il curatore in chiusura della sua stesura: “Di quadro in quadro, la tensione spirituale nella pittura di Rajlich evolve, respira: vive. Trascolora, in questi quadri, l’elemento attualistico, l’originaria componente del sentirsi avanguardia, e resta la pittura: “una zona di purezza, di bellezza, di benessere, di concentrazione, di semplicità, d’essenziale, d’integrità”.

Genova, 11 Maggio 2018
Benedetta Spagnuolo

Info:

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting
4 Maggio 2018 – 4 Luglio 2018
Martedi – Sabato H. 09:30/13:30 – 14:30/18:30
Domenica e Lunedi su appuntamento
ABC ARTE
Via XX Settembre 11/A – Genova

info@abc-arte.com
www.abc-arte.com

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting, installation view at ABC ARTE, ph Francesco Arena

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting, installation view at ABC ARTE, ph Francesco Arena

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting, installation view at ABC ARTE, ph Francesco Arena

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting, installation view at ABC ARTE, ph Francesco Arena

Tomas Rajlich. Fifty years of Painting, installation view at ABC ARTE, ph Francesco Arena




Alex Pinna Stories e Giuseppe Ferrise Woody Wildlife

Una doppia inaugurazione e una duplice narrazione alla Galleria Guidi&Schoen Arte Contemporanea a Genova: da una parte “Alex Pinna Stories”, la personale dell’artista ligure che espone principalmente nel main floor della Galleria, mentre dall’altra parte, nei locali del basement, si riflette “Giuseppe Ferrise Woody Wildlife”, l’arte di un giovane artista che per questa occasione è stato invitato dallo stesso Pinna, in merito al programma previsto direttamente da Guidi&Schoen per il 2018, dove ad un artista di galleria verrà chiesto di “duettare” con un giovane esordiente, scelto proprio da lui.

Nonostante la Galleria abbia pensato di allestire formalmente le opere dei due artisti su livelli separati dello spazio espositivo, troviamo in alcune zone, un dialogo diretto tra i due: gli esili personaggi di Pinna conversano e toccano infatti gli esseri ironici e divertenti di Ferrise. Non considero questa un’ordinaria bi-personale, ma più che altro una duplice visione di storie, due artisti che attraverso le loro sculture e i loro personaggi vogliono non solo far riflettere l’osservatore sul concetto di “metamorfosi” esistenziale della materia e della natura, ma vogliono soprattutto raccontare le loro storie trasversalmente, con personaggi fuori da ogni contesto usuale.

Alex Pinna torna a Genova ed espone 20 opere (in bronzo e corda) che invadono la galleria, mentre per tutto il periodo della mostra una scultura monumentale abita la piazza della Chiesa di San Matteo a Genova. Le sue sculture sono personaggi silenziosi, esseri che appaiono senza un’identità ben definita, un miscuglio tra elementi naturali ed esseri umani: piccoli pugili, eroi, trapezisti ed equilibristi di una vita sospesa, una vita mai raccontata completamente; questi piccoli grandi esseri non sono mai “spiegati” del tutto ma danno al fruitore degli input per far loro riflettere.

Già dall’esterno della galleria, attraverso la vetrata, si vede allestita una grande zona dedicata a questo artista (a parte un’opera singola di Ferrise), dove una scultura allungata centrale viene circondata da altre piccole a parete e su piedistallo; tutte queste sono in bronzo e riprendono il tema della natura, nello specifico si avvistano piccoli esserini accartocciati a delle foglie, o per qualcuno semplicemente foglie che si tramutano in esseri umani.

Entrando in galleria troviamo subito esili personaggi, sospesi ed instabili, fatti di corda annodata, che l’artista ha chiamato “Alias”; nonostante l’apparente instabilità, Pinna crea un equilibrio con tutto ciò che vi è attorno, dove il prolungamento della corda dal corpo è base dove poter far danzare e camminare i personaggi stessi.

Sulla sinistra, ancorate a parete, troviamo delle piccole sculture dai soggetti magrissimi, ma continuando ciò che colpisce particolarmente è l’opera “heroes M”, scultura in bronzo dalle dimensioni umane: un personaggio quasi in punta di piedi, con il corpo inclinato, la testa bassa e la mano destra poggiata a parete. La colonna vertebrale e le scapole appaiono ben definite, questo per alimentarne sofferenza e solitudine, già in evidenza dalla posa contro il muro. Credo che questo sia personalmente il lavoro più identificativo dell’artista in questo spazio. Si alternano in tutto il percorso, altre piccole e grandi opere, tra queste salta fuori dalla parete “mi arrotolo e sparisco” del 2018  (in corda e tela), che considero un’opera graffiante e angosciante; il titolo appare grottesco, mentre il soggetto quasi in posa di “crocifissione”, vuole staccarsi dalla realtà, allontanarsi da ciò che vede e vive, aspettando così di esistere in un’altra vita.

In un’altra sala troviamo il dialogo diretto tra i due artisti: l’opera “keep go on” di Pinna, di quasi 3 metri, emerge al centro quasi a voler toccare il tetto, mentre l’opera di Ferrise “Coccineolia” si adagia ai suoi piedi: una vera e propria conversazione tra cielo e terra, una comunicazione diretta tra divino e terreno.

Scendendo nel piano sottostante, nel basement, troviamo le opere dell’esordiente artista calabrese Giuseppe Ferrise. Sulla stessa linea di Pinna, materiali come pietre, rafia, corteccia e foglie, si intrecciano per creare personaggi legati spesso alla natura, essi sono ironici, fiabeschi, giocosi e a tratti inquietanti; questi materiali fanno parte proprio della sua storia, della sua vita, infatti Ferrise vive fin dalla nascita in una casa di campagna circondata da un folto bosco; i suoi boschi non sono solo posti dove poter estrapolare “materia prima” per le sue sculture, ma sono fonte di grande ispirazione per le sue stesse narrazioni e personaggi.

Alla base di tutti i suoi soggetti c’è un costante sarcasmo, e questo si nota anche dai nomi che dà ai suoi personaggi: Sauro Jr, Asdrubale, Sir Pente e anche un divertente e giocoso “Carletto”, famoso camaleonte testimonial di un noto prodotto italiano. Le opere di Ferrise, grazie ai materiali usati, sembrano fuoriuscire proprio dal terreno sottostante e dalle pareti, questo viene valorizzato anche dall’ottima scelta del gallerista di averle allestite nel basement, dove l’ambientazione è opposta ad un classico “white cube”.

Vale la pena percorrere questi due mondi, che sembrano non incontrarsi mai, ma che nonostante ciò dialogano tra loro in maniera impeccabile; vale la pena assaggiare e vivere la natura attraverso questi personaggi alienati e bizzarri.

Benedetta Spagnuolo

Info:

Alex Pinna Stories e Giuseppe Ferrise Woody Wildlife

23 febbraio – 24 marzo 2018
Dal martedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.00
Guidi&Schoen Arte Contemporanea
Genova | Centro Storico – Piazza dei Garibaldi, 18r

Alex Pinna, Stories, installation view at Guidi&Schoen Arte Contemporanea Ph. Francesco Arena ©2018

Alex Pinna, Mi arrotolo e sparisco, 2018, Rope, steel, canvas, cm 25x125x10 Ph. Francesco Arena ©2018

Alex Pinna, Stories, installation view at Guidi&Schoen Arte Contemporanea Ph. Francesco Arena ©2018

Giuseppe Ferrise,  Woody Wildlife, installation view at Guidi&Schoen Arte Contemporanea Ph. Francesco Arena ©2018

Giuseppe Ferrise,  Woody Wildlife, installation view at Guidi&Schoen Arte Contemporanea Ph. Francesco Arena ©2018




Urs Lüthi. Lost Direction & Similar Disasters

Lost Direction & Similar Disasters è il titolo della mostra personale di Urs Lüthi presentata alla galleria Collicaligreggi a Catania per il ciclo Art is the better life Temi legati all’autoritratto, ma soprattutto temi come l’identità nella società contemporanea, sono stati affrontati da Lüthi nella sua vasta esperienza artistica, dove elementi quali l’ironia e la tragedia si mescolano, tracciando così, come definisce l’artista stesso: “il limite sottile che corre tra la risata e la lacrima”. In questa mostra l’artista miscela in modo eclettico diversi media; qui la fotografia, la scultura e l’istallazione divengono vocaboli portanti, come i concetti di “smarrimento e perdita” che attraversano tutta la mostra.

Lüthi ha voluto che le pareti fossero intonacate da colori pastello, una parete rosa ad accogliere i visitatori, mentre mezza parete verde taglia ed attraversa, come un orizzonte, le opere. Siamo abituati a vedere spesso nel lavoro di Lüthi i suoi autoritratti, mentre in questo scenario l’artista si mostra unicamente attraverso una scultura Lost Direction V (in alluminio e vernice) situata al centro della sala: l’artista è contorto su se stesso, un bozzolo che diviene rifugio, salvezza dopo lo smarrimento; la scultura poggia su un piedistallo e su un prezioso tappeto asiatico, un invito a fondere occidente ed oriente. Da sempre l’artista si cela per mostrarsi, fin dai primi anni con il “maquillage” sul volto (trucco, ritocco praticato per abbellimento) e adesso lo fa invece attraverso un nascondiglio più sicuro: la materia scultorea.

Alle pareti 18 fotografie scattate con lo smartphone direttamente dall’artista durante la festività della patrona catanese Sant’Agata, questa è una vera e propria documentazione da “voyeur” contemporaneo che si affaccia al mondo sacro. Ed è come se l’artista profano scrutasse il sacro ed in mezzo alla folla, devota a sant’Agata, estrapolasse ciò che realmente lo incuriosisce: volti ed espressioni dall’esagerata adorazione. Le fotografie non sono state stampate così come sono state scattate, ma l’artista ha fatto un lavoro di post produzione e ritaglio dell’immagine, proprio a rafforzarne il concetto sopra citato.

Lungo questo percorso visivo si accosta l’opera No title, una fotografia di grandi dimensioni che rappresenta uno specchio rotto, elemento che concettualmente lo ha sempre accompagnato fin dagli anni ’70 (come già nel suo autoritratto androgino “I’ll be your mirror”) e che per lui ha sempre significato “riflesso” e “lusinga”. È proprio lo specchio, ambiguo come il mezzo fotografico, che ha una duplice essenza: quella di riprodurre fedelmente l’immagine che ha davanti, quindi essere testimonianza, e allo stesso tempo quella di essere crudamente finzione. Specchio-Ambiguo, come è sempre stato il riflesso di Lüthi davanti al proprio IO, alle sue molteplici identità, o meglio, alle sue molteplici “assenze” di definizioni identitarie.

In questo progetto site-specific per Catania, l’artista non vuole solo rendere omaggio alla città dove espone, ma vuole mostrare e di-mostrare di essere sempre attuale, liberandosi costantemente da ogni categoria e da ogni stereotipo. Secondo Lüthi “ognuno di noi è se stesso, ma cambia a secondo quello che ha davanti”, o a seconda di come e dove cresce; l’uomo è un essere plasmabile e noi siamo miriadi di possibilità, e dobbiamo “esser tutto” in modo da star bene con tutto ciò che è diverso. Urs Lüthi è “Eclettismo” allo stato puro, come è eclettico il suo viaggio, dal sacro al profano, dall’occidente all’oriente, dal mondo della fotografia al mondo della scultura; tutto muta e si modifica, anche il riflesso di sé.

Benedetta Spagnuolo

Info:

Urs Lüthi, Lost Direction & Similar Disasters
Dal 7 ottobre al 20 gennaio 2018 Data prorogata al 16 febbraio 2018  (proprio per la festività di Sant’Agata dal 3 al 5 Febbraio)
Collicaligreggi
Via Indaco, 23 Catania
Orari: da martedì a venerdì dalle 15:00 alle 19:00 / sabato dalle ore 16:00 alle ore 19:00

Urs Lüthi, 2017 No title from the series Lost Direction Photographie, 204x154x9 cm Courtesy Galleria Collicaligreggi

Urs Lüthi, 2017 LOST DIRECTION V Aluminium, paint, Wood ED. of 3, 135x90x55 cm ph. Benedetta Spagnuolo

Urs Lüthi, Lost Direction & Similar Disasters, 2017 installation view at galleria Collicaligreggi, Catania

Urs Luthi, 2017 No title fotografia digitale 32x27x6 cm Courtesy Galleria Collicaligreggi