Angela Passarello. Scritto in mare

La pittura contemporanea non smette di riservare sorprese. Soprattutto grazie a chi ha un bagaglio di esperienze tra le correnti, le ricerche, le scoperte dell’arte di questi anni. Nell’epoca in cui c’è molta considerazione dei giovani appena usciti dalle Accademie e ritenuti professionisti ancora prima di cominciare è giusto dare spazio a chi va costruendo un suo percorso, senza riferimenti precostituiti. È il caso di Angela Passarello che ha recentemente esposto alla Fondazione Mudima con la mostra Scritto in mare curata da Francesca Pasini. Arriva a questa personale dopo un percorso non lineare, uno slalom tra esperienze poetiche e tecniche artistiche visive. Ci racconta che già dall’infanzia creava i suoi giochi con la creta, usava il rosso dell’albero del gelso per colorare (quando è maturo è un rosso intenso e le mani rimanevano rosse, quindi le imprimevo su fogli per gioco). Ed ecco in mostra gli animali in terracotta: Pirò, Anfibio Terrestre, Blur e Cruro. E nei primi tre quadri che aprono la mostra troviamo, sul fondo rosso, un personaggio sospeso a un’asta, un funambolo. La sua asta serve a superare un confine. È una figura che viene dal nulla ma in movimento, una guida simbolica, come l’annunciante dei quadri successivi.

Nelle grandi tele cambiano le proporzioni ma non i personaggi che sono gli stessi, la barca, gli animali, la vegetazione, l’abitato. In una delle tele esposte la linea di demarcazione diventa un ponte. Nel trittico esposto in fondo alla sala due animali fluttuanti sopra un’isola, anche questa sospesa, sulla quale domina una natura morta. Nel primo quadro grande (5 metri per 1,60) un buio profondo domina la scena, un nero intenso da cui emerge nel centro una barca bianca, su una sponda dalle rocce si ergono caseggiati grigi, sull’altra si impone il colore violetto di un simil montone, capra, o stambecco. Nell’altro ancora buio profondo. Stavolta su una sponda svettano come dei tronchi biancastri e due animali, uno rosso e uno bruno, assistono all’arrivo di un inquietante flusso di imbarcazioni che prendono tutta la tela. Come per una zoomata, nel terzo tutta l’attenzione si concentra su un barcone affollato che sta approdando su una riva su cui in attesa ci sono ancora due animali.

Qui non si parla di storie recenti. Si parla di attese inconsce, del sentirsi stranieri, animali braccati, mostruosamente altri, dispersi in spazi immensi. Per questo guardiamo a questi quadri sorpresi di sentirci lì dentro anche noi confusi e attoniti.

Lo scultore Nunzio Quarto le regala un pezzo di creta e Angela riprende a lavorare. Una mano, un pugno, dei volti, teste, animali e figure antropomorfe, che porta da Curti a cuocere, che hanno già dentro gli sviluppi successivi. Poi l’incontro con le artiste femministe degli anni ’70 come Silvia Truppi, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Diane Bond, tutte nella mostra “Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia” ai Frigoriferi Milanesi. Silvia Truppi scatta delle diapositive nel parco Sempione alle sue teste in terracotta con sopra un casco.

Entra anche in contatto con l’ambiente degli antroposofi in via Vasto che univano poesia (Rilke) e colore secondo la teoria di Goethe. Continua le sue ricerche usando pezzi di lenzuolo per fare esperimenti con l’acquerello (molti li ho regalati, quasi tutti) e trasferisce il colore sulla ceramica (da Giusi Brivio che lavorava per Domus e che teneva un laboratorio di ceramica). Realizza vasi schiacciati, teiere senza senso a forma di ferro da stiro e cose simili (ce ne sono ancora alcune con dentro segni grafici).

Sperimenta il bronzo in un intreccio anatomico tra l’umano e l’animale. Partecipa a seminari con Grotowski e i suoi collaboratori; con Ryszard Cieślak lavora sul corpo nella sua complessa espressività che avvicina l’uomo all’animale. E più avanti con Ludwik Flaszen sulla voce. Prende lezioni di flauto con Christina Kubisch che fa musica di ricerca (riferimento J. Cage). Nel frattempo continua a scrivere.

Scrive i racconti come Asina Pazza e li pubblica con la prefazione di Vivian Lamarque e le illustrazioni di Coca Frigerio. Pubblica il primo libro di poesia La carne dell’Angelo con la prefazione di Donatella Biasutti. Alcuni testi vengono pubblicati su antologie, tra le quali Poeti per Milano, fa letture con Maiorino e la Mosca di Milano. Conosce Giampiero Neri, il quale la invita a partecipare al “gruppo di amici poeti del venerdì”.  Pubblica Ananta delle voci bianche con una nota di Giampiero Neri. Sono Prose poetiche dedicate agli animali della sua infanzia. È cofondatrice della rivista “Il Monte Analogo”. Continua a lavorare con la creta e la ceramica.

Alla fonderia Maffi di Pioltello cola in bronzo, alcuni soggetti umani e una scultura dedicata a Boccioni, in cui ritorna anche la figura animale. Marina Ferrante registra i suoi lavori con video e foto. Sperimenta un lavoro su tela usando un solo colore per figure animali. Lavorando all’aperto in alcuni cortili milanesi (video ripreso da Marina Ferrante e mai pubblicizzato).  Partecipa a una collettiva al Museo di Murgia (Trieste).

Conosce Giulia Niccolai, pubblica per le edizioni del Verri Piano Argento e Pani Scrittu edizioni del Pulcino Elefante, con un disegno di Giovanni Anceschi. Nell’ultima pubblicazione, Bestie sulla scena, raccoglie prose e poesie sugli animali con filastrocche in dialetto. È un linguaggio ibrido in cui il dialetto siciliano assume la funzione spiazzante che hanno gli animali, i luoghi, i colori, nelle opere pittoriche.

Nel 2018 dipinge una grande tela fronte-retro Rupe Affine per il progetto “Quarta Vetrina” alla Libreria delle donne di Milano. Che poi espone alla recente rassegna “Vetrine di Libertà” alla Fabbrica del Vapore (aprile-giugno 2019), dove Francesca Pasini ha riunito le trenta artiste che hanno partecipato a Quarta Vetrina e alcune opere e le grafiche, presentate da Lea Vergine,  di Carla Accardi, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Nilde Carabba, Dadamaino, Amalia Del Ponte, Grazia Varisco, Nanda Vigo, che hanno sostenuto la nascita della Libreria delle donne nel 1975.

Come scrive Francesca Pasini “Rupe Affine narra la sua storia, l’amata Rupe Atenea, sopra Agrigento, dove è nata. Dove ha conosciuto il complesso rapporto con gli animali domestici, con il mare che si dilata al centro del quadro, collegando la rupe incrostata di animali a un lembo di architettura urbana, lontana. I suoi animali sono compagni di pianeta che passano dalla strada, dalla stalla, dall’aria alla mitografia, alla fiaba. La sua grande passione per il terrestre si snoda nell’affinità aperta dei viventi. L’intensità della memoria arcaica si sovrappone all’intuizione quotidiana, alle figure, ai colori, ai libri esposti e ai suoi scritti poetici. Un equilibrio difficile, a cui, a volte, basta un segno, un colore”. (Catalogo Vetrine di Libertà- Nottetempo edizioni).

Info:

Fondazione Mudima

Angela Passarello, Elefante con fondo blu, 2013Angela Passarello, Elefante con fondo blu, 2013, acrilico su tela

Angela Passarello, I funamboli (trittico), 2011Angela Passarello, I funamboli (trittico), 2011, acrilico e tempera su tela

Angela Passarello, Viventi 1/2/3 con natura morta, 2014, tecnica mista su tela

Angela Passarello, L’annunciante di notte (trittico), 2010, tecnica mista su tela

Angela Passarello, Il funambolo, 2012, olio e acrilico su tela

Angela Passarello, Bestia in mare, 2016, acrilico e matite a olio su tela

Angela Passarello, I viaggianti, 2012, acrilico e matite a olio su tela




Remo Bianco. Le impronte della memoria al Museo del Novecento

Il sistema dell’arte, si sa, premia o penalizza un artista o l’altro. Pubbliche relazioni, simpatie, capacità diplomatica, mille varianti possono influire sulle sorti di un artista. Di certo in genere è più fortunato chi ha una proposta forte, unica con cui imporsi. Chi è sempre alla ricerca di nuove strade ed è più interessato alla ricerca, piuttosto che a imporre un risultato determinato difficilmente è vincente. È il caso di Remo Bianco che, appunto, “ricercatore solitario” ha aperto tante strade, battute poi con più determinazione da altri, e non ha raggiunto la fama che avrebbe meritato. Importante quindi la mostra al Museo del Novecento promossa da Comune di Milano Cultura e ideata e realizzata dal Museo del Novecento in collaborazione con la Fondazione Remo Bianco. La Fondazione è stata costituita nel 2011 col supporto della sorella di Bianchi (questo il cognome dell’artista cambiato poi in Bianco), con attività di tutela e raccolta di documenti, immagini fotografiche e cataloghi d’epoca, alcuni dei quali in mostra, e una seconda attività di archiviazione delle opere d’arte (siamo già a più di 2000 opere). Ovviamente poi una missione è quella della diffusione dell’opera. Nel 1991 è stata fatta una grande mostra all’Arengario di Milano e un’altra nel 2006 al Vittoriale di Roma.

La mostra “Remo Bianco. Le impronte della memoria”, aperta al pubblico dal 5 luglio al 6 ottobre 2019, è curata da Lorella Giudici ed è allestita nel percorso museale del Museo, coinvolgendo anche gli spazi degli Archivi “Ettore e Claudio Gian Ferrari” con oltre 70 opere esposte che ripercorrono le fasi della ricerca di Remo Bianco, (1922-1988) nato in un quartiere popolare, via Giusti, della Milano del boom economico. L’interesse per le piccole cose, le cose più umili che gli artisti della Pop Art americana amplificheranno a dismisura qui vengono fissati con calchi in gesso, e diventano, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, le prime “Impronte” con relativo “Manifesto dell’Arte improntale” del 1956.

In una mostra del ‘64 al Cavallino di Venezia lui stesso racconta che alcune cose coincidevano con la Pop Art che si inaugurava in quell’anno alla Biennale. E lì, le impronte erano anche umane. Due calchi a grandezza naturale di un corpo maschile e uno in carne e ossa.

All’inizio degli anni Cinquanta questi oggetti inconsistenti, (monete, conchiglie, piccoli giocattoli), vengono raccolti nei “Sacchettini – Testimonianze”, sacchetti di plastica fissati su legno come un quadro tradizionale. Sempre la conservazione della memoria, dunque, il filo conduttore dell’opera, forse un’eredità del suo maestro, De Pisis. Laddove in De Pisis è pittura, pennellate tenui e pensose in Bianco è prendere l’oggetto, archiviarlo, mummificarlo per conservarlo. Ma a presentarlo in una mostra del ‘53 è Fontana e poi avrà a che fare con Restany (Nouveau Realism), per dire del salto che fa il suo lavoro. L’equivalente al contrario sono le forme di oggetti ritagliati in materiale plastico trasparente, vetro, legno, lamiera, plexiglas colorato, poste in successione su piani differenti, che ne esaltano la profondità e diventano le prime opere tridimensionali – i 3D –. In queste opere e nei disegni preparatori del 1952-54  c’è già qualcosa di quella che sarà l’optical art.

Poi ci sono i viaggi che lo segnano e gli ispirano nuove svolte nella sua ricerca.

Dopo un viaggio negli Stati Uniti, dove conosce Pollock, la sua interpretazione del dripping si manifesta attraverso una serie di ritagli di tela, carta, stoffa incollati così da ottenere la serie dei “Collages”, su cui lavora dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta. I viaggi in Oriente. Già nel ‘43 in Tunisia e poi Iran Arabia, Libia, India. Teheran, le piramidi, l’isola Elefantina ecc. Nel 1961 nascono le Pagode per una mostra che avrà come titolo “Ricordi di un viaggio in Oriente”. Sono come dei castelli di carta in legno, ferro, alluminio, rame, dipinti o naturali. Una ricorda il minareto di Samarra per la sua ascesa elicoidale. Invade la galleria. I ripiani si moltiplicano, l’artista si esalta e propone di sostituire la torre di piazza San Marco con una sua gigantesca, altissima pagoda.

I lavori più noti sono i “Tableaux dorés”, che partono dal 1957. l’artista su un fondo monocromo o bicolore dispone foglie d’oro che avranno poi una grande fortuna nelle opere dell’astrattismo successivo. Dirà Mark Tobey “brillano come un altare, come le luci di un crepuscolo greco”. Ritorna alla riappropriazione di oggetti della vita quotidiana con le Sculture di neve. Siamo nel 1965 e l’artista definisce “Arte sovrastrutturale” questo tentativo ancora di congelare la memoria, i ricordi dell’infanzia sotto uno strato di neve artificiale.

Il salto verso un’opera di tipo interattivo avviene con i “Quadri parlanti”, del 1974, tele bianche o nere, o riportanti fotografie, che grazie a un sistema di amplificatori che, quando ci avviciniamo, ci accolgono con suoni o frasi registrate dall’artista. È quindi un ulteriore passaggio in profondità. Cominciato con gli strati che caratterizzavano i 3D, qui si va oltre la tela, quello che farà poi definitivamente Fontana. Oltre la tela c’è una voce umana che instaura un dialogo con il pubblico.

Il catalogo della mostra, edito da Silvana, è corredato dai testi di Lorella Giudici ed Elisa Camesasca, dagli apparati a cura di Gabriella Passerini e Alberto Vincenzoni e riporta un’intervista a Marina Abramovic del 2012, riguardo al lavoro di Remo Bianco conosciuto nel 1977 a Ferrara. La Abramovic e Ulay giravano su un camioncino Citroen, poveri e affamati, facendo della loro vita arte. Remo Bianchi li invita in trattoria dove paga con dei lavori suoi. È   tra i pochi a capire il loro lavoro. Rimangono in contatto per circa cinque anni. E proprio in questa intervista la Abramovic conferma quanto detto all’inizio. La cosa interessante di questo artista era il fatto di essere “in mezzo”, di essere incollocabile in uno schema, in un gruppo, la sua sperimentazione continua senza paura di sbagliare, di forzare sé stesso. Nella Milano dei giganti Remo Bianco era conosciuto ma in disparte. Un ricercatore solitario…

Info:

Remo Bianco. Le impronte della memoria
5 Luglio – 6 Ottobre 2019
Museo del Novecento
Piazza Duomo 8 Milano
Orari: 9.30-19.30; lunedì 14.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30. Ultimo ingresso consentito un’ora prima della chiusura del museo

Remo BiancoRemo Bianco, 3D – Senza titolo, 1970 c., cm 43,4 x 43,4 x 6 L’opera è composta da 3 strati sagomati, 2 in plexiglas e l’ultimo in legno Collezione privata

Remo Bianco, Tableau Doré – Senza titolo, 1965 Tecnica mista e foglia d’oro applicata su tela, cm 200 x 300 Collezione privata

Remo Bianco, Sacchettini – Senza titolo, 1956. Sacchettini di plastica con all’interno vari oggetti, fissati su tavola cm 102, 3 x 82,3 Collezione privata

Remo Bianco, Sculture neve – Aerei, 1965 Tecnica: due aerei in plastica e neve artificiale in teca di plexiglas Misure: (teca) h 20,5 x 20,8 x 20,8 cm Collezione privataRemo Bianco, Sculture neve – Aerei, 1965. Tecnica: due aerei in plastica e neve artificiale in teca di plexiglas. Misure: (teca) h 20,5 x 20,8 x 20,8 cm. Collezione privata




Giganti del mare. Un progetto fotografico di Biancamaria Monticelli

“Sta come torre ferma che non crolla giammai la cima per soffiar di vento” dice Dante del Fanale, il faro di Livorno, tra i più antichi in Italia risalente al 1305 e costruito su progetto attribuito a Giovanni Pisano. Distrutto dai tedeschi nel 1944, ricostruito e inaugurato nel 1956, oggi se ne promuove l’apertura al pubblico per occasioni come questa mostra di Biancamaria Monticelli, fotografa professionista che vive e lavora tra Livorno e la Polinesia Francese.

Uno dei suoi filoni più interessanti è quello sui Relitti arrugginiti di navi arenate su spiagge deserte che si stagliano su cieli incombenti. Qui ne abbiamo alcuni esempi alternati ad altre opere dedicate ai fari, un Faro in California – Point Reyes National Park – uno all’Isola di Razzoli e uno a Capo Caccia, entrambi in Sardegna, altrettanto diruti come i relitti di cui sopra, e così via fino ovviamente a quello di Livorno giocato anche questo sul confronto tra una bimba in primo piano e la torre che si staglia sullo sfondo.

É immediata la traduzione metaforica del senso che hanno questi relitti che diventano simboli di un mondo alla deriva, sfasciato, vecchio, senza speranza e la speranza che corre con i bimbi che corrono in primo piano. Dice l’artista:“Un filone che nasce nel 2017, in occasione del mio quarto soggiorno all’arcipelago di San Blas, sul versante caraibico di Panama. Di ritorno all’isola di Chichimé, vedo qualcosa di nuovo. Oltre l’eleganza delle palme, le acque cristalline e le candide spiagge, un relitto imponente sembra addormentato sul fianco, adagiato sulla barriera corallina che cinge questo minuscolo lembo di sabbia. Da lì, lo scenario prende forma: alcune ragazzine, un bambino, un uomo, figure avvolte da un cielo lattiginoso galleggiano come angeli di un’atmosfera surreale”.

Quando viaggiamo siamo alla ricerca di nuovi mondi, nuovi paesaggi, magari i famosi luoghi incontaminati. Ma l’occhio del fotografo non cerca solo una bellezza ideale, cerca delle scenografie in cui inserire il proprio pensiero, che dia sostanza e vita alla propria visione del mondo. Il luogo dove mettere in scena la sua idea di fotografia. E infatti l’autrice continua dicendo: “Ho l’impressione di essere a teatro, un teatro naturale, dove attori casuali recitano di fronte al mio obiettivo, danzando al ritmo di una magia che si accende, all’improvviso. Rifletto su questa visione, perché è così che io le sento, visioni di un mondo lontano dalla quotidianità, silenzioso, nascosto… un mondo che mi appartiene e mi porta a riflettere sui significati più profondi della vita. Questi scenari ritornano, in tempi e luoghi diversi, mi scopro a ricercarli e ne percepisco il valore umano oltre l’apparente e chiaro valore estetico”.

É un teatro dunque quello davanti al quale si trova Biancamaria Monticelli. Un teatro già pronto i cui scenografi sono la natura e gli uomini. La natura offre le spiagge, i mari, la vegetazione. E al suo interno la presenza dell’uomo. O meglio il post umano. Quello che l’uomo ha lasciato, i suoi avanzi, il risultato della sua tecnologia nella sua forma obsoleta. E poi il riinizio. La forma primeva di quello che sarà l’uomo che forgerà oggetti per cambiare il mondo, ma ancora innocente, spensierato.

E aggiunge: “Il fascino per questi giganti che si mostrano nel loro aspetto antropomorfico, carcasse addormentate, relitti di una vita perduta sulle cui ceneri rinasce ancora la vita … Ecco l’importanza del bambino che corre, libero, contrapponendo la vita alla morte, ma dove nemmeno la morte appare così terribile, semmai imponente nella sua bellezza e nel suo mistero. Così il bambino dell’arcipelago di Las Perlas, che dialoga con il suo pacchetto di patatine; il ragazzino greco che corre, lasciandosi alle spalle il gigante rugginoso di Dimitrios; la piccola principessa bionda che esplora il mondo, sotto le ali malinconiche di un relitto in secco; i bambini che schiamazzano nelle acque selvagge delle Marchesi, sullo sfondo l’imponente e leggendario “Aranui”…

La sua ricerca non si limita all’ormai scontatissimo discorso sull’inquinamento dei mari. La sua confessione finale ci svela il mistero del fascino di queste immagini: “I bambini rappresentano il mio alter ego. Sono io che guardo il mondo con occhi puri, che continuo a credere nei sogni, che voglio rimanere in quel limbo di fragile felicità…”

Info:

www.biancamariamonticelli.com

Biancamaria Monticelli, Faro California – Point Reyes National Park

Biancamaria Monticelli, Faro Livorno

Biancamaria Monticelli, Linton Bay – Panama




Nuove mostre alla Galleria Continua di San Gimignano

Viaggi, travestimenti, scoperte, ricordi, nuove tecniche, nuove interpretazioni, nuovi orizzonti, tutto questo e altro ancora nelle nuove mostre della Galleria Continua di San Gimignano dal 26 gennaio al 7 aprile 2019. Artisti di quattro paesi, Nari Ward, di cultura afroamericana, Nikhil Chopra indiano, il fiorentino Giovanni Ozzola, e i russi Ilya & Emilia Kabakov. Quattro diverse nazionalità e quattro modi di intendere l’arte. Quella camaleontica di Nikhil Chopra, quella filosofico scientifica di Giovanni Ozzola, quella concettuale dei Kabakov, e quella del riutilizzo e la reinterpretazione dei materiali di Nari Ward.

A partire dai primi anni Novanta  Nari Ward realizza grandi installazioni e sculture in cui utilizza materiali di uso quotidiano, scarti e residui di oggetti di consumo come passeggini, carrelli della spesa, bottiglie, porte, televisori, registratori di cassa e lacci delle scarpe, associandoli e ricontestualizzandoli in maniera sorprendete e nuova. Le opere presentate dall’artista alla Galleria Continua restituiscono una concezione quasi animistica dello scarto e del consumato. In Down Doors convivono elementi assolutamente distanti gli uni dagli altri, vecchie porte, tasche, piume, paracadute. Opere brutali nel loro porsi come il letto sfatto di Tracey Emin. Ma qui, con varianti sul tema (Sea Green, Maroon, Qing, Cream, Stage) le opere ci lasciano spiazzati sul significato che dobbiamo dare a cui siamo chiamati a trovare una interpretazione. Porte cadute dal cielo col paracadute? I sacchetti di piume ammassati sulle porte servono ad attutire il rumore di fuori? Sogni, silenzio, leggerezza, lavoro modesto nobilitato, portato in cielo? O come dice lui stesso “La porta è un oggetto che, quando è in uso, suggerisce uno spazio di transizione da un luogo a un altro”. Usa quindi oggetti che parlano delle comunità e del luogo in cui sta lavorando in quel momento come ha fatto in uno dei suoi lavori più celebri, Amazing Grace, con 365 passeggini usati. Mentre con i lacci delle scarpe Ward scrive e disegna. Il pezzo di laccio che fuoriesce dal muro è una linea e con tante linee l’artista crea immagini intriganti. Anche le ossa dipinte ai loro estremi di rosso con rossetto – nate dall’esperienza a Santa Croce sull’Arno, un importante centro manifatturiero che fonda la propria economia sulla lavorazione ed esportazione di cuoio e pelle – uniscono vita e morte, eros e thanatos, la povertà del materiale e la ricchezza del risultato esposto su sostegni in ferro già di per se di grande eleganza.

Da anni Ilya & Emilia Kabakov ci trasportano tra il personale e il politico: la loro vita privata,  l’ascesa e la caduta dell’Unione Sovietica, le condizioni di vita nella Russia post-stalinista. Con “The Eminent Direction of Thoughts” ci accompagnano lungo una striscia di ricordi della loro esistenza. Sulla sabbia una corda porta con sé oggetti e foglietti scritti con annotazioni di momenti clou. Così tra elementi visivi e verbali è la condizione universale dell’uomo che vien fuori con tutti gli aspetti drammatici e ironici. All’interno dell’altra stanza da una sedia partono delle corde colorate verso l’alto dove una lampadina fa piovere nel buio una luce di infinita poesia che ha molto a che fare con quanto afferma Emilia Kabakov “Il mondo e il lavoro di Ilya sono costruiti sulla fantasia e sulla storia dell’arte. Io, d’altro canto, molto presto nella mia vita, ho imparato a combinare realtà e fantasia e a vivere entrambe. La nostra vita si basa molto su questa combinazione (…)”.

Il lavoro di Giovanni Ozzola spazia da un capo all’altro del sapere. Pesca nell’astrologia come nella botanica, nei discorsi sul corpo umano come nell’universo tutto. Pratica la fotografia così come lo strappo dell’affresco ma reinterpretandolo a modo suo, ribaltandolo, giocando su negativo positivo, creando rilievi dove c’erano affossamenti, ridipingendo superfici asfittiche asportate da luoghi mal frequentati, con silicone pittura e rete metallica. Allo stesso modo incide lastre d’alluminio con disegni di isole, percorsi stellari, mondi supposti, riempiendo poi questi solchi con filo di bronzo. Fotografa petali caduti sul selciato Fallen Blossoms proponendoli in micro dimensioni. Chiude il percorso espositivo con due immagini-passaggio, una porta da cui trapela una luce e una finestra che si apre sull’orizzonte infinito del mare.

Nikhil Chopra con Drawing a Line through Landscape ripropone il lavoro fatto per documenta 14 di Kassel andando da una sede all’altra, da Atene a Kassel passando per 3.000 chilometri attraverso paesi molto diversi tra loro per scelte politiche caratterizzati da populismi, nazionalismi e da sentimenti xenofobi, tentando di unificarli in un unico paesaggio.  Mimetizzandosi e a volte presentando i più diversi personaggi con ironia, o sottolineando l’aspetto drammatico di quell’essere. Lo spazio del teatro-cinema è dominato al centro dalla tenda e dal motocarro usati per il suo lungo viaggio. Alle pareti tutto attorno i teli, chiamiamoli teleri come nell’arte del cinquecento, dipinti durante il viaggio. Nelle stanzette sul retro del palcoscenico 2 video che documentano alcuni momenti del viaggio. In mostra inoltre “Inside out”, una serie di fotografie che documentano il progetto site-specific realizzato da Nikhil Chopra nel 2012 per la sua prima personale in galleria.

Info:

Nari Ward. Drawing a Line through Landscape
Ilya & Emilia Kabakov. The Eminent Direction of Thoughts
Giovanni Ozzola. Octillion
Nikhil Chopra. Down Doors

26 gennaio 2019 – 7 aprile 2019

Galleria Continua
Via del Castello 11
53037 San Gimignano (SI)

San GimignanoNari Ward, Drawing a Line through Landscape installation view at Galleria Continua, San Gimignano

Ilya & Emilia Kabakov, The Eminent Direction of Thoughts installation view at Galleria Continua, San Gimignano

Galleria ContinuaNikhil Chopra, Down Doors installation view at Galleria Continua, San Gimignano

Giovanni Ozzola, Octillion installation view at Galleria Continua, San Gimignano




“Chi sono io?” Autoritratti, identità, reputazione

Il libro di Concita de Gregorio “ Chi sono io? ” parla di persone, di donne, di donne che hanno fatto della fotografia la loro vita, che con la fotografia hanno capito se stesse, il loro mondo. Non il mondo che è assente ma il loro mondo. I titoli dei capitoli sono significativi. Cerco solo di vedermi, Simona Ghizzoni. Chiedo alle foto chi sono, Anna di Prospero. L’autoritratto è sottinteso. Moira Ricci. La fotografia è stata il mio analista Silvia Camporesi.  Fotografo quello che penso Guia Besana. Queste sono le cinque artiste della mostra ma nel libro abbondano riferimenti ad altre che hanno lavorato nel tempo. Non è un catalogo della mostra, è un libro che parte dalla mostra per analizzare i meccanismi dell’analisi del subconscio. Come si dice a un certo punto, l’artista, guardandosi ha visto qualcosa di terribile che ci ri-guarda. Perché la foto ci guarda e ci riguarda e quindi ci interroga, ci tira dentro e ci chiede di chiederci quello che si è chiesta l’artista. Chi sono?

Travestirsi è un modo per saggiare altri modi di essere. Silvia Camporesi in “Esercizi di stile”, 2006, prende varie identità ispirandosi a delle foto trovate. Che non è il lavoro di Cindy Sherman sulle donne dei B-movies americani, lavoro sul sociale, come dicevamo prima, che qui non c’è. È piuttosto vicino al lavoro di Tomoko Savada che in “School Days” costruisce la foto di una classe con 40 alunne e l’insegnate replicando se stessa in altrettante diverse versioni.

Poi c’è il nascondersi, chiudere gli occhi. E anche qui abbiamo una Sophie Calle che tiene una mano a coprire metà volto nella foto fatta da Jean Baptiste Mondino nel 2003. Ma è una presenza assoluta, un essere nel mondo ancora più intensamente con quello sguardo severo che attira su di sè, sul proprio occhio tutta l’attenzione. Invece nell’”autoritratto con la mia famiglia” del 2011 di Anna di Prospero la madre tiene le mani sugli occhi della figlia che a sua volta  tocca le sue con l’affetto della bambina che vuole riconoscere la mamma anche se sa già che è lei. La madre sembra proteggere la figlia dalla vista del mondo che è solo un riflesso nel vetro dietro cui si trovano. E Guia Besana in “Abigail si sente persa”, Baby blues 2010 mette in scena il gioco del nascondino tra mamma e figlia ripensando a quando era lei la bambina e adesso la mamma. Mentre nella foto “Nascondino con me stessa” 2012  Utami Dewi Godjali, attraverso una serie di sovrapposizioni,“ritrae se stessa mentre si guarda, ti guarda, e tiene per mano una bambina che indica altrove”. Simona Ghizzoni vuole nascondersi nell’armadio in cui si nascondeva da piccola am adesso non ci sta più dentro e le sue gambe sbucano in “Aftermath” 2008.

E poi c’è il doppio. Natalie N. Abbassi con “Driver and driven” 2011 rappresenta se stessa su una macchina. Davanti c’è lei vestita all’occidentale che guida e dietro c’è lei con il velo trasportata.  Anna di Prospero in Autoritratto con i miei amici” 2011 fotografa se stessa e un’amica di cui non si vede il volto, sono tutte e due vestite di rosso, tanto che potrebbero essere la stessa persona. In “Cosa vuoi da me?” 1928 di Claude Cahun  c’è lei, lui, che si guarda (l’artista ha sempre messo in discussione la sua femminilità-mascolinità). In  “autoritratto” 1928 a parte la maschera che nasconde gli occhi ma lascia vedere la boccuccia che si addice alla figura femminile, il ventre si perde e si confonde e si nega nel raso dello sfondo perchè, in fondo, è nel ventre che sta la diversità. Lo specchio è stato usato e riusato dalle artiste del 900. Vivian Maier, ( dice lei stessa, “io fotografo me stessa per trovare il mio posto nel mondo”)  si fotografa riflessa in un pomello lucido, nella sua ombra, in uno specchio in via di trasloco, in una vetrina.

E poi c’è il nudo. Che nel caso di Francesca Woodman, “senza titolo” 1976 è anche doppio perchè in una squallida stanza lei, nuda, seduta su una sedia, è raggiunta dalla sua ombra.  Simona Ghizzoni inAftermath” 2008 è nuda con le foglie sulla schiena e si sente senza protezione e vulnerabile. Katharina Eleonore Behrend è una pioniera del nudo partecipando nei primi del ‘900 a gruppi di nudisti.  Nel 1908, in “Autoritratto” emerge da un vello come la Venere dalla conchiglia, il suo cielo è un drappo nero e la scena si allarga a mostrare una porta e la parete perchè non vuole essere avulsa dal contesto, dal mondo, è li perchè ha creato una scena in cui mettersi in scena con la sua assoluta femminilità. Il nudo di Helene Amouzou, profuga del Togo, si dissolve nella parete, sembra voler scomparire, non farsi vedere, mimetizzarsi. Così è la sua vita. E poi c’è il cercarsi, nell’acqua. Ci sono molte foto di Elina Brotherus che si rapporta con l’acqua. Qui si cita “The Lake” 2007. l’artista presa di spalle guarda giù nell’acqua ma non si vede, noi non vediamo il riflesso e non sappiamo se c’è. Poi nel 2012 con “L’Etang” l’artista scende nell’acqua fino alle caviglie e allora vediamo sempre lei di spalle ma riflessa dentro. È azione. Invece  Simona Ghizzoni è seduta ai bordi dell’acqua di un lago in mezzo al quale incombe la figura di un rudere. È una meditazione, su chi sono io, forse quello che vedo. Mentre Guia Besana prende il posto dell’acqua che dovrebbe scendere da uno scivolo. O è una sirena portata a riva tra la poseidonia. Indossa una coda che aveva regalato alla figlia che voleva essere sirena. La stessa artista affronta l’altro tema fondamentale che è quello del tempo. In “Untitled#1/Me. Le ore” 2014 si fotografa a mezz’ora di distanza e accosta i due scatti. Concita De Gregorio cita John Berger “La scelta non è tra il fotografare x o y: bensì tra il fotografare nel momento x o nel momento y” e continua “Lo dice il lessico, le parole che usiamo quando parliamo di immagini – quando le realizziamo. Tempo di esposizione, memoria, velocità di percezione e di esecuzione. Essere li in quel momento. Ogni verbo, fermare, cogliere, segnala un’azione che gareggia col tempo”. E aggiungiamo la sospensione. Molte artiste si sono fotografate sospese nello spazio e quindi nel tempo. Natsumi Hayashi in “Today’s Levitation” 29.04.2011. Francesca Woodman in “Senza titolo” 1977-78. e Silvia Camporesi in “Skywalker, Indizi Terrestri” 2005, o in “Deep, Down by the Water” 2010. Quando andiamo dallo psicanalista facciamo una ricerca sul tempo, lo sezioniamo, andiamo a cercare quel momento che è stato una svolta, un passaggio importante, uno shock. Noi siamo il nostro tempo. E ancora la favola. Moira Ricci con “A Lidiput” 2003 ritrae se stessa affondata nella sabbia contornata da tantissimi minuscoli bagnanti appunto come lillipuziani. E Gaia Besana in “Avvelenate” 2015 ci mostra alcune Biancaneve morte vicine a tante mele avvelenate. Da una statistica risulta che in Italia siamo 60 milioni e che ci siano nelle nostre case 60 milioni di animali considerati come dei famigliari. C’è anche un gioco che si basa sul “che animale sei?”. Ebbene, anche questo è un modo per conoscersi. Simona Ghizzoni fotografa una giraffa. Anche lei si sente fuori scala, fuori posto.

E poi ci sono gli autoritratti sfacciati, quelli che ci sbattono in faccia dei volti sofferenti come quelli di Nan Goldin, di Graciela Iturbide, di Melanie Bonajo mentre in “Eleonora”  Silvia Camporesi, ancora una volta, con le bende sugli occhi, prende le parti di un’ipovedente. Nel bel video trailer sentiamo risuonare le voci delle artiste … nelle tue foto di te sei contemporaneamente autore, soggetto, e pubblico … le donne  si guardano, riflettono, si riflettono, si sdoppiano, generano a partire da dentro … un autoritratto non deve essere necessariamente un ritratto di me stessa può essere una ricerca di identità attraverso altro … gran bella mostra e gran bel libro!

Info:

Istituzione Fondazione Bevilacqua la Masa
Maria Livia Brunelli Home Gallery
Contrasto
per la mostra
“Chi sono io?” Autoritratti, identità,reputazione.
Fotografie di Simona Ghizzoni, Anna di Prospero, Moira Ricci,  Silvia Camporesi,  Guia Besana,
Testi di Concita de Gregorio
a cura di Maria Livia Brunelli e Alessandra Mauro
2 dicembre 2018 – 3 febbraio 2019

Anna Di Prospero, Self-portrait with Eleonora, 2011, Stampa inkjet fine art, 100×67 cm, edizione di 6 + 2 PA © Anna Di Prospero

Guia Besana, Condition #10 from series UNDER PRESSURE © Guia Besana

© Moira Ricci, A Lidiput, stampa lambda su plexiglass, 240×60 cm, 2003, courtesy Giovanna Calvenzi/l’artista

Simona Ghizzoni, Series Aftermath, untitled 2008 © Simona Ghizzoni

Silvia Camporesi, Studio per Ofelia, 2004 c-print cm 70×100 © Silvia Camporesi




Andrea Bianconi. Fantastic Planet

Intervista ad Andrea Bianconi in occasione della sua mostra Fantastic Planet al CAMeC di La Spezia, visitabile fino al 30 settembre 2018.

Emanuele Magri: Mi sembra che questa mostra, con opere dal 2011 ad oggi, sia in fondo nata tutta da una freccia, a sua volta nata dal disegno che è la base del tuo lavoro, è così?
Andrea Bianconi: La freccia è un simbolo a cui sono arrivato pian pianino, è una specie di sintesi interiore, volevo un simbolo della condizione umana. La freccia è una linea con le ali: tu hai la libertà di prendere una decisione ma poi hai l’obbligo di rispettarla una volta che l’hai scelta. Quindi la freccia mi mette nella condizione di rappresentare l’essere umano. La freccia in questo senso la ritroviamo sempre e dappertutto: quando respiriamo, mangiamo, viviamo, sentiamo il battere del cuore, tutto ha una direzione così come il sorgere del sole, il tramonto, una foglia che cade. La freccia è un simbolo universale.

Niente di bellicoso, dunque?
No, la freccia non è un’arma, è solo una direzione. L’uomo può decidere di prendere una direzione e ha la libertà e il vincolo di seguirla.

Come è strutturata la mostra?
Mi piaceva strutturare la mostra come una specie di viaggio: ho deciso di chiamarla Fantastic Planet e ho preso Dante come guida. La freccia è anche un’idea di percorso, di viaggio. Io voglio fare questo viaggio e voglio capire che cos’è un paradiso, un purgatorio, un inferno. E ho capito che questi tre mondi sono compresi anche nei nostri attimi, cioè capita che viviamo in un attimo l’inferno e l’attimo dopo il paradiso. Io penso di essere sempre nel purgatorio, sono sempre in una condizione intermedia con due elastici che mi tirano ai due estremi.

Perciò la mostra è concepita con le tre stanze che si susseguono?
Sì, comincia con l’Inferno in cui comunque c’è già una tensione verso il paradiso. È un inferno della persona. Ci sono specchi con gabbie davanti in cui puoi vedere il rapporto con te stesso, ti vedi nello specchio in gabbia e si mette in moto un meccanismo di dubbio.

Nella stanza del purgatorio ci sono dei bellissimi disegni in cui la freccia diventa ombrello, pioggia, una serie di omini…
Il purgatorio è una fase di stallo, è un momento in cui devi cercare dov’è la freccia, in un ombrello, in un paesaggio, a volte la freccia ce l’abbiamo davanti agli occhi ma non la vediamo.

E il paradiso?
Nel paradiso ho voluto prendere un’ala come simbolo, perché nella parola inglese drawing, cioè disegnare, c’è dentro wing, cioè ala, la libertà che è dentro a un nostro gesto.

Per te il disegno è stato dunque un mezzo di liberazione, uno strumento di conoscenza?
Esatto. Poi c’è la stanza nera, dove c’è l’opera luminosa. Ho voluto inserire la luce in qualche modo e per inserirla ho dovuto farla uscire dal percorso delle frecce. Potevo chiamarla stanza di decompressione, la stanza in cui la persona è con sé stessa, o con un oracolo.
Poi ho voluto mettere altre due cose. Sulle scale un uomo nero che tiene un mazzo di frecce come fosse un mazzo di fiori come dire che dopo tutto questo percorso c’è la parte ottimistica del viaggio, infatti ho titolato l’opera The Gift, perché poter decidere è un regalo. Poi c’è all’entrata la valigia che ho fatto due giorni prima dell’inaugurazione, c’era bisogno di una valigia per questo viaggio: un bagaglio in cui si trova l’uomo, degli occhiali, delle visioni, una bacchetta magica, ecc. disegnato tutto con le frecce.

Tornando indietro, i tuoi inizi?
Io nasco come performer, ho sempre cercato di indagare e analizzare i rapporti fra le persone, le culture, le cose. Ho cominciato indagando il rapporto tra me e mia moglie: abbiamo preso i nostri abiti di matrimonio, ci siamo messi due gabbie in testa e abbiamo ballato la canzone del nostro matrimonio per vedere se ci conosciamo veramente. Poi ho voluto affrontare il rapporto tra culture: sono andato a Shangai dove ho fatto una manifestazione radunando ottantotto giovani per capire come vivono la tradizione cinese. Alla Biennale di Mosca ho voluto confrontarmi col potere: eravamo otto persone vestite con gabbie e piatti da batteria davanti alla Piazza rossa. quando suonavamo il verde tutti entravano e quando suonavamo il rosso nessuno entrava. Era una personificazione del semaforo. Poi ho indagato il rapporto con il paesaggio: per un museo fuori New York, nell’Hudson Valley, avevo fatto una performance in cui giravo con una bicicletta con dietro una gabbia, ed era il modo di relazionarmi col paesaggio. E due mesi fa, al museo Vestfossen Kunstlaboratorium di Oslo ho indagato la relazione tra gli oggetti: ho costruito un enorme flusso di 15 metri lungo le scale del Museo fatto di corde e tantissimi oggetti di uso quotidiano facendoli risuonare come fossero tanti strumenti musicali. Io ero il direttore e musicista.

Recentemente hai fatto una performance a Palermo all’inaugurazione di Manifesta 12.
Trap for the minds: di fronte a uno specchio mi sono messo trenta maschere una sopra l’altra fino a che non potevo assolutamente più vedere. L’avevo fatta anche a New York e a Houston.

A questi lavori è dedicato il libro Performance 2006-2016, e poi…
E poi il mio ultimo libro Solo, appena uscito, pubblicato da AmC Collezione Coppola, curato da Catherine de Zegher curatrice del Moma di New York, con una sua intervista sul mio lavoro.

Infine, la performance che hai fatto qui al Camec all’inaugurazione della mostra?
La mia ossessione è se esiste o no questo Fantastic Planet. Quindi ho scritto uno spartito musicale e un testo che i musicisti del Conservatorio hanno suonato con il soprano Felicita Brusoni che intervallava queste musiche con dei suoni di voce per capire se questo pianeta esiste o no.

Se dovessi dunque in estrema sintesi definire la tua ricerca, dalla performance a questa mostra?
Direi che sono un cacciatore di relazioni.

Emanuele Magri

Andrea Bianconi, Fantastic Planet – ph Enrico Amici

Andrea Bianconi, Fantastic Planet – ph Enrico Amici

Andrea Bianconi, Fantastic Planet – ph Enrico Amici

Andrea Bianconi, Fantastic Planet – ph Enrico Amici

Andrea Bianconi, Fantastic Planet – ph Enrico Amici




Manifesta 12 Palermo. La Biennale Nomade Europea

Il primo luogo ideale per Manifesta 12 –Il Giardino Planetario/Coltivare la Coesistenza-, la Biennale Nomade Europea che fino all’inizio di novembre porterà l’arte contemporanea in ogni angolo di Palermo, è l’Orto Botanico, nato per coltivare, studiare, sperimentare, mescolare e raccogliere specie diverse.

Qui le opere dialogano perfettamente col contesto come nel caso del video di Zheng Bo Pteridophilia in cui vediamo dei giovani nella foresta di Taiwan che instaurano un rapporto talmente intimo con la natura, ne sentono il profumo, la fragranza, la morbidezza che fanno l’amore con le piante stesse.

Ma anche i palazzi storici offrono sfondi suggestivi con i loro affreschi, i soffitti squarciati, le opere fondamentali della storia dell’arte come i teatrini in stucco di Giacomo Serpotta nell’oratorio di San Lorenzo con l’opera di Nora Turato.

I lavori degli artisti vertono in gran parte sul problema della migrazione.  Grande prevalenza di video. In alcuni si parla molto, in altri, vedi Unendig Lightning di Cristina Lucas alla Casa del Mutilato, bastano le immagini delle migliaia di bombardamenti sulla cartina del mondo e le immagini delle loro conseguenze per inchiodare lo spettatore alla proiezione. E tante opere con tecniche diverse.  Con approcci differenti.

A Palazzo Butera, su carta da parati, il collettivo Fallen Fruit illustra con Theatre of the Sun, a vivaci colori, i frutti provenienti da tante parti del mondo con annessa Public Fruit Map di Palermo.

E sempre a Palazzo Butera Maria Theresa Alves presenta una composizione di piastrelle che riportano l’immagine di un giardino con pappagalli brasiliani, fichi d’India, alberi di Jacaranda, simboli di libertà di movimento di semi e animali anche a Palermo con Una proposta di sincretismo (questa volta senza genocidio).

A Palazzo Ajutamicristo Filippo Minelli nell’azione Across the Border (2010) ha chiesto a persone di Paesi che hanno a che fare col problema della migrazione di cucire e interpretare liberamente 30 bandiere.

Chimirenga, rivista e piattaforma per lo sviluppo di attività editoriali, un progetto fondato nel 2002 a Città del Capo, si installa vicino al teatro Verdi e lavora al prossimo numero speciale mettendosi in relazione con gli astanti.

Al Palazzo Forcella de Seta Patricia Kaersenhout con The Soul of Salt presenta una montagna di sale rifacendosi alla leggenda per cui gli schiavi africani non mangiavano sale per essere abbastanza leggeri da poter tornare in Africa volando. Chi vuole può portare via una manciata di sale per sciogliere nell’acqua sale e dolori.

Alla bellissima Chiesa di S. Maria dello Spasimo, senza tetto, per cui entrando si pensa a un bombardamento, mentre ci si informa che non è mai stata finita, il collettivo inglese Cooking Sections predispone un’installazione di mattoni che proteggono in modo naturale la crescita di piante da frutto.

A palazzo Costantino i Masbedo piazzano Videomobile, un vecchio furgone che dopo aver percorso i luoghi del cinema in Sicilia diventa una installazione con monitor e schermi per un pubblico interessatissimo all’evento e all’Archivio di Stato un celebratissimo video Protocol no. 90/6 con un pupo simbolo dell’artista ispirato a De Seta. (fig 8a)

Marinella Senatore organizza, dalla chiesa dei SS. Euno e Giuliano, una Processione per coinvolgere la popolazione invitando tutti a incontrarsi e interagire, dilettanti e professionisti. Palermo Procession, è una performance urbana e una installazione multimediale con tanto di banda musicale, majorette di Capaci, i bambini del  quartiere Ballarò e stendardi.

Ma anche Matilde Cassani invade il centro storico con cannoni che sparano foglietti coloratissimi. (fig 10)

Al Teatro Massimo Bintou Were, a Sahel Opera, realizzata in Africa e cantata, danzata, urlata e vissuta da artisti africani racconta di giovani che vogliono tentare, con l’aiuto di uno Smuggler (un contrabbandier) di superare il confine tra Nord Africa e Melilla, Spagna.

Tra i Collateral Events, sempre al Teatro Massimo, il collettivo russo AES+F con Mare Mediterraneum, affronta ironicamente il problema con delle composizioni di statuette in porcellana nello stile rococò caro alle classi borghesi di non molto tempo fa in cui giovanetti aitanti della buona borghesia accolgono sui loro natanti dei ragazzi e ragazze dalla pelle nera. Un tema drammatico trattato con la nonchalance tipica degli inconsapevoli.

Si integra perfettamente nello splendido archivio comunale l’opera di ricerca archivistica di Eva Frapiccini ” il pensiero che non diventa azione  avvelena l’anima” a cura di Connecting Cultures e Isole. “Ideato nel 2014, nell’ambito di un progetto espositivo sul tema della legalità, presso il Tribunale di Palermo, il lavoro di Frapiccini prosegue oggi con una seconda residenza nel capoluogo siciliano per portare a termine la sua indagine sulle vittime e i protagonisti delle guerre di mafia”.

E ancora, alla Zisa due eventi importanti: allo ZAC Zona Arti Contemporanee la mostra Resignifications con circa centocinquanta opere di quarantaquattro artisti contemporanei internazionali, fotografie, sculture, dipinti e video e sei opere d’arte antica, sculture policrome raffiguranti Mori, provenienti dalla collezione Acton di Villa La Pietra a Firenze.

E al Centro Internazionale di fotografia diretto da Letizia Battaglia gli artisti di Alterazioni Video presentano Incompiuto: La nascita di uno Stile, Atlante fotografico delle opere incompiute insieme al collettivo di ricerca e progettazione architettonica Fosbury Architetture.

Ma i luoghi e gli eventi sono talmente tanti, infiniti che sarebbe un elenco lunghissimo. Di sicuro vale la pena visitare Palermo in questi mesi sia per i luoghi storici canonici che per tutti i palazzi, le chiese, le opere aperte per l’occasione.

Emanuele Magri

Zheng Bo, Pteridophilia, 2016-ongoing, video

Nora Turato, i’m happy to own my implicit biases (malo mrkva, malo batina), 2018 Performance, tecnica mista

Cristina Lucas, Unending Lightning, 2015-ongoing, video installation

Filippo Minelli, Across the Border, 2010-ongoing, mixed media, performance

Masbedo, Videomobile, 2018, multimedia installation

Matilde Cassani, Tutto, 2018, mixed media installation, performance

AES+F, Mare Mediterraneum, 2018, hand painted porcelain




Gohar Dashti. Fragile, handle with care

La galleria Officine dell’Immagine presenta Fragile, handle with care, terza personale dedicata a Gohar Dashti (Ahvaz, Iran – 1980) dall’8 febbraio al 24 marzo 2018 a cura di Silvia Cirelli.

Il fascino che esercitano su di noi gli estremi contrasti della società iraniana fa si che guardiamo sempre con grande interesse agli artisti provenienti da quella nazione. Da una parte si parla di grande fervore culturale a Teheran e dall’altra il peso di una situazione politica in cui la teocrazia al potere non corrisponde alle esigenze di rinnovamento della popolazione. Dalla rivoluzione Khomeinista del 1979 che scalza i tentativi di occidentalizzazione dello Scia’ passando attraverso gli otto anni di guerra con l’Iraq tra il 1980 e il 1988 col tentativo di Saddam Hussein di controllare il petrolio iraniano, e poi i vari tira e molla tra la primavera di Teheran del 1997 con Khatami e poi Ahmadinejad nel 2009 e ora con Rouhani che tenta di frenare la crisi economica e, con l’accordo del 2015 sul programma nucleare, tenta di normalizzare la situazione con l’occidente, per non parlare poi di burocrazia, malaffare, corruzione, banche ecc,  salvo poi intervenire nella vicenda un imprevisto Trump, tutto ci porta a vedere quel mondo come sospeso in un limbo che così bene hanno immortalato gli artisti che conosciamo.

La fotografia di Gohar Dashti è sempre una messa in scena che serve a creare questo senso di sospensione. Il ricordo va a quelle figure in spazi desertici che erano alla base del progetto Iran Untitled del 2013 o di Stateless del 2014-15. Gruppi di ragazzini compressi in una vasca da bagno, gruppi di persone con valigie in attesa di un viaggio sconosciuto, un gruppo di ragazzi distesi su un materasso sempre nel nulla, o grandi solitudini, di una madre con bambina o due innamorati con i loro mobili sulla strada, o due uomini che trascinano faticosamente una pianta.  Qui, nella serie Home (2017) siamo dentro a case abbandonate nelle quali l’artista è intervenuta disseminandole di terra e vegetazione. Le case sono abitate non più dall’uomo ma dalla natura. Quindi da una parte abbiamo il senso dell’abbandono, dall’altra, vedendo la foto dei suoi assistenti che preparano la foto riempiendo lo spazio di piantine, erba, fiori, abbiamo il senso della rinascita, del ridare vita a un luogo terribilmente solitario. E non è la sensazione che  abbiamo guardando le immagini di Angkor Wat in Cambogia dove la natura fagocita i templi buddisti liberati poi dagli archeologi che hanno riportato alla luce quelle costruzioni. Perché qui c’è l’uomo che dà alla natura lo spazio da abitare, la invita a prendere il suo posto, la ospita e le dà il benvenuto.

Se nelle opere precedenti il discorso era molto incentrato sull’Iran con i suoi terribili problemi di guerre e conflitti interni qui si fa più universale. Potremmo essere in qualunque posto del mondo perché tutti siamo in sospeso in un mondo che non ha punti di riferimento.

Dopo aver esposto in vari Musei internazionali come il Mori Art Museum di Tokyo, la Kadist Art Foundation di Parigi, il Museum of Fine Arts di Boston, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museum of Contemporary Photography di Chicago e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Gohar Dashti sposta, qui, la sua attenzione dalle tematiche socioculturali e identitarie inerenti alla realtà iraniana a una visione di un mondo disastrato. In questo caso il senso di sradicamento diventa letterale, le piante sradicate dal loro habitat vengono ad abitare spazi che sono, a loro, estranei. E nell’opera home#8 sembra quasi che l’artista voglia sottolineare il contrasto tra la natura che si intravede fuori dalla finestra posta in posizione centrale e quella che si trova sul pavimento all’interno della casa.

Nel progetto “Still Life”, del 2017, l’artista ripensa l’operazione di cui sopra con un procedimento inverso. Le piante, i fiori, i rami vengono sgretolati, quasi sbriciolati e fotografati per ottenere una composizione astratta di grande equilibrio e armonia. Quindi ancora la natura che serve a ridare un senso all’esistenza.

Infine “Aliens” è una serie di polaroid in cui il flash serve a creare una presenza Aliena tra lo spettatore e la natura che si dilegua al di la del vetro attraverso cui viene vista. Anche qui la magia della tecnica fotografica crea nuove dimensioni del vedere, nuove presenze, nuove prospettive di vita. È come se l’artista volesse ricorrere alla magia per risolvere problemi irrisolvibili.

Info:

Gohar Dashti. Fragile, handle with care
a cura di Silvia Cirelli
8 febbraio – 24 marzo 2018
Officine dell’Immagine
via Via Carlo Vittadini 11
20136 Milano

Gohar Dashti, Serie Stateless,  2014-2015, archival digital pigment print, 80 cm X 120 cm edizione di 10 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

Gohar Dashti, Serie Home,  2017, Archival digital pigment print, 80 x 120 cm, edizione di 10, 50 x 75 cm, edizione di 15 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

Gohar Dashti, Serie Still Life, 2017, Archival digital pigment print, Fotogrammi b&n, 120 x 120 cm, Fotogrammi cianotipia, 120 x 97 cm Edizione di 10 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

Gohar Dashti, Serie Home,  2017, Archival digital pigment print, 80 x 120 cm, edizione di 10, 50 x 75 cm, edizione di 15 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano




Cédric Dasesson. LEVEL

Sono tanti i riferimenti alla storia dell’arte e alla nostra esperienza personale evocati dalle fotografie dell’artista cagliaritano Cédric Dasesson. Nella mostra alla galleria The AB Factory, bello spazio giovane ma già dall’interessante programma,  e nell’accurato catalogo le foto sono articolate in tre nuclei, tre livelli che declinano tre approcci diversi, tre sguardi sul mare in cui il dato visivo diventa quasi epistemologico:  Level 1 Above sea, Level 2 Sea Level, Level 3 Under Sea, cioè fotografie  sopra-alla superficie-sotto il mare. Persino la modalità della scritta LEVEL rimanda alla simmetria dei tre livelli, in cui la V è l’asse tra e in cui si rispecchiano gli altri due.

Innanzitutto, che mare è? Ultimamente abbiamo visto molti lavori in cui il mare è trasformato dall’uomo in elemento drammatico: il mare avvelenato da sostanze chimiche e da plastiche ricorrente nelle ultime Biennali o tramite di commerci di schiavi in molti lavori contemporanei. È l’attualizzazione di un mare che nella storia dell’arte ha già visto tragedie: dalle infinite battaglie navali di Claude Lorrain a La zattera della Medusa di Gericault. Ma non è quello drammatico il mare di Dasesson. All’opposto, c’è il mare edonistico, quello dei corpi ostentati, del consumo di sole e sabbia. Un mare recente, dal secondo dopoguerra, immortalato da alcuni iperrealisti. Ma nemmeno questo è il mare di Dasesson.

C’è il mare come specchio del sentire umano. Il mare in tempesta, il mare mosso, il tumulto delle onde, lo sciabordio, il mare piatto, ogni movimento e stato del mare diventa metafora dei nostri sentimenti. È il filone del romanticismo: di Frederich che guardando il mare di nebbia guarda nel profondo di se stesso, che Dasesson sembra citare nella fotografia di apertura del catalogo e in altre con figure di spalle. O di Turner che si fa legare all’albero della nave per affrontare da dentro e poi dipingere il turbinio delle bufere marine, così come Dasesson si arrampica su un dirupo rischiando di essere portato via dalle onde. O, tornando più indietro, dell’armonia e perfezione del mare piatto appena increspato della Nascita di Venere di Botticelli ricordata da Level One 10, con la donna che da dietro si staglia tra cielo e mare.

Il mare di Dasesson sembra essere un altro mare. Un mare ritratto con l’affinato controllo dell’inquadratura, della luminosità, del colore digitale, ma che rilegge panorami e primi piani con sensibilità ed effetti quasi metaforici, a partire dalla articolazione dei tre livelli. Metafora psicanalitica: guardare il cielo in Level 1 Above sea come Super Io, stare a livello del mare in Level 2 Sea Level come stare nell’Io, esplorare la profondità del mare in Level 3 Under Sea come esplorare l’Es. O metafora filosofica e epistemologica, dal distacco quasi scientifico dello sguardo dall’alto in Level 1 Above sea all’avvicinamento in Level 2 Sea Level

Guardando il Sea Level il rapporto che ha Dasesson col mare sembrerebbe un rapporto di questo tipo, filosofico, cioè, possiamo anche dire, che Dasesson guarda il mare come il filosofo guarda la realtà, il mondo, col distacco critico da una parte e la partecipazione emotiva dall’altra. La faccenda dei Livelli è proprio un discorso che riguarda il modo di guardare il mondo, o, se vogliamo, l’uomo. Da dentro. Dal buio delle profondità marine si passa alle onde di superficie e su fino al biancore dell’aria. L’analisi di uno schizzo di acqua che finisce in una goccia sospesa nell’aria, un contro sole accecante, un equipaggio sfocato, visto dall’acqua che cresce fino a nascondere parte della barca, una composizione in cui mare azzurro, roccia bruna e biancore dell’aria si dividono lo spazio in maniera mondrianea secondo il peso dei colori.

Quando Dasesson guarda dall’alto, Above sea, crea composizioni astratte con le strisce di verde della vegetazione, di bianca sabbia, di azzurro mare. In alcuni casi è il taglio obliquo che interpreta l’astrazione, con le strisce della sabbia, della spuma, dell’onda, e del chiarore sul mare in lontananza. Oppure un biancore diffuso che sfuma nell’azzurro che si identifica come spiaggia per via di una micro figurina posta su un angolo in basso della composizione. Insomma come per i pittori astratti crea un discorso di equilibri, di sfumature, di impercettibili passaggi di tonalità e gradazioni di colori.

Under sea è il livello più suggestivo, le figure che si muovono nell’acqua come fantasmi, come figure ondulanti, tremolanti che incedono in uno spazio altro, la figura umana qui perde consistenza, si liquefa, penetra a capofitto verso la profondità del fondale, una figura giace sotto il pelo dell’acqua come a segnare il confine tra i due mondi, della limpida acqua sotto e la nuvolaglia sfocata sopra. E, quasi come manifesto di tutto ciò, una mano distesa verso la sua rifrazione per cercare un contatto appunto tra i due mondi. Insomma, molto semplicemente, chi vive in un paese di mare ha col mare un rapporto particolare che non è quello di chi arriva da fuori e lo vede per la prima volta. Ovviamente un artista che vive in un posto di mare e lo vede con la profondità che gli è propria, con la capacità di vedere quello che gli altri non vedono, è in grado di farci vivere qualcosa che ci sfuggiva.

Abbiamo intervistato Andrea Concas, fondatore di Art Backers, che in collaborazione con The AB Factory  presenta la mostra  LEVEL di CÉDRIC DASESSON per farci spiegare come è nata Art Backers.

AB: Provengo da anni di esperienza lavorativa dove mi sono sempre occupato di allestimenti museali, mostre, marketing culturale ed editoriale per enti pubblici e privati. Sin da bambino ho “girato” tra pinacoteche, musei, collezioni e mostre, dove ho avuto la fortuna, poi professionale, di toccare con mano opere di grandi artisti come Picasso, Renoir, Caillebotte.  Molto presto, mosso da una grande passione, ho iniziato a collezionare multipli d’arte mentre ricordo, con grande emozione, la prima opera un multiplo di Joan Mirò, con firma autografa dell’artista posta a matita in basso a destra della serigrafia. La passione per la collezione è stata per me la chiave d’accesso in un mondo che mi ha subito affascinato, così tanto che, nel 2016, ho deciso di dare nuovo corso alla mia vita lavorativa e fondare Art Backers, una start up innovativa artigiana, che opera nel settore dell’arte e della cultura, a supporto degli artisti e favorendo la produzione di opere e multipli d’arte.

Il nome stesso della start up, Art Backers, non a caso, significa sostenere l’arte e supportare gli artisti, infatti li aiutiamo nella produzione, nella promozione, per il supporto legale, la comunicazione e il marketing. Art Backer interviene inoltre anche come editore d’arte e a supporto delle attività dei collezionisti, dei musei, delle raccolte bancarie e degli Enti Pubblici. Punto qualificato sui cui stiamo inoltre operando, con un folto gruppo di professionisti, riguarda la tutela del diritto d’autore, un progetto ambizioso di respiro internazionale. A sostegno dell’arte e dei multipli, è stata inaugurata la prima galleria a Cagliari, The AB Factory, che rispecchia l’idea di sostenere gli artisti offrendo loro un Creative Space dove ospitare eventi, corsi e workshop, e una Print House in cui invitiamo gli artisti selezionati a lavorare e realizzare multipli in edizione limitata.

Cagliari è stata il punto di partenza che ci ha dato molte soddisfazioni, superando le cinquemila visite in galleria; su questa esperienza, nel 2018, avvieremo la creazione di una rete di Gallerie d’Arte “The AB Gallery” nelle maggiori città italiane ed europee.

Il nostro team lavora con artisti emergenti e affermati per offrire, a collezionisti o semplici appassionati d’arte, attenzione e qualità nella selezione delle opere; dopo l’entusiasmante group show d’inaugurazione della galleria “Multi Street Art”, dove abbiamo presentato per la prima volta in Sardegna grandi street artist internazionali tra cui Banksy, sono seguite altre mostre e occasioni d’incontro mentre è in corso la prima personale fotografica in Italia di Cédric Dasesson intitolata: Level.

Abbiamo cominciato a collaborare con Cédric lo scorso anno con la sua prima opera in Limited Edition di Art Backers e successivamente si è “naturalmente” imposto nei nostri programmi espositivi. Cédric Dasesson esplora il tema del paesaggio marino che vediamo sulle pareti della galleria rielaborato su tre livelli conoscitivi: sott’acqua, in superficie e in alto. Scegliere di produrre la sua prima mostra in Italia non è stata una decisione particolarmente difficile grazie alla qualità del suo lavoro e all’assoluto rigore compositivo che lo rende un giovane interprete raffinato di “immaginari collettivi”. La mostra resterà allestita a Cagliari come previsto fino al 31 gennaio 2018 prossimo, ma vista la grande affluenza è possibile che decideremo di prorogarla, per poi iniziare un tour per altre sedi prestigiose europee.

Cédric Dasesson, LEVEL Above Sea, 2017

Cédric Dasesson, LEVEL Sea Level,  2017

Cédric Dasesson, LEVEL Sea Level,  2017

Cédric Dasesson, LEVEL Under Sea, 2017




Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate

La conoscenza del passato genera la nascita di nuove
idee e crea nuove forme di bellezza.” Antonio Ratti

La mostra Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate si ricorda per più di un motivo. Entrati in Palazzo Te si è accolti dalle importanti installazioni di Yona Friedman nel Cortile d’Onore, Exposition Sans Titre, (2017) Anelli, e nell’Esedra da quella di Richard Nonas, ICE; and after the ice, (2017) 120 lastre in granito, e ancora da quella di Matt Mullican Untitled (7 Signs with City Chart), (1992), 7 parti, pietra calcarea e gesso e ancora Liliana Moro nel Grotto Senza Titolo, (2017) suono, casse acustiche, cd. Indimenticabile la navata a capriate delle Fruttiere dominata dall’opera di Renée Green, Space Poem #6 (Tracing) : una serie di bandiere con i nomi di famosi giardini scomparsi. Una installazione estremamente suggestiva che ci rimanda a paesaggi ormai solo immaginabili con la nostra fantasia. Sotto, una lunga tavolata coperta di seta colorata coperta di testi che parlano di artisti e di mostre e ai lati una lunga sequenza di stoffe antiche e contemporanee.

E appena entrati ecco l’autobiografia in forma di poesia visionaria e fantastica, accostata a uno dei capolavori cachemire, lo scialle «Denderah», e a uno specchio di Gerhard Richter. Il sapersi vedere nel Passato, Presente, Futuro, il saper guardare avanti ma anche indietro alla storia, alla complessità del tempo e dello spazio. “HOMO FABER – HOMO POETICUS” dice nel testo “IL RAPPORTO TRA IMPRESA E CULTURA NELLA STORIA DI ANTONIO RATTI”  Stefano Baia Curioni parlando delle “Due posizioni funzionalmente simili – quella dell’imprenditore e dell’artista – di rivoluzionari e sperimentatori, separate però da una radicale antitesi ideologica”. E che dire dell’opera di Luigi Ontani nell’Ala Napoleonica Mostri comaschi su astr, (1989), China e acquarello su carta e cotone stampato, che oltre al gioco di parole gioca tra l’opera e la sua stampa su cotone che le fa da sfondo. Ci sono poi i video delle performance che si sono succedute nel tempo alla Fondazione, come quella del 2015 di Yvonne Rainer, The Concept of Dust, perché, nata nel 1985,  la Fondazione Antonio Ratti si pone come strumento di promozione e divulgazione culturale, istituendo poi il Museo Studio del Tessuto e promuovendo poi il Corso Superiore di Disegno e il  Corso Superiore di Arti Visive, ora CSAV-Artists Research Laboratory, dove hanno lavorato artisti internazionali e importanti esponenti dell’arte contemporanea come appunto Yvonne Rainer, una delle maestre della danza contemporanea internazionale. In occasione della sua partecipazione quale visiting professor al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti, Hans Haacke, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1993, ha allestito la sua personale presso l’ex chiesa di San Francesco a Como, composta da tre lavori: Wide White Flow (1967), The population meets St. Francis (una serie di fotografie dal progetto Der Bevölkerung) e un lavoro site specific dedicato all’Italia Once Upon a time (2011-2). Non mancano i capisaldi dell’arte concettuale, Paolini e Kosuth. E ancora Walid Raad, The Atlas Group (1989-2004), 2009, Susan Hiller, Psi Girls, 1999, Matt Mullican, The Meaning of Things, 2013, Tacita Dean, Craneway Event, 2014, John Armleder, L’esperienza inevitabile del motoscafo botanico (1996), Richard Nonas, Mappa Mundi (2003), Jimmie Durham, Stones rejected by the builder (2004), Alfredo Jaar, Estetica della Resistenza (2005), Joan Jonas, The Hand Reverts to its Movement (2007), e così via.

L’esposizione, prodotta e realizzata dal Comune di Mantova, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te, dal Museo Civico di Palazzo Te e dalla Fondazione Antonio Ratti, è curata da Lorenzo Benedetti, Annie Ratti e Maddalena Terragni.

Info:

Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate
1 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018
Palazzo Te
Viale Te 13 Mantova

Yvonne Rainer, The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move?, 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer,  Keith Sabado e David Thomson.  Foto: Moira Ricci

Renée Green, Tracing, 2016, Spazio Culturale Antonio Ratti, Ex Chiesa San Francesco, Como.  Courtesy of the artist and Free Agent Media Foto: Agostino Osio

Joseph Kosuth; Norme e Significati, 1995 Installation view, Fondazione Antonio Ratti, Como 1996

Giulio Paolini, L’opera autentica, 2002 Installation view, Fondazione Antonio Ratti, Como 2003