Jaroslav Róna 1997-2017

Un excursus lungo un decennio: 1997-2017. La rappresentazione del lavoro di un artista che conobbe un notevole successo nel panorama artistico europeo, soprattutto a partire dal 1980, in qualità di membro fondatore del gruppo artistico conosciuto con il nome di Tvrdohlavì (Testadura). Jaroslav Róna, è il protagonista di una mostra presso The Stone Bell House nel pieno centro di Praga.  Lo spazio dedicato all’artista praghese, sarà aperto al pubblico fino al 31 dicembre 2017.

L’atmosfera è quella tipica di un lungo viaggio, attraverso la sperimentazione del proprio Io lungo il decennio appena passato. Le opere esposte di Jaroslav Róna, trasmettono l’evoluzione artistica di questo grande pittore e scultore a partire dal 1997 fino ad oggi. La sperimentazione della pittura e il passaggio alla scultura, con cui conobbe un notevole successo a partire dal 1992-1994.

“Il male è condizione predominante nel mondo; Dio,  per come lo immagino, non ne è consapevole”

Questo il tema ricorrente che scalda il sangue dello spettatore, assorto nella contemplazione di questo viaggio, attraverso il lavoro di un artista che non può nascondere un forte accostamento ai motivi orwelliani (Robots Verticali, 2013), che definiscono i caratteri di pitture dalle composizioni metafisiche post-apocalittiche. L’impressione, è di un forte senso nostalgico e di pericolo che incute, allo stesso tempo, l’angoscia e la non-appartenenza. La continuità interiore che l’arte di Róna concede al proprio spettatore, si staglia constantemente tra lo stile del mito e dell’archetipo. Come dettato dalle parole dell’artista, il male ha il sopravvento nel mondo e l’unica via fuga, Dio, non ne ha la più assoluta conoscenza. Tutto ció esclude l’immagine ottimistica del mondo per lasciar spazio all’eclissi del pessimismo, di cui l’artista stesso è un inguaribile rappresentatore terreno. La scultura considerata come la massima rappresentazione di Róna, nonchè il capolavoro dal punto di vista scultoreo, è il Monumento a Franz Kafka sito nella città di Praga e datato 2003. Róna trasse ispirazione da una scena tratta dalla collezione di racconti di Kafka Descrizione di una battaglia. Questa scultura rappresenta due figure maschili, una di esse trasporta l’altra. L’artista ha lavorato all’opera con l’obiettivo di realizzare una perfetta sintesi di figura senza tempo, la quale attira, ancora oggi, una notevole attenzione da parte di cittadini e turisti. È doveroso sottolineare che Róna ha lavorato sotto due precisi aspetti nel corso di questi ultimi dieci anni. Due tematiche che hanno guidato i lavori dell’artista praghese, sia per quanto concerne la pittura, sia la scultura. L’accento predominante si evince, ad esempio, nei lavori come Navigatori Africani (2011) e Il cuore dell’oscurità (2012). Entrambe frutto del patrimonio scultoreo di Róna, rappresentano l’esemplificazione del riferimento al tema fastasticamente esotico. La seconda tematica, prima citata, è quella che nasce dalle influenze orwelliane e i suoi propri caratteri di fantascienza, esempio classificante è l’opera “Robots Verticali” (2013).  La terrificante influenza orwelliana, trova una notevole forma espressiva anche nella pittura dell’artista. Come nel caso del Grande Inceneritore (2008), ove l’utilizzo costante di colori scuri, tendenti al viola e blu mescolati e riproposti, infondono un profondo senso di angoscia nello spettatore.

Nonostante il pessimismo predomini, nelle opere di Jaroslav Róna, una debole controparte positiva-ottimistica è presente, in un certo qual modo, all’interno delle sue opere. L’espressione di piacere nella rappresentazione del gioco di colori e forme, leggero umorismo e umanizzazione dei momenti. Risvolti presenti oggettivamente nell’opera che stravolge il suo pensiero circa la predominanza del male sulla terra Il Cavaliere e il Drago (1995). Dove l’artista sconvolge il proprio Io, raffigurando il tema della vittoria del bene sul male.

Simone Santarelli

Jaroslav Róna, VÁLKA V JIŽNÍCH MOŘÍCH / WAR IN THE SOUTH SEAS , 2015 oil on canvas, 170 x 200 cm Photo © The Prague City Gallery

Jaroslav Róna, FRANZ KAFKA MONUMENT (model), 2003/ Photo © The Prague City Gallery

Jaroslav Róna, JANUS THE ROBOT, 2012/ Photo © The Prague City Gallery




Juliet 185

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p style=”text-align: left;strong;COPERTINA;/strong
p style=”text-align: left;”>Rasheed Araeen “Summertime -The Regent’s Park” 2017, n. 1 da una edizione di 5, acciaio verniciato, 76 x 72 x 72 cm, Frieze Art Fair 2017, sezione Frieze Sculpture Park (courtesy Grosvenor Gallery, Londra; ph Luciano Marucci)
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34 | Il Futuro tra Nuove Tecnologie e Immaginario/ Luciano Marucci
42 | London Art Week 2017 – Della contemporaneità / Luciano Marucci
46 | Il ruolo attuale dell’intervista – Conversazione con Obrist / Luciano Marucci
50 | Asger Dybvad Larsen – e il silenzio della pittura / Roberto Vidali
54 | Biennale de Lyon – “Mondes f lottants” / Emanuele Magri
56 | Clima Gallery – Francesco Lecci / Sara Tassan Solet
58 | Jason Dodge – Coreografo di oggetti / Emanuela Zanon
60 | Clinamen – La libertà di Isabella Nazzarri / Alessandra Piatti
62 | Anna Boghiguian – La dimensione allargata del disegno / Valeria Ceregini
64 | Bruno Benuzzi – Il sex appeal dell’organico / Pasquale Fameli
66 | Fondazione Prada – Artists from Chicago / Emanuele Magri
68 | La Maratona dell’Intelligenza Artificiale / Luciano Marucci
70 | Ugo Volli – Arte e semiologia / Maria Cristina Strati
71 | SagomArte – Oronzo Liuzzi e Rossana Bucci / Lucia Anelli
72 | Antonio Manca – e la dematerializzazione / Emanuele Magri
73 | Job Koelewijn – Un artista al ristorante / Giulia Bortoluzzi

<p style=”text-align: left;”>74 | Seung-teek Lee – Non-sculture / Sergio Luppi
76 | Lolita Timofeeva – Molte vite / Boris Brollo
78 | Collezione Maramotti – Intervista a Marina Dacci / Domenico Russo
80 | Sandro De Alexandris – Luce e percezione / Michele Bramante
82 | Marc Barbey – Collection Regard / Annibel Cunoldi Attems
84 | Salvatore Zito – Pittura da mordere / Liviano Papa
85 | Allora &amp; Calzadilla – Multiculturali / Ch. Schloss
<strong>PICS</strong>
75 | Amikan Toren – Armchair Painting
77 | Ann Hirsch – The Dog
79 | Vivien Roubaud – “Senza titolo”
81 | Claude Lalanne – “Le chou de Milan”
83 | Marcello Diotallevi – “BrucoMarcello”
<strong>RITRATTI</strong>
86 | Fil rouge – Fabio Magnasciutti/ Fabio Rinaldi
93 | Giampaolo Prearo – Fotoritratto/ Luca Carrà
<strong>RUBRICHE</strong>
87 | Sign.media – La velocità mediale II/ Gabriele Perretta
88 | Appuntamento all’incanto – Gerti Draxler &amp; Co. /Alessio Curto
89 | P.P. dedica il suo spazio a… – Lorenzo Madaro /Angelo Bianco
90 | (H) o – della fotografia /Angelo Bianco
91 | In the mall – Chicago Design Museum / Leda Cempellin*
92 | Arte e libri… – Edoardo Triscoli / Serenella Dorigo
93 | Spray – Eventi d’arte contemporanea




Paolo Roversi. Incontri ravvicinati con noi stessi

Incontri è una mostra che si propone di offrire uno sguardo inedito sul lavoro fotografico di Paolo Roversi attraverso l’accostamento a gruppi di due o tre di alcuni dei suoi scatti più famosi.  I dittici e i trittici appositamente creati per questa mostra sviluppano così un dialogo misterioso tra fotografie molto spesso lontane tra loro per soggetto e per anno di realizzazione. Cosa avranno da dirsi Lida Egorova e una mano? Perché Alicia Vikander è accanto ad Anthony Vibert e a una lampada? Dove si deve guardare per capire? Difficile rispondere a queste domande considerando il fatto che alcuni significati appartengono alle fotografie stesse, mentre altri li trascendono.

La bellezza di tali fotografie, in effetti, non dipende solo da qualità intrinseche o direttamente osservabili: come dichiara Roversi stesso in un’intervista del 2014: “la bellezza è un mistero, non cerco mai di dare definizioni razionali a quel che faccio, c’è un mondo intoccabile, imponderabile”. Incontri, allora, vuole essere questo mondo intoccabile e imponderabile, questa possibilità di allargare le soglie della percezione anche attraverso la non-comprensione. Già negli anni Ottanta, Paolo Roversi aveva rifiutato quelle tendenze, molto comuni tra i fotografi di moda, che consistevano nel mostrare una visione oggettivata del mondo e un immaginario stereotipato che assicurava il riconoscimento in identità ben precise. I suoi scatti, infatti, lontani dall’essere intrappolati in banali cliché, sono ambivalenti, delicati e sospesi tra l’apparizione e la scomparsa. In sostanza sono incatalogabili.

E così, Paolo Roversi, elegante, silenzioso e minimalista, ha totalmente rivoluzionato la fotografia di moda attraverso la raffinatezza e la sensibilità. Non più soggetti supponenti, niente occhi languidi, né pose glamour: a Roversi non interessa la rappresentazione, vuole solo scavare nella profondità delle cose. Nelle sue fotografie, la moda, che in genere è tutta apparenza, si trasforma in qualcosa di meravigliosamente intimo: quando si osservano i ritratti di Roversi non è possibile non riconoscere come quegli scatti siano addirittura a proposito di noi stessi. Noi, gli esseri più complessi, noi che per primi ci offriamo a letture differenti, ci riconosciamo nelle ambiguità delle fotografie di Roversi.

Così, in quel bianco e nero un po’ soffuso o in quei colori tremuli, in quelle ambientazioni monocromatiche dove il soggetto e lo sfondo sfumano l’uno nell’altro, si mescolano facilmente i nostri ricordi, le nostre paure, le nostre insicurezze. Molteplici storie che non si possono raccontare a parole sembrano legarci a quegli sguardi, a quelle situazioni e a quelle mani. È davvero pura magia.

In un’altra stanza, Incontri presenta per la prima volta anche una serie di ritratti incrociati di Paolo Roversi e Robert Frank realizzati in Nova Scotia nel 2001. Roversi e Frank sono due fotografi dalla personalità completamente differente: hanno in comune la passione per la fotografia di moda anche se Frank la abbandona presto e Roversi la tratterà in modo inaspettato. Quello che però emerge in questi scatti è dato sicuramente dai capolavori che solo un incontro tra due grandi fotografi può produrre.

Francesca Mattozzi

Info:

Paolo Roversi. Incontri
17 novembre – 11 febbraio 2018
Galleria Carla Sozzani
Corso Como 10 – 20154 Milano

Paolo Roversi. Incontri, installation view at Galleria Carla Sozzani, Milano 2017. © Paolo Roversi / Courtesy Fondazione Sozzani

Paolo Roversi, Ravenna, Paris 2003 © Paolo Roversi / Courtesy Fondazione Sozzani

Paolo Roversi, Robert and me, Mabou, Nova Scotia, July 2001 © Paolo Roversi / Courtesy Fondazione Sozzani

Paolo Roversi. Incontri, installation view at Galleria Carla Sozzani, Milano 2017. © Paolo Roversi / Courtesy Fondazione Sozzani




Nature Abhors a Vacuum. In Studio con Marco Giordano

Viziate attribuzioni antropiche e processi di creazione partecipata permeano la produzione dell’artista Marco Giordano, che lo scorso ottobre ha inaugurato Pathetic Fallacy presso Il Colorificio, Milano. La mostra, visitabile fino al 17 dicembre 2017, si compone di un’installazione di lampade da coltivazione LED e cinque filamenti di silicone (Duuuude, 2017). Lo incontro nel suo studio di Glasgow per una conversazione.

Giulia Colletti: Inizierei la nostra conversazione prendendo a pretesto la locuzione inglese Nature Abhors a Vacuum. Con la dovuta (de)contestualizzazione, questa espressione contiene due fattori che ritengo centrali nella tua mostra. Il primo, riguarda la suggestione secondo cui la natura sia in grado di ‘aborrire’, di provare un impulso tipicamente umano che in realtà è su di essa proiettato. Il secondo è legato alla tua capacità di rifuggire, attraverso un’attenzione allo spazio, il vuoto. Ci sei riuscito in Cutis (2017) e adesso in Pathetic Fallacy, creando un’installazione totalizzante dallo spettro ultravioletto.
Marco Giordano: Più che rifuggire il vuoto, l’intento di Pathetic Fallacy è creare un’atmosfera che rimandi a uno stato d’essere interiore, ma che mantenga la relazione con l’esterno. Il titolo fa eco al termine letterario coniato da John Ruskin in Modern Painters. Con esso, l’autore si riferisce all’attitudine di attribuire pose antropomorfe agli elementi della natura. Ho accentuato la questione dell’antropomorfismo scegliendo il silicone che nella longiformità dei Duuuude può rimandare a un intestino o altre forme che connettono pavimento e soffitto della galleria. La lettura antropomorfa è delicatamente esasperata anche da The Room and The Wind (2017), breve componimento che ho realizzato per la mostra, dal testo critico di Stefano Collicelli Cagol, e dalla distopica intervista a cura de Il Colorificio (Michele Bertolino, Bernardo Follini, Giulia Gregnanin). In Pathetic Fallacy più che aborrire, la natura del progetto provoca un disagio percettivo nei visitatori, che Stefano ha abilmente definito come “uniche cavie organiche di questo laboratorio artificiale.”

G.C.: In The Natural Contract (1995), Michel Serres afferma: “a partire da oggi, la Terra ha una nuova scossa: non perché si sposta e si muove nella sua instancabile, saggia orbita, non perché sta cambiando, dalle sue placche profonde al suo incarto di aria, ma perché si sta trasformando a causa del nostro fare”.
M.G.: Il limite della Pathetic Fallacy è che imponiamo strutture umane agli agenti che ci circondano, de-animandoli per scopi utilitaristici e animandoli per scopi d’intuibilità. Il nostro voler riportare tutto al piano della comprensione porta a familiarizzare sì, ma anche a colonizzare i processi naturali. Come nel caso dell’utilizzo delle lampade da coltivazione LED, le quali possono essere regolate nella loro intensità per meri fini di produzione agricola. Questo conduce a una nevrotica oggettivazione e soggettivazione. Ci avviciniamo a qualcosa che non capiamo e nel farlo lo rendiamo oggetto diverso e uguale a noi. Questa forma di attrazione-repulsione è presente nel movimento schizofrenico dei Duuude in silicone. Originariamente, l’autore Jonathan Periam usa il termine ‘dude’ per indicare un uomo di città dall’atteggiamento ostentato e distaccato. Oggi sappiamo invece che nello slang americano questo termine è adottato per riferirsi a un individuo che ci è familiare. Ecco, trovo l’elasticità della parola e del silicone congeniali alla sensazione di repulsione e attrazione che proviamo e dimostriamo per gli agenti organici e inorganici presenti in natura.

G.C.: La tua può essere definita – utilizzando un’espressione di T.J. Demo – un’estetica intersezionalista, in quanto il tuo lavoro non dà la priorità alla sola esperienza di contemplazione all’interno di una galleria, ma emerge a partire da una ricerca condivisa con il pubblico. Penso ad esempio a LifeisFullofSurprises (2016) o al più recente Self-fulfilling-ego (2017), che hai definiti processi in creazione, in quanto dati dalle diverse prospettive e collaborazioni con individui e pubblico chiamati ad innescare il processo artistico.
M.G.: Self-fulfilling-ego, in particolare, si rivela come un processo più che un’opera d’arte tout court. All’inizio di quest’anno, sono stato invitato dal curatore della Jupiter Artland di Edimburgo, John Heffernan, a realizzare un’installazione all’interno della proprietà che circonda la Bonnington House, acquistata da Robert e Nicky Wilson nel 1999, oggi fondazione d’arte contemporanea. Sebbene alcuni artisti invitati abbiano negli anni operato in chiave fisica, ponendo un artefatto nell’ambiente, la mia intenzione era opposta. Non di creare una materialità imposta allo spazio bensì provocare una reazione della natura sull’artefatto. Questo si è rivelato possibile attraverso un processo di ricerca intrapreso in collaborazione con i due fondatori e i visitatori del parco.

G.C.: Perché questo titolo?
M.G: Self-fulfilling rimanda al concetto di profezia che si autodetermina. Ho riletto tale intuizione, tanto cara alla sociologia, nelle diverse fasi di Belief, Thought, Behaviour, Result, riferendole all’Ego come stato di coscienza, come atto di esistere nel mondo appartenente a qualsiasi essere vivente. Seguendo questo processo, ho chiesto a un gruppo di visitatori del parco, dalla poca o nulla esperienza pregressa in disegno, di partecipare ad una sessione di pittura alla presenza di Robert e Nicky Wilson. In tale occasione, il ruolo dei due si è tradotto in una partecipazione attiva, poiché a un tempo modelli e lettori del testo The White Bird di John Berger durante la sessione. Il Belief è quindi riferito alla fiducia riposta in un processo di cui non avrei potuto prevedere lo sviluppo, ma che avrebbe comunque determinato se stesso in seguito.

G.C.: C’è un passaggio di The White Bird, nel quale John Berger cerca di descrivere l’emozione estetica individuando e descrivendo cinque qualità degli uccelli di legno che “quando indifferenziati e percepiti nel loro complesso, provocano un senso momentaneo di mistero”.  
M.G.: Se per John Berger le qualità sono rappresentazione figurativa, rappresentazione simbolica, rispetto del materiale utilizzato, unità formale ed economia, in Self-fulfilling-ego queste sono sostituite metaforicamente dai connotati facciali dei due proprietari, che ho chiesto ai visitatori di rappresentare su carta: occhi, bocca, capelli, naso, orecchie. Ho lavorato post sui disegni, riportandoli in studio su scultura. Questa fase si è rivelata come uno stato di meditazione, di Thought appunto, durante la quale ho sperimentato con i diversi materiali recuperati in giro che non sapevo come si sarebbero relazionati tra loro. Ad esempio, ho utilizzato dei semi per ricreare un casco di capelli. Sono tornato qualche settimana fa a Jupiter e quei semi sono quasi tutti germogliati. È un processo non finito, un Behaviour che è portato avanti da qualcuno o qualcosa all’infuori dal mio ego ma che ritorna a me, facendone io parte. Ma anche al pubblico, che attraversando il viale d’ingresso alla fondazione è investito dal vapore acqueo (attivato da un motion sensor) che le sculture create emanano. Ho deciso di chiudere il processo con una pubblicazione, risultato che in qualche modo si lega alla sessione di lettura iniziale.

G.C.: I tuoi lavori esprimono una tensione tra effimero e duraturo, investigano la sottile linea tra ownership and authorship, e a tratti si rivelano performativi. Essi si definiscono come processo collaborativo, che ti connette al visitatore e lo rende il vero catalizzatore dell’opera. Cambiando l’ordine degli addendi, il tuo ruolo e quello del pubblico, il risultato è di volta in volta diverso. E questo sembra essere accaduto durante la tua ultima residenza, presso il CCA Centre for Contemporary Arts di Glasgow.   
M.G.: La residenza alla CCA è stata occasione per enfatizzare la relazione con il pubblico, per puntare sul senso di spontaneità che deriva dalla ‘ri-produzione’. Ho lasciato la porta del mio studio aperta, con l’intenzione di accogliere quanti più visitatori possibili e proporre loro uno scambio, linguistico e visuale. Ho chiesto di realizzare un collage che giocasse con una delle sette congiunzioni coordinative della lingua inglese, talvolta tradotte dai visitatori stessi. Il design era del tutto indeliberato e anche qui i visitatori non possedevano esperienza pregressa. La mia risposta a tale loro impegno è stata riprodurre queste opere su alcuni banner, cucendo e accostando un connettivo all’altro. Congiungere dei connettivi, rendendoli il vero fulcro della relazione. Il mio volere imparare a cucire si è rivelato una forma di interazione: anche io un amateur del mio lavoro, privo di esperienza pregressa ma guidato soltanto dal processo.

Giulia Colletti

Marco Giordano, Self-fulfilling-ego atto III Behavior, Jupiter Artland, Edimburgo 2017 foto di Ruth Clark

Marco Giordano, Conjunction Lab, CCA Glasgow, collage realizzato da un visitatore, “but” in Coreano

Marco Giordano, Self-fulfilling-ego atto II Thoughts, Jupiter Artland, Edimburgo 2017 foto di Ruth Clark

Marco Giordano, Pathetic Fallacy, installation view, Il Colorificio, Milano 2017 foto di Filippo Gambuti

Marco Giordano, Cutis, Project Room, Glasgow (UK) 2016. Pellicola di protezione in vetro, cablaggio, pannello di illuminazione LED, sensore di movimento, lattice e perspex, foto di Claudio Giordano

Marco Giordano, Pathetic Fallacy, Il Colorificio, Milano 2017 foto di Filippo Gambuti




Promuovere l’arte urbana nella culla del Rinascimento: la sfida della Street Levels Gallery a Firenze

La Street Levels Gallery nasce nel 2016 dall’ incontro tra giovani artisti e la Progeas Family, realtà organizzativa fiorentina di produttori culturali.  La galleria è unica  nel suo genere in Toscana e Matteo Bidini, che insieme a Gianluca Milli gestisce la parte organizzativa e progettuale della galleria, ci spiega il perché.

Chi siete e come/quando nasce l’idea?
Street Levels Gallery nasce dall’esigenza di avere un luogo dedicato all’esposizione e all’informazione sull’arte urbana. Al numero 74rosso di via Palazzuolo esisteva un laboratorio artistico già dal 2013. Nel dicembre 2016 gli artisti facenti parte del laboratorio decidono di dividere il luogo tra hub creativo ed uno spazio espositivo. In collaborazione con Progeas Family, Street Levels Gallery promuove l’arte urbana attraverso progetti, workshop e laboratori sul territorio nazionale.

Street Art, Arte urbana, Arte pubblica: sono sinonimi o vi è differenza?
Ci sono molte differenze tra queste parole. “Street art” comprende una vastissima gamma di discipline che, molte volte, hanno in comune tra loro solo il luogo di fruizione, cioè la strada. È una parola volutamente confusionaria, utilizzata da media e gallerie per etichettare un movimento che in realtà andrebbe studiato approfonditamente. “Arte urbana” è tutta quell’arte fruibile sui muri delle città, dipinta a spray o vernice, realizzata attraverso un processo progettuale che, oltre all’artista, coinvolga terze parti come il pubblico, istituzioni o curatori. “Arte pubblica” invece è qualcosa di più ampio che prende tutto ciò che esiste di artistico nella città, dai madonnari alle statue in mezzo alle rotonde.

La Street Art in Italia e all’estero: come cambia la valorizzazione e la fruizione di questa forma d’arte?
In Italia la Street Art è arrivata tardi  rispetto ad altri paesi come la Francia, la Germania, l’Olanda o la Spagna. Però, in pochissimo tempo siamo diventati il paese con il maggior numero di festival di Street Art in Europa; la maggior parte dei quali non hanno ragion d’esistere. Crediamo che l’arte e la cultura siano cose da trattare seriamente  e, purtroppo, in Italia riusciamo sempre a trasformare tutto nella peggior versione di se stesso. Guardandoci intorno vediamo tanta improvvisazione e incompetenza; in altri paesi le cose vanno un po’ meglio solo perché si pone un freno all’improvvisazione.

La Street Art a Firenze: com’è il panorama fiorentino e l’accoglienza che avete ricevuto in questa città?
Firenze è una città poco permeabile a tutto ciò che è contemporaneo perchè rimane arroccata su certezze vecchie di secoli, senza mai mettersi in discussione. Facciamo una grande fatica a lavorare qua, però piano piano ci stiamo levando le nostre soddisfazioni. Firenze ha un gran numero di artisti urbani attivi in città  che ne frequentano le vie, ma quasi nessuno di loro è fiorentino. Sono tutti artisti nati altrove e che per un motivo o un altro si sono ritrovati a condividere le stesse strade. Questo dovrebbe far pensare su quanto questa città investa veramente sui propri giovani ed il proprio futuro.

Quali progetti avete svolto finora? Quale il più importante?
Finora abbiamo ospitato già molte mostre importanti ma riteniamo che il progetto più importante e completo sia stato quello realizzato assieme a Nemo’s, attualmente in corso. H2O non è solo una mostra personale dell’artista urbano Nemo’s ma anche presentazione dei libri H2O e Who is Nemo’s e realizzazione di un murales sulla facciata della Casa del Popolo SMS Peretola.

Come sta andando la mostra di Nemo’s e cosa volete comunicare con questa scelta?
La mostra sta andando molto bene, è stata accolta con molto entusiasmo e siamo molto felici ed orgogliosi di aver portato un artista come Nemo’s in questa città. Le sue tematiche e i suoi disegni toccano da vicino lo spettatore, avendo il potere di cambiargli anche di poco la percezione con la quale guarda al mondo, non c’è niente di più potente. Questa è arte culturalmente rilevante, altrimenti si parla solo di decorazione.

Info:

Street Levels Gallery
Via Palazzuolo 74ar – Firenze
http://street-level-gallery.business.site/

NEMO’s, Mural for Casa del Popolo SMS, Peretola, november 2017

Who is NEMO’s & H2O – Presentation of the books and Nemo’s exhibition, november 2017

Who is NEMO’s & H2O – Presentation of the books and Nemo’s exhibition, november 2017

URBAN NATURE Exhibithion, Installation view, february – march 2016




Luca Maria Patella: NON OSO/OSO NON essere

Luca Maria Patella non ha accettato le lusinghe di un conformismo perbenista che tende a replicare moduli già consumati in nome di una speculazione commerciale più che estetica. Lui, da sempre, contesta non per un fatto ideologico, ma per aver scelto di lasciarsi guidare da una ricerca che non ammette di essere incasellata, che sfugge a qualunque definizione ed evita di sottostare a un formulario precostituito”.  La prima pagina del catalogo della mostra NON OSO / OSO NON essere di Luca Maria Patella ospita queste parole di Alberto Fiz, curatore della personale in corso presso la Galleria Il Ponte di Firenze, che ha voluto inaugurare la stagione espositiva con questo artista,  creativo simbolo per eccellenza del contemporaneo.

Patella (nato a Roma nel 1934) con una lunghissima carriera alle spalle e un percorso in continuo divenire, è ancora oggi in grado di stupire, porre interrogativi, ribaltare i sensi del mondo di cui ci parla e creare una persistente ambiguità intorno a quello che è il messaggio della vita e quindi dellarte. Influenzato dagli studi scientifici del padre (ingegnere cosmologo utopista) ha maturato fin dagli esordi una visione senza limiti della realtà, dove tutte le discipline coinvolte tendono a fondersi in un unico progetto escludendo gerarchie tra le diverse espressioni e i media utilizzati. Grafica, fotografia, video, cinema indipendente, scrittura, poesia, performance, installazione sono solo alcuni degli ambiti intorno ai quali si è incentrata la sua produzione. La complessa interdisciplinarità si nutre dei saperi classici come di quelli psicanalitici, della letteratura come della scienza, del piacere di inventare come dello studio attento e meticoloso; il tutto ha plasmato una modalità operativa sempre al passo con i tempi e mai disgiunta dai valori umani e dai fenomeni socio-culturali del presente.

Lesposizione, strutturata sui due piani dello storico spazio, è quasi un cammino iniziatico, unopera totale, una scoperta svelata e celata al contempo. Il titolo in primis rientra appieno nei giochi linguistici ironico-seri dellartista, alludendo alla profonda dialettica dell“essere” tra Conscio e Inconscio. Lingresso è una sorta di sipario teatrale plasmato a tuttaltezza dai Profili del Duca di Montefeltro, questo passaggio “umanizzato” è introdotto e posto in dialogo con i Vasi Fisiognomici in marmo perfettamente torniti sulle sagome dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca. Le figure si riconoscono grazie alle ombre proiettate sulla parete e prendono vita nellassenza della materia, nel vuoto che si fa forma. Dopo aver oltrepassato questa stretta barriera dai colori psichici junghiani si accede alla sala principale e si entra appieno nella realtà eclettica e ambivalente dellautore. Lungo le pareti trovano posto i lavori “significanti” per mezzo dei quali ormai da decenni porta avanti la sua poliedrica ricerca sperimentale fortemente incentrata sullo studio del linguaggio che in questo caso, passo dopo passo, manifesta un inesauribile vigore, tra ricorrenti equivoci e insidie lessicali che si nutrono di citazioni colte e memorie personali.

Il cammino tra i vari manufatti è uno zigzagare costante tra procedimenti dove parola e immagine si scambiano di posto e giocano a scacchi con lignaro spettatore: le opere cosmologiche in cui è presente la figura della moglie Rosa Foschi; le macchine ottiche; i due tempietti antichi in fondo alla stanza che accolgono la piccola scultura della Venere botticelliana divisa a metà e collocata su due piedistalli a forma di “patelle”. Ogni sua realizzazione è il completamento di un problema, è il risolvere un enigma, è lattivazione di cortocircuiti di senso allusivi che poi si sviluppano attraverso un imprevedibile processo di ri-significazione e di contatto con il visitatore. Il catalogo non è stato concepito come semplice apparato di supporto ma è esso stesso opera originale ideata e strutturata accuratamente quasi a costituire un pezzo aggiuntivo a quelli della personale. In occasione dellopening la performance del Campanaro (un giovane con due campane suonanti) scandiva le ore e i quarti quasi a guidare la discesa al piano inferiore dove da una piccola vetrata si può scorgere la camera rosa aurorale dentro cui giace una ragazza parzialmente coperta da un panno leggero che allude alla figura dantesca di Beatrice a cui fa riferimento il verso scritto sulla parete tratto dalla Vita Nuova: Nuda, salvo che involta in un drappo sanguigno leggeramente. Ancora una volta ironia e gusto del paradosso provenienti dalla lezione duchampiana si ritrovano nei continui sconfinamenti tra realtà e finzione, come negli slittamenti da forma a parola e viceversa. Nella penombra del piano interrato sono proiettati alcuni “films-opera” tra i quali Terra animata (1965-’67)  ̶  definito presso il MOCA di Los Angeles “a Key-work in the history of Land Art” ̶  anticipatore di quelle tendenze che si svilupperanno oltreoceano dopo il 1970 e SKMP2 (1968, prodotto dalla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini) dove Patella agisce come regista e protagonista a fianco di Sargentini, Kounellis, Mattiacci e Pascali. Inoltre lo spazio Lounge presenta una ricca selezione di fotografie dei primi anni Sessanta a documentare la sperimentazione e spesso l’invenzione di tecniche incisorie e di ripresa come l’utilizzo in tempi non sospetti dell’obiettivo fish-eye, della tecnica a infrarosso e della stampa a colori di negativi in bianco/nero.

Luca Maria Patella si configura come un vero e proprio intellettuale a 360°. Un icononauta moderno senza limiti, in grado di negare e rigenerare ogni volta la sua arte senza confini.

Loretta Morelli

Info:

Luca Maria Patella. NON OSO / OSO NON essere
a cura di Alberto Fiz
22 settembre – 17 novembre 2017
Galleria Il Ponte
via di Mezzo, 42/b – 50121 Firenze

Luca Maria Patella, Cosmo di Montefolle, 1985-86, scatola ottica in legno ed altri materiali 46×46,5×36 cm, courtesy Galleria Il Ponte

Luca Maria Patella, Nuda, salvo che involta in uno drappo sanguigno leggeramente, 2017, Dante Alighieri, La Vita Nuova, II, performance ambientale, courtesy Galleria Il Ponte

Luca Maria Patella, Inscripción para el sepulcro de Domínico Greco (Luís de Góngora), cristallo scritto e specchio in cornice dorata, 77×67 cm, courtesy Galleria Il Ponte

Luca Maria Patella,Vaso fisiognomico di Battista Sforza, (1982) 2017, marmo giallo di Siena tornito, 33,5×36 cm Vaso fisiognomico di Federico da Montefeltro, (1982) 2017, marmo verde Gressoney tornito, 34×36 cm, courtesy Galleria Il Ponte

Luca Maria Patella, Le vol entier de Vénus, 1989, due tabernacoli storici lignei intagliati, decorati e dorati, courtesy Galleria Il Ponte




Mircea Cantor. Your Ruins Are My Flag

Your Ruins Are My Flag è il titolo emblematico scelto da Mircea Cantor per la mostra ospite, fino al 16 dicembre 2017, della Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea di Roma. L’artista espone, per la prima volta in Italia, un corpus di 10 opere di nuova produzione, che immettono il fruitore all’interno della Storia, della nostra contemporaneità e del nostro stesso passato. Materiali e  titoli dei lavori esposti aprono a riflessioni sulle dinamiche del mondo attuale che, nel suo presente, riproduce schemi e drammi che affondano le radici in un passato tanto arcaico da confondersi con la stessa realtà umana. Così, nella serie di sculture dedicata alle rovine di Aleppo, una colonna-fune, realizzata con il sapone tradizionale della medesima città, sembra compiere le ultime tappe della sua funzione di elemento portante. In quattro momenti distinti, essa abbandona la sua verticalità tra le polveri e i calcinacci di una fine, per ritrovarsi “distesa” su dei materassini in poliuretano estruso, quasi rilassata nel sonno della memoria.

Tragedia e ironia coesistono in questi lavori che, nonostante la drammaticità, sembrano esprimere un’intrinseca volontà di guardare oltre, lasciando aperta una speranza per un nuovo inizio. Aleppo qui non è solo un luogo geografico martoriato dalla guerra, ma è il simbolo della guerra stessa e della parte buia che abita l’essere umano, oscurità che, probabilmente, può essere rischiarata dalla presa di coscienza della responsabilità individuale e collettiva, anche su cose che sembrano distanti dalla nostra realtà quotidiana.

Nell’opera Fontana delle Mani (2017) l’artista pone l’accento proprio su questo aspetto, inserendo in una fontana in legno uno schermo che riproduce un video, realizzato con telecamera a infrarossi, in cui delle mani  sono riprese nell’atto di lavarsi utilizzando una mano-scultura in sapone di Aleppo. Il messaggio è immediato ed è difficile non sentirsi coinvolti.

Polvere e calcinacci abitano anche Give More Sky to the Flags (2016) opera in cui  bandiere di acciaio corten sembrano simboleggiare uomini e Paesi alla ricerca di uno spazio che pare non essere mai sufficiente. Sulle rovine di un luogo distrutto, questi elementi vanno ad affermare la necessità di altro cielo dove poter sventolare. Altra aria e altra terra da occupare, ulteriori parti di mondo da possedere. Lo stesso mondo del quale l’uomo, di fatto, tende spesso a sentirsi padrone assoluto, senza considerare fino in fondo gli effetti delle sue azioni sul tutto.

 In Distrupted Air (still life), 2017 l’artista occupa una sala della Fondazione con una distesa di vasi di Spatifillo,  ponendo su ogni pianta brandelli di carta di giornale. Il fragile equilibrio tra l’uomo, quello che egli è con la sua cultura, e la natura è dunque nelle nostre mani, chiamate a prendersi cura dell’ambiente che ci ospita e che vive con noi.

Tutte le opere esposte – tra le quali la serie Take the World Into the World (2017) costituita da sculture in sapone di Aleppo, che rimandano sia  a gomitoli di corda che alla stessa colonna-fune arrotolata su sé stessa, e Haiku Under Tension (2017), in cui cumuli di macerie “giocano” con un grande tappeto elastico – sembrano parlare della responsabilità che ognuno ha nei confronti dell’altro, del  mondo e della natura nella sua complessità, poiché siamo tutti parte di un unico ecosistema, del quale è necessario preservare l’equilibrio, affinché esso sia sostenibile per ogni elemento, umanità compresa.

L’opera conclusiva del percorso espositivo, The World Belongs to Those Who Set It On Fire (2016), può fornire un ulteriore momento di riflessione su questo stesso concetto. In essa, Cantor raffigura un mondo dipinto usando il fumo di candela. Il risultano è un planisfero esteticamente raffinato, ma con il rimando simbolico della fine. Un mondo privo di tutto, prosciugato e carbonizzato. Fine che può essere evitata, o almeno rinviata, prestando attenzione ai propri gesti e acquisendo consapevolezza della responsabilità di essi.

Delia Pizzuti

Info:

Mircea Cantor. Your Ruins Are My Flag
12 ottobre – 16 dicembre 2017
Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea
Via Gustavo Bianchi, 1 Roma
Orario: martedì-sabato, 15.00 19:30

Mircea Cantor, Disrupted Air (still life), 2017, Spatifillo, giornali, dimensioni variabili

Mircea Cantor, Vertical Aleppo, 2017, sapone di Aleppo, calcinacci, mattoni, colonna h. 370 cm, ø 49 cm

Mircea Cantor, The World Belongs to Those Who Set It On Fire, 2016, fumo di candela su carta, 196 x 284 cm




Soy Cuba? Un arcipelago dell’identità

L’incipit della mostra ‘Soy Cuba?’, ‘Sono Cuba?’, può sottendere alla domanda di maggiore portata: ‘Sono cittadino del mondo?’ Come ci suggeriscono le parole dell’artista José Yaque, (…) a volte mi sono domandato quanto sia possibile essere universale a partire dall’essere cubano, quanto sia possibile che la propria opera vada oltre il mare che separa la nostra isola dal resto del mondo (…), l’interrogativo sulla propria identità muove dall’appartenenza al paese d’origine, per arrivare a meditare sulla presenza dell’uomo nel mondo e nella storia. La condizione di essere cubano oggi viene riflessa nello sguardo sincero e personale di otto artisti che operano con libertà espressiva e autonomia di pensiero, accompagnati dagli interventi di Carlos Garaicoa e Pascale Marthine Tayou, due artisti di altra generazione (il secondo anche di diversa nazionalità  seppur legato emotivamente a Cuba).

L’isola caraibica soggetta a continue mutazioni, è rievocata negli spazi appena risorti della Palazzina del Teatro Franco Parenti di Milano, protagonista anche quest’ultimo di una trasformazione che ha tuttavia conservato il fascino della sua precedente configurazione.

Entrando nella mostra il rosso dell’opera di Reynier Leyva Novo, sembra voler sottolineare un confine al di là del quale ci si addentra in una zona emancipata, rivoluzionaria. Il rosso sangue, cosparso sulla tela e sulla sedia antistante, la Red Stokke Chair (progettata per essere utilizzata tutta la vita) è lo stesso dell’inchiostro usato nei titoli del Granma, quotidiano del partito comunista cubano, nei numeri pubblicati dalla nascita della figlia dell’artista nel 2014, al 2015.

D’un tratto, scoppia un boato. Restando in ascolto si capisce che non ci sono bombe, la guerra è passata, oppure solo lontana? Sono gli Aplausos (2014-2017) dell’installazione sonora di Susana  Pilar, approvazioni di gesta eroiche e orazioni politiche in nome della giustizia, o almeno come tale acclamata. Gli applausi divampano tumultuosi, tributati in occasione dei discorsi, tra gli altri, di Ernesto Che Guevara, alle Nazioni Uniti nel 1964, di Hugo Chàvez a Cuba nel 1994, di Vladimir Putin sulla situazione in Crimea nel 2014, di Barack Obama durante la sua visita all’Avana nel 2016, di Donald Trump sul cambiamento della politica estera nei confronti di Cuba nel 2017, momenti questi che hanno determinato le sorti di popoli e che a intervalli ci ricordano una condizione d’instabilità perpetua.

Il rumore spinge a proseguire in una più ampia sala dall’atmosfera rarefatta, dalle tinte azzurro pastello, esotico, cubano, suddivisa al centro da un corridoio aperto. I fori quadrati della struttura incorniciano le fotografie di Alejandro Campins sulla parete destra della stanza, dove alcuni bunker, risalenti alla Seconda guerra mondiale e alla Guerra Fredda, come monumenti della paura, contaminano il paesaggio. Grazie allo sguardo dell’artista assumono una teatralità poetica che rimanda alle vestigia di un colosseo, in cui gli attori hanno recitato fra la finzione e la realtà. Le fortezze appaiono più mistiche nelle parvenze metafisiche dei dipinti dello stesso Campins, che sospesi nello spazio e nel tempo, rammentano le nature morte di Morandi ombrose e mute.

Il potere del silenzio si cela dietro Palabra lesionada, perfomance / installazione in situ, da cui Elizabet Cervino vuole far scaturire una ‘Sacra conversazione’ con Parole nuove e sentite, non più svilite o manipolate dalla cupidigia umana. Cervino, attraverso un gesto primordiale apparentemente violento, rompe il pavimento con una barra simile ad una lancia, strumento arcaico, evocatore di virtù nell’antica Grecia, alla ricerca di un tesoro essenziale. È la spiritualità la sua arma.

Nella biblioteca del Teatro il viaggio continua, grazie all’espediente narrativo di piccoli frammenti di vita raccolti in un iPad, mediante una virtualità immersa nel presente al di là dell’oceano. Per mezzo del suo obiettivo l’artista Leandro Feal cattura sistematicamente i frequentatori del Bar Roma, dove più di sessant’anni fa l’edificio ospitava un hotel nella parte più antica della città dell’Avana. Al visitatore è dato possibile seguire il profilo Instagram del locale dove continuano ad apparire immagini della ‘nuova’ vita notturna cubana. La sequenza trova una chiave di lettura nel messaggio Muy amado, no temas, la paz sca contigo. esfuérzate y aliéntate. Dn 10:19 che compare in uno degli scatti, su di un foglietto mostrato da delle mani femminili. Dunque è possibile valicare i confini e specchiarsi nell’altro mare e nel volto del prossimo per ritrovare se stessi e poi tornare indietro più consci di esistere. Feal inoltre installa le sue fotografie in un’altra opera site specific utilizzando la simmetria delle Sale Gemelle, che ritraggono la vita quotidiana a Cuba, uno scenario in continua trasformazione, tribolazione. Compare in diversi ritratti della strada l’insegna ‘America’, traccia di un’ideologia persa nello scarto di generazioni in corsa verso il futuro incerto.

In diversi interventi artistici è riscontrabile l’utilizzo rinnovato di risorse, in particolare nei lavori di Osvaldo González che ridefiniscono lo spazio con lo scotch e la luce, in un gioco scrupoloso di aggiunta e sottrazione. Si assiste inoltre al ricorso a pratiche che talvolta si fanno esse stesse opera, come il gesto di rottura di Elizabet Cervino oppure la perfomance Otro Juego de Piscina organizzata da Luis López-Chavez in occasione dell’inaugurazione e riproposta in forma fotografica e filmica in mostra. Si tratta di una gara di nuoto, in cui a seconda dell’ordine di parole sulle mute dei nuotatori viene ricomposta la frase “L’arte è una proposta estetica che cambia il suo significato con il denaro”, così che la sfida fra diversi concorrenti metaforicamente ridefinisce il rapporto fra arte e denaro.

 Tanti sono i tentativi di trasmettere lo spirito creativo di Cuba e il suo contesto attuale, in un andirivieni di emozioni, di microstorie che ricongiungono l’io con la persona, il singolo con la collettività. La globalizzazione si trasforma in profetica coesistenza di passato e presente, dando la possibilità all’isola di convivere con il resto del mondo. La rinascita della Palazzina coincide con una fiorente attività di artisti cubani, giovani e con una già matura consapevolezza d’intenti. La riqualificazione di un ambiente così come dell’io e del noi, emerge in tante riflessioni aperte nel corso dell’esposizione a partire dal quesito iniziale, ‘Soy Cuba?’, ereditato dal titolo del film sovietico di Mikhail Kalatozov e ancora oggi in sospeso. La mostra nasce da un’idea di Marina Nissim in collaborazione con Galleria Continua ed è curata da Laura Salas Redondo.

Vanilla Ciancaglini

Info:

Soy Cuba? 8 artisti contemporanei
13 ottobre – 19 novembre 2017
Palazzina dei Bagni Misteriosi del Teatro Franco Parenti
via Carlo Botta 18 Milano

Alejandro Campins, dalla serie Letargo: Arcoiris, photocredit: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Luis López-Chávez, Otro juego de piscina, 2017, photocredit: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Elizabet Cerviño, 2017, photocredit: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Reynier Leyva Novo, Perfect Doctrine, della serie The Weight of Ideology, 2014-2015, sedia e inchiostro rosso. Processed by Ink 1.1, 2016,  photocredit: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Pascale Marthine Tayou, Cuba mi Amor, 2015-2017, photocredit: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti




Pasolini presenta/e: Pier Paolo Pasolini nella collezione Egidio Marzona

Pasolini presenta/e è il titolo della mostra inaugurata lo scorso 11 agosto con la quale la città di Tolmezzo (UD), e la Carnia intera, rendono omaggio a uno degli intellettuali più influenti e controversi del Novecento: Pier Paolo Pasolini. Inserita in un progetto più ampio che ha compreso anche la proiezione di un documentario e un concerto in suo ricordo, l’esposizione si propone di indagare la figura di Pasolini attraverso i documenti unici provenienti dalla straordinaria collezione di Egidio Marzona, uno dei collezionisti più importanti a livello europeo.
Noi di Juliet abbiamo avuto il piacere di porre qualche domanda alla curatrice della rassegna, Michela Lupieri.

Per la prima volta la città di Tolmezzo ha ospitato una rassegna dedicata a Pier Paolo Pasolini e ne ha indagato la figura attraverso una mostra composta da reperti e documenti originali, la proiezione di un documentario e un concerto. Qual è stata l’idea alla base del progetto e come è stata sviluppata?
Il progetto è stato costruito a partire dalla collezione su Pasolini di Egidio Marzona, collezionista italiano fondatore dell’Art Park di Villa di Verzegnis (Ud) e proprietario di uno dei più importanti archivi sulle Avanguardie (e non solo) del XX secolo. La collezione su Pasolini, davvero minima se considerata la vastità del suo archivio, non era mai stata esposta al pubblico ed è stato Marzona a richiedere la sede di Palazzo Frisacco a Tolmezzo, capoluogo della Carnia sua terra di origine. L’amministrazione comunale ha accolto positivamente questa idea incaricandomi della curatela della mostra e della direzione artistica dell’intero progetto. Davanti ad un incarico così importante mi sono avvalsa della collaborazione scientifica di Karol Jóźwiak che ho invitato a co-curare il progetto e il catalogo di accompagnamento alla mostra e Angela Felice (direttrice del Centro Studi Pasolini di Casarsa) che ho invitato a curare la sezione della mostra dedicata al Pasolini friulano. Davanti alla eterogeneità e ricchezza della collezione abbiamo immaginato una rassegna composita capace di veicolare tanto la multidisciplinarietà della produzione di Pasolini quanto l’attualità del suo pensiero. Da qui è nata l’idea del titolo della rassegna Pasolini presente strutturata in tre momenti autonomi ma collegati: la mostra, concepita come fulcro principale, la proiezione di un film e il concerto. Per la proiezione abbiamo individuato il documentario girato da Pasolini nel 1970 Appunti per un’Orestiade africana. La scelta è ricaduta su questa pellicola poco conosciuta ai più – non si tratta di un film concluso ma di una serie di appunti di immagini in movimento per un film da farsi – per il suo costituirsi come filo conduttore tra le diverse epoche storiche. Come Pasolini nel 1970 aveva voluto riadattare la tragedia di Eschilo al contesto sociale della nuova democrazia Africana così, oggi, la proiezione di questo documentario ci ha permesso di collegare il passato del pensiero pasoliniano alle problematiche più urgenti del presente a noi contemporaneo. Infine, la rassegna si è conclusa con il concerto La musica dei film di Pasolini con i prestigiosi musicisti della Berliner Philharmoniker – Salvatore Percacciolo, Clemens Weigel, Luis Felipe Coelho – che hanno reinterpretato le musiche che sono state colonna sonora dei film pasoliniani. Tra i tanti, ad esempio, il famoso brano Che cosa sono le nuvole di Modugno il cui titolo riprende il quarto episodio del film Capriccio all’italiana girato da Pasolini nel 1967.

Con la mostra Pasolini presenta/e. Pier Paolo Pasolini nella collezione Egidio Marzona (visibile a Palazzo Frisacco fino al 5 novembre) vengono esposti per la prima volta dei documenti unici e originali legati alla figura di Pasolini provenienti dalla vastissima e preziosa collezione di Egidio Marzona. Ci parli di questo “archivio enciclopedico” in divenire e come sono stati selezionati i reperti in mostra…
La mostra ha un taglio molto specifico perché conduce il visitatore all’interno della collezione su Pasolini di Marzona dal tema molto specifico e tuttora in continua espansione. Il corpus principale è composto dalle versioni originali dei manifesti, delle locandine e delle fotobuste cinematografiche, di produzione italiana e internazionale, dei film per i quali Pasolini è stato sia regista sia sceneggiatore. A questo si aggiungono un insieme eterogeneo di documenti come libri, riviste, ritagli di giornale, disegni, rari libri d’artista, fotografie e fotogrammi. L’impossibilità di racchiudere entro precisi confini sia la vastità della produzione pasoliniana sia l’intero archivio Marzona mi ha portato a immaginare Palazzo Frisacco come una sorta di palazzo enciclopedico volto a contenere la collezione nella sua totalità. Come nella produzione pasoliniana alle poesie scritte in italiano e dialetto friulano si aggiungono i romanzi, i saggi critici, le sceneggiature, i film, i disegni, le pitture, così l’archivio Marzona è nella sua essenza trans-disciplinare, centrifugo e ubiquo. Lo stesso Marzona, infatti, per descrivere il proprio approccio al collezionare ricorre alla metafora del mosaico poiché per lui la presenza di ogni singola unità è necessaria e fondamentale a veicolare la complessità della collezione stessa. In mostra quindi, ogni singola unità esposta entra in relazione con le altre attivando un sistema dialogico di rimandi e connessioni che veicola la visione enciclopedica che ne è alla base. La collezione è esposta secondo un criterio cronologico che a partire dal 1961 (anno in cui per la prima volta Pasolini prende in mano la macchina da presa per girare Accattone) accompagna il visitatore fino al 2017. Questo perché ogni sala, concepita come un capitolo del palazzo enciclopedico, presenta un preciso nucleo tematico: a partire dai Paesaggi romani attraversando Il vangelo, Le allegorie della modernità, le Mitologie, le Sceneggiature, La trilogia della vita, La premonizione della morte, la Commemorazione fino ad arrivare a L’archivio del presente dove in una video intervista Marzona racconta l’origine del suo interesse per Pasolini. Pasolini presenta/e è una mostra di immagini e volutamente ogni sala è priva di testi esplicativi perché si è deciso di far parlare l’archivio e i materiali di cui esso stesso è composto.

Il titolo della mostra gioca con la scritta “P.P. Pasolini presenta”, dicitura che si trova impressa nei manifesti cinematografici e la parola “presente”… ci può raccontare come il concetto di presenza sia il filo conduttore dell’esposizione?
La mostra, come anche il catalogo, si apre con l’immagine della locandina del film Ostia e si chiude con il medesimo manifesto stradale con riportata la stessa immagine: quella di un uomo morto su una spiaggia, il cui corpo è stato appena preso a bastonate. Non solo Ostia è il titolo di un film del 1970, con la regia di Sergio Citti e la sceneggiatura di Pasolini, ma è il luogo in cui Pasolini stesso è stato assassinato. Il suo corpo, infatti, è stato trovato il 2 novembre del 1975 massacrato su una spiaggia del lido di Ostia. Se questo luogo è stato la fine del percorso umano di Pasolini, il manifesto cinematografico è stato per noi curatori tanto l’inizio quanto la fine del percorso espositivo. Sembra quasi, quindi, che nella scrittura del film l’autore abbia dato voce a una sorta di premonizione di quella che si sarebbe rivelata la fine della sua vita. Questa immagine è stata di fondamentale importanza ed è attorno a questa stessa che abbiamo strutturato l’intero percorso espositivo: un percorso che esplora il tema della presenza, in stretto dialogo con quello della morte dell’autore, sotto differenti aspetti. Dalla presenza del pensiero pasoliniano in diversi campi del sapere – come testimoniano i documenti esposti – e quindi il ricorso ai linguaggi del cinema, della scrittura o del disegno, attraverso la sua presenza nei film non solo come regista ma anche come sceneggiatore o attore per arrivare alla sua presenza in un luogo, il Friuli, perché è qui che è stato sepolto nel cimitero di Casarsa. L’aspetto più importante è la presenza di Pasolini all’interno di uno dei più importanti archivi al mondo e l’archivio non è che uno spazio, un luogo, volto a cristallizzare lo scorrere del tempo come la memoria di ciò che conserva. Marzona stesso scrive che l’archivio non è che il modo più semplice per combattere la morte. Nel testo Pasolini presenza del catalogo Karol Jóźwiak scrive: “Pasolini dice che «nella nostra arte non facciamo altro che rappresentare la realtà: e questa rappresentazione non è che un’anticipazione della morte. Ogni volta che un poeta scrive una poesia o un regista fa un film, muore. Egli cioè diventa montatore: e il montaggio è, appunto, la trasformazione del presente in passato». Catturare questo momento effimero di transizione tra il presente e il passato, tra la vita e la morte, è il paradosso dell’assenza della presenza. Questo concetto sembra risiedere sia negli archivi di Marzona sia nelle opere di Pasolini. La mostra tenta di far luce su questo aspetto, attraverso la presenza di Pasolini nell’archivio Marzona”.

Sia Pier Paolo Pasolini sia Egidio Marzona sono indissolubilmente legati al territorio friulano, alla sua storia e soprattutto alla sua lingua. La rassegna dunque si configura anche come importante momento di valorizzazione di questa terra…

La mostra presenta una doppia sezione dedicata al rapporto di Pasolini con il Friuli in cui una serie di documenti esterni alla collezione vanno a dialogare con quelli della collezione Marzona. Da una parte c’è la sezione Una scatola sonora per Pasolini curata da Angela Felice dove una selezione accurata di frasi, singole parole o versi in italiano e friulano e un “paesaggio sonoro” affidato alla voce dell’attore Massimo Somaglino conducono il visitatore nell’universo linguistico Pasoliniano. In questa sala, dove le immagini vengono sostituite dalle parole, i temi principali sono il linguaggio, il rapporto di Pasolini con i diversi contesti geografici e in particolare con il Friuli e la sua Casarsa. Nella seconda sezione, grazie alla collaborazione con lo Studio Valle Architetti Associati di Udine, sono presentati i progetti della tomba di Pasolini ideata dall’architetto Gino Valle nel 1977. In mostra sono esposti il disegno a matita del progetto e una serie di fotografie d’autore che mostrano la tomba di Pasolini in relazione al paesaggio di Casarsa.

Quali considerazioni può esprimere sulla riuscita del progetto e che riscontro ha avuto col pubblico presente?
La buona riuscita di una rassegna così varia e complessa è stata possibile sia grazie all’aiuto di molte persone sia grazie alla collaborazione con Enti pubblici e privati che hanno creduto nel progetto, permettendone la fattibilità. Non solo sono stati fondamentali il Comune di Tolmezzo e l’Associazione Reset che hanno promosso l’iniziativa ma, soprattutto, la Fondazione Friuli che ha donato un prezioso contributo a sostegno della mostra e gli innumerevoli partner e sponsor che hanno collaborato al progetto stesso. Tutto questo mi ha fatto capire che davanti a progetti che sulla carta possono sembrare quasi impossibili la strategia migliore è aprirsi al confronto e ricorrere alla collaborazione con più realtà di diversa natura. In questo modo il contributo di ognuna di esse diventa un tassello fondamentale per la buona riuscita del progetto. Il riscontro del pubblico è stato molto positivo sia durante le tre giornate della rassegna sia durante i mesi di apertura della mostra.

Magali Cappellaro

Info:

Pasolini presenta/e. Pier Paolo Pasolini nella collezione Egidio Marzona
11 agosto – 5 novembre 2017
Palazzo Frisacco, Via Renato del Din 7, Tolmezzo (UD)

Capitolo 4. Mitologie. Pasolini film posters 1967-1969. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 1. Paesaggi romani. Pasolini film posters 1961-1962. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 1. Paesaggi romani. Pasolini film posters 1961-1962. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio

Capitolo 2. Il vangelo secondo Matteo. Pasolini film posters 1964. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio

Capitolo 3. Allegorie della modernità. Pasolini film posters 1965-1968. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 7. Una scatola sonora per Pasolini. La poesia e il Friuli. A cura di Angela Felice. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 8. La premonizione della morte. Salò 1975. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 8. La premonizione della morte. Ostia 1970. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.

Capitolo 7. Una scatola sonora per Pasolini. La poesia e il Friuli. A cura di Angela Felice. Ph. courtesy A. Nazzi, Studio Foto Livio.




Stephen Chambers. The court of Redonda

Qual è il vero significato de La Corte di Redonda e cosa rappresenta per lei?
La Corte Di Redonda (CoR) mi ha attratto a sé diventando uno strumento di impegno nei confronti dei cambiamenti della società; mi piace l’idea che una corte, una di quelle influenti, possa essere costituita da persone che fanno cose, hanno un pensiero fantasioso e esplorano le idee. Artisti, scrittori e compositori prendono decisioni continuamente, è fondamentale per quello che facciamo. Non mi sto appellando a un mondo gestito da un’etica hippy, ma le arti sono generlamente liberali, non conoscono confini, sono indulgenti e positive.

La Corte di Redonda si trova in un luogo a metà tra realtà e fantasia. Dov’è il confine tra questi due termini?
Usiamo spesso frasi come il passato è una terra straniera o non lasciare che la verità entri in una buona storia, o, piuttosto inquietante, l’attaulità delle fake news. Redonda è reale, la Corte è costituita da persone conosciute, Javier Marias è uno scrittore di tutto rispetto. Tutto ciò è vero. CoR è anche, ovviamente, una costruzione. Una corte senza castello e senza potere. È simbolica, è un’idea, ma allo stesso tempo giocosa e profonda. Le idee concrete iniziano con idee fantasiose.

Ci racconti come convivono insieme il tuo ruolo di Visconte e quello di pittore.
Ho diversi appellativi bizzarri in aggiunta al mio nome: tra gli altri premi educativi, lauree onorarie e sono membro di alcuni istituzioni reali. Nessuno di questi titoli fa la differenza quando mi confronto col verduraio, col direttore di banca o con chiunque altro. Di conseguenza diventare Visconte di Redonda (il più fiorito tra i miei titoli)  può essere aggiunto al mucchio restante con particolare eleganza.  Costruisco cose, le mie mani si sporcano, faccio viaggi esotici nella mia testa.  Anche io, a volte, ho partecipato a cene grandiose e sorridenti. Questo è un titolo ridicolo, ovviamente, ma anche la gran parte della lista dei miei titoli non ha senso.

Javier Marias, l’ultimo re di Redonda, è venuto a vedere la mostra a Venezia?
Javier Marias non è pouto venire a vedere la mostra, ma siamo comunque in contatto. È coinvolto nella stesura finale del suo nuovo romanzo. Non c’è spazio per le distrazioni.

La corte di Redonda è una sorta di monarchia fantastica. Quale messaggio politico possiamo trovare nel “Sistema Redonda” e come possiamo usarlo nella società di tutti i giorni?
In parte ho già risposto in precedenza. Basta dire che le idee e la cretività hanno un significato al di là del potere.

La Corte di Redonda è in un certo modo sia senzatempo che una leggenda dei tempi moderni. Possiamo, quindi, creare narrazioni mitilogiche a partire dal presente senza trarre inspirazione dai miti antichi?
Le figure nella Corte di Redonda sono posizionate in un qualche indefinito passato senzatempo. Sono interessato alla pittura del tempo attraverso immagini statiche in 2 dimensioni. Se metto ogni cosa come assoluto ritratto dell’oggi, domani sarà già fuori dal tempo. Il cinema e la letteratura contemporanea giocano con le epoche senza la paura di essere viste come vecchie o nostalgiche, Le arti visive, invece, sono più nervose di fronte a questo di fronte a questo gioco del tempo. Sono un artista contemporaneo, non è un problema. Se queste figure diventeranno mitologiche è difficile da dire ora, ma la mitologia non è prereogativa assoluta degli antichi greci.

Tutte le stanze di Cà Dandolo ci mostrano un capitolo differente del suo lavoro artistico. Sembra che ci raccontino di un interesse per le peculiarità degli esseri umani o le differenze antropoligiche, da Casanova al trittico sulla Brexit. È così? Qual è la connessione tra questi esseri umani e luoghi geografici, se ce n’è una?
Quando ero più giovane facevo dipinti e stampe appositamente per le mostre. Questi aspiravano ad essere dipinti singoli non direttamente collegati tra loro. Un dipinto, poi un altro, e un altro ancora. Una volta decisa la data della mostra sceglievo i migliori. Negli ultimi anni, ho sostituito questa pratica selezionando un’idea ed esplorandola. Richiede l’abbandono del tempo, come uno scrittore mette da parte il tempo per scrivere un libro. Ne risultano corpi di lavoro che sono per lo più unità indipendenti. Gangs of New York è stato un modo per indagare la nuova città in cui stavo vivendo. Anche Casanova, CoR e State of a Nation hanno un tema. Questi sono corpi di lavoro che si appartengono a vicenda. Sono interessato alle persone e a quello che fanno. CoR è il mondo di ogni uomo. Ho voluto fare bellissimi dipinti di persone che non erano necessariamente belle, infatti desideravo che la gente apparisse ordinaria. Esse ricevono uno status per la semplice appartenanza alla Corte.  Sono appese in un palazzo nobiliare, racchiuse in cornici perfette. Sono interessato all’idea che l’ordinario sia più straordinario dello straordinario.

Ha un personaggio preferito, o un personaggio che l’ha particolarmente inspirata, nella Corta di Redonda o nelle altre opere esposte a Cà Dandolo?
Ho i miei personaggi preferiti, ma non dirò chi sono. Non voglio elevare nessuno a Re o Regina. Mi piace l’ide che ogni spettatore possa creare la propria gerarchia, la propria relazione con i personaggi. Quando i dipinti hanno un solo soggetto si crea un dialogo tra chi guarda e la figura dipinta. Questo è uno dei motivi per cui i dipinti sono smaltati, i riflessi portano lo spettatore dentro il quadro.

Che cosa significa per lei la presenza de La Corte di Redonda a Venezia durante la 57° Biennale d’Arte?
Ho visto la mia prima biennale nel 1981, ne ho viste molte da allora. Quando mi hanno offerto questa opportunità, in questa sede in particolare, sapevo che sarebbe stata perfetta per The CoR. I tre dipinti di State of a Nation sono la mia piccola difesa rispetto alla tragica decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Europa. Mi dispiace dover dire di essere stato uno dei pochi a riconoscere che una volta data la possibilità di scelta la Gran Bretagna sarebbe fuoriuscita dall’EU. Ne avevo paura, l’ho previsto, e dovrò convivere con questa scelta. Il primo quadro è stato fatto una volta dato l’annuncio che si sarebbe fatto il referendum, il secondo, alla vigilia delle elezioni e per realizzare il terzo ho aspettato fino a che non ho saputo il risultato. Il tema del cavaliere in bilico è un riflesso dell’amore che la società britannica ha per i ritratti di gente a cavallo. State of a Nation è anche un richiamo al trittico di Paolo Uccello, La battaglia di San Romano, originariamente i tre quadri erano appesi insieme, ora sono dislocati a Firenze, Londra e Parigi. Ho sempre sperato (ma sono realista) come segno di armonia e cooperazione europea e che si sarebbero riuniti.

Potrebbe dare un consiglio a un giovane artista che sta leggendo l’intervista?
Se un giovane vuole fare questo nella vita non dovrebbe studiare nessun altro mestiere; nei momenti di panico si possono avere dei dubbi su questa scelta ed esserne allontanati. Se fai un po’ di soldi, dopo compra il tempo. Sii te stesso e insistente e non scendere a compromesi.  Sii curioso e decisivo.

Carolotta Borasco

L’artista inglese Stephen Chambers

Stephen Chambers. The court of Redonda, installation view at Ca’Dandolo, Venezia

Stephen Chambers. The court of Redonda, installation view at Ca’Dandolo, Venezia

Stephen Chambers. The court of Redonda, installation view at Ca’Dandolo, Venezia

Stephen Chambers. The court of Redonda, installation view at Ca’Dandolo, Venezia

Stephen Chambers. The court of Redonda, installation view at Ca’Dandolo, Venezia