Accènti sul Museo Marino Marini di Firenze: leggere e scrivere la storia e il futuro della cultura

ÀCCENTS, ACCÈNTI, ÀКЦЕНТЫ è il programma del Visiting Director 2019 del Museo fiorentino, Dimitri Ozerkov, responsabile del Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, che ha posto gli Accenti sui diversi punti di forza del Museo Marino Marini, risultato di una vera e propria contaminazione tra luogo e pensiero.

Leggere
 
Questa è una chiesa, o una casa?
Una volta era una chiesa,
adesso è una casa
dove qualcuno incontra qualcuno.
Bambini, donne, uomini,
e magari cavalli,
e magari Marino,
anzi Marino Marini,
che ha scolpito queste statue
e dipinto questi quadri.
Se c’è Marino, c’è il mare?
Il mare d’acqua no,
ma il mare del pensiero.
Questa è una chiesa e anche una casa,
dove qualcuno incontra qualcuno,
uomo e donna, bambina e bambino,
e ci sono anch’io, Marino,
e i miei cavalli e cavalieri, 
nel mare dei vostri pensieri.
(da Figure con parole, R. Piumini e H. Ashizawa)

«Prima sono arrivate le opere, poi è stato costruito il Museo» dice la Presidente del Museo Marino Marini di Firenze Patrizia Asproni, dove, salendo lungo il circuito di scale che si affacciano sulla moderna navata, si nota subito il risultato unico di un legame fortissimo tra architettura e museo.
Le espressive e spesso scarne sculture e figure novecentesche di Marino Marini, così serie e fantastiche, tra cavalieri e pensatori, guerrieri, danzatori e giocolieri, pugili e pomone, bagnanti e nuotatori, si possono in questo modo contemplare da postazioni differenti, stravolgendo totalmente il classico punto d’osservazione frontale. Un uomo a cavallo, osservato dall’alto, è come se facesse percepire prima la strategia del combattimento.

Il Museo Marino di Firenze ha così una sorta di osservatorio dentro di sé, da cui si capisce com’è fatto. Un Museo auto-riflessivo, per giocare un po’ con la psicologia ambientale, in cui la contemplazione non si pratica da un punto esterno ma fa parte del museo stesso.
Questo belvedere infatti, rende protagoniste del racconto non solo le opere ma l’architettura stessa del Museo e con sé tutto il suo trascorso, svelando le stratificazioni di questo luogo, così come la storia le ha posate.

È all’interno di questo museo che si trova la magnifica cappella Rucellai di Leon Battista Alberti, tomba di Giovanni Rucellai, le cui qualità devozionali, ancora oggi evidentemente splendenti, fanno sì che proprio in questi giorni il luogo, rimasto consacrato, parte un tempo della Chiesa di San Pancrazio oggi invece sconsacrata, riprenderà l’attività spirituale con le messe domenicali. San Pancrazio, già testimone di Carlo Magno, fu anche un monastero per monache benedettine. Un luogo dalle radici sacre, letteralmente e per interpretazione, quello su cui il Museo Marino Marini ha voluto intrecciare le sue.

Scrivere
Creatura di Pietro ti amo,
amo il tuo aspetto severo e armonioso,
il maestoso corso della Neva,
il granito delle sue rive,
il ricamo in ghisa delle cancellate,
il pallido crepuscolo e lo splendore illune
delle tue notti malinconiche
quando scrivo nella mia stanza,
leggo senza lampada
e le moli addormentate sono chiare,
le strade deserte, la guglia
dell’Ammiragliato luminosa,
e un’alba dà in fretta il cambio
all’altra, tenendo lontano
dal cielo dorato le tenebre notturne,
lasciando soltanto mezz’ora alla notte.
(da Il Cavaliere di bronzo di A.S. Puškin)

L’atto spirituale continua, segnando quest’anno l’introduzione di una figura nuova e unica, ideata dal Museo fiorentino, quella del Visiting Director, che in una sorta di contaminazione con il luogo dà vita ad un programma artistico annuale. Il Primo Visiting Director nella storia dell’arte contemporanea parte così proprio dal Museo Marino Marini, che ospita Dimitri Ozerkov dell’Ermitage di San Pietroburgo, curatore negli ultimi anni di diversi ed importanti eventi italiani sull’arte contemporanea, dalla Biennale di Venezia al Centennale di Vittorio Veneto fino alla mostra Futuruins appena conclusa a Palazzo Fortuny.

Dimitri Ozerkov, dopo aver visitato e scoperto la grandezza del Museo Marino Marini inventa così un programma artistico fondato su un’intelligente metafora. Come gli accenti consentono una lettura poetica in cui alcune parole assumono maggiore rilievo, gli stessi accenti si possono porre in luoghi speciali consentendo di leggerne immediatamente le peculiarità. Nasce allora Accents, Accenti, Акценты il progetto di eventi che caratterizzerà il Marino Marini per quest’anno. Un progetto esclusivo ed internazionale ché vuole, tra le altre, mettere in relazione Firenze con San Pietroburgo. Una residenza artistica, di tre noti artisti contemporanei russi, una mostra concettuale presso la Cappella Rucellai e una straordinaria notte bianca (#nottebianca24) che ha portato al Museo Marino Marini per una sola notte critici, artisti, poeti, musicisti e performer internazionali.

I cavalieri di bronzo non sono più ora soltanto quelli di Marino Marini ma, metaforicamente, i tre artisti russi chiamati da Ozerkov a lavorare a Firenze, Irina Drozd, Andrey Kuzkin e Ivan Plusch, per una messa in scena del processo artistico più che l’esposizione del risultato.
Il Museo, residenza degli artisti per quasi un mese, mostra oggi il frutto dell’intensa relazione che si è creata tra le opere di Marino Marini e lo stesso Museo e i progetti dei tre russi.

Irina Drozd, ripensando alla destinazione di monastero che fu in passato il Museo, lavora così a tre opere grafiche che mettono in luce la questione della violenza e delle molestie sessuali nelle abbazie e nelle chiese, dando loro il nome di Codice del silenzio. Tre figure femminili disegnate su tele appese con mollette da bucato entrano così in relazione con le statue di donne di Marino Marini, in un risultato cromatico che ricorda mestamente il sangue, non per raffigurare la colpa ma per fare luce attraverso il discorso che crea l’arte.

Andrey Kuzkin entra ed esce di continuo dal museo, vede la differenza di intendere la vita tra Italia e Russia. Quest’ultima vive col peso del pensiero che qualsiasi cosa può essere distrutta da un momento all’altro. Nasce così Stando al confine dei dubbi, riflessione opera e performance dell’artista sulla morte, che preferisce essere un vegetale e si pianta con la testa sottoterra, lungo una riva dell’Arno. Trascrive poi sul pavimento del museo e sulla sua pelle tutte le malattie per cui il corpo può perire. E ancora la sindone di se stesso, in una gigantografia specchiata dove Kuzkin si fa trapassare dal pubblico. E in ultima le sensazionali statue di pane, poste in eloquente confronto con quelle di Marini. Il pane cristiano e simbolo della sopravvivenza dà vita un’altra volta a questa serie di corpi inermi, in cui si scorgono semi e speranze, quelle dei carcerati russi che creavano col pane oggetti proibiti come perle e dadi.

Ivan Plusch prosegue a Firenze il viaggio dantesco con un’opera cui dà il titolo di Nove cerchi di vita, facendo passare lungo gli spazi del museo un lungo tappeto rosso che non si sa dove cominci e non si capisce dove finisca. Una metafora, anche qui, dell’esistenza e della sua precarietà, che lascia spazio soltanto all’azione del presente, al passaggio. Insieme al corridoio rosso, compaiono casualmente infantili palle rosse, un DNA spaccato da ricomporre, che crea all’interno del museo nuovi punti di riferimento, come le tre tele dell’artista stesso, dove i dipinti di Marino Marini sono reinterpretati attraverso una tecnica che insiste sulla possibilità delle opere di creare nuove modalità percettive, distolte da una figura o da un volto riconoscibili.

Accanto ai lavori dei tre artisti contemporanei, Dimitri Ozerkov crea nella Cappella Rucellai, un tempo parte anch’essa del complesso monastico, una mostra concettuale dedicata al tema delle donne. Qui le donne rappresentate in tre originali incisioni settecentesche ispirate a note opere della storia dell’arte, sono tre figure bibliche ricordate come salvatrici anziché per un atto comunemente violento, eroine della stessa storia umana: Giaele, Giuditta e Dalila.
Le tre donne sono però anche un riferimento più moderno, quello delle Tre donne del grande scrittore austriaco Robert Musil. Tre racconti che dipingono indimenticabili ritratti di donne colte nel magma interiore dei loro sentimenti o, per dirla con Musil stesso, nella «logica scivolosa dell’anima», quella stessa logica che portò le tre donne bibliche ad agire per amore del popolo ebraico.

Info:

Accents, Accenti, Акценты a cura di Dimitri Ozerkov, Visiting Director del Museo Marino Marini quest’anno, chiamato da Patrizia Asproni Presidente del Museo; opere di Irina Drozd (Il codice del silenzio), Andrey Kuzkin (Stando al confine dei dubbi), Ivan Plusch (Nove cerchi di vita); nella Cappella Rucellai la mostra Tre donne a cura di Dimitri Ozerkov.
4 maggio – 1 luglio 2019
Museo Marino Marini
Piazza San Pancrazio, Firenze
Villaggio Globale International ha curato l’organizzazione generale insieme al Museo.

Museo Marino Marini, FirenzeMuseo Marino Marini, Firenze

Marino Marini Gentiluomo a cavalloMarino Marini, Gentiluomo a cavallo, 1937

Tomba di Giovanni Rucellai, Cappella RucellaiTomba di Giovanni Rucellai, Cappella Rucellai

Dimitri OzerkovDimitri Ozerkov

Irina Drozd, Codice del silenzioIrina Drozd, Codice del silenzio

Ivan Plusch Museo Marino MariniAndrey Kuzkin, Stando al confine dei dubbi

Ivan Plusch, Nove cerchi di vitaIvan Plusch, Nove cerchi di vita

stampa di Sansone e Dalila di A. van DyckStampa di Sansone e Dalila di A. van Dyck




In principio era la poesia visiva. Dalla Collezione Imago Mundi: Poetic Boom Boom

Presso le Gallerie delle Prigioni a Treviso una mostra racconta la poesia visiva, forma d’arte rivoluzionaria che ha iniziato a svilupparsi negli anni Cinquanta come parte del movimento europeo della neoavanguardia. Strettamente legata alla collezione Imago Mundi, Visual Poetry in Europe, composta da 210 lavori e prima collezione del progetto della Luciano Benetton Collection che non si focalizza su una singola nazione ma approfondisce un movimento artistico emerso contemporaneamente in più paesi europei, la mostra Poetic Boom Boom, curata da Mattia Solari, si concentra quindi su un movimento storico: la poesia visiva, ibrido di arte e comunicazione, che presenta una selezione di 44 opere realizzate tra gli anni Sessanta e i giorni nostri con tecniche come stampa, fotografia, scultura, installazioni, video e performance.

I popoli, i partiti, le masse sono gli eroi del nostro tempo, scriveva Heine, mettendo in una scatola accessibile dell’armadio il romanticismo. E se ora si vive quello strascico pesante, facendo però lo slalom fra le imponenti statuette erette all’individuo, c’è qualcosa che ancora una volta supera corsi e ricorsi. Sembra lecito chiedersi se sia venuta prima l’immagine o la parola e ogni testimonianza di poesia visiva rende pertinente quella domanda, ancora di più a pensare che la poesia visiva nasce nel XX secolo, la culla della comunicazione. Eppure, se questa poesia assembla immagini e parole, allora era già nata, prima di quelle che si dicono masse, non prima di quelli che si chiamano popoli, diventando in questo modo una specie di arte perpetua.

Poetic Boom Boom è un viaggio fra immagini da leggere e parole da guardare, una mostra che presenta le ricerche artistiche che hanno fatto dialogare parola e immagine, a partire dagli artisti riconducibili al gruppo dei Logomotives che analizzano e decostruiscono il funzionamento del logos. Ne fanno parte Eugenio Miccini (1925-2007), che coniò il termine “poesia visiva”, Paul De Vree (1909-1982), Julien Blaine (1942), Jean-François Bory (1938), Alain Arias-Misson (1936), Franco Verdi (1934-2009) e Sarenco (1945-2017), uno dei principali animatori del movimento a cui la mostra dedica un’attenzione particolare proponendo alcune tra le sue opere più iconiche come Poetical Licence e Gedicht macht frei.

La mostra non si limita ai lavori storici; sono infatti esposti anche artisti che offrono una lettura personale della poesia visiva, come l’italo-tedesca Irma Blank (1934), che ha spesso esposto assieme ai poeti visivi ma non si è mai identificata con il movimento producendo lavori che riflettono sulla natura stessa dello scrivere, e l’argentina Mirtha Dermisache (1940-2012) che ha portato avanti un lavoro di smaterializzazione della parola conducendola verso il segno grafico. Ci sono poi i dattiloscritti di Raffaella della Olga (1967), che prosegue la sperimentazione sulla simultaneità di testo e immagine, e ci conduce alle opere dello svedese Karl Holmqvist (1964) che si appropria di frasi fatte, luoghi comuni ed espressioni idiomatiche per riconsiderarne il portato comunicativo.

Dal documentario “Poesia in carne e ossa” ascoltiamo poi le voci di Julien Blaine, Giovanni Fontana e Sarenco che raccontano in prima persona il loro rapporto con la poesia visiva a partire dagli anni Sessanta, il potere liberatorio dell’arte, gli sconfinamenti nella poesia sonora e nella performance.

Con Alain Arias-Misson, Julien Blaine, Irma Blank, Jean-François Bory,
Ugo Carrega, Raffaella della Olga, Mirtha Dermisache, Paul De Vree, Giovanni Fontana, Pierre Garnier, Karl Holmqvist, Eugenio Miccini, Sarenco e Franco Verdi.

Mercoledì 20 febbraio 2019 dalle 19, In occasione della mostra, le Gallerie delle Prigioni ospitano l’artista e poeta francese Julien Blaine.

Info e prenotazioni:

Gallerie delle Prigioni Treviso, Piazza del Duomo 20
ingresso libero 
da martedì a venerdì, 15—19 sabato e domenica, 10—13; 15—19
dal 13 dicembre 2018 al 7 aprile 2019
galleriedelleprigioni@fbsr.it
0422 512200

Gedicht macht frei è un portale che ricalca fedelmente le sembianze dei cancelli, tristemente noti, dei lager nazisti. Qui Isaia Mabellini, in arte Sarenco, poeta visivo e promotore di molteplici iniziative artistiche ed editoriali, si appropria di quell’estetica ribaltandone però il significato. L’artista, infatti, sostituendo un termine, muta il tetro simbolo della Shoah in strumento di lotta politica e culturale. “La poesia rende liberi” recita l’opera. Storpiando l’originale “Il lavoro rende liberi”, Sarenco vuole dirci che non sarà attraverso il lavoro che otterremo la libertà, bensì attraverso la pratica della poesia e delle arti.

Paul De Vree, Kissinger I

Poetic Boom BoomJulien Blaine, Macchina per scrivere

Poetic Boom BoomDario Bellini (Italia / Italy), Il collage si fa dentro di me e dentro il mio unico interlocutore. Collage su cartone su tela, 10×12 cm, 2015

Imago Mundi, Visual Poetry in Europe, Fabrica Store

Sarenco, Poetical licence




Primo Centennale di arte contemporanea internazionale a Vittorio Veneto

È il primo Centennale nella storia dell’arte contemporanea quello che inaugura il 4 novembre a Vittorio Veneto, un evento che vuole diffondere la bellezza artistica laddove si siano vissute le brutture della guerra, dopo cento anni dal “cessate il fuoco”. Si celebra così la purezza della pace attraverso l’estetica, in un evento a lungo termine che ha l’aria di certe biennali ricche di passato. Qui invece il passato è soltanto memoria storica ed il presente ha un titolo: “1918. Quando scoppia la pace”, una manifestazione di portata internazionale, volta a commemorare i luoghi della guerra attraverso l’arte contemporanea. «Una città piccola come Vittorio Veneto è in verità un luogo di forte tensione, concentrato ma esteso tra passato e futuro» commenta il curatore del progetto Dimitri Ozerkov del dipartimento di arte contemporanea del Museo Ermitage di San Pietroburgo «ed è importante che ogni città pensi sempre al passato e al futuro». E non è un caso che questa “chiamata alle arti” arrivi proprio da Vittorio Veneto, piccolo paese in provincia di Treviso, segnato dall’ultimo momento della Prima Guerra Mondiale. È qui, nella piccola e suggestiva Vittorio Veneto che nel 1918 vi fu la resa austriaca e quindi la fine della guerra. Quest’anno, a cent’anni da quella data, 13 artisti di fama internazionale, provenienti dai paesi che hanno combattuto durante la Grande Guerra, voltano pagina per scriverne una nuova, ardente e intensa, con le sole armi della mente. Questi 13 artisti hanno realizzato un’opera permanente pensata per la città di Vittorio Veneto, o come si dice: site-specific. Gli artisti, alla presenza di Ozerkov, presenteranno al pubblico le opere nella giornata di domenica 4 novembre, scandendo un vero e proprio percorso d’arte pubblica e urbana lungo tutto il centro storico della città, segnando così Vittorio Veneto almeno per i prossimi cent’anni, quando nuovi artisti saranno chiamati a rappresentare un nuovo Centennale. Le installazioni, attraenti e concettuali com’è proprio dell’arte contemporanea, rimandano continuamente agli eterni temi di guerra e pace. «Attraverso un ambizioso progetto artistico, abbiamo cercato di celebrare la pace per tutti, in un modo che è proprio dell’arte contemporanea ossia attraverso una lingua che pur apparentemente criptica, altro non è che la lingua del presente e la via di comunicazione verso il futuro. Una volta conquistata la pace si può finalmente fare arte» sottolinea Ozerkov e continua «con questo progetto si è installato subito un nuovo punto di riferimento artistico per l’Europa».

Le opere:

Limbo di Dario Agrimi (Italia)
Installazione su pavimento interno, 100×200 cm
Scompare, in una sottile pozza nera che realmente non potrebbe contenerla, imprigionata dal consumismo contemporaneo, quell’insignificante creatura annaspante che nella Storia vede solo il susseguirsi dei giorni: l’uomo. E sembra la punizione di chi non vede la pace, quella di cadere in questo Limbo di petrolio.

Apertures di Bill Balaskas (Grecia)
Installazione neon, 150×200 cm
Le luci al neon di Apertures “danno la vista” ossia rappresentano e moltiplicano quei fiochi bagliori che filtravano esattamente in quella forma, dalle sottili aperture delle maschere alpine usate per combattere sulle montagne. L’opera, scissa, vive in due luoghi: “un occhio” a Vittorio Veneto, l’altro in un museo austriaco: sguardo sull’uno e sull’altro versante.

Rain of Ashes di Anaïs Chabeur (Francia)
Video, 9’20” in loop
Non c’è spazio e non c’è tempo in Rain of Ashes, che rappresenta in video un ricordo perpetuo capace di attraversare monti e secoli; una pioggia di ceneri copre incessante tutto ciò che le sta sotto e si assiste ad apparizione e scomparsa proprio come l’infinito alternarsi di guerra e pace.

We can move mountains di Alice Cunningham (Regno Unito)
Installazione su terreno in ferro e cemento
Il monte Ortigara, ridotto di otto metri ai bombardamenti, ritrova la sua grandezza per chiunque lo osservi da sotto l’imponente profilo di We can move mountains, ponte di pace fra passato e presente. Un’imponente struttura in ferro ridà a quel monte, reduce di guerra, una cima solida, almeno in apparenza. Lo spazio intorno all’opera si estende piano verso le pendici del monte sfregiato, ricordando un passato cui ora è stata donata una nuova veste.

Untitled di Andrey Kuzkin (Russia)
Installazione sospesa in ferro, 200×300 cm
Gli appelli di pace non sono ancora abbastanza efficaci, la guerra fa parte della natura umana e trasforma i luoghi continuando a esistere e a stravolgere il mondo. Untitled, un cartello segnaletico appeso, mostra un messaggio che è l’opera stessa, rappresentando il tragico dualismo insito nell’uomo: invocare la pace passando attraverso l’orgoglio dei conflitti e degli eroi.

Unstill di Johanna Jaeger
video, 20’
Riuscire a osservare lo scorrere del tempo è il senso del video Unstill, che registra il lento disperdersi nell’acqua, formando un disegno liquido nel liquido, scandito dalle severe lancette dei due grandi orologi posti accanto a Palazzo Todesco. L’opera è una riflessione sulla percezione visiva del tempo. Attraverso le gocce, il movimento veloce si trasforma in un movimento lento, fino a quando quasi nessun movimento è visibile perché le gocce sono ormai depositate.

For disappeared memories di Zsolt Asztalos
installazione di marmo a parete, 15 pezzi 30×42 cm, 1 pezzo 15×42 cm
Pace, o lunga vita ai ricordi scomparsi con For disappeared memories, memoriale vuoto di parole e di incisioni, ma ricco della coscienza storica di tutte le guerre, di ciò che non si può ricordare e delle innumerevoli storie dimenticate o dei sopravvissuti che non possono parlare: storie destinate a scomparire.

Memento mori di Sarah Smolders
Dipinto con spray e pittura su pavimento esterno 2230×3450 cm
La spazio vuoto della piazza, in cui un tempo sorgevano alcune abitazioni, ha una nuova cornice che vuole contenere il ricordo della nostra storia collettiva, un ricordo, a volte, di perdita. Memento mori crea sulla pavimentazione quei vecchi confini, dando forma a un luogo perduto e agli stessi ricordi. La piazza costituisce il foglio bianco dove disegnare il profilo per nuove fondamenta.

Landscapes di Nina Ivanovic
Scultura su parete in filo di ferro, 180×180 cm
Cinque disegni disvelano un unico grande paesaggio, Landscapes, testimone della guerra e della pace che viene così rappresentato in un unicum dove il filo d’acciaio ricompone lo scenario di Vittorio Veneto, tra le e acque e le montagne, la terra e il cielo. Un nuovo paesaggio fatto solo di bellezza e semplicità, senza il lato delle cose orribili e devastanti come la guerra.

Mapping I di Philip Topolovac
Installazione su pavimento interno, 420x415x34 cm
16 stampi compongono una grande mappa muta che descrive l’identità di un luogo qualsiasi, modellando così il mondo ed il rapporto tra l’uomo e il suo pianeta, in quella che risulta una riproduzione meccanica della realtà. Mapping I, infatti, pur rappresentando un luogo non ne parla ed è forse così che il mondo visibile mai parlerà del mondo, un guscio vuoto, che mantiene però una forma superficiale.

Today is the tomorrow of yesterday / Today is the yesterday of tomorrow di Doplgenger
Installazione neon, lettere di 10 cm
Nella luminescenza della scritta Today si the tomorrow of yesterday / Today is the yesterday of tomorrow è racchiusa una lezione che porta dritti alla pace: le azioni sono il passato delle conseguenze. Il cambiamento, il tempo, la responsabilità, sono solo alcuni dei concetti che questa limpida scritta suggerisce.

Sleeping laborers di Anna Hulacová
Sculture in alluminio, 130x70x15 cm
Gli Sleeping laborers sono la combinazione del vecchio e del nuovo mondo. Potrebbero rappresentare contadini di oggi o contadini morti in guerra, mummie che dormono pacificamente. Queste sculture, che rimandano all’arte popolare, vogliono essere il collegamento con una vecchia tecnica di produzione di stampi per il burro, con cui gli stessi “lavoratori dormienti” sono stati realizzati.

Surface study di Christiane Peschek
Installazione fotografica su tela, 200×300 cm
L’installazione Surface Study indaga la vulnerabilità ed il recupero di superfici umane attraverso il materiale fotografico. Un modo per smontare le convenzioni e focalizzarsi invece sull’aspetto umano della guerra, nel senso più materiale del termine (ma forse sarebbe meglio dire epidermico). Una correzione digitale sulle ferite e sulle violazioni della pelle umana, come una cura  a posteriori. L’abilità della pelle di rigenerarsi viene così prolungata dalla possibilità, data dal digitale, di guarire le vecchie ferite.

Info:

1918. Quando scoppia la pace
centro storico di Vittorio Veneto (TV)
inaugurazione 4/11/2018 ore 15:00
organizzazione generale Villaggio Globale International
a cura di Dimitri Ozerkov – Museo Statale Ermitage

Christiane Peschek, Surface study, installazione fotografica su tela, 200×300 cm

Anna Hulacová, Sleeping laborers, sculture in alluminio, 130 x 70 x 15 cm

Dario Agrimi, Limbo, installazione su pavimento interno, 100×200 cm

Bill Balaskas, Apertures, installazione neon, 150×200 cm

Anaïs Chabeur, Rain of Ashes, Video, 9’20” in loop

Alice Cunningham, We can move mountains, installazione su terreno in ferro e cemento

Andrey Kuzkin, Untitled, installazione sospesa in ferro, 200×300 cm

Johanna Jaeger, Unstill, video, 20’

Zsolt Asztalos, For disappeared memories, installazione di marmo a parete, 15 pezzi 30×42 cm, 1 pezzo 15×42 cm

Sarah Smolders, Memento mori, dipinto con spray e pittura su pavimento esterno 2230 x 3450 cm

Nina Ivanovic, Landscapes, scultura su parete in filo di ferro, 180 x 180 cm

Philip Topolovac, Mapping I, installazione su pavimento interno, 420 x 415 x 34 cm

Doplgenger, Today is the tomorrow of yesterday / Today is the yesterday of tomorrow, installazione neon, lettere di 10 cm




La sartoria secolare di Olimpia Biasi nell’orto botanico più antico del mondo

Si staglia, su un grigio-bianco orizzonte trevigiano di febbraio, l’inarrivabile e fertile casa-atelier di Olimpia Biasi. Inarrivabile, per lunghezza, una misura rosa a cui è accostato il verde del suo famoso giardino, una parete viva su un prevedibile sfondo invernale.  E proprio lì dentro, come in una scuderia, si possono vedere le opere in preparazione o i vuoti di quelle già in corsa in qualche museo, come i lavori per l’Orto Botanico di Padova, raccolti sotto il nome di Viriditas, in mostra fino al 1 maggio 2018.

Ma è un continuo gioco di contrasti, quello della Biasi che, proprio nella mostra in corso all’Orto Botanico, promossa dall’Università di Padova, vuole raccontare la forza primordiale e perpetua delle erbe, delle bave, degli insetti che popolano e animano quella “viridità” impressa invece in leggerissimi supporti fatti di filamenti e garze traverso cui ancora passa l’aria, alimentando e tenendo in vita un secco microcosmo. E non poteva esserci luogo più evocativo dell’Hortus Patavinus (primo orto botanico universitario al mondo, risalente al 1545) per realizzare questa personale dell’artista trevigiana, curata da Virginia Baradel. Le opere della Biasi si pongono così in dialogo con il padre dei giardini, collocandosi negli spazi espositivi interni (le garze, gli erbari, i disegni, i teleri) e all’aperto, con tre installazioni inserite tra piante, alberi e l’acqua.

Ovunque siano posti, questi lavori vivono della contrapposizione nel vederli appesi e leggeri, legati però ad una simbologia che dove non è truce e pesante, è fortissima nell’esprimere la vitalità e l’espressione cosmica dell’essere. Ed ecco che quel filo cucito tra foglie e farfalle, diventa filo conduttore con Ildegarda di Bingen, «la mistica tedesca da cui provengono i fili dell’immaginazione, che affiancati dal fare manuale e sollecito del lavoro femminile e di cultura ispirano gli ultimi lavori della Biasi» scrive la curatrice. La natura stessa, femmina, si evolve e raddoppia con questo lavoro femminile espresso nell’opera di Olimpia Biasi, dall’uso del filo alla coltivazione, dalla raccolta di semi agli intrecci di erbe. Un interesse, quello dell’artista, che defluisce spontaneamente in molte altre opere, come i Diari impressi con la grafite che pensano a Frida Kahlo, agli esibizionisti freak sofferenti di Diane Arbus o alla stessa Ildegarda. Non si riconosce, fortunatamente, uno stile costante in tutte le opere appese al muro, appoggiate alle pareti o sui tavoli, ci sono grandi tele monocromatiche, sapientemente riempite come nella serie Cielo calpestabile, dove si frantuma il valore poetico dell’estensione celeste, ormai lottizzata e catalogata secondo le misure impraticabili degli aerei o dei catasti.

La trasformazione avviene repentina, subito il colore cede il passo al disegno, ora di tendenza, completamente controcorrente al momento dell’esecuzione. Ma si rivedono quegli animali scomposti a ricomporre le tavole di Biasi, lupi aquile e topi in una caccia al rosso tra i segni della grafite, che delineano i connotati dell’Homo-homini-lupus. Sono quegli stessi segni poi a trasformarsi in ferro da cantiere per dare forma all’anima sottile di una farfalla, “in-telata” nel modo in cui quel filo da cucito ritorna ad essere il conduttore narrante di un’opera totale, artigianale quanto irrimediabilmente legata al pensiero e alla parola. «Ma l’arte di un artista non dev’essere perentoria» dice Olimpia Biasi e lo dice come fosse l’unica vera legge a cui crede, nel fare e nell’apprezzare ciò che le sta intorno.

«C’è chi ha questa febbre» continua «una dannazione e una magia», quella di voler esprimere il mondo in altri modi e credere di riuscire a farlo deragliare. Una speranza e, sembra, un augurio, perché Biasi lo ammette «mi annoio a vedere e fare sempre le stesse cose». Ed eccola allora la magia dell’arte, scoprire continuamente un oriente, ma dietro un tavolo o una tela; sono proprio i ritratti a sorprendere Olimpia Biasi, in quello che lei stessa definisce come un «inventare le persone». E torna quel filo da cucito che si fa incisione o pennello nel ripescare un saper fare ormai perduto nella tendenza e nella ripetizione. Un filo capace di riunire i secoli, dalle crociate al contemporaneo, in perle o foglie dalle sfaccettature diverse ma della stessa medesima grandezza. Una raccolta artistica, vaga impronta di un’utopia, e, proprio come dovevano essere gli erbari per i medici, un farmaco per trasformare una fitta in qualcosa di meno doloroso.

Roberta Durante

Olimpia Biasi, Paradisi, 2015, mixed technique on paper, private collection

Olimpia Biasi, Erbari, 2015, mixed technique on paper, private collection

Olimpia Biasi, Garza dei semi e delle foglie (detail), 2017, multi-material collage on gauze, private collection