Dave Swensen. From Above

Abbiamo intervistato l’artista americano Dave Swensen, attualmente in mostra alla Galleria Ramo di Como con “From Above” (naturalmente sospesa vista l’emergenza sanitaria globale). Dave Swensen si trova per la prima volta coinvolto in una mostra personale in Europa. È pittore e scultore autodidatta e lavora nel suo studio concentrandosi su concetti e forme minimaliste.

Federica Fiumelli:Il tuo lavoro si muove delicatamente tra pittura e scultura. Come è avvenuta la tua formazione da autodidatta?
Dave Swensen: Non sono cresciuto studiando arte. Non sono andato alla scuola d’arte ma ho sempre avuto un forte interesse. Quando ero adolescente cercavo gli artisti nei libri e ascoltavo interviste in cui discutevano del loro lavoro. Ho imparato strada facendo. Ho continuato a sperimentare finché non ho trovato qualcosa di affine alla mia ricerca.
L’atto di utilizzare due medium avviene costantemente. All’inizio della mia carriera volevo diventare un pittore. Avevo una grande passione per la pittura, ma non ho mai pensato di esprime al meglio le mie idee unicamente con l’atto pittorico. Il bisogno di creare mi ha spinto verso la scultura e altri medium. Più tardi ho iniziato a intrecciare le due pratiche (pittorica e scultorea) insieme.

“From Above” è il titolo della tua prima personale europea alla Galleria Ramo di Como, ci puoi raccontare com’è nato il progetto?
Per questa mostra ho voluto realizzare tutte opere nuove. Ho trascorso molto tempo a pensare alla mia pratica artistica e ai mezzi utilizzati. Molte delle opere hanno superfici lisce e colori scuri e corposi. Dopo aver creato le opere, sono emersi due temi: quasi tutte sono diventate una specie di mappa topografica. Ogni pezzo sembra avere una superficie dedicata all’epidermide terrestre o acquatica o all’interpretazione spaziale. Ironia della sorte, secondo il mio pensiero, “From Above” non riguarda le opere stesse, ma piuttosto l’atto di un “fare dall’alto”, una modalità creativa. Trovarsi al di sopra di un’opera d’arte – osservarla, raffinarla per poi completarla. Si tratta di essere un artista e di concludere qualcosa che si ama.

Ho letto il tuo pensiero sul minimalismo che recita così: Riflette e realizza un concetto dellartista nei termini più semplici. Partendo dal nulla e avanzando lentamente verso un’idea”. Come ti sei avvicinato a questa modalità?
Penso di essere diventato meno temerario con l’avanzare dell’età. Magari ancora per qualche anno farò il contrario. Voglio godermi di più le cose e voglio essere sicuro di consentire ai miei concetti di evolversi naturalmente. Ci vuole disciplina per rallentare e capire davvero perchè si stanno facendo certe scelte. A volte, permetto ancora all’impulso di prendere il sopravvento. Penso che sia importante, ma voglio essere il più cosciente possibile durante il processo di creazione. Voglio sentirlo e voglio godermelo. In questo modo sono in grado di osservare più attentamente ed essere più costante nel mio approccio. Così creo opere più “forti” che mi fanno impiegare più tempo nell’atto di creazione.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea? Noti differenze tra l’America e l’Europa?
Ho trovato molti artisti sia degli Stati Uniti che dell’Europa affini alla mia pratica. Negli Stati Uniti centrali, dove mi trovo, non mi sono mai sentito veramente adatto. Penso che la scena dell’arte contemporanea qui sia ancora in crescita. Ogni artista sogna di esibire le proprie opere in un determinato luogo o contesto espositivo. L’Europa è bellissima e con una ricca storia dell’arte. Immagino sia per questo che ne sono così attratto. Sento l’importanza di quella storia ed è importante quando ho l’occasione di visitarla. Ho sempre voluto farne parte.

Hai un interessante progetto su Instagram che si chiama “Closed Windows / No Entry” – un autentico spazio dove presenti il lavoro di differenti artisti. Che rapporto hai con i social? Ritieni possano essere a tutti gli effetti degli spazi digitali espositivi?
Ricordo molti anni di lavoro via email. Un processo estenuante e molto lento. L’uso dei social media ti consente di entrare a far parte di una community di gallerie, artisti, curatori e appassionati d’arte in modo rapido ed efficiente. Per me creare queste connessioni e amicizie è stato davvero stimolante.
Con “Closed Windows / No Entry” ho voluto promuovere gli artisti che amo. Mescolo intenzionalmente artisti nuovi e più conosciuti per cercare di abbattere alcune barriere che artisti più giovani ed emergenti sentono all’inizio. Finora è stata una bella esperienza e mi ha permesso di incontrare persone fantastiche che non avrei potuto conoscere altrimenti.
Gli spazi digitali stanno diventando sempre più una realtà in questi giorni. Ho avuto il piacere di lavorare con ARTLAND – ed è stato bello vedere come fotografano una galleria per la loro applicazione 3D. Sarà sempre necessario che le persone vedano l’arte di persona perché è il modo migliore per viverla. Tuttavia, l’utilizzo di strumenti online per conoscere l’arte e altri artisti è qualcosa di molto positivo per tutti noi.

In questo momento il mondo sta attraversando una pandemia globale, a seguito della diffusione del coronavirus, ti immagini che impatto potrà avere? (anche in ambito artistico)
Ciò che sta accadendo in tutto il mondo a causa del Coronavirus è spaventoso. Ognuno sta cercando di adattarsi. L’impatto sarà grande e speriamo di poter imparare dagli errori e migliorare se qualcosa di simile dovesse ripetersi. Gli artisti sono influenzati proprio come molti proprietari di piccole imprese. Questa situazione può anche aiutare a diventare più creativi in modi che non avremo mai pensato prima. Ad esempio: essere più presenti online come comunità artistica e continuare a condividere. È importante mantenersi ottimisti e sostenersi il più possibile.

 Nel tempo libero che letture fai? Hai qualche libro da suggerirci? (O film)
Sono spesso impegnato con la mia famiglia e lo studio. Non ho tempo per leggere quanto vorrei. Mi piace scoprire il lavoro di altri artisti e mostre in tutto il mondo attraverso le notizie. Sono così tante le persone stimolanti che creano costantemente. È molto interessante vedere che c’è sempre qualcosa di nuovo.
La musica riempie gran parte delle mie giornate; ascolto sempre qualcosa. La TV, la musica e i film mi fanno sempre compagnia. Tendo ad essere attratto da argomenti oscuri e condivisibili. Le narrazioni che ci riguardano, i dibattiti, sono divertenti perché li puoi vivere davvero.

Info:

www.galleriaramo.com

Dave Swensen, Repeater, 2019 – Ph. Courtesy the artist

Dave Swensen, Endless Waves, 2019 – Ph. Courtesy the artist

Dave Swensen, Downpour, 2019 – Ph. Courtesy the artist




3 Body Configurations

In un momento storico dove si parla di body shaming, si teorizza lo xenofemmismo e l’immagine del sé viene continuamente interrogata e violata attraverso la bulimia digitale dei social ha un grande valore riflettere sul senso della propria identità (sempre più fluida e obliqua) e quindi sul proprio corpo e sulle relazioni che intercorrono tra noi e il mondo.

In questa riflessione, dove parole e pensieri confusi spesso si sprecano arrecando danni all’informazione, l’arte può quantomeno essere un importante stimolo di studio. Esemplare la mostra “3 Body Configurations” a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati alla Fondazione del Monte di Bologna, presentata come uno dei Main Project dell’edizione 2020 di Art City in occasione di Arte Fiera.

3 Body Configurations” si snoda attraverso un secolo di storia, il Novecento, periodo nel quale le artiste donne hanno messo in campo urgenze e ricerche molto impattanti e importanti, Claude Cahun, VALIE EXPORT e Ottonella Mocellin ce lo raccontano in questo percorso espositivo, incontrandosi a distanza di generazioni attraverso l’utilizzo di dispositivi extra artistici quali il corpo, la fotografia e la performance. La mostra non deve essere letta unicamente secondo un contesto femminista, ma come manifesto universale e silenzioso che ci indica possibili modi di intendere l’Io e l’altro da noi.

La mostra offre la possibilità di vedere per la prima volta in Italia un’attenta selezione di opere fotografiche di Claude Cahun (grazie alla collaborazione con Jersey Heritage Collection), un’altrettanto significativa selezione di opere fotografiche di VALIE EXPORT (grazie alla collaborazione con l’Atelier Valie Export e il Museion di Bolzano) e una riproposizione di un progetto fotografico alla fine degli anni Novanta di Ottonella Mocellin (grazie alla collaborazione con la galleria Lia Rumma).

3 Body Configurations” prende spunto dal titolo di un progetto di VALIE EXPORT sviluppato dal 1972 al 1982 e un concetto cardine dal quale si può partire per esperire della mostra è sicuramente l’assunto della filosofa Adriana Cavarero ripreso dal testo che accompagna l’esposizione della filosofa Francesca Rigotti. Dalle opere esposte si può intuire che le donne non hanno un corpo verticale, o quantomeno non lo vogliono più avere, le donne sono inclinate (riprendendo appunto l’espressione contenuta nel testo “Inclinazioni” di Cavarero), stanche di attenersi a una rettitudine etica, le donne si interrogano e si mettono in gioco, sperimentando sé stesse.

Tre domande: Chi sono? Dove sono? Come sono? Le fotografie delle tre artiste in mostra mi hanno tacitamente risposto con numerose possibilità, con dichiarato coraggio.

Claude Cahun (1894), pseudonimo di Lucy Reneé Mathilde Schwob nei suoi numerosi ritratti, travestimenti, scatti si è concepita in maniera autentica e plurima, si è partorita a partire dall’adozione di un altro nome a dimostrarci che la ricerca di un’identità, qualunque essa sia, comincia proprio da noi, da una rivoluzione potente, immaginifica che viene raccontata dalla corposa attività artistica e fotografica condivisa con la compagna Suzanne Malherbe, ribattezzata Marcel Moore. Una coppia che ha lottato non solo contro la censura ma che scegliendo una resistenza attiva ha subito persino l’arresto da parte della Gestapo. A Claude Cahun è stata insignita addirittura la Medaglia d’argento della riconoscenza francese per gli atti di resistenza a Jersey, proprio quell’isola nel Canale della Manica dove si trasferì nel maggio del 1938 assieme a Suzanne e dove nella fotografia la figura umana quasi tendeva a scomparire nella vegetazione – come una dissoluzione – quasi un segno premonitore di quello che di lì a poco avrebbe sancito la Seconda Guerra Mondiale. Di Claude Cahun non ci si può che innamorare, per il suo essere avanti con i tempi, per il suo coraggio, per il suo essere tutto: uomo, donna – bianco, nero – rasata o truccata, nei suoi scatti ritroviamo l’armonia della dicotomia.

Dove sono? VALIE EXPORT (1940) ce lo ha raccontato nel tempo grazie a numerose performance in spazi pubblici, sviluppate in una prospettiva femminista tesa a sottolineare il maschilismo diffuso della società; anch’essa fa parte delle “ribattezzate”, all’anagrafe: Waltraud Lehner decide nel 1970 di creare una fotografia simbolica SMART EXPORT in cui sostituisce il marchio sul noto pacchetto di sigarette austriache (Smart Export) con la propria immagine. È la nascita di una nuova Venere che non ci sta a farsi dipingere, ma al contrario vuole gridare al mondo che il pennello dalla parte del manico ce l’ha lei, iconica la sua immagine con i “pantaloni d’azione” – jeans Mustang con il cavallo tagliato dove tiene in mano una mitragliatrice fissando lo spettatore. Nella serie fotografica Körperkonfigurations (Body Configurations), 1972-1982 – VALIE EXPORT si ritrae in diverse posizioni (non certamente verticali) nello spazio pubblico e architettonico inteso come simbolo della supremazia maschile. La donna prende coscienza della propria identità attraverso lo spazio – e l’artista lo sottolinea andando a relazionarsi con angoli, muri, interstizi – e brevi inserti pittorici rossi o neri – silenziosi ma fisici – applicati sulle stampe di gelatina d’argento.

Come sono? Ottonella Mocellin (1966), cresciuta in un nucleo famigliare numeroso, porta con sé il valore della moltitudine e dalla condivisione e un esempio ne è sicuramente la sua bellissima famiglia attuale, oltre che i suoi lavori condivisi con il compagno e artista Nicola Pellegrini. Mocellin è un’artista trasversale che ama utilizzare diversi medium quali la fotografia, il video, la voce, il testo, il ricamo, il disegno – tutti elementi che vanno a comporre una propria intima narrazione da condividere. Nel progetto fotografico esposto, Mocellin mette in scena il proprio corpo in relazione a differenti possibili racconti, quasi appaiono come frame di film, ci troviamo di fatto in pausa, nel mezzo di un’azione – dinanzi a corpi stesi, sopiti, volutamente e dichiaratamente orizzontali (per tornare ad Adriana Cavarero). Come questi corpi (donne addormentate, svenute, morte) siano è a discrezione dello sguardo dell’osservatore, il quale può immergersi in una quotidianità a cui sente di appartenere.

È nella negazione di una verticalità imposta che quindi il corpo della donna può e deve muoversi verso la propria affermazione – perché non si è mai facilmente inclini alla conquista, è l’inclinazione indagata fin qui a essere una conquista quotidiana.

Info:

3 Body Configurations. Claude Cahun – VALIE EXPORT – Ottonella Mocellin
18 gennaio – 18 aprile 2020
a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati
Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
Via delle Donzelle, 2 Bologna

3 Body Configurations3 Body Configurations, installation view at Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna ph. Alessandro Ruggeri

Claude Cahun, Autoritratto (immagine riflessa nello specchio, giacca a scacchi), 1928 Courtesy Jersey Heritage Collection

VALIE EXPORT, Bedrückung, (Körperkonfiguration), 1972 Courtesy Museion, Bolzano

Ottonella Mocellin, Falling, 1998 courtesy Lia Rumma, Milano




Night Fever: una conversazione con Andrea Mi sulla clubbing culture

Abbiamo intervistato Andrea Mi, dj e docente presso IED e LABA a Firenze, esperto di architettura, clubbing culture, comunicazione e moderatore del ciclo di incontri “My Fever. Suoni e voci della club culture” all’interno della mostra “Night Fever. Designing Club Culture 1960 Today” al Centro Pecci di Prato; una rassegna di quattro incontri “in mostra” per scoprire dalla voce dei protagonisti la storia della Club Culture, coniugando racconti privati a momenti salienti di questo affascinante viaggio.

Hai avuto modo di accompagnare i visitatori attraverso le sale della mostra “Night Fever” negli appuntamenti di “My Fever”. A chi ancora non ha visto l’esposizione come la racconteresti in breve?
Direi che si tratta di una delle più complete e importanti mostre che siano mai state dedicate alla storia e alla cultura dei club. Essendo prodotta da Vitra Design Museum e ADAM – Brussels Design Museum, due delle massime istituzioni internazionali legate al design, assume lo spazio architettonico e il progetto degli arredi, oltre che l’analisi dei contesti urbani, come prospettive privilegiate dalle quali traguardare la storia della club culture. Ecco giustificato il sottotitolo: ‘Designing Club Culture 1960 – Today’. Un altro fattore da considerare è che questa storia è stata scritta partendo da un presupposto, condiviso dallo staff curatoriale capitanato da Jochen Eisenbrand e coadiuvato da Elena Magini, come curatrice associata per la mostra al Centro Pecci: le discoteche sono stati veri e propri epicentri di cultura contemporanea. Hanno messo in discussione i codici prestabiliti del divertimento e hanno permesso di sperimentare stili di vita alternativi attraverso le manifestazioni più d’avanguardia del design, della grafica e della moda.
Assieme a film, fotografie d’epoca, manifesti, abiti e opere d’arte, la mostra propone anche una serie di installazioni luminose e sonore che accompagneranno il visitatore in un viaggio affascinante e pieno di spunti da decifrare. A completare la mostra, Konstantin Grcic e Matthias Singer hanno elaborato un’installazione musicale e luminosa, una silent disco che catapulta i visitatori nella movimentata storia della club culture. Una raccolta selezionata di copertine di dischi, tra cui i disegni di Peter Saville per Factory Records o la copertina programmatica dell’album Nightclubbing di Grace Jones, sottolinea infine le importanti relazioni tra musica e grafica nella storia delle discoteche dagli anni ‘60 a oggi.

Con quali ospiti hai avuto modo di dialogare in questi incontri?
Per accompagnarci nel migliore dei modi verso la chiusura della mostra, con il Centro Pecci abbiamo ideato ‘My Fever’, una rassegna di quattro incontri in mostra per scoprire dalla voce dei protagonisti la storia della club culture. L’idea è stata quella di costruire occasioni di approfondimento tematico ma secondo una modalità dialogica e informale. Ecco perché abbiamo pensato ad una serie di ospiti che ci aiutassero a seguire il percorso espositivo ogni volta con uno sguardo differente. Nel primo incontro ci siamo fatti accompagnare nelle sale della mostra da Simona Faraone, una delle prima donne dj d’Europa, pionieristica animatrice della scena romana dai primi anni ‘90, e Mauro “Boris” Borella, uno dei fondatori e animatori dello storico club Link di Bologna, luogo cruciale per lo sviluppo del clubbing italiano collegato alle scene internazionali. Nel secondo appuntamento, assieme a Mario Pagano abbiamo approfondito i temi legati all’architettura radicale, al design d’avanguardia e ai contesti urbani nei quali i club si sono sviluppati. Poi, con Emanuele ‘Zagor’ Treppiedi ed Elisa Miglionico di Edizioni Zero siamo partiti dalla straordinaria esperienza di ‘Notte Italiana’, un progetto lanciato alla Biennale di Architettura del 2014, per ripercorre la storia del clubbing nostrano e raccontare com’è cambiato il mondo della notte dagli inizi ad oggi. Nell’ultimo degli appuntamenti in mostra, domenica 13 ottobre dalle ore 17:00, avremo come ospiti d’eccezioni la giovane crew di Freaky Deaky, una bella novità nella mappa dei migliori party toscani degli ultimi anni e un vero e proprio veterano del clubbing nazionale come Paolo Kighine, storico resident di club di culto come Duplè, Imperiale, Jaiss, Insomnia. Sarà divertente ripercorrere con loro, che sono giovani, l’excursus storico della mostra. E, infine, chiudere in bellezza con il dj set dello stesso Paolo Kighine. Io ho solo avuto il compito di incalzare questi ospiti, tirare fuori dai loro cilindri ricordi preziosi e gustosissimi aneddoti personali e mediare le domande del pubblico.

Da appassionato, esperto e professionista come definiresti la “club culture” e che importanza ha approfondirla e studiarla? Spesso istituzioni e spazi di vario genere non riservano (purtroppo) tanta attenzione all’argomento.
Dai fili rossi interdisciplinari tessuti in mostra diventa molto chiaro che i club sono stati (e, per certi versi, sono ancora) luoghi fondamentali per l’emersione e la crescita delle subculture. Zone temporaneamente autonome, come le avrebbe definite Hakim Bey, o eterotopie, secondo l’interpretazione cara a Michel Foucault. Oltre agli eventi musicali, per i quali hanno costituito il laboratorio delle nuove tendenze, sono stati la cornice ideale per lo sviluppo delle arti performative e del design, chiamato a rispondere alle necessità di flessibilità dello spazio. Uno spazio, al contempo, fisico quanto immateriale, partecipativo e democratico. I club hanno amplificato alcuni dei movimenti (anche sociali) e delle scuole di moda più radicali e creative, hanno generato un nuovo modo di intendere l’editoria di costume e società, hanno proficuamente intrecciato la propria storia con quella di tanti momenti fondamentali dell’arte più rivoluzionaria e fuori dagli schemi. E non si tratta solo di edonismo, anzi. A ben guardare, dalla mostra emerge una continuità forte quella tra i movimenti di emancipazione rivendicazione sociale e la scena club. “La costruzione dei processi di auto-coscienza e di identità dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche – mi ha detto, in una recente intervista, Jochen Eisenbrand – non sarebbe stato lo stesso senza il fondamentale lavoro fatto da almeno due club nella New York degli anni 70”. E se la Grande Mela, Chicago, Detroit, Berlino e Londra possono essere considerati i punti cardinali di questa storia non è trascurabile il ruolo rivestito da alcune seminali esperienze italiane. Non è stato semplice comprendere un quadro molto articolato, complesso e pieno di interazioni disciplinari ma ora che abbiamo una sufficiente prospettiva storica si moltiplicano le ricerche in ambito universitario, i festival di approfondimento, i film bibliografici di studio e, anche a livello istituzionale si comincia a capire che se l’abbiamo chiamata Cultura del Club qualche ragione ci sarà.

In un contemporaneo vorace e veloce quale immagine di “club” ti porti nel cuore e perché?
Se devo fare riferimento alla mia ‘biografia’ personale dovrei nominartene un bel po’. Provo a restringere il campo a quelli che, oltre ad essere nel bagaglio dei miei più cari ricordi da clubber e dj, credo abbiano dato una svolta sostanziale alla storia italiana del clubbing.
Lo storico Link Project di via Fioravanti a Bologna, nato nel 1994 dallo sgombero dell’Isola nel Kantiere (un altro centro sociale importantissimo), è stato il primo vero e proprio centro di produzione culturale indipendente d’Italia, oltre che il luogo nel quale ho definitivamente cambiato ed espanso il senso che davo alla parola dancefloor.
Il Tenax di Firenze è legato con molti fili diversi alla mia storia. È nato, nel 1981, in una casa del popolo della periferia Nord della città, fortemente voluto da Controradio (emittente con la quale collaboro da quasi trent’anni) come spazio per i concerti e poi evolutosi in club tout court. Averci potuto realizzare il mio party dei desideri, Unnderpop, il mercoledì notte per un paio di anni con ospiti come Kode9, Laurel Halo, Dam Funk, è stato un sogno diventato realtà.
Infine il Kode_1 di Putignano, piccolo comune del barese, con il quale ho avuto il piacere di lavorare dall’inizio alla fine della sua storia, mi ha fatto capire che alcune delle migliori energie oggi si trovano nelle periferie, anche per quanto riguarda la pista da ballo. Leggere il tweet di un accreditato artista internazionale come Throwing Snow, la mattina dopo che aveva suonato nel nostro club davanti a 150 ballerini carichissimi, “Plastic People seems to have been reincarnated in South Italy and is called KODE_1!”, o vedere il sorriso stampato sulla faccia di Ben Ufo, alle prime luci dell’alba, mentre ci chiedeva quando sarebbe potuto tornare a mettere i dischi lì, beh… sono momenti che non riesci a dimenticare facilmente.

Info:

www.centropecci.it

Night FeverNight Fever. Designing Club Culture 1960 – Today
Una mostra di Vitra Design Museum e ADAM – Brussels Design Museum Vista della mostra al Centro Pecci, Prato, 7.06 – 13.10.2019. Foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio

Chen Wei, In the Waves #1 , 2013 © Chen Wei
Courtesy Ota Fine Arts, Shanghai/Singapore/Tokyo

Xenon, New York, 1979
Foto © Bill Bernstein – David Hill Gallery, London

Grace Jones in tema “Reclusione”, Area, New York, 1984 © Volker Hinz

Gruppo UFO, Rifugio notturno per cammelli da soccorso da spiaggia, BambaIssa,1969 Courtesy Gruppo UFO Foto © CarloBachi

Les Bains Douches, Parigi / ​Paris,​ 1990. Design d’interni ​Philippe Starck   Foto ​© Foc Kan




Il Cavallo Kabira e altre storie al Museo Carlo Zauli di Faenza

Abbiamo intervistato Cristina Casadei del museo Carlo Zauli per comprendere a fondo il lavoro collettivo dietro la grande scultura in ceramica il Cavallo Kabira pensato dall’artista Chiara Camoni e costruito attraverso un’azione partecipativa.

Come nasce l’idea del grande cavallo in ceramica nero Kabira e come si è svolta l’azione collettiva e partecipativa?

Kabira nasce dall’idea di Chiara Camoni di confrontarsi con il tema della difficoltà, che lei ha individuato e sintetizzato nella figura del cavallo, con cui ha avuto un personale rapporto intenso quanto complesso.

Kabira era un cavallo bianco.
Ma era anche la mia relazione con l’inconscio che veniva a galla.
Kabira era giù nel campo e su nei miei sogni.
Era la mia incapacità.
La mia determinazione.
La frustrazione.
Era un drago.
Era la paura e l’incanto.
Era il ribaltamento delle convinzioni.”

L’idea parte anche dall’invito a misurarsi con la dimensione del workshop, momento di condivisione di saperi teorici e manuali, che Chiara ha concretizzato in 3 giorni in cui produrre, leggere e discutere insieme:

“Durante il workshop si alterneranno momenti pratici e momenti teorici. Saremo accompagnati da alcuni testi che costituiranno le coordinate all’interno delle quali si svilupperà l’azione delle mani. Dopo le reciproche presentazioni, affronteremo il tema del tabù in arte. Parleremo del soggetto in scultura, delle pratiche collettive e dei saperi condivisi. Dei pieni e dei vuoti, delle zone oscure. Leggeremo brani tratti da “Il maestro ignorante” di Jacques Ranciére, “La scultura lingua morta” di Arturo Martini, “Reincantare il mondo” di Silvia Federici e da altri libri ancora. Lavoreremo con la creta nera proveniente dal Belgio messa a disposizione dal Museo Zauli, conservata nei locali sotterranei. Il lavoro individuale confluirà in un progetto collettivo. Faremo forse un grande cavallo nero.”

Il lavoro nasce quindi da un progetto personale, frutto di un ricordo intenso condiviso fin dai primi momenti del workshop con i partecipanti: le testimonianze e il confronto scaturito lo hanno immediatamente reso un progetto a più teste, e naturalmente a più mani. Ceramiste, artiste, studentesse, amici di passaggio, noi dello staff, tutti abbiamo interpretato le indicazioni tecniche di Chiara, in una serie di azioni semplici e ripetitive da svolgere ascoltando le letture. Impastare la terra, modellarla in piccole forme libere e ripetute, bucare le forme, infilare le forme essiccate in lunghe collane, vestire la struttura di legno con queste collane… Ci siamo trovati in più occasioni in veri e propri rituali collettivi. È stata un’esperienza che ha superato ogni aspettativa di produzione, formazione e condivisione.

L’artista Chiara Camoni ha descritto così l’“operazione Kabira”: “Costruiremo la struttura portante in legno e infileremo in lunghe collane tutti i pezzetti modellati che costituiranno la copertura del corpo. Nato dalla creta scura dei sotterranei, mi immagino ora la presenza di questo cavallo nella stanza dei forni, che guarda verso l’ingresso. Vorrei che questa scultura fosse anche un luogo, che ci si potesse entrare sotto, una specie di capanna.” Come è nato il rapporto tra il museo e l’artista?

Matteo Zauli aveva già lavorato due anni fa con Chiara Camoni nell’ambito di un ciclo di residenze a Montelupo Fiorentino. In quell’occasione aveva realizzato dei vasi a più mani, coinvolgendo studenti ed artigiani, misurandosi allo stesso tempo con le dinamiche produttive della grande bottega, con la quale ha fatto interessanti esperimenti sugli smalti. La sua ricerca, sempre incentrata su contesti relazionali e dinamiche di gruppo ci ha affascinato particolarmente, individuandola come figura ideale per il progetto formativo che da due anni portiamo avanti con AiCC, Associazione Italiana Città della Ceramica, per i ceramisti. Dopo Francesco Simeti, è stata la seconda artista invitata come docente in uno dei nostri workshop, tutti permeati da una visione della ceramica che tiene insieme il fare con il pensare, superando le divisioni fra arte, artigianato e design.

Che rapporto ha il museo con la città di Faenza, i cittadini come accolgono attività partecipative come questa?

Il museo nasce dal laboratorio di Carlo Zauli, artista che ha portato la ceramica, e la sua città, in ambiti internazionali. Ha viaggiato tutto il mondo con le sue opere pur restando legatissimo alla terra di origine, in cui ha sempre vissuto e lavorato. Con questa stesso dualismo il museo si contraddistingue per essere una piccola istituzione di provincia, con la mission principale di portare gli stimoli dell’arte contemporanea internazionale in città. E i faentini percepiscono il museo come un luogo unico sul territorio in cui accadono cose uniche, imperdibili. Come questa.

Che ruolo ha svolo la comunicazione del museo in un progetto come questo? E quanto conta per voi in generale la comunicazione dell’arte e delle vostre attività durante la normale programmazione annuale?

La comunicazione è stata fondamentale per l’adesione dei partecipanti al workshop, che sono stati 16, il massimo previsto, provenienti da tutta Italia, utilizzando i nostri diversi canali. Poi abbiamo cercato il supporto della stampa locale per coinvolgere la città nell’assemblaggio finale, che è infatti diventato quasi un happening, cosí come lo avevamo immaginato. Per coloro che non hanno potuto partecipare abbiamo raccontato tutti gli step attraverso i social network, in particolare con le stories di Instagram.

Anche per noi la comunicazione è diventata fondamentale, oltre che un grande impegno lavorativo. In questo momento cerchiamo un compromesso fra l’esigenza di informare su tutti gli eventi museali e quella di non oberare di notizie chi ci segue!

Trovandoci decentrati rispetto alle traiettorie del contemporaneo italiano la cosa che più ci affascina è il riscontro del pubblico che ci segue da lontano, anche senza essere mai stato qui: la comunicazione contemporanea svolge un ruolo potentissimo sulla diffusione (anche) dell’arte. E con soddisfazione, e anche un po’ di stupore, dobbiamo dire che i contenuti più apprezzati restano sempre quelli dedicati a Carlo Zauli!

Potete anticiparci qualche progetto futuro?

Ci aspetta un autunno fitto di appuntamenti: il secondo workshop con il ceramista più pop d’Italia, ovvero Giorgio di Palma, che invita i partecipanti a realizzare ceramiche di cui non cera bisogno. Avremo nuovi giovani artisti in residenza da Tel Aviv, il nostro festival di musica contemporanea, Ossessioni, quest’anno incentrato su Morton Feldman, una conferenza sulla figura di Guido Gambone e la mostra finale delle residenze 2019. Il 17 ottobre infatti inaugura il momento espositivo che presenta gli esiti del lavoro degli artisti ospiti di questa estate: Giulia Bonora, Arianna Carossa, oltre naturalmente a Chiara. Giulia Bonora ha realizzato sculture con l’antica tecnica del lucignolo, da lei costantemente utilizzata in chiave contemporanea, in un progetto legato ai contenitori e alla raccolta dell’acqua. La residenza è stata per lei anche un momento di approfondimento sulle infinite sfumature dei blu, suo preciso codice cromatico, negli smalti ceramici. Arianna Carossa anche a Faenza ha lavorato proseguendo il suo percorso poetico con cui lega natura e cultura, unendo in inediti assemblaggi resti organici di animali e materiali della tradizione scultorea.  Favi, corna e conchiglie sono quindi entrati nelle sculture modellate con la terra nera del Belgio che lo stesso Carlo Zauli utilizzava per le sue steli monumentali.

Info:

www.museocarlozauli.it

Chiara Camoni il cavallo Kabira

For all the images: Chiara Camoni, Cavallo Kabira, workshop, Museo Carlo Zauli, Faenza, 2019 – Ph. Angela Grigolato Courtesy Museo Carlo Zauli




Guendalina Cerruti. Swan Lake and Swan Dance

Abbiamo intervistato Guendalina Cerruti (1992) giovane artista Italiana di base a Londra. Dopo il diploma in Arti Visive alla NABA di Milano ha conseguito un Master in Scultura alla Royal College of Art di Londra. All’interno del suo lavoro costruisce installazioni, composizioni di oggetti, sculture e immagini. Le cose che abitano la sua pratica e il suo immaginario fanno riferimento al concetto di domestico e di familiare. È stata di recente protagonista della mostra “Swan Lake and The Swan Dance” in collaborazione con l’artista e fidanzata Jaana-Kristiina Alakoski negli spazi di TOAST Project Space a Firenze.

Come definiresti l’essere artista? E che ruolo dovrebbe avere o ha nella società contemporanea oggi?
Sono due domande molto importanti, alle quali mi è difficile rispondere. Se ne potrebbe parlare per ore, perchè in qualche modo forse proprio la ricerca di una risposta a queste due domande definisce l’essere artista e il suo ruolo. Credo che, perchè inseparabile dal concetto materiale e astratto di contemporaneità, per definire l’artista e il suo ruolo oggi bisognerebbe avere un livello di consapevolezza e di comprensione che forse appartiene a chi sta fuori dalla precisa coincidenza temporale. Quindi mi piace pensare che sia importante rimanere in una dimensione di costante ricerca. Partendo da questa riflessione, penso l’artista debba conservare sempre un forte senso di responsabilità verso queste questioni e verso il proprio lavoro, ma anche di libertà.

Quanto reputi sia importante l’ambito della formazione (dalle Università alle Accademie) per un artista? Mi racconti come sono stati i tuoi anni da studentessa? E che differenza hai notato tra Italia ed Estero?
Penso che le università e le accademie abbiano un ruolo importante nella formazione di un artista, principalmente penso rappresentino un tempo prezioso in cui esplorare e comprendere la propria pratica artistica, le motivazioni e il suo linguaggio, all’interno di un contesto di relazioni e conversazioni di grande stimolo intellettuale e personale. Io ho frequentato il triennio di Arti Visive alla NABA a Milano e poi un master in scultura al Royal College of Art di Londra. Sono state esperienze sicuramente diverse, i primi anni alla NABA sono stati anni di scoperta di cosa fosse l’arte contemporanea in tutti i sensi, dove fare i primi esperimenti di linguaggio, dove costruire i primi riferimenti di artisti e opere d’arte contemporanee, e dove iniziare a capire i miei interessi e motivazioni personali. A Londra invece il mio percorso si è concentrato più sull’approfondimento di questi interessi e motivazioni attraverso la ricerca e la pratica quotidiana in studio e il confronto costante con gli altri studenti e professori. Ci sono sicuramente molte differenze tra Italia ed Estero, cosi come tra le diverse singole città. Londra è un luogo in grado di darti una prospettiva ravvicinata sul panorama artistico contemporaneo a livello mondiale. È anche una città con una concentrazione altissima di giovani artisti, curatori, creativi da ogni settore che formano una comunità attiva nella ricerca, conversazione e scambio.

Come ti sei avvicinata all’arte? Hai qualche ricordo?
All’arte come mezzo espressivo forse da sempre, con qualche momento dove era più indirizzata e momenti in cui lo era meno. Ho sempre disegnato e colorato mi hanno affascinato i graffiti e la pittura. Ma ho un ricordo particolare di me da bambina, dove volevo giocare a basket ma non avevo il canestro e ho usato un appendino di quelli in alluminio sottile, piegato a forma di cerchio e poi agganciato alla porta con il suo uncino. Questo ricordo mi piace perchè in un certo senso rappresenta per me la scoperta di un processo creativo diverso da quello del segno diciamo, che ancora oggi fa parte della mia pratica artistica e riesce sempre ad affascinarmi.

Ci racconti com’è nato il progetto “Swan Lake and Swan Dance” ospitato da TOAST Project Space a Firenze? E che tematiche di ricerca affronta?
Swan Lake and Swan Dance nasce dall’incontro con lo spazio fisico di Toast, un gabbiotto portineria con le pareti di vetro, e dalla voglia di sviluppare un elemento specifico di un mio lavoro precedente che raffigurava un cigno fatto con un tovagliolo da ristorante piegato. Lo spazio Toast mi dava l’idea di un display, di dover essere guardato dall’esterno, come ad una composizione di oggetti in una vetrina o la coreografia di un teatrino. All’interno dello spazio ho re-immaginato un lago di cigni attraverso l’uso di materiali e pratiche legate alla dimensione domestica. Piegando tovaglioli, fazzoletti e filo di ferro. Gli elementi presenti nell’istallazione e il loro allestimento si interessano del cigno, del suo valore estetico ed espressivo, così come del valore simbolico nell’immaginario collettivo e nella produzione culturale. L’installazione comprende anche due bacinelle da bucato e due rubinetti, uno che per forma viene anche chiamato a collo di cigno di colore nero e uno argentato con uno stile figurativo dove l’acqua esce dalla bocca del cigno. Il lavoro oltre all’istallazione presenta anche una performance dell’artista Jaana-Kristiina Alakoski che si interessa dei movimenti dei cigni, dei movimenti che nascono dalla loro interazione in particolare in relazione alla manifestazione di affetto, e all’interpretazione della comunicazione animale da parte dell’uomo.

Come vi siete conosciute tu e l’artista Jaana-Kristiina Alakoski, anche lei parte di “Swan Lake and Swan Dance”?
Io e Jaana-Kristiina ci siamo conosciute una sera con amici fuori da un pub a Londra. La classica prima frase che ci siamo tradotte a vicenda, dall’italiano allo svedese e viceversa, è stata “Culo di cigno” ”svan röv”. Mi piace questa immagine che toglie tutto il romanticismo. Da quel momento Il cigno è rimasto un simbolo che abbiamo sempre condiviso. Mi è venuto molto naturale chiedere il suo contributo al lavoro non solo per il rispetto e l’interesse verso la sua pratica artistica ma anche per questa circostanza personale. È stato interessante per entrambe l’idea di basare la collaborazione per questo progetto sulla prossimità, e quindi lavorando nello stesso tempo, condividendo parti di ricerca e di produzione per vicinanza.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea attuale?
Per la mia giovane esperienza penso sia importante da artista non pensare che il sistema dell’arte sia un unico sistema nè che sia l’unico a cui fare riferimento. Penso sia necessario conoscerlo attraverso molte esperienze e che l’importante sia imparare a navigarlo nelle sue diramazioni e situazioni diverse, con l’obbiettivo di avere esperienze sempre più gratificanti a livello artistico e personale. Questo anche perchè purtroppo penso che il supporto da parte del sistema dell’arte per un giovane artista sia pressochè inesistente, specialmente dal lato economico di supporto di una pratica, anzi spesso è l’artista che supporta certi sistemi, e questo è molto triste e demotivante.

Ultima domanda: c’è qualcosa che nessuno ti hai mai chiesto ma che avresti desiderato ti chiedessero?
Mmm… Vorrei chiedermi, se c’è un lavoro che ho pensato e mai realizzato? E perchè?

Info:

www.guendalinacerruti.co.uk

3 - Swan Lake_Guendalina Cerruti_2019_ph.Leonardo MorfiniGuendalina Cerruti, Swan Lake, 2019. Installation view at TOAST Project Space, ph. Leonardo Morfini

Jaana Kristiina Alakoski performing Swan Dance ph. Leonardo Morfini

Guendalina Cerruti, Swan Lake, 2019. Installation view at TOAST Project Space, ph. Leonardo Morfini

Jaana Kristiina Alakoski performing Swan Dance ph. Leonardo Morfini

 




Rirkrit Tiravanija. Tomorrow is the question

Proprio mentre sto scrivendo questo articolo sto ascoltando l’intero album del sassofonista, compositore e considerato come il padre fondatore del free jazz – Ornette Coleman chiamato “Tomorrow is the question” del 1959 – titolo preso in prestito dall’artista Rirkrit Tiravanija per l’omonima mostra curata da Camilla Mozzato al Centro Luigi Pecci per l’arte contemporanea di Prato.

Rirkrit Tiravanija, classe 1961 nativo di Buenos Aires, è uno degli artisti più interessanti della scena artistica internazionale, vive tra New York, Berlino e Chiang Mai, si è formato ed ha esposto nei luoghi più importanti del mondo ed è uno dei rappresentanti più significativi di quella che Nicolas Bourriaud ha definito estetica relazionale. Tiravanija infatti da ottimo viaggiatore di posti e conoscitore di culture oltre ad utilizzare spesso la performance ama attuare nei propri lavori processi di condivisione sociale che consentono al pubblico fruitore momenti di incontro e interazione che implicano inevitabilmente l’utilizzo concreto dell’arte. Non è un caso che molti dei suoi lavori sono stati incentrati su attività quotidiane come cucinare o il consumare insieme del cibo (cooking situation).

La mostra al Pecci di Prato è la riattivazione di “Ping Pong Society”, il progetto dell’artista slovacco Július Koller (1939-2007) (figura tra le più interessanti dell’arte mitteleuropea, da approfondire e riscoprire assolutamente) che presentò per la prima volta a Bratislava nel 1970 dei tavoli da ping-pong in uno spazio espositivo con l’obiettivo di coinvolgere e stimolare le persone verso nuove occasioni di pensiero attivo.

Da ricordare anche un’altra opera di Koller del 1978, una fotografia ritraente un insieme di persone che formavano un gigantesco punto interrogativo in Piazza Santa Maria delle Carceri a Prato nel 1978 – un’azione facente parte del concetto di U.F.O. (Universal Futurogical Operations) – acronimo con il quale l’artista proponeva situazioni culturali dal valore universale, orientate al futuro e volte a creare condizioni di vita più consapevoli.

Tiravanija ebbe la fortuna di conoscere Koller quando co-curò “Utopia Station” con Hans Ulrich Obrist e Molly Nesbit alla Biennale di Venezia nel 2003 – come ha raccontato nell’intervista con Camilla Mozzato – il lavoro di Koller lo ha da subito affascinato per “il senso di gioco sociale e politico presenti nei suoi interventi, una sorta di humor oscuro, scherzoso e autoriflessivo”.

Completa infine “Tomorrow is the question” la grande bandiera fiera che sventola davanti all’entrata del museo con la scritta a caratteri neri: “Fear Eats the Soul” prodotta per Creative Time Pledges of Allegiance, l’opera richiama inoltre il titolo di un film di Rainer W. Fassbinder del 1973, “La paura mangia l’anima”, che racconta l’amore travagliato e complesso tra un’addetta alle pulizie tedesca e un meccanico marocchino.

Se l’improvvisazione e in un certo senso l’imprevedibilità sono alla base della natura del jazz, queste si possono applicare anche alle forme che derivano dell’interazione e dalle relazioni tra individui e tra individui e opere d’arte.

Giocando a ping-pong nelle sale del Pecci, si attua una coralità attiva, presente, partecipata, un insieme di ticchettii e palleggi riecheggiano su quelle scritte a caratteri cubitali: “Domani è la questione” – uno slogan che ormai ci divora un po’ per volta quotidianamente, tra gli orrori disseminati dai media – dall’indifferenza verso il prossimo, alle catastrofi ambientali – ad una crescente de-culturalizzazione.

Ma con quanta serietà e responsabilità ci prendiamo veramente cura di sviluppare possibili ipotesi a questo breve terribile assunto? Domani è la questione.

C’è bisogno di ipotesi, possibilità, aperture e non di dogmi o valori assoluti.

E allora tra una battuta di racchetta e una nota jazz, Tiravanija con sublime maestria ci induce a giocare con serietà – a ragionare su quanto le differenze siano importanti e preziose, indispensabili, di quanto l’alterità venga biecamente strumentalizzata dai grandi poteri per infondere paura dell’altro e dell’estraneo, perché è più facile isolarsi con tante certezze confezionate che allungare una mano verso l’ignoto e il dubbio.

Il significato delle nostre azioni acquista valore soltanto tramite l’esperienza, ancora meglio se partecipata e condivisa, e occorre quindi che per risplendere e tornare ad avere un valore civico, alto e umano, il pensiero umano abbia il diritto e il dovere di non avere più paura.

Mai più.

Info:

Rirkrit Tiravanija. Tomorrow is the question
a cura di Camilla Mozzato
19 aprile — 25 agosto 2019
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
Viale della Repubblica 277 Prato

RIRKRIT TIRAVANIJA - TOMORROW IS THE QUESTIONRirkrit Tiravanija,​ Senza titolo (La paura mangia l’anima), 2019. Bandiera italiana ricamata. Altezza del palo: 800 cm, dimensione della bandiera: 200 x 300  cm. Courtesy l’artista e kurimanzutto, Mexico City. Veduta della mostra al​Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2019​.  Foto​© Ela Bialkowska / OKNO Studio.

Rirkrit Tiravanja, ​Senza titolo (il domani è la questione), 2019.  Vinile su set di 8 tavoli da ping pong e racchette, dimensione di ciascuno 76 x 274 x 152.5 cm​. Courtesy l’artista e kurimanzutto, Mexico City​. Veduta della mostra al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2019. Foto © Ela Bialkowska / OKNO Studio.

Rirkrit Tiravanja, ​Senza titolo (il domani è la questione), 2019.  Vinile su set di 8 tavoli da ping pong e racchette, dimensione di ciascuno 76 x 274 x 152.5 cm​. Courtesy l’artista e kurimanzutto, Mexico City​. Veduta della mostra al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2019. Foto © Ela Bialkowska / OKNO Studio.




In conversazione con Arianna Carossa

Abbiamo intervistato Arianna Carossa in occasione di una residenza al Museo Carlo Zauli avvenuta dal 22 al 31 luglio. Arianna Carossa è un’artista nata a Genova che vive e lavora a New York, si è trovata a Faenza per produrre una nuova serie di opere in ceramica, dove ha lavorato all’interno dei laboratori che furono di Carlo Zauli.

Proprio con la terra nera conservata nei depositi dal periodo in cui il maestro la utilizzava per le sue steli monumentali, Carossa ha lavorato ad un progetto che integra, come sempre accade nella sua poetica, cultura e natura.

L’artista infatti, dopo anni di lavoro con la ceramica in modo tradizionale, è giunta ad un approccio scultoreo di relazione: la sua sfida attuale è individuare legami tra sostanze, concetti e materiali molto distanti tra loro. Anche a Faenza quindi ha unito resti organici di animali, come favi, corna, conchiglie a materiali della tradizione scultorea, in questo caso la ceramica, per integrare cultura e natura, mondi spesso tenuti distinti e separati.

Come definiresti l’essere artista? E che ruolo dovrebbe avere o ha nella società contemporanea oggi?
Una persona che ha a disposizione l’arte come strumento per l‘esplorazione di sé stesso e per la propria crescita umana. Platone racconta nella Repubblica, che l’artista sarà osannato al suo ingresso e ricoperto di onori, ma dovrà lasciare la città nella notte. Questo è significativo e racconta di come l’artista per sua natura viva una mancanza.

Quanto reputi sia importante l’ambito della formazione (dalle Università alle Accademie) per un artista? Mi racconti come sono stati i tuoi anni da studentessa?
La formazione accademica universitaria per me significa la possibilità di conoscere e imparare tecniche e di aver delle guide di riferimento metodologico, possono offrirti informazioni di varia natura. La scuola è allenamento per trapezisti come direbbe Peter Sloterdijk, un allenamento indoor.  Ma se non hai niente da dire non te lo suggerisce. Dopo aver studiato pittura, arrivata alla galleria Cannaviello, ho smesso di dipingere per quasi dieci anni.  Insomma ho dirottato tutte le mie energie sulla scultura che per me era un terreno più libero ed ampio dove far galoppare errante la creatività.  Aver studiato pittura mi ha resa per molti anni iper critica nei confronti di quello che facevo. Il mio rapporto con la scuola è stato un po’ controverso.

Come ti sei avvicinata all’arte? Hai qualche ricordo? E alla ceramica?
Ho iniziato a fare quello che mi veniva e mi piaceva molto giovane, forse 10 o 11 anni, per me era un modo per esprimermi e per contenere sentimenti che talvolta erano deflagranti dentro di me. Non ho un vero e proprio ricordo perché tutta la mia vita è stata una relazione con la possibilità di esprimermi e nel cercar di trovare delle strade personali aderenti il più possibile a me. Nel momento in cui ho socchiuso la porta alla pittura ho iniziato con la ceramica, mi fu offerta quindici anni fa la possibilità di lavorare ad Albisola in una fabbrica di pentole di coccio, la Piral. Da quel momento il modellato è diventato fondamentale nella mia ricerca.

Hai una carriera internazionale che ti ha vista esporre in prestigiosi spazi e città come all’Arc Gallery di Chicago alla Biennale d’arte contemporanea, a San Pietruburgo presso il Manage del Museo Ermitage , alla Biennale degli artisti del Mediterraneo in Tunisia, Documenta 11 kunstbalkon a Kassel, al MACRO di Roma, Lower Manhattan Council di New York, Fondazione Antinori, Firenze, Vittoriano a Roma, tanto per citarne alcuni; che differenza di approccio all’arte trovi rispetto al contesto nazionale italiano?
In Italia l’artista non ha un’identità, mentre negli Stati Uniti, dove vivo da nove anni, sì. L‘artista sussurra il suo nome in Italia.  Questa realtà mi risulta scomoda. A nessuno piace vivere in spazi angusti.

Ci racconti la tua recente esperienza al Museo Carlo Zauli di Faenza?
Avevo bisogno di un luogo che mi desse la possibilità, come un nido, di sperimentare il volo con la ceramica e che nello stesso tempo potesse valorizzare il lavoro ottenuto. Il museo Zauli mi pareva potesse avere queste caratteristiche.

Nel 2014 è uscito il tuo libro The aesthetic of my disappearance lanciato dal Moma/PS1 – ci puoi raccontare le tematiche che hai attraversato?
È stato quello il momento in cui ho iniziato a riflettere di più sul ruolo dell’artista e sulla sua produzione. Mi sentivo distonica nei riguardi non solo del sistema dell’arte ma anche nei riguardi di quello che sentivo fosse il nuovo consumismo dell’immagine.  Così ho fatto un libro insieme a nove curatori descrivendo opere verbalmente. Opere mai realizzate. Il libro è andato benissimo.

Che rapporto hai con la città in cui vivi?
È una storia d’amore in atto. Non potrei vivere da nessun’altra parte. NYC, la mia Brooklyn è il luogo in cui sperimento a cielo aperto l’history continua delle relazioni.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea attuale?
Il sistema dell’arte assomiglia moltissimo a quello della borsa. L’oggetto non ha più valore intrinseco, ma determinato dal sistema, formato da grandi gallerie e aste. Un sistema che esclude l’artista. Gli artisti stessi sono desiderosi più di entrare nel sistema e di diventare impiegati dell’arte che di emanciparsi dall’egemonia del sistema, godono nel sentirsi parte sostituibile del meccanismo.  Per quel che mi riguarda, non essendo l’arte il mio fine, mi sento piuttosto libera da questo meccanismo.

Ultima domanda: c’è qualcosa che nessuno ti hai mai chiesto ma che avresti desiderato ti chiedessero?
Sì: qual è secondo te l’elemento necessario intrinsecamente legato, mischiato alla grammatica e sintattica di un lavoro estetico che ne determina il suo funzionamento o il suo non funzionamento. La mia risposta sarebbe, il respiro che posso chiamare anche eros.

Info:

www.museozauli.it

Arianna Carossa, Fiori di pesco, argilla cruda, gomma, legno. 2019Arianna Carossa, Residenza Museo Carlo Zauli, 2019

Arianna Carossa, Black bones, ceramica smaltata e favo d’api. Cm 30x25x27. 2019

Arianna Carossa, Totem dell’uccellino, ceramica smaltata. 40x35x30, 2018

Arianna Carossa, Piccola carne, 50×70 olio su tela. 2019

Arianna Carossa, Testa cruda, favo d’ape, argilla cruda. 2019. Showroom Kartell, New York.




I Sentieri dell’incertezza alla Casa Laboratorio di Ca’ Colmello

Abbiamo intervistato Chiara Tabaroni direttrice artistica di Ca’ Colmello in occasione del workshop residenziale di illustrazione “Sentieri dell’incertezza” guidato dall’artista e illustratrice polacca Joanna Concejo in programma dal 26 al 28 luglio alla Casa Laboratorio di Ca’ Colmello di Sassoleone, in provincia di Bologna, nell’ambito della settima edizione di S.I.A – Sottili Innesti Amorevoli, preziosa rassegna a cura dell’associazione Baba Jaga che porta sulle colline bolognesi gli esponenti più interessanti della ricerca artistica italiana e internazionale.

Come nasce la Casa Laboratorio di Ca’ Colmello di Sassoleone? E S.I.A – Sottili Innesti Amorevoli, che già nel nome contiene una poetica profonda e interessante?
Ca’ Colmello è un luogo prezioso, speciale, amato…nasce da un desiderio forte e pulsante, in costante rinnovamento, di creare un luogo che sia casa, ma anche spazio di intrecci d’arte e teatro, infanzia e storie, musica e danza, luogo di residenze e ricerca…mantenendo anche l’aspetto rurale, il contatto con la terra (ci sono un piccolo orto, il Frutteto dei Custodi di alberi antichi donati con amore, ed animali che con la loro presenza profonda ci ricordano il qui e ora…)
Ca’ Colmello è un casolare antico tra colline e cielo che negli anni abbiamo ristrutturato con cura, è un luogo in cui l’aspetto umano può trovare respiro nell’incontro, nel silenzio vivo della natura e da tutti questi connubi nasce la rassegna S.I.A. – Sottili Innesti Amorevoli.
S.I.A è un mondo in cui ci si immerge, per un workshop di ricerca o uno spettacolo, e ci si lascia invadere…
L’orizzonte aperto del panorama circostante colma e nutre.

Nel corso delle sette edizioni di S.I.A avete notato un maggiore interesse da parte del pubblico verso le proposte e le ricerche artistiche che selezionate?
Non è semplice far in modo che le persone giungano fin quassù, luogo isolato tra calanchi e verdi colline. Come dico sempre, ci vuole la volontà e il desiderio di giungervi, rallentare il tempo, ed anche il viaggio fin qui sarà allora parte dell’esperienza. Sicuramente in questi 8 anni, la voce si è diffusa in giro per l’Italia (e anche all’estero) anche grazie al passaparola prezioso di chi è giunto qui, e ha compreso ed amato lo spirito di questo luogo, la fragilità e la forza di un’utopia reale al di fuori degli abituali circuiti e di una modalità differente di esperire l’arte in senso ampio.
Grati quando si rinnova la poesia della presenza, la sequenza dell’incontro mai uguale, lo stupore di una comunità provvisoria che si riconosce…

Quanto è importante “resistere” e proporre cultura in posti lontani dal centro, in ambienti naturali, come in Appennino?
Siamo convinti che zone “marginali”, siano esse le periferie delle città, o particolari contesti come questo, immerso in una natura ancora poco antropizzata, posseggano potenzialità ed urgenze di bellezza da ri-scoprire, innescando meccanismi di liberata commistione, significati che vengono amplificati poiché si è invitati in qualche modo ad un processo di spoliazione.
Si torna ai perché, alla trasparenza, e si riempiono le tasche di soffi vivi.
La natura àncora a sé cuciture di infinito che donano del bene…

Nella storia di Ca’ Colmello, ci puoi raccontare qualche evento che avete accolto con maggiore riscontro?
Sicuramente la poesia di Mariangela Gualtieri che ha risuonato nella notte, e invaso anche gli interstizi più nascosti, quella voce in grado di unire visibile e invisibile, andando a tracciare mappature intime in una sorta di rito condiviso, è stato uno degli eventi che ha richiamato più cuori, nell’anfiteatro tra canti di grilli e luna.
Inoltre anche la compagnia indiana Milòn Mèla, ospite abituale delle varie edizioni, travolge con esplosione di musiche, danze e colori, ed è sempre una festa di meraviglia, un’estasiata visione di bellezza e forme antiche.

A fine luglio ospiterete l’artista e illustratrice polacca Joanna Concejo, puoi raccontarci qualcosa in merito? Come vi siete conosciute e che tipo di attività verrà proposta.
Da anni seguivamo Joanna Concejo da lontano, tramite le sue illustrazioni, e qualcosa di sottile ci risuonava dentro: c’è qualcosa di forte e delicato allo stesso tempo, un’essenza, un’attenzione ai dettagli, un rapporto con il passato, la natura… Sono immagini che parlano a chi le sa ascoltare ed osservare, traghettano dentro ad un’atmosfera, aprono porte all’altrove…
Abbiamo pensato che sarebbe stato un bell’incontro, e così è stato: l’anno scorso ci siamo scritte, e l’abbiamo invitata per la prima volta.
Quest’estate sarà il secondo incontro, poiché amiamo creare con gli artisti anche un legame che si possa approfondire, dopo la prima conoscenza.
Poter esplorare da vicino ricerche differenti è un dono.

Qualche data estiva di Agosto da ricordare ai nostri lettori che visiteranno con curiosità Cà’ Colmello?
Agosto è il terzo ed ultimo mese intenso della rassegna, ed ospita 2 workshops residenziali: uno di danza butoh con il grande maestro Masaki Iwana  e l’altro con la compagnia di artisti indiani Milòn Mèla in cui si esploreranno differenti discipline artistiche (danza chhau, danza gotipua, arte marziale kalaripayattu, ecc).
A Ferragosto invece nell’anfiteatro sotto le stelle Canti del Vivo concerto di O Thiasos Teatro Natura con le cantanti e attrici Camilla Dell’Agnola (voce, viola, dulsetta) e Valentina Turrini (voce e tamburo). Sono canti polifonici eseguiti a cappella a due voci, a disegnare un ideale itinerario attraverso i suoni della natura e le voci, dal Salento alla Galizia, passando per l’Emilia Romagna e la Sicilia, fino a toccare la Georgia e l’Ucraina.
A chiusura della lunga estate quassù, il 25 agosto la Compagnia Milòn Méla, dall’India, incanterà grandi e piccini con lo spettacolo Naba Jagoron – Risvegli danze acrobatiche, maschere tribali, colori, musiche e canti d’Oriente.

Ca’ Colmello

Ca' ColmelloCa’ Colmello, Anfiteatro

Joanna Concejo, Petit déjeuner

Joanna Concejo, Death & Resurection

Joanna Concejo, Morze




Guido Segni. Fino alla fine

“L’uomo vive nel tempo, nella successione del tempo, e il magico animale nell’attualità, nell’eternità costante.” (Jorge Luis Borges)

 Fino alla fine, oltre la fine, ma cos’è poi la fine?

Che sia il tempo, come l’universo, qualcosa di infinito nel suo accadere ed espandersi? L’unica certezza che la storia moderna ci ha insegnato, consegnandoci secolo dopo secolo l’accezione di capitalismo è la monetizzazione del tempo – del tempo lavorativo – produttivo ed economicamente utile.

L’ozio sembra un concetto bandito dai dettami contemporanei, non ci è permesso fermarci, non ci è permesso oziare. E cosa succede quando entrano in scena le tecnologie? Le stesse che hanno accelerato e velocizzato il processo produttivo e vitale di ognuno di noi. Quelle perennemente additate come alienanti e talvolta pericolose. La serie tv cult “Black Mirror” ci ha fornito molte letture su un futuro certamente dispotico a tratti entropico, dove la tecnologia passo dopo passo sembra celebrare quasi la futilità e la caducità insite al genere umano.

L’artista e attivista Guido Segni riflette proprio su questo tramite i lavori esposti nello spazio bolognese Adiacenze, a cura di Alessandra Ioalè e Marco Mancuso, due tra i curatori e ricercatori già interessanti e informati sull’impatto e l’utilizzo delle tecnologie contemporanee nell’arte contemporanea.

Tra attivismo, net art, video art e le intersezioni infinite con la cultura pop di Internet – Guido Segni è uno degli artisti da seguire nelle sue ricerche per quello che riguarda la new media art, o semplicemente quello che intendiamo quando pensiamo alla web culture e la sua connessione ai medium artistici.

La forma dell’archivio permette di studiare e vivisezionare, approfondire qualsiasi argomento – quale ambiente e archivio migliore del web per studiare in diretta streaming il perenne flusso al quale siamo costantemente esposti?

Nella prima sala di Adiacenze troviamo il video da cui trae il titolo l’esposizione stessa: “Fino alla fine” del 2018 – un lavoro che non potrà realmente avere una fine visto che viene generato da un algoritmo che seleziona e assembla ogni giorno i segmenti dei primi 25 fotogrammi corrispondenti al primo secondo di ogni video caricato su YouTube. Quello che ne deriva è un flusso continuo di immagini prodotte dai milioni di utenti sulla piattaforma di video sharing più famosa al mondo. Oltre ogni immagine, oltre ogni limite, ma anche oltre la tecnologia e oltre il tempo. In “The Artist is typing”, 2016 – tempo di produzione e tempo di attesa si incontrano: il visitatore si troverà in momenti in cui l’artista sta scrivendo (oppure no) quindi dove si trova fisicamente al computer (o forse qualcuno per lui), con la famosa visualizzazione dei pallini fluttuanti presenti in ogni sistema di Instant chat – l’artista potrebbe scrivere una mail, un testo, una lettera d’amore (come menzionato nel testo critico), potrebbe semplicemente giocare con la tastiera, ordinare qualcosa su Amazon o chattare a sua volta con qualcuno. “The artist is present” direbbe qualcun altro di molto famoso – la performance, l’azione, allora non diviene possibile solo con l’artista fisicamente presente ma può accadere anche tramite un dispositivo tecnologico e un software che ne celebrano l’essenza (o l’assenza).

In “Verba volant, scripta manent” 2017, l’opera rappresenta in maniera dicotomica la comunicazione effimera di un Tweet – il pensiero tramite Twitter può essere inconsistente, evanescente e molto rapido, in questo lavoro ecco che contrariamente le parole acquistano un peso specifico, duraturo, scolpito sul del vero marmo, grazie all’operazione dell’artista. Segni rielabora il presente imperante dei social confrontandolo con la tradizione, la storia, partendo da un materiale classico e nobile come il marmo, e scegliendo una delle più celebri locuzioni latine.

Verba volant, scripta manent” può tranquillamente definirsi come opera multiverso – multi temporale – che indaga nello stesso istante più epoche contemporaneamente.

In “A quiet Desert failure” 2015, Segni continua a sfidare l’obsolescenza tecnologica ponendosi questa domanda: “cosa succederà alla mia creazione con il passare del tempo?”. “A quiet Desert failure” è una performance algoritmica (è sempre corretto parlare di performance nei lavori di Segni) iniziata nel 2013,  e consiste in un sistema automatizzato che da cinque anni posta e archivia su un apposito profilo Tumblr un’immagine satellitare di una area definita del deserto del Sahara, ogni trenta minuti, con lo scopo di mappare, entro cinquant’anni l’intero colosso di sabbia. La profonda incertezza rimane: potranno Google, Tumblr e la stessa rete Internet durare abbastanza per intravederne un completamento, una fine? L’unica certezza di questo lavoro, oltre il concetto posto dietro a quest’opera algoritmica, sono le stampe che ne derivano, autentiche tracce che documentano una memoria in continua trasformazione e frammentazione.

Nell’ultima sala, dall’allestimento studiatissimo e di grande resa, il visitatore viene accolto in un angolo rosso, pulsante, vivo e fantasmagorico, tra oscurità e curiosità.

Un letto come spettatore, e diverse bandiere rosse sventolano con una chiara autonomia, portano una messaggio chiaro, il titolo del progetto: “Demand full Laziness” (2018-2023) dove tempo perso e tempo di produzione si mettono in dialogo. In questo caso l’artista rivendica la pigrizia e l’ozio come campi di sperimentazione aperta, mettendo in questione anche il ruolo dell’automazione tecnologica. In questo ennesimo atto performativo l’artista fa compiere alla macchina operazioni di osservazione e rappresentazione della realtà al posto suo – secondo un piano quinquennale di produzione automatizzata – tutto grazie ad un sistema algoritmico in deep learning. Sarà la macchina una degna sostituta? Sarà in grado di essere un lucido delegato?

Guido Segni, Fino alla fine (cover image)

Guido Segni, Verba Volant, scripta manent, 2017 ph credit Luciano Paselli

Guido Segni, The Artist is typing, 2016

Guido Segni, Demand Full Laziness, installation view Adiacenze, ph credit Luciano Paselli

Guido Segni, Demand Full Laziness, 2018-2023, installation view Adiacenze – ph credit Luciano Paselli

Le tracce che ne derivano anche qui, risultano telluriche, frammentate, opere prodotte dall’atto cognitivo dell’algoritmo – l’artista in conclusione, “nulla ha prodotto se non riposare sul proprio letto.”

In tutti questi lavori l’artista Guido Segni (fondatore insieme a Matìas Ezequiel Reyes di Greencube.gallery progetto espositivo di ricerca online/offiline – da seguire!), vuole farci riflettere sulla creazione artistica, sulla liberazione di essa dal tempo consumistico, sulla sopravvivenza dell’opera (performativa) oltre l’artista stesso, rimettendo in campo la possibilità positiva dell’automazione tecnologica (con tutte le sue logiche precarie) così tanto demonizzata e criticata dal contemporaneo. Segni utopisticamente ma non ingenuamente intravede una possibile proiezione dell’opera oltre la carnalità dell’esistenza – delegando alla tecnologia la conservazione e la promozione di quello che verrà. Ecco come riscattare la fiducia del e nel tempo. Una scommessa per l’artista, l’opera stessa, la tecnologia, il tempo, i collezionisti, galleristi e i fruitori.

Arriverà la fine, ma non sarà la fine.

Tutti i problemi dell’uomo provengono da non saper stare fermo in una stanza. (Blaise Pascal)




David Casini. Nirvana

“Mi dici che ti emoziona il tramonto e io ti chiedo se ce l’hai per caso in tasca un chewing gum.” (Baustelle da Il nulla )

David Casini torna per la sua seconda personale negli spazi della galleria bolognese CAR Drde – la prima nel 2015 “Geometrie per un canone rovesciato” – questa volta dal titolo “Nirvana”. A dispetto di ciò che può sembrare “Nirvana” non si riferisce al mondo filosofico, mistico o religioso ma al nome di un locale nel Valdarno.

Non è casuale che Casini sia anche una straordinario conoscitore musicale, e i riferimenti al mondo sonoro li troviamo a partire dalla natura delle sue sculture, autentiche composizioni ben calibrate tra forma e colore – un ritmo che se in “Geometrie per un canone rovesciato” avevamo trovato nella scomposizione minimale del “Compianto sul Cristo morto” di Niccolò dell’Arca, custodito all’interno della Chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna – in “Nirvana” l’artista ritma e quindi seziona e seleziona il suo paesaggio toscano, ma non quello popolarmente condiviso e banalmente conosciuto, quello invece abbandonato, ai margini di una visione – che sia una statale al tramonto, un vecchio impianto di imbottigliamento dell’acqua, un gasdotto – o un dettaglio come una manifesto logoro sulla porta di un locale.

Se in “Geometrie per un canone rovesciato” gli elementi scultorei e le strutture di ottone (l’ottone è una costante nella ricerca dell’artista che non a caso è uno dei materiali più utilizzati per la produzione di strumenti musicali) sono lasciati liberi di vibrarsi nello spazio – in “Nirvana” i mondi scultorei vengono racchiusi in teche di vetro sostenute nell’allestimento della galleria da tubi portanti di diverso colore – di forte connotazione industriale – Casini scultore tra grunge e industrial.

In “Nirvana” le piccole wunderkrammer ci mostrano la leggerezza e l’evanescenza propria del modus operandi dell’artista. Artista da sempre dicotomico, Casini riesce a regalarci scorci di paesaggio outsider fotografati con l’Iphone con grande grazia e composizione formale; e se erroneamente associamo la velocità dello scrolling a quest’ultimo in “Nirvana” l’immagine viene liberata (ecco qui il senso più tradizionalmente buddhista del titolo) e riconsegnata ad un’eternità su superfici di alluminio forato e schermi di cristallo temperato utilizzati proprio per proteggere lo schermo degli smartphones.

La dicotomia si palesa in continui scambi di ritmo: tra pesantezza (dei materiali) leggerezza (struttura e composizione)  – tra la tradizione (il genere del paesaggio) e la tecnica (fotografia digitale), dall’immaterialità (digitale) alla materialità scultorea della stampa fotografica su diversi supporti, dalla velocità esecutiva dello scatto con l’Iphone alla fissazione permanente dell’immagine. I paesaggi fluttuano su filiformi strutture, in alternanza a gusci e forme organiche che si sviluppano in altezza innalzandosi su piccole pavimentazioni riprodotte – riconducibili a quelle di alcuni tra i più grandi musei di arte contemporanea.

In “Nirvana” Casini ci regala l’immaginazione e la visione privata dell’artista, di questo paesaggio che si fa memoria e corpo tra tempo, spazio e soggettività, piccoli interstizi intarsiati nello spazio vuoto della scultura (Casini ama lavorare per riduzione) – esposti nel luogo immaginifico di un museo pulviscolare, diffuso, orbitale. “Nirvana” complessivamente ci appare come una galassia, – le singole opere sono piccoli pianeti prismatici – ricchi di dettagli che si espandono dalla natura alla cultura – filtrati dal ritmo dell’uomo. Amabilmente irraggiungibili – i tanti mondi possibili di Casini.

“Vede la fine. In metropolitana. Nella puttana che le si siede affianco. Nel tizio stanco. Nella sua borsa di Dior. Legge la fine. Nei sacchi dei cinesii. Nei giorni spesi al centro commerciale. Nel sesso orale. Nel suo non eccitarla più. Vede la fine in me che vendo dischi in questo modo orrendo. Vede i titoli di coda nella Casa e nella libertà. (Baustelle da Il liberismo ha i giorni contati)”

Info:

David Casini. Nirvana
31 gennaio – 30 marzo 2019
CAR drde
via Azzo Gardino 14/a Bologna

David CasiniDavid Casini, Nirvana. Exhibition view at CAR DRDE, Bologna

David Casini, Acqua Leona, 2019 (detail) courtesy CAR DRDE Bologna