Illuminando “Light Project”. Nanda Vigo a Palazzo Reale, Milano

Nanda Vigo non è solo la protagonista di una mostra. È la protagonista della sua vita, e, come risulta dai video esposti a Milano, che presentano le teste parlanti di amici e critici (tra cui Mino Bertoldo, Luca Preti, Franco Toselli, Luisa Delle Piane e altri), la sua esistenza fa la differenza non solo per lei stessa, ma anche per tantissime persone e istituzioni che la circondano. La mostra “Light Project” a Palazzo Reale a Milano è aperta fino al 29 settembre 2019 ed è curata da Marco Meneguzzo.

Come si legge nel Vangelo secondo Giovanni: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui”.

Senza timore di esagerare, si potrebbe partire da qui per raccontare la storia di Nanda Vigo, per comprendere il potere divino ed elementare della luce e la simbolica importanza dell’umano nel processo. Nonostante la centralità dell’essere umano nel processo, l’assoluta protagonista di “Light Project”- la prima retrospettiva antologica dedicata da un’istituzione italiana a Nanda Vigo – è, pertanto, la luce.

In totale sono esposte circa ottanta opere create dalla fine degli anni ‘50 sino alle esperienze più recenti; a riguardo Vigo spiega in un’intervista al Corriere: “Con la luce si possono avere infiniti sviluppi, infiniti come la luce stessa, e che quindi non avranno mai termine”, mentre le voci delle teste parlanti confermano: “Lei ha sempre lavorato con la luce”.

Nanga Vigo è nata a Milano nel 1936. Vive e lavora tra Milano e l’Africa orientale. Mostra passione per l’arte sin da giovane, affascinata da Filippo de Pisis, amico di famiglia, e dall’architettetto Giuseppe Terragni. Nel 1959, dopo gli studi all’estero, Vigo apre il proprio studio a Milano. Mettendo il rapporto tra luce e spazio costantemente al centro del suo interesse, per anni lavora come artista, architetto e designer. Dal 1959 frequenta lo studio di Lucio Fontana. Collabora con Gio Ponti alla realizzazione della casa “Lo scarabeo sotto la foglia” a Malo (Vi), uno dei progetti a cui si sente più legata in assoluto. Realizza la Casa-Museo Remo Brindisi a Lido di Spina (Fe). Partecipa a più di 400 mostre collettive e personali in tutta l’Europa. Dopo aver conosciuto gli artisti e visitato i luoghi del movimento ZERO in Germania, Olanda e Francia, nel 1959 inizia la progettazione della ZERO House a Milano, terminata nel 1962. Nel 1965 organizza nell’atelier di Lucio Fontana la prima e unica mostra ufficiale in Italia di ZERO, il gruppo artistico europeo formatosi a Düsseldorf nel 1957. Nel 1982 partecipa alla 40esima Biennale di Venezia. Nel 1997 ha curato l’allestimento della mostra “Piero Manzoni – Milano et Mitologia” a Palazzo Reale a Milano. I suoi lavori fanno parte della collezione del Museo del Design della Triennale e dal 2013 anche della collezione del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2014/2015 alcune sue opera sono esposte al Guggenheim di New York e al Martin-Gropius-Bau di Berlino. Vigo è stata premiata da tante istituzioni in tutto il mondo. Come racconta, il suo ricordo più bello è quando ha potuto realizzare una costruzione davanti all’oceano, appositamente disegnata per ammirare i tramonti africani come manifestazione della sua adorazione per questo continente.

Dai sopramenzionati video con teste parlanti in mostra a Palazzo Reale, emerge che “La Nanda è una che fa gli sperimenti” e “ha una visione precisa e arguta”; un secondo dopo assistiamo al dialogo affettuoso tra due amiche: “Ciao Nanda! Sei in tutti i sensi una persona speciale!”, poi apprendiamo qualche aneddoto storico: “Era lei la prima a far entrare la luce da dietro nei quadri“; sentiamo anche una confessione non molto femminista: “Pur essendo molto femminile, è una donna di grandissimo carattere“. I sorrisi e le emozioni degli intervistati confermano il posto che Nanda occupa nei loro cuori. Questa eterogenea raccolta di opinioni presenta un’artista cosciente della forza dell’integrità del suo pensiero illuminato; la fa emergere come una persona versatile, amata e sensibile.

La tecnica con cui è stata sviluppata la registrazione dei video è invece una storia tutta diversa: la luce rimbalzante riflessa negli occhiali dei protagonisti, una torcia “minacciosa” disposta a creare un’atmosfera intima o criminale (un riferimento alla luce che è la tematica principale dell’artista) crea un’intonazione quasi comica; la musica “paurosa” del background diventa una parodia di sé stessa. Fortunatamente, i video, dal punto di vista estetico, non costituiscono il cuore della mostra, ma sono significativei per il loro contenuto.

Nella sala principale della mostra la vista risulta un po’ troppo oscurata dove sarebbe importante vedere bene (le descrizioni all’entrata). Andando avanti, ci imbattiamo in incontri inopportuni e poco estetici tra materiali (polverosi pezzi di lampadario in stile neoclassico si appoggiano ai proiettori digitali) e le aperture dell’installazione “Global Chronotopic Experience”, un vero e proprio paradiso per i selfie-makers, pianificate come regolari ogni 15 minuti, sfortunatamente non lo sono in realtà.

La mostra dà l’impressione di non trovarsi nella sua ambientazione ideale. La luce non vince con gli interni scuri e pesanti di Palazzo Reale, il tappeto grigio ci ancora a terra, dandoci basi solide e stabili per i piedi, ma non sembra molto in linea con la mentalità aperta di Nanda Vigo perchè è troppo scuro e non dà spazio alle riflessioni della luce.

Lo spazio imponente non riflette energia, non offre una nuova scena per le opere e non vuole giocare. È forse probabile che l’arte di Nanda Vigo non voglia invecchiare, raccolta negli spazi di un palazzo storico fingendo di essere finita? Ci sono il vecchio, dignitoso rinoceronte e il pappagallo colorato, vivace e stimolante, ma il primo non ha nemmeno voglia di svegliarsi.

Dobrosława Nowak

Info:

Nanda Vigo. Light Project
23 luglio -29 settembre 2019
a cura di Marco Meneguzzo
Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12 – Milano

Nanda Vigo Palazzo RealeNanda Vigo, Neverended light and Galactica sky, Palazzo Reale, Milano, 2019

Nanda Vigo, Arch/arcology, Palazzo Reale, Milano, 2019

Nanda Vigo, Trilogia, Light progressions omaggio a Gio Ponti, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Palazzo Reale, Milano, 2019

Nanda Vigo, Global Chronotopic Experience, Spazio San Celso, Milano, 2017

For all the images: Ph. Marco Poma. Courtesy Archivio Nanda Vigo




Marcin Dudek. The Crowd Man (uno di noi)

In Italiano la parola “folla” proviene da “follare”, termine usato nell’industria tessile per dire “sottoporre tessuti di lana a follatura”. L’altro significato è “pestare, comprimere il panno per conferirgli una maggiore consistenza”. Entrambi rimandano dunque a impressioni sensoriali di schiacciamento. In altre lingue non è diverso. In inglese antico “crūdan” significa “premere, affrettarsi” di origine germanica; in olandese “kruien” vuol dire “spingere in una carriola”. Nell’inglese parlato le definizioni di “muovere spingendo” e “spingere sulla propria strada” hanno generato la parola “congregare”, e quindi (dalla metà del XVI secolo) al sostantivo di oggi. In polacco, le origini della parola provengono da “tłumić”, cioè “reprimere”.

Sembra dunque che, almeno di nome, la folla non sia un’entità destinata a farci stare bene. Schiacciare corpi, spingere, reprimere, non descrive una situazione amichevole. Dall’altro lato, “l’uomo è l’animale della mandria, ha bisogno dell’intimità, del calore e del contatto fisico con gli altri” (Camilla Läckberg, “Fyrvaktaren”). La folla soddisfa i nostri bisogni intrinseci, si riferisce alle radici dell’umanità, fa nascere il desiderio di potere situato nella parte animalesca del cervello. Fare parte della folla, il gruppo poco prevedibile, sveglia gli istinti dei nostri antenati non civilizzati, accende gli impulsi naturali gestiti da regole conosciute solo dagli psicologi della folla e la nostra incoscienza. Farne parte ci toglie la responsabilità e ci permette a stare fuori regola, insieme agli altri, di sentirsi forti e sovrumanamente capaci di conquistare il mondo insieme.

Marcin Dudek, nato nel 1979, ha studiato all’università d’arte Mozarteum di Salisburgo e Central Saint Martins di Londra. Crea installazioni, quadri, oggetti, sculture, spesso combinandoli con le performance. Più o meno dall’età di undici anni faceva parte della sottocultura hooligan, che è rimasta finora per lui una delle principali fonti di propulsione creativa. Dal 31 maggio fino al 26 agosto 2019, al Museo Contemporaneo di Wroclaw, Polonia possiamo vedere la sua personale intitolata “The Crowd Man” a cura di Piotr Lisowski

“L’uomo della folla” (“The Man of the Crowd”) è un racconto scritto da Edgar Allan Poe, pubblicato nel 1840. Ad un certo punto della storia l’autore dice: “Gli effetti selvaggi della luce mi hanno incatenato ad un esame di volti individuali; e sebbene la rapidità con cui il mondo di luce svolazzava davanti alla finestra, mi impedisse di lanciare più di uno sguardo su ogni volto, tuttavia sembrava che, nel mio particolare stato mentale, potessi leggere spesso, anche in quel breve intervallo di un’occhiata, la storia di lunghi anni”.

Marcin Dudek a Wroclaw esprime la sua passione di scoprire l’enigma della folla, ma lui, al contrario di un poeta nobile, indaga il mondo dove l’agressività è comune, i comportamenti impulsivi sono il pane quotidiano e si parla di sopravvivenza fisica piuttosto che di decifrazione delle anime. La ricerca è concreta, quasi scientifica, l’artista costruisce sistemi che poi osserva, richiamando al tempo stesso le sue ansie personali. Al contrario dell’io lirico tranquillo, ottocentesco di Poe, nascosto dietro la vetrina del bar per guardare la massa neutrale, dal 1990 Dudek ha fatto parte del gruppo di tifosi della squadra di calcio Cracovia (dove giocava Krzysztof Piątek tra 2016-2018). Dopo anni di partecipazione alla vita dello stadio, si è trasformato in un artista, apprendendo la rara abilità di tirare fuori ciò che è cresciuto in lui e che ha lasciato un segno sulle traccie mentali che riflettono la sua personalità e, di conseguenza, i suoi lavori. Diventare artista implica saper descrivere l’esperienza con la forma più adatta.

Già dall’inizio della mostra l’atmosfera colpisce con due installazioni. La prima “Recovery and Control” (2017), situata proprio all’inizio del percorso, è un cancello di sicurezza, di solito usato alle entrate degli eventi di massa. Un attimo dopo vediamo le tribune “Breaks Into Song” (2017-2019) spogliate da ogni eemento accessorio, lasciando solo lo scheletro base di metallo e i frammenti sporgenti. Il racconto visuale molto peculiare di Dudek si presenta nei suoi collage tra cui “The Stone Steps of East Sector” (2017). Sono le forme sparpagliate, guardando quali entriamo in un universo molto specifico che assomiglia alla testimonianza verbale di una persona sopravvissuta a eventi traumatici. Si riconoscono le espressioni della pura coscienza, che qua, invece di provare a nascondere qualcosa, rimangono come sono davvero, raccolte nello spazio limitato del quadro. Le serie di collage sono composte da vari materiali, tra cui: foglio autoadesivo, nastro adesivo, nastro in PVC, frammenti di libri, cartoni, legno ricoperto di vernice UV e nastro in tessuto.

In mostra vediamo un racconto, da una parte già lontano temporalmente, ma ancora vicino dal punto di vista emotivo, composto da impulsi che fluiscono senza fine all’interno di un cerchio chiuso. Gli oggetti, alcuni dei quali enormi e non piacevoli al primo sguardo, sembrano straordinariamente personali. La raccolta dà l’impressione di accedere al contenuto di una stanza privata, anche se, tranne qualche vestito che appartiene realmente all’autore (modificato con gesso, legno, fibra di vetro e nylon), l’ambiente è emozionalmente lacerato e gelido. È un’ambientazione ambivalente perché il tocco dell’artista inaspettatamente ingentilisce l’osservazione di un mondo che nella realtà risulta spesso volgare.

Dobroslawa Nowak

Info:

Marcin Dudek. The Crowd Man
a cura di Piotr Lisowski
31.5.19–26.8.19
MWW Wroclaw Contemporary Museum

Marcin Dudek. The Crowd Man

For all images: Marcin Dudek. The Crowd Man installation view at MWW Wroclaw Contemporary Museum ph: Małgorzata Kujda




Luogo e Segni. Punta della Dogana a Venezia

La collettiva “Luogo e Segni”, curata da Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, e Mouna Mekouar, curatrice indipendente, potrebbe diventare una mostra anche senza le opere esposte. Il titolo semanticamente sostanzioso rappresenta una mostra organizzata in occasione del decimo anniversario della Fondazione Pinault. L’elegantissima rassegna di lavori importanti sviluppa una narrazione costruita da 36 artisti, di cui una – Carol Rama – ha prestato il nome di una sua opera, creata nel 1975, al titolo generale. L’esposizione sarà accompagnata da un ampio programma di eventi, performance e incontri aperti al pubblico che avranno luogo a Punta della Dogana e al Teatrino di Palazzo Grassi. La mostra, inaugurata il 23 marzo a Punta della Dogana, nello storico edificio veneziano del XVII secolo, ristrutturato da Tadao Ando nel 2009, sarà visitabile fino al 15 febbraio.

Andando con logica, per capire meglio da dove si sviluppa il concetto dell’esposizione, conviene tornare alla sua origine nominale – Carol Rama. L’artista autodidatta, nata a Torino, attiva nella sua città di provenienza e sul palcoscenico internazionale dagli anni ’40, “traspone nelle sue opere, spesso autobiografiche, ossessioni e paure, in un linguaggio fatto di un repertorio surreale e provocatorio”, come spiega il catalogo mostra. “Luogo e Segni” di Carol Rama, composto da un dipinto e da una pellicola nera, gioca con la potenzialità, il futuro, il tempo, crea una tensione al confine tra oggetto e astrazione, scrittura automatica e notazione, “può essere considerato una mappa immaginaria o un misterioso rebus”. L’artista “ha perseguito un approccio creativo alla struttura e alla composizione, ibridando la sua arte con mezzi non convenzionali, come materiali industriali, immagini provocatorie e leggende psicologicamente coinvolte”. L’artista è scomparsa nel 2015 all’età di 97 anni e la sua importanza è stata riconosciuta solo tardivamente.

In questa occasione l’artista non si relaziona solo con la collezione di Punta della Dogana, ma anche con la parallela mostra della Fondazione Pinault a Palazzo Grassi, monografica di Luc Tuymans intitolata “La Pelle”, a cura di Caroline Bourgeois. È molto difficile in questo periodo decidere dove dirigere i propri passi a Venezia, rendendosi conto di tutte le debolezze umane, ma decisamente vale la pena di vedere entrambe le mostre, non solo perché dialogano a vicenda.

Cominciando la visita in galleria, oltrepassiamo le tende rosse dell’artista americano Felix Gonzalez-Torres. L’opera chiamata “Untitled (Blood)” (1992), cioè “Senza titolo (Sangue)” avverte che a soli pochi passi più avanti, è in corso un’invasione. Fortunatamente, l’espansione territoriale dei 17 nuovi artisti approdati nella collezione Pinault (tra cui Berenice Abbott, R. H. Quaytman, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Lucas Arruda, Hicham Berrada e Edith Dekyndt) è poco sanguinosa e i due piani dell’estesa esposizione di Punta della Dogana riescono ad accoglierli valorizzandoli allo stesso modo.

Tornando all’episodio: le sopramenzionate tende di Felix Gonzalez-Torres entrano in un dialogo pianificato con un artista americana Roni Horn, a cui era molto vicino. L’AIDS è al centro della vita e del lavoro di Gonzalez-Torres, portato via nel 1996 da questa malattia. È uno dei temi principali del suo lavoro, che prende le vie anche dell’attivismo politico, sviluppato in particolare con il “Group Material” (il collettivo artistico newyorkese anni ’80, i cui membri hanno lavorato in modo collaborativo per avviare l’educazione delle comunità e l’attivismo culturale). La prima opera di Gonzalez-Torres all’entrata della mostra titolata “Untitled (7 Days of Bloodworks)”(1991) è un’indagine discreta e minimalista sugli effetti della progressione del virus dell’AIDS nel sangue per un periodo di una settimana. La potente “Untitled (Blood)” (1992) diventa una rappresentazione metaforica dello stesso sangue, descritta da una cortina di perline di plastica, tesa da un lato all’altro della stanza. Le perle rosse e bianche evocano rispettivamente i globuli rossi e bianchi. “La percezione di questo lavoro, ai confini dell’astrazione e dell’autobiografia, dell’intimo e del politico, richiede la partecipazione fisica del visitatore, invitato ad attraversarlo nel senso proprio del termine. Esegue quindi una sorta di condivisione e cerimonia di empatia, leggera e grave, tragica e gentile” – leggiamo nel catalogo della mostra. È senza dubbio una delle opere più emblematiche di tutta la collezione, esposta per la prima volta alla sua inaugurazione.

Roni Horn, invece, ci fa congelare in modo ragguardevole, solo a pochi passi più avanti, nella sala centrale. L’opera nella prima sala si fonde con l’ambiente circostante, difatti Horn descrive le proprie opere come contestuali. L’hommage alle poesie di Emily Dickinson, una continua fonte di ispirazione per l’artista, l’ha portata a creare la serie “White Dickinson”. Le citazioni estratte dagli scritti della poetessa sono applicate a barre di alluminio collocate sulla parete.

“Well and Truly” (2009-10) è esposto nella sala centrale, enorme e lucida. Si può supporre che la i dieci colossali blocchi di vetro, trasparenti e delicati in diverse tonalità di blu, assomiglianti alla superficie dell’acqua, non abbiano mai visto uno spazio più adatto alla loro presenza. “Well and Truly” è una ricerca sull’acqua a lungo termine. L’avventura mentale è iniziata quando si concentrava sul paesaggio islandese, sulle “innumerevoli sfumature dell’acqua e la mutevole geografia delle caratteristiche umane”. (catalogo mostra) “Le mie ambizioni si basano tanto sul dialogo con le mie circostanze. Non direi che c’è qualche sola cosa che mi attraesse verso l’acqua. Ovviamente, quando cominci a pensarci, esplode proprio, perché è cosi ricca. È tutto e niente. Mi sento quasi come se riscoprissi l’acqua, ancora, ed ancora, ed ancora”. L’approccio Rinascimentale di Horn rende impossibile descriverla in modo troppo conciso. L’artista crea disegni, libri, installazioni fotografiche, sculture. Fa anche la collezionista e ha prestato alcune opere per “Luogo e Segni”.

I grandi nomi (e le grandi opere) non terminano qua. Al lato opposto della prima sala vediamo già: Constantin Brancusi, Vija Celmins, Agnes Martin e Louise Bourgeois. La rimanente trentina d’artisti richiede altre ore di ricerca, perché ne vale la pena. Sulla spina dorsale dei lati polari (in colore e in calore) di Roni Horn e Felix Gonzalez-Torres, con una spezia della drammatica Carol Rama, i curatori hanno costruito un corpo apprezzabile. Particolarmente impegnativa per la quantità delle opere e l’essenzialità formale del linguaggio, “Luogo e Segni” è una mostra piacevole nonostante la sua complessità.

Dobroslawa Nowak

Info:

Luogo e Segni

Artisti:  Etel Adnan, Berenice Abbott, Giovanni Anselmo, Lucas Arruda, Hicham Berrada, Louise Bourgeois, Charbel-joseph H. Boutros, Constantin Brancusi, Nina Canell, Vija Celmins, Tacita Dean, Edith Dekyndt, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, Simone Fattal, Dominique Gonzalez-Foerster, Felix Gonzalez-Torres, Roni Horn, Ann Veronica Janssens, Lee Lozano, Agnes Martin, Julie Mehretu, Ari Benjamin Meyers, Philippe Parreno, Alessandro Piangiamore, R. H. Quaytman, Carol Rama, Lala Rukh, Stéphanie Saadé, Anri Sala, Rudolf Stingel, Sturtevant, Tatiana Trouvé, Wu Tsang, Robert Wilson e Cerith Wyn Evans.

24/3 – 15/12 2019
Ogni sabato in entrambe le sedi sono organizzate visite guidate gratuite. Alle 15 visita guidata di “Luogo e Segni” e alle 17 di “La Pelle – Luc Tuymans”. La prenotazione non è richiesta.

Punta della Dogana

(from left to right) Roni Horn, White Dickinson THE CAREER OF FLOWERS DIFFERS FROM OURS ONLY IN INAUDIBLENESS, 2006, Courtesy the artist and Hauser & Wirth, Felix Gonzalez Torres, “Untitled” (Blood), 1992, Pinault Collection, “Untitled” (7 Days of Bloodworks), 1991, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

(from left to right) Cerith Wyn Evans, We are in Yucatan and every unpredicted thing, 2012-2014, Pinault Collection, Rudolf Stingel, Untitled, 1990, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Carol Rama, Luogo e segni, 1975, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Liz Deschenes, FPS(60), 2018, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Roni Horn, Well and Truly, 2009-2010, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Nina Canell, Days of Inertia, 2015, Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Cover image: @Dobroslawa Nowak




Sheela Gowda. Remains

Monumentale, totale, maestoso; è difficile ricordarsi una mostra organizzata all’Hangar Bicocca di Milano, che non ci abbia dato l’impressione di grandezza e che non abbia avuto una certa serietà sottocutanea che l’accompagnava. Sheela Gowda (nata a Bhadravati, Karnataka, India, 1957) con la mostra “Remains” non ci delude a riguardo, invitandoci in un mondo estraneo e profumato. La mostra è curata da Nuria Enguita e Lucia Aspesi e sarà visitabile fino al 15 settembre 2019.

È passata una trentina di anni da quando l’artista ha iniziato a lavorare, partendo dalla pittura tradizionale a olio su tela, spostando poco a poco l’attenzione sugli oggetti e sui materiali d’uso quotidiano. Prima, Gowda studiò pittura alla Ken School of Art di Bangalore. Successivamente frequentò la M.S. University di Baroda e la Visva-Bharati University a Santiniketan, ancora rimanendo nel linguaggio artistico classico, bidimensionale e tradizionale. Dopo essersi diplomata al Royal College of Art di Londra nel 1984, ritornò in India. “Manipolare un materiale è un modo per comprenderne i limiti e il potenziale…  Per questo non rendo esplicita la dimensione fisica del mio fare arte” – spiega l’artista.

“Remains” – i resti, gli avanzi, gli oggetti rimanenti – sono i manufatti e i materiali di scarto con un certo valore simbolico, trovati dall’artista, osservati, modificati e messi al centro dell’interesse della sua prima mostra individuale in Italia. Gowda sottolinea che è una grandissima sfida portare un concetto a un linguaggio formale. I materiali che usa hanno giustamente i loro contesti propri, dunque l’artista cerca di trasformarli fisicamente in vari modi, senza farne perdere di vista l’identità. Allo stesso tempo, la creatrice indiana prova a intrecciare e comunicare le sue idee con il loro contributo. Gowda dichiara di non aver mai realizzato sculture in senso stretto, ma installazioni che si rapportano con ciò che la circonda, così come con gli spettatori. “Quando l’oggetto è ben definito, non c’è più niente da dire. Quando invece trovi qualcosa, che al momento, è contemporaneamente in una fase di essere e non essere, di diventare, penso sia molto più stimolante ed interessante, ed anche più adeguato per ciò che tu vuoi esprimere” – dice.

Ci sono ventitré opere di Sheela Gowda esposte lungo le Navate di Hangar Bicocca, create dal 1992 ad ora. Le più recenti sono “In Pursuit of” (2019) – 15 chilometri di corde fatte di capelli umani – distesi opportunamente nello spazio crudo dell’ultima sala, e il “Tree Line” (2019) composto da un largo pezzo di gomma nera. Tutte e due sono state ideate appositamente per la mostra. L’uso dei capelli rimanda a rituali – offerte votive per invocare una divinità; quotidianità – amuleti portafortuna; economia – vendita sul mercato mondiale. Così, l’ordinarietà concreta è rappresentata dal materiale, laddove la presenza dei materiali nello spazio, le dinamiche accadute all’interno dei rapporti, le modifiche indotte dall’artista, il risultato astratto e l’approccio effimero, rimandano al gesto artistico, dove forma, materiale e contesto si uniscono. “L’arte è come vedi e come valuti le cose che ti circondano” – ricapitola Gowda.

Le stesse regole e processi spingono l’artista a usare lo sterco bovino, in India, dove questo animale è sacro e il suo sterco ha un contesto così ampio: rituale, religioso, produttivo (lo sterco di mucca serve a generare combustibile, fertilizzante, mattoni, sculture e giocattoli) e di sostentamento (latte). La parallela natura del materiale, sia di scarto che della sacralità, dà un valore aggiunto e una prospettiva concettuale. In conseguenza, viene usato nella pratica artistica e diventa per Gowda uno strumento per esprimere una presa di posizione politica che usa i simboli religiosi per finalità conservatrici.

Alcuni incensi della collezione di oggetti titolati “Collateral” (2007) sono bruciati fino a trasformarsi in cenere. L’osservazione della sostanza tanto effimera tanto delicata evoca la sensazione dello scorrere del tempo, ricorda la memoria e porta al tema dei resti. Degno di nota, “i resti” esposti in galleria sono sempre raffinati e collocati nello spazio con alta precisione. Si potrebbe rischiare chiamarli “reliquia” per il loro peso storico, metafisico, e l’atmosfera sacra e poetica che portano con sé.

Con un’abbondanza della delicata ed onnipresenti aroma dell’incenso, gli odori dello sterco con cui sono spalmati tre lavori (“Mortar Line”, 1996; “Untitled (Cow Dung)”, 1992-2012; “Stock”, 2011;), il ponderoso profumo di gomma, ed i colori vibranti di kumkuma ovunque, corriamo davvero il rischio di avere l’impressione di ritrovarci in uno spazio meditativo dall’altra parte del mondo.

Dobrosława Nowak

Info:
Sheela Gowda. Remains
a cura di Nuria Enguita e Lucia Aspesi
4 Aprile – 15 Settembre 2019
Pirelli HangarBicocca
via Chiese 2 Milano

video: Sheela Gowda – ‘Art Is About How You Look At Things’ | TateShots

For all the images: Sheela Gowda. Remains installation view at Pirelli HangarBicocca