Dalla ricerca alla poesia: Pierdonato Taccogna, un racconto tra scienza e arte

A Catania, via San Michele si presenta come una piacevole zona in cui la creatività pulsa e prende vita; muovendo gli occhi da un lato verso l’altro, infatti, ci si accorge di come ogni vetrina o muro regali al passante una ventata di novità seguita dalla curiosità. Una piccola via, in cui arte e artigianato nel loro estro più originale, offrono al pubblico accoglienza, relax e bellezza.

In questa via nel 2014 nasce, per volontà della storica dell’arte Aurelia Nicolosi, la Galleria KōArt, che accoglie gli artisti delle nuove generazioni e alimenta lo scenario dell’arte contemporanea locale. La galleria propone arte figurativa e concettuale e dedica grande attenzione anche alle tendenze legate al design e alla fotografia, sempre più in voga.

L’ultimo evento ospitato dalla Galleria KōArt è una mostra personale di Pierdonato Taccogna, In principio era il cielo, nata da un’idea del curatore Giuseppe Carli e curata, in questa versione catanese, successiva a quella palermitana, da Aurelia Nicolosi e realizzata in collaborazione con il Centro d’arte Raffaello di Palermo.

Pierdonato Taccogna nasce a Triggiano nel 1990, consegue la maturità presso il liceo artistico statale G.De Nittis e prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bari, percorso che sospenderà per dedicarsi interamente all’arte approfondendo in particolar modo, grazie alla ricerca storica, lo studio delle tecniche pittoriche.

La sua poetica si avvale di due elementi fondamentali: la luce, come ossessione (ma anche come esperienza e indagine del mondo fuori dal reale) e la materia vera e propria, che va dalla preparazione del telaio sul quale prenderà vita l’opera, sino alla stesura del colore.

La luce di Taccogna va ricercata in quei bagliori e in quelle evanescenze tipiche della sfera subconscia: l’esperienza va vissuta in prima e in terza persona e si avvale di suoni e profumi, quasi come fossero dei flash che superano la realtà.

Interessante sottolineare il fatto che l’artista non si avvale dell’utilizzo di materiali industriali, tutto viene preparato artigianalmente nel suo atelier seguendo le ricette dei vecchi maestri, particolarità che gli consente di sperimentare nuove e svariate tecniche pittoriche.

In principio era il cielo racconta del legame che intercorre tra l’uomo, il mondo terrestre e l’universo, attraverso la scienza e l’arte contemporanea, il che non può che regalarci bellezza e armonia proprie della forza più assoluta, la Natura. Per questi motivi e per le seguenti ricerche, Taccogna si impegna a osservare con occhi attenti non solo sé stesso, ma anche il mondo che lo circonda, perché solo attraverso questa analisi può arrivare all’alchimia che trasforma la ricerca in poesia.

«Nell’opera di Pierdonato Taccogna – spiega la curatrice Aurelia Nicolosi – rivediamo Turner, Monet, Seurat, Signac, Van Gogh cioè tutti quei pittori in cui la luce e il colore sono diventati parti fondamentali della loro vita e della loro sperimentazione. Sospesi tra passato e presente, i suoi telai sono costruiti sapientemente a mano e i suoi colori sono frutto di una preparazione artigianale antica che recupera i principi della chimica e la proprietà degli elementi. Le sue sono visioni dense di materia, di polveri e di stupore di fronte a fenomeni incommensurabili che l’uomo tenta inutilmente di decifrare. Assieme a lui non ci resta che contemplare la meraviglia e rimanere attoniti di fronte all’esplosione dell’Universo, raccontata con quella passione che solo un vero artista riesce a trasmettere.

E se Galileo per la prima volta puntò un cannocchiale verso il cielo, così Pierdonato, al pari del famoso scienziato, sfida gli stereotipi comuni e le false verità, incantando il pubblico con il suo racconto visivo in cui la volta celeste assume un aspetto sacrale, degno dell’eternità. La sua curiosità lo spinge lontano e nessun buco nero all’orizzonte potrà minacciarne la rotta e il declino».

Info:

Pierdonato Taccogna. In principio era il cielo
a cura di Aurelia Nicolosi
KōArt – Unconventional Place
via San Michele, 28 – Catania

Pierdonato Taccogna,-COMPOSITIO-STELLA,-olio-e-vernice-su-tela-jutaPierdonato Taccogna, Compositio Stella, olio e vernice su tela-juta, 140 x 140 cm, 77 x 140 cm, 2017

Pierdonato Taccogna, Supernova Green, olio e vernice su tela juta, 50×50 cm, 2017

Pierdonato Taccogna, Hypernova Blue, olio su tela juta, 80×80 cm, 2017




Immagini e parole per una Sicilia tutta da scoprire tra le mura del salotto culturale Prampolini

Nel centro storico di Catania nel 1894 il maggiore dei bersaglieri e professore di educazione fisica, Giuseppe Prampolini, fondò la Libreria-Legatoria Tirelli (cognome della sua prima moglie). La denominazione fu successivamente sostituita con il cognome dell’ideatore, Prampolini, a cui succedette il figlio Romeo, che in poco tempo divenne un protagonista della vita intellettuale di Catania, grazie alla fioritura letteraria di fine Ottocento e inizi del Novecento, ospitando all’interno dell’importante edificio storico nomi come Verga o Capuana, solo per citarne alcuni.

In seguito, le stragi della seconda guerra mondiale costrinsero diversi editori a chiudere i battenti, ma Prampolini riuscì ad attutire il colpo continuando la propria attività al passo con la società contemporanea. Dopo la morte di Romeo Prampolini nel 1974, la libreria rimase chiusa per una ventina d’anni, fino a quando il suo allievo ed editore Angelo Santo Boemi ne riprese la conduzione fino al 2005, ma a questo momento seguirono varie gestioni e vicissitudini.

Il 15 settembre 2019 la storica Libreria ha finalmente riaperto i battenti con lo stesso entusiasmo di un tempo grazie alle sorelle Angelica e Maria Carmela Sciacca, già proprietarie della Libreria Vicolo Stretto, con l’obiettivo di ridonare alla città un pezzo di storia all’interno di un grande salotto culturale.

Il 17 novembre presso la Libreria è stata inaugurata la seconda tappa del progetto ACINQUE – Un archivio d’immagini e parole per la Sicilia (la prima ha avuto luogo un anno fa presso l’Oratorio di San Mercurio, PA), progetto ideato nel 2018 da Giuseppe Mendolia Calella, curatore e co-fondatore della piattaforma sulle arti visive Balloon Project. Si tratta di una raccolta di libri d’artista di formato A5 (210 x 148 mm), realizzati mediante diverse tecniche, con un tema comune: il patrimonio materiale e immateriale della Sicilia.

Per l’occasione, alla Legatoria Prampolini, è stato presentato un folio edito in collaborazione con la casa editrice Moondi contenente testi critici di Cornelia Lauf, Aurelia Nicolosi e Giuseppe Mendolia Calella, con traduzioni di Gesualdo Busacca.

Ma cos’è un libro d’artista? Affermatosi principalmente nel XX secolo, possiamo intenderlo come un lavoro artistico realizzato come vero e proprio libro, spesso pubblicato come edizione numerata a tiratura limitata, sebbene a volte sia prodotto come oggetto unico e venga chiamato appunto unique: un libro che non si limita alla sua semplice e classica idea ma che si declina in una vasta gamma di forme, come rotoli, pieghevoli, concertine, fogli rilegati o liberi contenuti in scatole.

Questi gli autori in mostra alla Legatoria Prampolini per ACINQUE – Un archivio d’immagini e parole per la Sicilia: Roberta Abeni, Fabrizio Ajello, Vanessa Alessi, Daniela Ardiri, Calogero Enzo Barba, Ludovica Antonella Barba, Vincenzo Barba, Marcella Barone, Davide Basile, Gaetano Blaiotta, Giovanna Brogna Sonnino, Luca Hugo Brucculeri, Gesualdo Busacca, Laura Cantale, Gianluca Capozzi, Carmen Cardillo, Federico Caruso, Claudia Castello, Mario Chiavetta, Maria Grazia Cipolla e Giacomo Simonetta, Alessandro Costanzo, Paolo Cremona, Eleonora Cumer, Mariella Cusumano, Gabriele D’Angelo, M. Elena Danelli, Melania De Luca e Gianluca Monaco, Pasquale De Sensi, Stefania Di Filippo, Francesco Di Giovanni, Demetrio Di Grado, Giuseppe Anthony Di Martino, Giorgio Distefano, Zoltan Fazekas, Alessandro Federico, Manuel Fois, Rosa Franceschino, Rosolino Ganci, Loly Ghirardi, Lillo Giuliana, Alessio Guano, Olga Gurgone e Valentina Scalzo, Vincenzo Ingrascì, Angelo Licciardello e Sebastiano Sicurezza, Sara Lovari, Mario Margani e Andrea Nicolò, Laura Maugeri, Susy Manzo, Giuseppe Mendolia Calella, Gaetana Milazzo, Pietro Milici, Rosa Lucia Motta, Claudio Parentela, Francesco Pietrella, Ettore Pinelli, Maurizio Pometti, Salvo Rivolo, Francesco Rinzivillo, Flavia Rossi, Gabriella Sapienza, Stefania Scamardi, Caterina Scandurra, Giuseppe Scandurra e Lucilla Scalia, Federico Severino, Demetrio Scopelliti, Samantha Torrisi, Ilenia Vecchio, Marilena Vita, Vincenzo Zancana.

Dopo il successo dell’evento trascorso, la Call, che invita artisti di ogni sorta chiamati a realizzare un libro in copia o in tiratura limitata, è stata riaperta. I dettagli e il bando completo online al seguente link http://www.balloonproject.it/opencall_a5/

Info:

Legatoria Prampolini
Via Vittorio Emanuele II, 333 Catania
Ingresso libero
Partner: Balloon Project | Attraverso Collettivo Curatoriale | Moondi Edizioni | KōArt Unconventional Place
Wine partner: La Valigia di Bacco

Legatoria Prampolini. Opening. Ph Giuseppe Trovato

Legatoria Prampolini. Maria Carmela e Angelica SciaccaMaria Carmela e Angelica Sciacca

Zoltan Fazekas, R'mailartZoltan Fazekas, R’mailart Ph. Alessandro Costanzo

Giuseppe Mendolia Calella, Blank Ph. Alessandro Costanzo




Street Art Bus Tour #CATANIA: un nuovo modo di vivere l’arte contemporanea

Catania, antica città portuale adagiata sulla costa orientale della Sicilia e ai piedi dell’Etna, da sempre grazie alla sua storia e alla volontà di camminare al passo con le nuove tendenze ha fatto sì che si possa considerare una delle città siciliane artistiche più attive: ogni poro della città sembra trasudare arte. Per esempio percorrendo l’asse principale, via Etnea, alzando lo sguardo veniamo colpiti da quel barocco tanto caratteristico, uno stile  inconfondibile che offre al turista una visione estasiante lungo la sua passeggiata. Una città con musei e mostre del tutto nuove al territorio, musei che ospitano rassegne di livello nazionale e internazionale, ma anche spazi che raccontano la storia catanese per non perdere neanche uno di quei tasselli che fanno di Catania una meta ambita da ogni turista, in cui l’arte si mescola alla vita quotidiana. Ma oltre a tanta storia, a tante mani di artisti che hanno firmato il passato di questo territorio, Catania oggi sembra perfettamente rispondere al richiamo indiscusso dell’arte contemporanea e oltre alle nuove realtà espositive che danno la possibilità di sbirciare all’interno del complesso e variegato mondo del contemporaneo e che consentono anche a chi è più al sud di stare al passo con le novità, la città etnea non perde occasione per stupire con momenti ed episodi artistici unici nel loro genere.

Parliamo dello Street Art Bus Tour #Catania, iniziativa accolta dall’AMT – Azienda Metropolitana Trasporti S.P.A e dal Comune di Catania che ha riconosciuto in questo evento lo spessore culturale oltre che lo spirito di unione. L’evento è stato pensato in occasione della 15esima edizione della Giornata del Contemporaneo 2019, promossa da AMACI, CityMap Sicilia (mappa della città Catania, attiva da più di dieci anni sul territorio con progetti on e off line volti a far conoscere e promuovere il territorio) e Alice Valenti, artista guerriera per i soggetti e i temi affrontati nei suoi lavori ispirati all’opera dei pupi siciliani e per le numerose campagne sociali che porta avanti da ormai molti anni.

Ma cos’è lo Street Art Bus Tour #Catania? Si tratta di un percorso cittadino alla scoperta di alcuni tra i più importanti interventi d’arte pubblica della città, con l’obiettivo di far conoscere ai catanesi e ai turisti gli interventi più significativi attraverso un percorso, per la maggior parte in autobus e parzialmente pedonale, e far incontrare gli abitanti di quartieri differenti della stessa città con lo scopo di ‘’scambiarsi e ospitarsi’’ e far incontrare i cittadini con la Città.

Il tour parte dall’Ex Rimessa R1 (via Plebiscito 747 – Catania) dove nel 2018 l’artista Alice Valenti ha impreziosito il progetto di Emergenge Festival realizzato da artisti di fama internazionale e che ha reso tale spazio pubblico un museo a cielo aperto. Tra gli altri autori che vi presero parte, ricordiamo: CORN79 (Italia), Etnik (Italia), Gomez (Venezuela), Gue (Italia), Salvo Ligama (Italia), Pao (Italia), Fabio Petani (Italia), Ruce (Italia), Rasta (Iran), Seikon (Polonia) e StenLex (Italia). Il bus d’arte, che segue un percorso alla scoperta dell’arte pubblica della città, parte con le livree disegnate dall’artista Alice Valenti nei vari quartieri che, nel corso di questi ultimi anni, sono stati oggetto di progetti pubblici e privati, collettivi e individuali, volti a riqualificare monumenti e vie cittadine attraverso interventi di street art realizzati da artisti locali, nazionali e internazionali.

In definitiva, arte contemporanea e public art proiettate verso un unico scopo: quello della riqualificazione grazie al coinvolgimento degli stessi residenti che diventano protagonisti di un’azione a lungo termine. Un intervento che dimostra come la creatività possa dialogare col posto e la sua storia e richiamare, nel contempo, l’attenzione su una parte della città al quale nessuno aveva mai rivolto il proprio sguardo o un semplice pensiero.

Queste sono le tappe/fermate:

00_ Ex Rimessa R1: un museo a cielo aperto in cui l’arte contemporanea trova il suo posto tra cemento e capannoni e che dà una nuova vita ai luoghi che hanno segnato la storia dell’AMT.

01_ Fortino: L’ombra di Porta Garibaldi – intervento, in cui adulti e bambini si sporcano le mani, realizzato dall’artista Alice Valenti insieme ai soci di Acquedotte e ai residenti del quartiere; l’opera che ne viene fuori è il ribaltamento della stessa porta sul selciato attraverso l’utilizzo e l’assemblaggio di forme geometriche.

02_ San Berillo: il quartiere delle Case di Tolleranza, chiuse nel ‘58, per molti anni ha continuato a essere il rifugio preferito per delinquenza e prostituzione. Ma oggi, grazie all’intervento di diverse associazioni, se ne promuove la riqualificazione e la valorizzazione, abbellendo la zona con interventi di street art lungo le mura e le porte delle abitazioni (per esempio con l’intervento del collettivo siciliano Res Publica Temporanea).

03_ San Michele: nella via dell’arte, il palermitano Demetrio Di Grado con i suoi collage, con hashtag e soggetti in cui occhi e bocca sono coperti, ha regalato alla città un intervento che sta tra murale e manifesto pubblicitario.

04_ Lungomare: Salvo Ligama con il ritratto a mezzo busto e in torsione del dio Nettuno sembra dare il benvenuto al piccolo borgo marinaro di San Giovanni Li Cuti, caratteristico per la presenza di sabbia e rocce nere di origine vulcanica.

05_ Piazzale Sanzio: un restyling del tutto nuovo per le biglietterie dell’AMT, dove Alice Valenti vuole omaggiare la Sicilia attraverso la scelta di elementi decorativi presi dai tipici carretti siciliani riportandoli sulle facciate delle due strutture in versione macro, quasi usasse una lente di ingrandimento.

06_ Nuova Dogana: ancora Demetrio Di Grado col suo linguaggio contemporaneo e fatto di ‘’#’’ ci regala donne a mezzo busto, tratte da riviste vintage, e con lo sguardo coperto, non-sense dall’alta cura estetica.

07_ Porto (Silos) – dal 2015 il più grandioso monumento di Street Art è a Catania, con otto murales realizzati su dei vecchi silos da Okuda, Rosh333, Microbo, Bo130, Vlady Art, Danilo Bucchi, Interesni Kazki, Vhils (dietro un unico murale che si affaccia sul mare, il più grande al mondo realizzato da Vhils) firmati da artisti di fama internazionale che per i loro racconti prendono spunto dalle tradizioni siciliane.

08_ Porta della Bellezza e 6ª Circoscrizione, viale Moncada, blocco 6, palazzina A – progetto di Antonio Presti che comprende dodici opere di scultori italiani accomunati dal tema de “La Grande Madre’’. La Porta della Bellezza, la più grande opera in terracotta, si trova nel quartiere di Librino e ha previsto per la sua realizzazione il coinvolgimento dei bambini delle scuole del relativo quartiere, con l’obiettivo di condividere, rispettare il territorio e promuoverlo.

09_ Occhio di Blu (Librino) – Blu, il Banksy italiano, denuncia attraverso l’utilizzo del vulcano Etna e della sua forza suprema e devastante lo stato in cui si trova il quartiere, auspicando però nella stessa rinascita del quartiere.

Street Art Bus Tour #CATANIA

Nuova Dogana: Demetrio Di Grado

Lungomare: Salvo Ligama

STREET ART BUS TOUR #CATANIASan Michele: Demetrio Di Grado

Piazzale Sanzio: Alice Valenti

Porto: Okuda, Rosh333, Microbo, Bo130, Vlady Art, Danilo Bucchi, Interesni Kazki, Vhils

For all the images: ph credits Salvo Puccio




Horror Vacui et Amor Pleni. Un labirinto in cui perdersi per poi ritrovarsi

Nello scenario odierno l’artista cerca di creare stupore ed estasi, spesso anche choc, disgusto e addirittura fastidio. L’artista rappresenta lo specchio della ‘nostra epoca’, quella che viviamo, facendosi testimone di un processo di evoluzione più o meno intriso di positività. Punti fondamentali dell’arte contemporanea risultano allora la visione, il guardare, l’osservare; un contemporaneo che mette lo spettatore di fronte a qualcosa che non riesce a comprendere perché non immediato, perché sembra che parli un linguaggio cifrato e indecifrabile.

Horror vacui, la paura del vuoto – Amor Pleni, il tutto Pieno, di Barbara Giummo, nasce a seguito di una ricerca che l’artista ritrova nell’ambivalenza degli opposti a cui ad ogni significato sta un relativo contrario e ciò permette di non restare mai fermi su una stessa idea/posizione. La ricerca artistica dell’artista si basa sull’astrazione informale e nell’ultimo anno si è sviluppata nella serie Horror vacui – Labyrinth.

La fluidità dell’acrilico permette un gesto veloce e automatico, attraverso il quale realizza più pezzi in poco tempo, grazie alla stesura rapida e poco precisa del colore. Colori mai troppo lontani l’uno dall’altro. Tonalità corpose, dal colore contenuto e dall’essenzialità disegnativa. Segni netti, veloci e marcati che tracciano un labirinto dentro il quale lo spettatore può introdursi per poi perdersi o trovarsi.

‘Non forme’ che danno vita a segni che sembrano ripetersi all’infinito e in maniera analoga. I segni di Barbara, si presentano uno accanto all’altro, ripetuti all’infinito, una griglia che sembra diventare una struttura molecolare, una crittografia di segni primordiali che rimanda ad un codice segreto: possiamo trovare la combinazione per accedervi? Questo ordine e disordine ci darà mai la possibilità di cogliere l’interiorità dell’artista o trovare addirittura la nostra?

Un labirinto, fatto di linee e spazi vuoti, che nel caso di Barbara Giummo si presenta con segni e colori, pieni e vuoti, in cui si intrecciano le emozioni dell’artista e le sensazioni dello spettatore. Nell’antichità il labirinto simboleggiava il caos primordiale e lo sforzo di imporre un ordine. Il suo disegno spiraliforme ricorda un serpente arrotolato, le viscere, ma anche i meandri del cervello, un disegno geometrico, più o meno complesso, costituito da varie linee e corsie disposte in una spirale oppure un quadrato che tracciano un percorso verso il centro, in cui l’ingresso coincide con l’uscita. Un labirinto, quello dell’artista, che può essere letto come simbolo del viaggio entro e oltre il limite del segno e del colore.

La mostra Horror vacui – Amor Pleni, di Barbara Giummo e a cura di Mery Scalisi, viene pensata per essere allestita presso Gammazita – Associazione culturale per la riappropriazione dei beni comuni e l’auto-organizzazione dal basso, a Catania. Un’area d’eccezione: una piazza con annesso locale, che vede l’Associazione Gammazita al centro di un’impresa sociale e culturale volta a migliorare e riqualificare lo spazio urbano. Gammazita così non si presenta come un semplice locale dove ritrovarsi per scambiare due chiacchiere e bere qualcosa, bensì come un posto che vive con il cuore, con l’anima e con il cervello. Una piazza che dal pomeriggio fino a tarda sera viene vissuta da ragazzi e non solo, catanesi e non, e che regala un’area di freschezza, novità e cambiamento, pochi ingredienti ma che ben dosati e mescolati iniziano a produrre pasti succulenti per il futuro catanese.

Horror vacui – Amor Pleni viene pensato allora come esperimento sociale: un allestimento en plein air, attorno e all’interno della piazza, che verrà vissuto dal passante di turno o da chi si vorrà fermare al locale per bere qualcosa e che vedrà le opere dell’artista dialogare con la piazza e col contesto culturale, una piazza piena di gente nelle ore pomeridiane e serali e vuota quando tutti rientrano a casa.

Barbara Giummo, classe 1990, nasce e vive ad Augusta. Si laurea e specializza all’Accademia di Belle Arti di Catania in Pittura, dove si dedica ad una ricerca espressiva in cui l’astrazione gioca un ruolo essenziale. Lo strumento del colore è senza dubbio il leitmotiv nella sua poetica, con rimandi alle geometrie e persistente uso delle sovrapposizioni di strati di colore o di altre materie. L’uso della figurazione è assolutamente casuale. Nel 2016 partecipa alla mostra “Moti Atemporali” presso il Teatro Coppola-teatro dei Cittadini di Catania, alla mostra “In attesa di Vento” presso il teatro Bellini di Acireale e all’evento culturale Gioeni art action, presso il parco Gioeni di Catania con l’installazione site- specific “Trame di Lana”.

Incontro con l’artista

Mery Scalisi: Attraverso quali mezzi e influssi la tua ricerca artistica è arrivata oggi a formulare opere astratte?
Barbara Giummo: Le opere astratte nascono da una necessità di andare oltre il reale, esplorare una dimensione di sogno scavare oltre a quello che si può vedere. Non ho mai apprezzato la pittura realistica e quello che esprime.

S. Il tuo è un astrattismo informale, tipico dell’arte di Giuseppe Capogrossi. Lui o quale altro artista sono stati i tuoi maestri?
G. Amo molto Capogrossi ma oltre a lui di grande ispirazione per me è Willem de Kooning, con le sue forme e la pittura ” sporca”. Senza dubbio aggiungo Emilio Vedova.

S. Durante l’applicazione del colore (acrilico per lo più), steso in maniera veloce e quasi impreciso, e l’accostamento di segni, in cosa consiste il tuo volere nei confronti dello spettatore? G. Non ho intenzione di suscitare nulla di predeterminato. Principalmente lavoro per me stessa, ma sono felice quando qualcuno, e spesso accade, apprezza quello che io avevo intenzione di dare, ossia e velocità contrasto.

S. La serie Horror Vacui et Amor Pleni vede come protagonista il labirinto. Un labirinto che lo stesso Kubrick in Shining identifica come un labirinto delle mente umana, fatto di angosce e gioie, che si mescolano in un vortice di emozioni che portano il protagonista a impazzire. In che modo pensi che oggi l’arte contemporanea (e soprattutto astratta) possa aiutare lo spettatore a riprendersi e ritrovarsi?
G. Nel mondo di oggi penso che l’arte astratta sia l’unico mezzo utile che possa permettere allo spettatore di ritrovarsi. In un certo senso le forme senza giunture sono capaci di aprire porte che d’impatto non recepiamo, ma che permangono nella memoria visiva. Il mio lavoro si ispira alle macchie di Rorschach, e come tale vuole essere l’incipit di nuovi pensieri che una pittura naturalistica non potrebbe dare, dato che ciò che si vede è ciò che è. Ciò che non si capisce spinge invece a conoscere altro da sé.

Info:

Barbara Giummo. Horror Vacui et Amor Pleni
6 – 15 settembre 2019
Gammazita
Piazza Federico di Svevia, 92 – Catania

Barbara Giummo, No title, 100×100, acrylic, 2019

Barbara Giummo, No title, 120×100, acrylic, 2019

Barbara Giummo, No title, acrylic, 2019

Barbara Giummo, No title, acrylic, 2019

Cover image: Horror Vacui et Amor Pleni Opening Ph: Rossana Platania




Da Torino a Catania: la Collezione Sandretto incontra il barocco catanese

Nel centro storico di Catania, a pochi passi da Piazza del Duomo, in cui un tempo la conformazione della città appariva decisamente diversa, con il mare molto più vicino e che toccava la città e il suo centro, Palazzo Biscari risultava uno dei primi siti che qualunque viaggiatore appena approdato in città notava e ammirava.

Il palazzo, i cui lavori furono affidati all’architetto Alonzo di Benedetto, si presenta come un vero e proprio gioiello del barocco catanese. Voluto fortemente dal principe Ignazio Paternò Castello il ‘Grande’, uno scienziato, un inventore e collezionista allo stesso tempo, discendente della famiglia Biscari, poco dopo il disastroso terremoto che colpì la città di Catania nel gennaio del 1693 e che venne edificato in accordo alle mura cinquecentesche costruite sotto Carlo V, venne pensato come un’immensa dimora che onorasse la città di Catania con la sua ampiezza e bellezza.

Ampio cortile d’ingresso con scalinata a doppia rampa; salone delle feste con pavimento in maiolica e volta affrescata in stile rococò; scala a forma ‘di fiocco di nuvola’ da cui salendo si accedeva all’area riservata ai musicisti; terrazzo che si affaccia sulla città con portali e putti in pietra calcarea. Tutti elementi che rendono ancora oggi il Palazzo gioiello indiscusso del primo Settecento.

Ed è proprio in questa suntuosa cornice che da qualche anno l’arte contemporanea prende vita, dando vita ad un connubio perfetto e che non ha eguali fra arte del passato e arte del presente, in cui nulla viene contaminato ma che anzi dialoga con la storia. La storia del Palazzo come sede espositiva risale comunque al Diciottesimo Secolo, quando il Palazzo divenne sede museale, con oggetti recuperati direttamente dal Principe Ignazio durante i suoi viaggi e che trasformò questo quasi in una Wunderkammer.

Per questa nuova occasione le porte del Palazzo si aprono per una selezione di opere d’arte provenienti dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo, in un progetto a cura di Ludovico Pratesi e Pietro Scammacca, in collaborazione con la Fondazione torinese presieduta da Patrizia Sandretto e Unfold.

La Collezione si dirama in due mostre differenti: la prima, che prevede un’installazione ambientale, WeltenLinie dell’artista Alicja Kwade, nel salone delle Feste, in mostra fino al 24 agosto; la seconda, una collettiva di 20 artisti, La stanza analoga, negli appartamenti dell’ala di Levante, in mostra fino al 7 settembre.

WeltenLinie (dal tedesco ‘’linea del mondo’’), prodotta per la 57esima Biennale di Venezia, si presenta come un enorme insieme di specchi e strutture d’acciaio che danno vita ad un ambiente abitato da rispecchiamenti in cui gli oggetti si moltiplicano e tutto sembra prendere movimento.

L’installazione, con struttura in acciaio, si presenta con quattro immensi specchi che si riflettono su entrambi i lati e accanto le quali troviamo pietre di diverse forme e colori; essa si sposa perfettamente con il Salone delle Feste creando un legame diretto con gli interni ornamentali del Palazzo entrando così inoltre nella visione illuminista ed esoterica del suo committente, Ignazio. La gigantesca opera dialoga oltre che con l’ambiente e i suoi specchi anche con lo spettatore, in quanto porta quest’ultimo a compiere una passeggiata all’interno dell’opera stessa che grazie alla sua composizione rievoca l’idea di giardino-labirinto e lo porta ad incuriosirsi nel specchiarsi per trovare quasi conferma della propria presenza all’interno del percorso; il reale che incontra il sogno, il richiamo al Barocco e l’espressione contemporanea, il gioco degli specchi come ricerca di sé, permettono al visitatore di perdersi o trovarsi all’interno della monumentale opera diventandone parte attiva e compiendo quasi un atto performativo.

L’Ala di Levante (aperta per la prima volta al pubblico), come già detto, ospita la collettiva dal titolo La stanza analoga e vuole omaggiare la stanza denominata ‘’del Don Chisciotte’’ in quanto decorata con dipinti che raffigurano il personaggio del romanzo spagnolo di Cervantes. Prendono parte alla mostra 20 artisti di diverse generazioni e nazionalità e come Don Chisciotte lavorano su quella sottilissima linea che separa la realtà dalla finzione attraverso espressioni artistiche differenti.

Gli artisti sono: Ludovica Carbotta, James Casebere, Roberto Cuoghi, Flavio Favelli, Katharina Fritsch, Anna Gaskell, Dominique Gonzalez-Foerster, Douglas Gordon, Louise Lawler, Renato Leotta, Sherrie Levine, Katja Novitskova, Tony Oursler, Philippe Parreno, Nicolas Party, Paul Pfeiffer, Laure Prouvost, Magali Reus, David Shrigley.

Una sontuosa e maestosa dimora nobiliare nel cuore della città, quella del Palazzo Biscari, che apre le proprie porte alla ricerca artistica, alla novità, ai nuovi linguaggi dell’arte e che fa si che la storia del Palazzo stesso diventi chiave di lettura per scoprire quanto di alchemico possa nascondersi dietro il messaggio dettatoci dalle opere contemporanee, i cui contenuti, qualche volta non chiaramente decodificabili, riescono in questa cornice a prendere vita quasi si trattasse di un gioco in cui ogni carta è scoperta.

Info:

www.palazzobiscari.com

Palazzo Biscari CataniaWeltenLinie, Alicja Kwade. Photo Luca Guarneri

WeltenLinie, Alicja Kwade. Photo Luca Guarneri

La stanza analoga Photo Luca GuarneriLa stanza analoga. Photo Luca Guarneri

La stanza analoga. Photo Luca Guarneri

La stanza analoga. Photo Luca Guarneri




Paludi di Giuseppe Agnello alla Fondazione La Verde la Malfa. Quando la materia penetra nel pensiero artistico con un messaggio di metamorfosi

A San Giovanni la Punta, paesino in provincia di Catania, nasce nel 2008 la Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte per volontà di Elena La Verde, classe 1933. Artista poliedrica e appassionata d’arte, ha sperimentato diverse forme espressive, come poesia, pittura, scultura, grafica, fotografia e installazioni, queste ultime, 19 in totale, protagoniste oggi nel Parco dell’Arte della Fondazione La Verde La Malfa, opere che la portano fuori dai canoni tradizionali e la inseriscono presto nel palinsesto delle donne artiste siciliane rivoluzionarie.
Elena La Verde si spegne nel maggio del 2012 lasciando uno spazio per l’arte contemporanea e soprattutto un luogo sperimentale, di promozione, di continua ricerca e di tutela del patrimonio artistico culturale del posto, rendendo la Fondazione fra le realtà contemporanee siciliane più in vista a livello nazionale e internazionale.

Ed è proprio in questo spazio, che lo scorso 22 giugno nella sala espositiva della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte è stata inaugurata al pubblico la mostra “Paludi” di Giuseppe Agnello, scultore siciliano che studia e indaga la natura, facendone una fonte dalla quale attingere per estrapolare pensieri, concetti e forme per dare vita alla sua arte, utilizzando soprattutto elementi naturali (‘’Paludi’’ – mostra a cura di Daniela Fileccia, promossa e ideata dal presidente della Fondazione Alfredo la Malfa e da Dario Cunsolo, con il patrocinio del comune di San Giovanni la Punta (CT) e dell’Accademia di Belle Arti di Palermo).

Giuseppe Agnello nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1962 e frequenta la scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo diplomandosi nel 1985. Attualmente è docente di Scultura e Tecniche della Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Ha realizzato diverse opere pubbliche sia in Italia che all’estero; è l’autore del celebre ritratto in bronzo dello scrittore Leonardo Sciascia, ubicato nella sua città natale, e della scultura in bronzo dedicata al celebre Commissario Salvo Montalbano, personaggio ideato dallo scrittore Andrea Camilleri, a Porto Empedocle.

Per la mostra alla Fondazione La Verde la Malfa Agnello ha presentato opere-installazioni appartenenti alla sua produzione più recente, accomunate dalla materia ‘calcareo-cementizia’ con l’obiettivo di rimandare al processo di fossilizzazione. La mostra “Paludi” segna dunque la fossilizzazione dell’umanità che si trova ferma in un continuo stato di immobilità e di fragilità materiale e psicologica.

In passato l’artista ha lavorato a un processo ben preciso: la ‘’metamorfosi’’, processo che inevitabilmente segna il movimento. Ora, però, con Paludi Agnello vuole raccontarci di un’umanità che si è fossilizzata in una condizione di fragilità e debolezza emotiva che ne impedisce la reazione.
Corpi, in cui la materia e il colore diventano protagonisti di un messaggio, che diventano bozzoli, in uno stato di fossilizzazione che forse è l’augurio più grande di tempi migliori, per un’umanità che possa rispondere-reagire e tornare all’origine; corpi di pietra, corpi pesanti, già a partire dalla testa, da cui partono le idee, grevi per il disagio di un’umanità che non agisce e fa perdere definitivamente la forma umana: la realtà si scontra con la surrealtà.

M.S: Partiamo da ‘Paludi’ in cui la natura è protagonista assoluta di un processo che vede questa alla base dell’ispirazione per ogni forma d’arte. In che modo la materia scelta è riuscita a penetrare nel suo pensiero affinché ogni singola scultura prendesse vita?
G.A: Ormai credo di aver acquisito delle esperienze, anche sul piano tecnico per cui, a seguito di tutto ciò che penso, riesco a trovare una soluzione realizzativa. Solitamente inizio da una visione che è la forza trainante di un progetto, successivamente comincio a sperimentare dei materiali che mi aiutano a raggiungere l’obiettivo, e man mano che sviluppo il lavoro pratico le scelte più consone all’idea originaria che è nella mia mente, cerco solo di materializzarla. Ma in questo passaggio non sono mai rigido, spesso   modifico nelle varie verifiche estetiche. A volte snocciolo l’idea in diverse forme o composizioni, come nel caso di “Paludi”.

In che modo il concetto della metamorfosi l’ha aiutata a sviluppare il percorso di ‘Paludi’?
Nulla nasce dal caso, ogni progetto scaturisce da una visione precedente ed è tutto concatenato. Nel 2013, in un mio evento espositivo presso la torre Carlo V intitolato Memorie/ vedute laterali e oblique, la metamorfosi caratterizzava le opere esposte. Alcuni hanno individuato riferimenti a Ovidio e Bernini, ma per me le metamorfosi sono una scelta plastica quasi surreale per raccontare l’introspezione dell’umanità attuale. Quindi carbone, innesti di tronchi carbonizzati, radici che fuoriuscivano dal capo o una rigogliosa vegetazione sono degli elementi simbolici. Nei progetti espositivi “Dalle Dure Pietre” presso il Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento raccontavo comunque dell’introspezione umana, nonostante le sculture fossero realizzate con calchi di boccioli di acanto e semi di girasoli, senza l’uso del corpo e delle metamorfosi. “Terra in Moto” presso il parco archeologico di Taormina-Naxos era un viaggio nell’energia dei moti degli uomini e della natura. Da questi presupposti nasce “Paludi”, dove il tempo è fermo come in uno stagno, è l’avvio ad uno stato di fossilizzazione.

In quali altre occasioni artistiche è riuscito a creare il connubio fra uomo-natura e in che modo?
Come dicevo prima accennando alle mie mostre precedenti, il connubio uomo-natura c’è sempre anche quando il corpo è assente. Non mi interessa molto raccontare di questo, anche l’uomo è natura, mi interessa più raccontare di un’umanità stanca con l’utilizzo degli elementi simbolici naturali (boccioli di acanto, fiori di ferla ecc). Le ragioni della scelta scaturiscono dal mio rapporto con la natura poiché, come ho già detto in altre situazioni, ho una formazione campestre e il mio linguaggio è contaminato dal mio vissuto.

Dalla staticità dell’uomo alla mobilità della natura. Crede che le due azioni ad oggi possano dialogare anche al di fuori dell’arte?
È la speranza di tutti, e la speranza in arte è sempre presente anche quando il problema viene raccontato crudelmente, serve una coscienza più ambientalista, al di là degli interessi economici.

Quando la bellezza estetica può lasciare il posto al messaggio da raccontare?
Secondo me sempre, non amo raccontare i messaggi e ogni qualvolta che mi si invita a farlo mi imbarazza parecchio. È sempre molto riduttivo, è come raccontare un film o un libro. Io preferisco lunghi silenzi davanti a un’opera visiva.

Info:

Giuseppe Agnello. Paludi
a cura di Daniela Fileccia
22 giugno – 10 novembre 2019
Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte
S.G. La Punta – Catania

Ritratto di Giuseppe Agnello 2019. Photo Credit Angelo Pitrone

Giuseppe Agnello, Palude / Composizione 2 2019 resina poliestere più legno cm 180 x cm 280 x cm 100 Photo Credit Angelo Pitrone

Giuseppe Agnello, Palude / Composizione 3 2019 resina poliestere più legno_
cm 170 x cm 270 x cm 100 Photo Credit Angelo Pitrone




L’arte come condizione di vita. Incontro con l’arte contemporanea: Michelangelo Pistoletto!

Siamo alla fine degli anni Sessanta e tra gli Stati Uniti e l’Europa inizia a delinearsi un nuovo approccio all’arte che tende ad indagare la natura stessa del linguaggio artistico, i suoi strumenti e i suoi significati prima ancora della produzione dell’opera-oggetto, in cui la riflessione e il concetto prevalgono sulla manualità e sulla materia.

Già con le Avanguardie storiche Marcel Duchamp, col suo Dadaismo e i suoi ready made sceglie prodotti già esistenti a cui aggiunge un processo mentale che consentirà all’oggetto preso in considerazione di acquisite lo status di opera d’arte. Adesso, con gli anni Sessanta, artisti come Yves Klein e Piero Manzoni si affermano con la loro concettualizzazione insieme ai movimenti affermatisi proprio in questo periodo con i movimenti della Body art, l’Arte povera o la Land art.

L’arte concettuale allora tende ad indicare l’attività di quegli artisti che hanno fatto del pensiero e della riflessione il centro di tutta la loro ricerca; essi, infatti, mettono in discussione l’oggetto in carne ed ossa, che preveda un mercato dell’arte che lo tratti come una qualsiasi merce e a questo preferiscono l’idea che esiste dietro il proprio lavoro, la propria figura e rispetto al ruolo socio-culturale in cui operano.

In Italia, intanto, alla fine degli anni Sessanta nasce l’arte povera, per mano del critico Germano Celant che, con un suo articolo su “Flash Art” promosse tredici artisti accomunati da un linguaggio comune: l’uso di materiali “poveri” come terra, legno, ferro, stracci, plastica e scarti industriali per la realizzazione delle loro opere. Lo scopo dell’arte povera sarà allora quello di raggruppare un certo numero di artisti il cui studio e lavoro ruoterà attorno le qualità fisiche, energetiche e metamorfiche di materiali primari, vegetali e animali o addirittura prodotti industriali; i loro interventi, che spesso risultano come vere e proprie provocazioni, comprendono alla base materiali prelevati dalla realtà naturale e/o artificiale.

All’interno di questo contesto scopro un artista, Michelangelo Pistoletto, nato a Biella, nel 1933, pittore e scultore italiano, animatore e protagonista di questa corrente, uno dei più importanti artisti italiani viventi.

Due esperienze formative impronteranno quella che poi sarà la poetica della sua arte; fin da bambino, siamo nel 1947, muove i suoi primi passi nel mondo dell’arte frequentando lo studio di restauro del padre dove apprende le basi del disegno e della pittura e le tecniche di restauro più recenti e l’attenzione e la cura al dettaglio. Successivamente frequenterà la scuola pubblicitaria di Armando Testa, da cui prende la capacità di trasmettere con una sola immagine e in modo immediato un pensiero profondo.

Superfici riflettenti (soprattutto lastre di acciaio inox lucidate) o “quadri specchianti” realizzati tra il 1961 e il 1962 iniziano a segnare Pistoletto come ‘’l’uomo degli specchi’’; opere che nascono come immagini fotografiche a dimensione reale riportate su carta velina su di una superficie riflettente e ripassate a pennello, così da dare allo spettatore nell’attimo in cui le osserva e si riflette la possibilità di essere parte attiva della creazione artistica.

«I lavori che faccio […] sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa – non sono costruzioni ma liberazioni – io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un’esperienza percettiva definitivamente esternata» (Carlos Basualdo, Testi di Michelangelo Pistoletto, in Michelangelo Pistoletto. Da uno a molti. 1956-1974, Electa, 2011, p. 344)

Nel 1967 però Pistoletto dà vita ad un’opera dissacrante in cui l’artista pone un’icona immortale dell’arte classica di fronte a un cumulo di indumenti logori, la Venere degli stracci, alla Tate Modern di Londra, di cui esistono tre versioni successive: collezione Di Bernardo, collezione Giuliana e Tommaso Setari, ex collezione Galerie Tanit di Monaco e la prima, di proprietà dell’artista, custodita nella FondazionePistoletto a Biella.

Nel 1998 Pistoletto crea a Biella la “Cittadellarte”, un immenso laboratorio creativo, una fabbrica di idee e progetti pensati per raggiungere l’obiettivo di connettere l’arte contemporanea, più specificatamente l’arte pubblica, l’arte relazionale e l’artista stesso con tutti gli ambiti che formano la società, per influenzare positivamente le evoluzioni e le trasformazioni sociali ed interculturali in atto, che coinvolge giovani artisti in ogni ambito della creatività (musica, moda, design, teatro ecc. ).

Nel 2003 nasce una nuova fase della ricerca artistica di Pistoletto dal titolo Terzo Paradiso, un’opera collettiva, di cui scrive il manifesto e disegna il simbolo costituito da due cerchi contigui agli estremi di un altro cerchio centrale, una rielaborazione del segno matematico dell’infinito. «Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra. Terzo Paradiso significa il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza. Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Con il Nuovo Segno d’Infinito si disegnano tre cerchi: quello centrale rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso.» (Michelangelo Pistoletto)

Dopo questo breve quadro in cui conosciamo Pistoletto non posso non parlare dell’arrivo di Pistoletto a Catania; non appena vengo a conoscenza del fatto che presso l’Accademia di Belle Arti di Catania (in cui ricopro il ruolo di cultrice per la materia Storia dell’arte contemporanea) arriverà il ‘’maestro’’ Michelangelo Pistoletto rimango perplessa e stupita, non perché l’Accademia di Catania non abbia mai dato vita ad altri eventi di rilevanza e calibro, ma perché come scrivevo stiamo parlando del più grande artista contemporaneo italiano in vita.. parliamo dell’arte contemporanea che arriverà a piccoli passi lungo un’aula magna, invasa da studenti, e che non appena inizierà a parlare sono già sicura lascerà tutti a bocca aperta.

Il 7 giugno, infatti, si è tenuta una lectio magistralis in modalità d’intervista sul progetto Terzo Paradiso in cui è intervenuto il maestro,  a cui è stato conferito il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive. L’aula magna stracolma e in festa con l’entusiasmo degli studenti intenti a dialogare col maestro, rispondendo ad ogni domanda sempre con entusiasmo.

Il giorno seguente, l’8 giugno invece, al Molo di Levante del Porto di Catania viene aperta al pubblico l’evento di installazione, ‘La Plastica e il Mare’, di 30 metri per 12 allestita su un pontone galleggiante e realizzata dai cittadini che hanno raccolto la plastica dal mare per fronteggiare l’inquinamento del Mediterraneo, iniziativa della Fondazione Oelle-Mediterraneo antico, presieduta da Ornella Laneri (inoltre Michelangelo Pistoletto e i valori della difesa dell’ambiente saranno omaggiati con una mostra in corso fino al 15 luglio alla fON Art Gallery della Fondazione Oelle Mediterraneo antico, presso il Four Points by Sheraton Catania, Aci Castello); un’opera collettiva, che di notte verrà illuminata con luci alimentate ad energia solare, che unisce l’impegno per l’ambiente all’arte contemporanea per un Mediterraneo da valorizzare e difendere: di 2.000 Kg di plastica e oltre 500 ore di lavoro svolte da cittadini, operatori del territorio, e docenti allievi della scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Catania.

Un intervento artistico alla cui base sta la sensibilizzazione e la protezione della natura e del mare e che ha comunicato l’importanza di quanto sia necessario prendersi cura oggi di quella risorsa preziosa che è l’ambiente grazie ad un intervento artistico collettivo.

Catania ringrazia il maestro!

Il Terzo Paradiso sarà esposto al pubblico nel porto di Catania fino al 15 luglio 2019; ad evento concluso sarà avviato lo smaltimento e il riciclo dagli operatori competenti per lo smaltimento dei rifiuti in porto.

Joseph Kosuth, Una e tre sedie, 1965Joseph Kosuth, Una e tre sedie, 1965

Michelangelo Pistoletto specchiOpere di Michelangelo Pistoletto realizzate con lastre di acciaio inox lucidate a specchio in cui si contrappone la staticità dei personaggi o degli oggetti raffigurati in primo piano, con la dinamicità del mondo reale che riflettendovisi ne entra a far parte.

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967

Michelangelo Pistoletto riceve il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto riceve il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto, La Plastica e il Mare, veduta dell’installazione al Molo di Levante del Porto di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto, La Plastica e il Mare, veduta dell’installazione al Molo di Levante del Porto di Catania. Foto di Tiziana Blanco




Andrea Santarlasci. Una leggenda d’amore senza fine

Ai piedi della suggestiva madre Etna, le cui eruzioni hanno fin da sempre regalato un fascino particolare, travolta dalla disastrosa eruzione dell’Etna nel 1669 e dal successivo terremoto del 1693, la città fu quasi interamente ricostruita all’inizio del Settecento, Catania, splendida città d’arte, affacciata sul mar Ionio, resta un esempio indiscusso del barocco siciliano e per questo patrimonio Unesco insieme alle altre città del Val di Noto. Nell’itinerario suggerito ad un qualunque turista, la storia della città si arricchisce dei miti e delle leggende che popolano la tradizione catanese e ne contraddistinguono il patrimonio culturale, fin dalla sua nascita.

Attorno ciò Andrea Santarlasci, artista pisano, classe ’64, ha deciso di creare la sua storia, e di restituirla al territorio catanese, grazie ad un intervento attualmente in vita presso la galleria d’arte contemporanea collicaligreggi, quest’ultima sempre alla ricerca di innovazioni e tendenze al passo dell’arte contemporanea più evoluta.

Santarlasci, che ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Venezia e Carrara, fin da subito decide di affrontare temi controversi all’apparenza, ma capaci con un’attenta chiave di lettura di svelare poetiche che dalla fine degli anni ’80 ad oggi hanno smosso l’arte italiana. Spesso le relazioni e le opposizioni che si presentano in uno stesso intervento portano lo spettatore oltre che a curiosare a porsi domande capaci queste di essere risolte solo attraverso un animo sensibile e mai troppo banale. Natura che dialoga con l’artificio dell’uomo. Uno spazio che è luogo che diventa quasi involucro a in cui il visitatore si amalgama dando vita ad un’esperienza del tutto personale. Sensazioni di spaesamento, inquietudine, stupore che non possono che portare allo scoperta.. qualunque essa sia!

La mostra all’interno della galleria collicaligreggi, dal titolo Lacrimae, e a cura di Lorand Hegyi, si sposa col luogo scelto, Catania, città come detto precedentemente di miti e legende, come quella di Aci e Galatea, leggenda che narra del grande amore che univa Aci a Galatea, bellissima ninfa del mare dalla pelle color del latte molto cara agli dei, amore però contrariato dalla gelosia del mostruoso gigante Polifemo con un occhio solo in fronte, il quale dopo il rifiuto di Galatea scagliò sul corpo di Aci un gigantesco masso che lo schiacciò. Appresa la notizia Galatea si reca dove era il corpo di Aci e alla vista del suo amore gli si gettò addosso piangendo tutte le lacrime che aveva in corpo, lacrime senza fine che destarono così tanta compassione verso gli dei che per attenuare il suo dolore trasformando Aci in un bellissimo fiume che scende dall’Etna e sfocia nel tratto di spiaggia dove solevano incontrarsi i due amanti.

Andrea Santarlasci dichiara: “… Il progetto nasce da una riflessione sul luogo. Dalla città di Catania è scaturita l’idea di affrontare ed interpretare i temi e le suggestioni che si intessono con il suo territorio, la storia e le leggende che riguardano i fiumi sotterranei, reali e mitici, acque invisibili, leggendarie, oscure o scomparse, che spesso divengono risonanze metaforiche e ci portano a riflettere e meditare su quesiti universali ed esistenziali dell’uomo, come il dolore e la morte. Valori opposti quali immobilità e scorrimento, colti simultaneamente in una compresenza, saranno ulteriori temi affrontati attraverso la sostanza dell’acqua che diviene, allo stesso tempo, metafora della morte e della vita”.

Statua Aci e Galatea, Acireale

Andrea Santarlasci, Lacrimae, installation view, ph credits Luca Guarneri

Andrea Santarlasci, Lacrimae, installation view, ph credits Luca Guarneri

Un’enorme installazione dunque site specific intitolata Sotto di noi, immobile scorre il tempo, 2018, costituita da un ampio pavimento di legno eroso che ripercorre tutto il perimetro della galleria, dove si apre una rottura, una rovina, una voragine, un vuoto da cui emerge l’acqua profonda e scura, di un possibile fiume sotterraneo. Come il riaffiorare di un qualcosa di nascosto e invisibile, o il materializzarsi della memoria e dell’immaginazione.
Come dichiara l’artista: “Dall’alto cala enigmaticamente una luce, quasi a segnalare il punto di emersione delle acque che affiorano dal sottosuolo lievemente increspate da una leggera corrente, ma allo stesso tempo immobili e circoscritte nel perimetro della galleria, quasi a evocare le acque chiuse di Gaston Bachelard ‘L’acqua chiusa prende la morte nel suo seno. L’acqua rende la morte elementare. L’acqua muore con la morte nella sua sostanza. L’acqua diventa allora un nulla sostanziale. Non si può andare oltre nella disperazione. Per alcune anime, l’acqua è la materia della disperazione’ ”.

L’enorme installazione sarà accompagnata da alcune opere pittoriche, appese a parete, pensate e realizzate dall’artista proprio per questa mostra; opere in cui compaiono parole che sono legate alla storia attorno cui ruota il lavoro dell’artista. L’intervento dunque di Santarlasci regala alla città non solo un’arte nuova, azzardata e audace allo stesso tempo, ma anche traccia del passato, che per una città come Catania, ricca di miti e leggende, risulta come un incantevole richiamo a quel che è stato di certo o a quel che è stato tramandato e attorno a cui ruotano storie e aneddoti dai mille contorni.

Info:

Lacrimae di Andrea Santarlasci – a cura di Lorand Hegyi
dal 3 agosto al 15 ottobre 2018
galleria collicaligreggi
catania, via indaco 23 –  +39 320 8139043 – info@collicaligreggi.itwww.collicaligreggi.it