Ren Hang. Se la vita è un abisso senza fondo, quando salterò, la caduta senza fine sarà solamente una maniera di volare

I suoni gutturali della lingua cinese fanno da sottofondo al viso dai lineamenti marcati di Ren Hang. Poche parole, inframezzate da pause lente, riassumono con timbrica monotona i topoi evocativi della sua poetica fotografica. Guardare Ren Hang nei molteplici video presenti su Youtube è interessante, quanto esplicativo, non potendolo più vedere dal vivo a causa del suo suicidio, avvenuto a soli 29 anni nel 2017. Le immagini scorrono lente, nell’illustrazione di una mostra passata svoltasi a Tokyo, ed osservandolo con attenzione si percepisce la sua estraneità dal mondo attuale, la sua sensibile fragilità.

“Se la vita è un abisso senza fondo, quando salterò, la caduta senza fine sarà solamente una maniera di volare” scriveva, evocando un malessere ben più profondo della semplice melanconia estetica innegabile nelle sue foto, che si concretizzerà infatti nella tragica morte.  Lontano anni luce dai creativi contemporanei per look ed espressione, attraverso la sua Minolta compatta, immortalava corpi di donne e uomini, efebici e monocromi, accompagnati a volte da animali selvatici. Un’estetica semplice e minimalista portava a vedere quello che alcuni hanno etichettato come pornografia, ma in fondo il male è negli occhi di chi guarda, al riguardo molti altri artisti sono assolutamente concordi con il concetto. La pornografia come tema artistico è stata sdoganata nell’arte ormai da anni e benché appaia originale, per epoca e tipologia espressiva,  connettere con un fil rouge  “L’origine del mondo” di Courbet alle fotografie di Hang, in realtà il parallelismo è sicuramente pregnante.

Per passare a rimandi più attuali il nome di Hang è stato più volte associato a quello di Ryan McGinley e Robert Mapplethorpe, anche se in maniera erronea e massimalista, in un grossolano tentativo di ricondurre il linguaggio estetico del nudo a concetti già espressi da altri fotografi. Tuttavia, i rimandi estetici  non sono sempre efficaci solo perché il contenuto è lo stesso e nella fattispecie diventano addirittura fuorvianti.  A ben vedere con McGinley  esistono dei parallelismi inerenti l’armonia di corpi giovani fotografati e i panorami onirici in cui essi sono posti, ma in definitiva, il risultato finale è completamente differente. I personaggi di McGinley in “The kids are allright” sono dannati e dinamici, inclusi in ambienti naturali puri e apocalittici, dei moderni abitanti di una laguna blu orgiastica e liquida. Al contrario le immagini di Hang sono assolutamente statiche, costruite e posate,  tecnicamente ineccepibili.  Macchie di colori primari fanno da contraltare a nerborute parti anatomiche di corpi maschili, come a voler dimostrare l’ingenuità e la freschezza di un corpo, alla stregua di un bouquet di margherite gialle. Gli stacchi cromatici in cui predominano i rossi degli smalti delle giovani modelle, come anche il rosso fuoco delle loro turgide labbra, diventano fauves nel ciclo di fotografie dedicate agli animali. Anche in questo caso la naturalezza dei corpi è legata alla plasticità degli animali stessi e le pose ingenue dei soggetti, stemperano il contrasto intenso con i colori e le forme degli uccelli e dei serpenti fotografati. Il riferimento a Mapplethorpe risulta accettabile solo se lo riconduce all’essenzialità delle linee, come pure alla sporadica capacità di questo fotografo di rendere neutre e stilisticamente ineccepibili, situazioni che invece nella maggior parte delle sue immagini acquisiscono un connotato forte ed esplicito.

Hang viene considerato a tutti gli effetti un esponente  del realismo cinico, poiché punito più volte dal regime cinese che aveva messo al bando e censurato le sue opere.  Ciò non toglie che l’estetismo con il quale affrontava il proprio lavoro lo portava spesso a precisare che la sua non era un’attività di denuncia verso il regime, quanto invece una semplice rappresentazione del corpo umano, nel quale non c’era assolutamente nulla di perverso o da nascondere. A ben guardare spesso nell’arte contemporanea cinese è stato utilizzato il corpo nudo, esibito in vari modi proprio come forma di arte, esteticamente dirompente, ma nel contempo come inevitabile provocazione, politica o meno, a seconda dell’orientamento dei vari artisti.  Così come Zhu Ming  e le sue performance in cui si esibiva nudo in una bolla di plastica trasparente a forma di guscio di lumaca o Chen Guang ed i suoi video estremi, Ren Hang utilizzava il corpo, ma con l’ingenuità tipica degli artisti, incuranti delle conseguenze. Evidentemente tali foto sono l’espressione del suo sentire e sapientemente il Mep di Parigi ha pensato bene di omaggiare questo fotografo con una mostra completa ed esaustiva della sua opera, “Love”, esponendo immagini intense e di grande impatto visivo.

Info:

Ren Hang
Love, Ren Hang
dal 06.03.19 – 26.05.19
Maison Européenne de la photographie
Paris

Ren HangRen Hang, Untitled, 2016   © Courtesy of Estate of Ren Hang and stieglitz19

Ren HangRen Hang, Untitled, China, 2015 © Courtesy of Estate of Ren Hang and  OstLicht Gallery




La realpolitik di Alex Majoli

Guardando le magnifiche immagini della mostra Scene – Alex Majoli, esposte a Le Bal di Parigi fino al 28 aprile 2019 si percepisce un ritratto istantaneo dello stato del mondo attuale, molto più puntuale e minuzioso della consultazione di qualsiasi scritto sullo stesso argomento. Alex Majoli, immortala con l’attitudine del reporter di strada, non a caso è un fotografo della Magnum Photos, i singoli momenti della vita di uomini che vivono in continenti diversi, i loro stati d’animo e soprattutto le sofferenze che accomunano il genere umano in un periodo storico in cui le guerre sono tutt’altro che un argomento archiviato.

Ne emerge un quadro interessante quanto sconvolgente. Dovunque si guardi esistono popolazioni in difficoltà per i più disparati motivi. Majoli le fotografa teatralmente in lunghi shooting, con l’utilizzo del flash che illumina la scena anche in pieno giorno, rendendo artistico quello che i nostri occhi percepiscono quotidianamente come la normalità. Osservando attentamente queste immagini, che vengono peraltro suddivise in gruppi a secondo del paese in cui sono state scattate, ci si accorge come la geopolitica non sia affatto un’opinione. La forte immigrazione spinge i paesi europei a confinare in campi di accoglienza alle frontiere con Ungheria, Grecia e Bulgaria i nuovi arrivati. A tutto ciò fa da contraltare la nascita di forze politiche nazionaliste di destra, in grado di far tremare le vene ai polsi dei più paciosi politici europei.

Gli episodi di radicalizzazione dilagano e le immagini di Majoli relative alla  Parigi post attentati nel 2015 sono assolutamente eloquenti.  La Cina di Xi Jinping diventa sempre più competitiva economicamente, ma nello stesso tempo i suoi cittadini restano costretti a migrare dalle campagne alle città, non solo nel loro paese, per non morire di fame. I volti di questi uomini erranti, tutti accomunati dall’intento di andare altrove per poter vivere meglio, si assomigliano tutti, indipendentemente dal continente a cui appartengono. Uomini ricchi di speranza, ma nello stesso tempo segnati dagli stenti, transitano per il globo avendo come fine ultimo una meta, che non sarà certo definitiva.

Paradossalmente, come sempre accade per la fotografia, capace di fermare l’attimo e la realtà del momento in cui si scatta, la situazione è totalmente diversa per le immagini dedicate all’India. Immagini essenziali e minimaliste delineano un paesaggio quasi irriconoscibile, una calma piatta fuori dai rumori e colori che siamo abituati ad associare a questo paese. Così pure le immagini dedicate al Congo, in cui foto inconsuete come quelle di un tribunale durante la seduta di una corte o della manifestazione nella città di Brazzaville, ci donano uno scorcio inaudito di una realtà sociale quasi sconosciuta agli europei. La mostra di Majoli è l’immagine della realpolitik internazionale, scevra da sovrastrutture e schermi, che ci riporta a riflettere da dove veniamo e dove vogliamo andare, come il nostro mondo sia pieno di ineguaglianze e dolore e soprattutto come siamo impotenti nel combatterle.

Info:

Alex Majoli. Scene
22 febbraio – 28 aprile 2019
Le Bal
6, Impasse de la Défense
75018 Paris

Alex MajoliGreece, Athens, 2016, Scene #0462 © Alex Majoli / Magnum Photos A Golden Dawn member singing the Greek national anthem

China, Shenzhen, 2017, Scene #1350 © Alex Majoli / Magnum Photos The employees of a beauty parlour participate in a pep rally before starting work

Republic of the Congo, 2013, Scene – Brazzaville – Court of Santeria © Alex Majoli / Magnum Photos




Welcome to the future … Tanto è già passato

Rebecca Agnes è una donna sicura di sé, con delle idee interessanti da trasporre nell’arte che realizza e con un look invidiabile. Al suo cospetto i personaggi di Sailor Moon apparirebbero come delle inconsistenti signorine prive di gusto, altro che manga cool!

La mostra Welcome to the future, in esposizione alla Galleria Inaudita Fusion Art Gallery di Torino fino al 6 aprile 2019, appena inaugurata, tocca alcuni temi particolarmente sentiti al momento, ma interpretati e rappresentati in maniera originale ed intelligente.

Con il lavoro LOLCAT/WELCOME TO THE FUTURE – BAD PAINTINGS, Rebecca realizza 39 tele acriliche raffiguranti altrettanti messaggi che portano lo spettatore non solo a scontrarsi con la dicotomia tra modernità telematica e contenuto, ma anche a confrontarsi con una tecnica classica come la pittura, utilizzata qui come medium per esprimere invece un concetto assolutamente futuristico. Le domande argute della serie si rincorrono nei quadri esposti, inducendo lo spettatore, attratto dai colori e dalle sfumature, a risponderle.  DOES FACEBOOK KNOW MY FRIENDS BETTER THAN ME? DOES GOOGLE REMEMBER (ME)? DOES SPOTIFY REALLY SUGGEST ME THE MUSIC I LIKE? HOW TO KNOW WHAT IS COOL WITHOUT INSTAGRAM? IN SECOND LIFE YOU CAN HAVE A BIG ASS BUT NOT SMALL TITS. Sono interrogativi semplici che però ci portano alla riflessione sul fatto che i social networks si siano impossessati della nostra vita, ma non è detto che la vita sia così ricca di un suo senso di base. Spesso al contrario, il social network rappresenta il mezzo che utilizziamo per esprimerci, anche quando non abbiamo nulla da rappresentare o vogliano sottrarci a quello che abbiamo. Siamo inoltre in balia dei social networks poiché  essi, con la loro automazione e con i loro suggerimenti, musicali, toponomastici, estetici ci segnano la via, ci indicano ciò che siamo in questa società contemporanea così interconnessa. Ma lo siamo davvero?

Si verifica nelle sue opere quello che è stato già preconizzato nel libro di Jonathan Safran Foer “Eccomi”: una realtà virtuale che a tratti surclassa quella reale, Second Life in questo quadro ne è l’iconografia più intuitiva. Una realtà virtuale dove, come avviene per i due personaggi del libro, padre e figlio, ci si incontra e si discute, invece di incontrarsi fisicamente e di guardarsi negli occhi. Un po’ quello che succede quotidianamente quando si messaggia con whatsapp da una stanza all’altra. La completa smaterializzazione del corpo, le idee che viaggiano via pixel, la mancanza assoluta di contatto umano, forse anche di contenuto.

Le opere di Rebecca sono quindi strettamente legate alla parola, i messaggi compaiono ovunque, nelle tre lingue care all’artista (inglese, tedesco e italiano) coronando il suo pensiero, prendendo spunto dal tema dell’opera e introducendo concetti nuovi. Ad esempio nell’opera “Am I my internal organs?” l’artista si interroga sul fatto che possano essere solo gli organi interni di un corpo a costruire l’identità dello stesso o se l’identità, quindi anche di genere, derivi dal sentire del corpo, da quello che il corpo si sente di esprimere, indipendentemente dal senso biologico dello stesso. Questa riflessione induce lo spettatore ad osservare una serie di organi diversi, disegnati in maniera assolutamente varia dagli amici di Rebecca su sua richiesta. L’artista completa l’opera eseguendo poi un ricamo sui contorni degli stessi, volto a ricalcare e sottolineare le forme diverse. L’uso della tecnica del ricamo, cara alla Agnes fin dagli esordi, rappresenta il tentativo già reiterato con l’opera LOLCAT/WELCOME TO THE FUTURE – BAD PAINTINGS, di utilizzare una tecnica classica per esprimere un concetto fortemente innovativo.

Una bella mostra “inaudita”, quella di Rebecca, interattiva ma nello stesso tempo riflessiva e profonda, capace di farci interrogare e muovere velocemente le nostre cellule celebrali, seguendo i percorsi originali da lei segnati, sia nei suoi disegni che nelle sue frasi chiave.

Welcome to the future, ma attenti, alla velocità con la quale il futuro evolve, il futuro è già passato!

Info:

REBECCA AGNES
BENVENUT* NEL FUTURO
WELCOME TO THE FUTURE
A CURA DI BARBARA FRAGOGNA
9.3 – 6.4 2019
FUSION ART GALLERY – INAUDITA
TORINO

Rebecca Agnes, LOLCAT/WELCOME TO THE FUTURE – BAD PAINTINGS, acrylic paintings on canvas, 18x24cm each, 2018.

Welcome to the futureRebecca Agnes, LOLCAT/WELCOME TO THE FUTURE – BAD PAINTINGS, acrylic paintings on canvas, 18x24cm each, 2018.

Rebecca Agnes, LOLCAT/WELCOME TO THE FUTURE – BAD PAINTINGS, acrylic paintings on canvas, 18x24cm each, 2018.

Rebecca Agnes, Il cervello non sa distinguere tra ciò che è reale e ciò che è immaginario.




Tartare – The Group Show. Rassegna indipendente di artisti alla Fusion Art Gallery di Torino

Tartare – The Group Show è la bella mostra indipendente curata da Linda Azzarone per la galleria d’arte Fusion Art Gallery Inaudita di Torino fino al 19 Gennaio 2019 . La rassegna rappresenta una raccolta di lavori notevolmente differenti tra loro, di artisti rappresentati dalla Galleria stessa, accomunati dallo spirito di ribellione e avanguardia. In realtà la vera novità di questa mostra è proprio la presenza di un collettivo di artisti, che sviluppano già da anni i loro temi dissacranti e coraggiosi, critici nei confronti della società odierna e capaci di  affrontare in maniera assolutamente “inaudita” ed intelligente i vari  i topoi  contemporanei,  espressi da una gran parte dei loro colleghi, in maniera cellofanata e massificata.

La ricerca di Barbara Fragogna, direttrice della galleria stessa, ad esempio, orbita intorno a concetti quali l’ironia, il fallimento produttivo, il patriarcato, l’assurdo ed il paradosso. I suoi lavori, dal forte impatto emotivo, esprimono chiaramente  i messaggi da veicolare e d’altro canto quest’artista polimorfa e camaleontica ha sempre comunicato con un grande fervore intellettuale, fin dalle opere geniali della serie “Everyday Renaissance” il proprio occhio critico e derisorio verso la società. Renzo Marasca affronta con le sue opere il dilemma che colpisce l’uomo moderno costretto alla continua erranza verso luoghi lontani dalla propria patria, ma favorevoli dal punto di vista economico. In una serie di opere apparentemente astratte, prende quindi in esame  il tema assai concreto  del colore della pelle degli uomini del mondo.  Sebastiano Mortellaro con la sua bellissima “Lampedusa – Municipio e Via Vittorio Emanuele”  in esposizione, effigia un gruppo di migranti moderni smarriti di fronte al laborioso via vai di antichi lavoratori del porto di Lampedusa, coniugando il passato con il presente, l’indifferenza dei cittadini e lo sbigottimento dei migranti inermi. Stefania Migliorati prende in esame i continui cambiamenti climatici, dovuti in gran parte all’intervento dell’uomo nell’ambiente, i quali hanno sì definito l’aspetto del mondo nel quale viviamo, ma hanno anche influenzato i rapporti tra uomo, animale ed ambiente stesso.

Accanto a queste tematiche fortemente afferenti la politica migratoria e ambientale perpetrata dai governi mondiali  negli ultimi anni, si affiancano opere di differente genere dal gusto estetico sofisticato ed elaborato. Ettore Pinelli focalizza la sua attenzione verso il movimento ed attraverso un’azione che elimina la figura ben definita, con gradazioni di rosa sfocato, fonde grigi e colori spostando il focus dell’opera su piani differenti, assi cartesiani sovrapposti e diluiti. Il tema della violenza domestica  delle foto di Silvia Giambone, il dissacrante spirito tagliente delle performances di  Maya Quattropani,  (assolutamente degna di nota nel curriculum dell’artista le performances “ Saliva” o  “Body reaction Project Tosse”), gli splendidi paesaggi onirici, notturni e deliranti di Davies Zambotti completano il quadro.

Ma Tartare The Group Show non finisce qui!  Infatti questa galleria particolarmente vivace, che ha già organizzato collaborazioni con gallerie d’arte di tutto il mondo, tenta anche di svolgere un ruolo indipendente di creazione, rappresentazione e documentazione dell’arte contemporanea in tutte le sue forme. A tal fine le opere in mostra saranno inserite nel numero “ 0 / Ridicule”   di Tartare Synthétique , la rivista – edition   del progetto Inaudita pubblicata da Edizioni Inaudite. La galleria è infatti orientata a rivestire un ruolo polidinamico nel settore dell’arte contemporanea attuale, pertanto alla curatela degli artisti già menzionati e di Rebecca Agnes, Jennifer Rosa, Laurina Paperina, Penzo + Fiore, Ivana Spinelli e Romina Rezza, tutti accomunati da una ricerca artistica sofisticata ed elegante si aggiunge anche il lavoro di accoglienza e di scambio di artisti internazionali con altri paesi, mediante il progetto di residenze Fusion Air, nonché il progetto editoriale. Quest’ultimo in particolare, rivela senza ombra di dubbio la visione cosmopolita e internazionale della galleria stessa, volta a far conoscere questi artisti indipendenti mediante sia  la pubblicazione di libri che della rivista Tartare Synthétique. Edizioni Inaudite produce quindi, in un numero limitato, non particolarmente costoso, ma sicuramente curatissimo dal punto di vista estetico, artistico e grafico, una serie di pubblicazioni monotematiche relative agli artisti rappresentati. Questo ruolo così innovativo, ha reso la Fusion Art Gallery Inaudita un punto di riferimento nel panorama artistico torinese e fondatrice insieme alla Galleria Alessio Moitre del network di Gallerie torinesi Collacontemporary ed parte dei circuiti NesxT, ContemporaryArt Torino e Piemonte, The Indipendent Project della Fondazione Maxxi e Fo.To Fotografi a Torino.

Info:

Tartare. The Group Show
13 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019
Fusion Art Gallery / INAUDITA
Piazza Peyron 9/g Torino

Sebastiano Mortellaro, Lampedusa – Municipio e Via Vittorio Emanuele

Davies Zambotti, Scomodi dialoghi

Stefania Migliorati, Hotel Berlin

 




Dave Heath. Dialogues with solitudes

Osservando le fotografie appese ai muri immacolati del primo piano de “Le Bal”, dove sarà  possibile visitare fino al 23 dicembre 2018 la mostra “Dave Heath – Dialogues with solitudes”, si viene immediatamente catturati dall’intensità delle immagini in bianco e nero che adornano le pareti. Ritratti che riportano il visitatore indietro nel tempo, alla guerra in Corea, a cui il giovane Dave Heath partecipò come mitragliere, prima di ritornare in patria e cominciare la sua vera carriera di fotografo. Già da questi primi scatti è possibile scorgere la sua capacità di catturare gli stati d’animo dei soggetti ritratti, rendendo catartica una semplice foto e trasformandola in una vera e propria “fotografia dell’anima”.

Heath portava dentro di sé la solitudine e la disperazione dell’abbandono che avevano contraddistinto la sua infanzia fino all’ingresso in orfanotrofio all’età di 12 anni. Fu proprio in questo luogo così triste che egli venne a contatto con la fotografia, vedendo all’opera un fotografo professionista che era stato incaricato di documentare la vita dei bambini dell’orfanotrofio. Il colpo di fulmine fu fatale tanto da indurlo a sottrarre 2 dollari dal portafoglio del direttore del brefotrofio per comprarsi una Falcon Miniature Camere. Iniziò così ad appassionarsi seriamente alla fotografia e qualche anno dopo, nel 1947, venne letteralmente folgorato dalla visione di un servizio fotografico su “Life”, i cui protagonisti erano ragazzi disadattati inseriti in un programma di riabilitazione a Seattle. Riconobbe la sua stessa  disperazione nei loro volti ed il focus della propria attività divenne da quel momento in poi ritrarre lo stato d’animo del soggetto, dare forma con l’immagine ai suoi pensieri.

Ben presto dovette partire arruolato nell’esercito americano ma durante tale periodo iniziò a scattare foto ai propri commilitoni, ritraendoli in pose inusuali, particolarmente riflessive ed intime che denotavano già la sua abilità straordinaria nel cogliere il carattere dei propri personaggi. Di ritorno dalla guerra in Corea, e dopo aver seguito vari corsi di specializzazione, si recò a New York per mostrare le proprie foto ad Edward Steichen, responsabile degli acquisti fotografici per il Moma di New York. Steichen trovò le foto di Dave banali, ma ne comprò ugualmente una e sei anni più tardi ne acquistò 6 per lo stesso museo. Da quel momento in poi la carriera di Heath decollò e le sue fotografie vennero esposte nei più importanti musei del mondo.

Osservando gli scatti, immagini indimenticabili a metà tra il ritratto e il reportage, veniamo trasportati indietro nel tempo e ci sentiamo parte integrante dell’epoca storica di riferimento in cui si muovono i protagonisti, la fine degli anni ’60. Heath era membro del   Greenwich Village Camera Club, dove conobbe tra gli altri Garry Winogrand e successivamente, a partire dal 1959, partecipò a dei corsi di fotografia tenuti da Eugene Smith presso la New School for Social Research. La fotografia di Heath era tuttavia notevolmente distante da quella di Winogrand ma assolutamente influenzata da quella di Smith  e dalla sua versione fotografica del mondo . Drammatica, sferzante, a tratti claustrofobica nel non lasciare spazio al paesaggio dove i personaggi si muovevano. Immagini di chiari scuri assoluti che mitridatizzano lo spettatore, inevitabilmente vittima della sindrome di Stendhal. Particolarmente coinvolto nei cambiamenti politici dell’epoca, Heath iniziò la sua frequentazione di  Washington Square e Greenwich, venendo anche a contatto con gli autori della Beat Generation come Ginsberg e Kerouac. Effigiava con maestria il turbamento dell’epoca, il cambiamento della società, l’inclusione della popolazione nera in quella wasp. Lo sguardo di Heath era particolarmente attento ai volti ed alle loro espressioni e il suo occhio infallibile metteva in pratica il pensiero di Henri Cartier Bresson. “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”.

È interessantissimo vedere come Heath costruisse le sue foto nella maniaca attenzione allo studio dell’evento, alle proporzioni, agli equilibri cromatici finali. Maestro assoluto del bleaching, del dodging ed il burning, riusciva con esse,  in maniera impeccabile, a manipolare gli scatti e a far emergere dalle pellicole, in un caravaggesco affresco moderno, i volti dei suoi personaggi e i loro stati d’animo perturbati. La bellissima mostra che rende omaggio a questo grande fotografo del Novecento è inoltre arricchita dalla proiezione di tre film del cinema indipendente americano degli stessi anni. Salesman di Albert and David Maysles et Charlotte Mitchell Zwerin (1968), Portrait of Jason di Shirley Clarke (1966), The savage Eye di Ben Maddow, Sidney Meyers e Joseph Strick (1960). “ The savage eye”, in particolare rappresenta un vero capolavoro . In una Los Angeles notturna, la protagonista appena separata, cerca di ricostruire la propria vita vagando per le vie notturne. In questo suo vagabondare incontra personaggi ai margini dai quali attinge però la volontà di riprendere in mano la propria vita. Nello stesso tempo una voce fuori campo le pone domande esistenziali a cui la protagonista risponde scavando dentro il proprio vissuto e coinvolgendo il visitatore nella propria sofferenza. Il dialogo che scaturisce tra i film proiettati e le foto del grande Heath è semplicemente geniale, il frutto di un lavoro curatoriale di altissimo livello capace di lasciare il visitatore assolutamente affascinato da tanta semplicità ed eleganza.

Info:

Dave Heath. Dialogues with solitudes
14 settembre -23 dicembre 2018
Le Bal
6, Impasse de la Défense
75018 Paris

Dave Heath (1931–2016) Jennine Pommy Vega, New York City, c. 1957

Dave Heath, Sesco, Corée, 1953-1954 © Dave Heath / Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York, et Stephen Bulger Gallery, Toronto

Dave Heath, New York, 1960 © Dave Heath / Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York, et Stephen Bulger Gallery, Toronto

Dave Heath, Washington Square, New York, 1960 © Dave Heath / Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York, et Stephen Bulger Gallery, Toronto




Artissima 25 yrs – The day After

Anche quest’anno Artissima, uno degli eventi artistici più attesi d’Italia, si è conclusa con grande successo di pubblico e grande entusiasmo dei visitatori, tutti intenti nel partecipare attivamente alle varie iniziative della kermesse piemontese. È innegabile lo sforzo organizzativo e qualitativo che lo staff di Artissima, capitanato da Ilaria Bonacossa, compie ogni anno.

In particolare quest’anno, in occasione del 25esimo anniversario, la fiera si è arricchita della nuova sezione Sound, in un dialogo osmotico con le Ogr, di nuovi progetti speciali, come quello dedicato a Carol Rama, in occasione dei cento anni dalla nascita e del programma editoriale e di video diffusi Artissima stories . 25 years of art, volto a proporre punti di vista differenti sulla città e sul mondo dell’arte contemporanea.

Le innumerevoli iniziative presso le altre sedi espositive della città, hanno permesso ai visitatori di seguire il loro itinerario ideale, anche grazie alla simultanea inaugurazione delle varie mostre di questo week end. Le molteplici gallerie che espongono ad Artissima rappresentano il panorama artistico internazionale del momento e passeggiare tra gli stand dell’Oval è sempre un interessante momento di riflessione, analisi ed osservazione di quello che i galleristi pensano rappresenti il momento artistico attuale e di come il pubblico condivide o meno tali scelte.

Tra le gallerie più interessanti per la proposta artistica innovativa delle opere rappresentate abbiamo trovato:

In Situ-Fabienne  Leclerc

La galleria In Situ di Fabienne Leclerc è particolarmente volta alla ricerca e sperimentazione di contenuti e metodi espressivi. Presenta ad Artissima l’opera dell’olandese, Marcel Van Eeden, ispirata agli eventi fotografici e pittorici realizzati prima della nascita dell’autore, il 1965. Intorno a questo motivo dominante l’artista costruisce dei disegni a carboncino intensi e drammatici, rimandando  a riferimenti grafici accattivanti e alle tecniche di archiviazione, attraverso i quali egli tesse la narrazione della propria opera. Particolarmente suggestivi i disegni nei quali vengono introdotti elementi narrativi inusuali dai colori intensi come Untitle 2018 (nella foto) in cui il puzzle di riferimenti narrativi assume anche un connotato cromatico particolarmente attraente. La stessa galleria, che espone anche videoinstallazioni di Gary Hill, pur non focalizzandosi su un’artista emergente come quest’ultimo, predilige tuttavia l’utilizzo del mezzo audiovisivo, ormai divenuto mainstream tra gli artisti più giovani.  Nella suggestiva performance “Incidence of catastrophe 1987-1988” ispirato dal libro “Thomas The Obscure” di Maurice Blanchot,  il performer mette in scena un suggestivo viaggio prima tra le pagine del libro e successivamente al di fuori del mondo circostante, con una performance nella quale sembra che il libro esca al di fuori dei caratteri alfabetici con cui è scritto e si trasformi progressivamente in storytelling visivo.

22,48 m2

Nella galleria 22,48 m2 viene invece esposto il lavoro di Nelly Monnier con la sua serie di dipinti Bracconage. L’artista, presente in stand, ci illustra i metodi di realizzazione dei propri lavori, originali e molto studiati. Partendo dai vari panorami francesi, Monnier realizza un’osservazione minuziosa dei colori e delle forme della vegetazione, riproducendoli in maniera semplificata su tela. A fianco di ogni opera ispirata alla natura, ne produce un’altra ispirata invece ai loghi industriali, con gli stessi colori, ma con forme completamente differenti, dando luogo ad un dialogo interessante che unisce la forma classica di dipinto astratto ad una forma più moderna e legata alla realtà contemporanea.

Galerie Anne- Sarah Bénichou

L’assurdità del quotidiano è la cifra artistica di  Massinissa Selmani rappresentato dalla Galerie Anne – Sarah Bénichou. L’artista ispirato da eventi di cronaca varia apparsi sui  giornali, fotografie surrealiste ed elementi della letteratura  e del grafic design, riproduce dei disegni dai toni delicati e minimalisti che mettono in evidenza la dicotomia tra comicità e  tragicità del vivere quotidiano. Si affiancano ad essi delle piccole sculture che riprendono ugualmente i temi appena esposti e che danno completezza spaziale ai concetti già illustrati nei disegni.

Glassyard Gallery

La  Glassyard Gallery è una new entry ad Artissima e rappresenta un vero valore aggiunto per la kermesse. In particolare le fotografie di Peter Puklus  portano, nel panorama abbastanza standardizzato della manifestazione, una ventata di aria nuova. Con la serie “The Hero Mother – How to build a houseil fotografo distrugge il normale assioma dei ruoli prestabiliti tra uomo e donna, ponendosi in un’ottica assolutamente originale. Egli riesce così ad elaborare, con un’estetica assolutamente affascinante, un’inversione dei ruoli e delle azioni all’interno della famiglia e tra i genitori.

Galleria Massimodeluca

L’artista di punta della Galleria Massimodeluca ad Artissima è Filippo Berta. Il fotografo realizza nei suoi lavori delle “performance delegate”, nelle quali assegna a terzi la rappresentazione visiva dei motivi fondamentali della sua ricerca. Così avviene nella performance “A nostra immagine e somiglianza” di cui in fiera viene esposta una rappresentazione fotografica. Con l’opera di grande impatto “Homo Homini Lupus”, invece, l’artista con un gioco di rimandi alla dottrina hobbesiana e al ritorno dell’uomo allo stato di natura, raffigura in video un branco di lupi che si contendono, strappandosela dalle fauci, una bandiera italiana. Gli evidenti riferimenti alla realtà politica italiana e alle sue fratture interne, connotano innegabilmente la performance, rendendola motivo di riflessione profonda.

Marcel Van Eeden, Untitled, 2018, Pencil and color pencil on paper (Galerie Fabienne Leclerc)

Nelly Monnier, Haut-Jura, 2018, diptych, oils on canvas ( 22,48 m2)

Massinissa Selmani, Galerie Anne – Sarah Bénichou

Peter Puklus, Erection (from the series “The hero mother how to build a house”), 2016 (Glassyard Gallery)

Filippo Berta, Homo Homini Lupus, 2011, HD Video 2’ 33’’, Video-Still, Photo Print Diasec© (Massimodeluca)




David Wojnarowicz al Whitney Museum of American Art di New York

Lower Est Side, fine degli anni ’70, New York. Questo era il palcoscenico in cui il performer, scrittore, poeta, musicista e fotografo David Wojnarowicz muoveva i primi passi. Il leitmotiv delle serate maledette che il giovane omosessuale trascorreva nel locale “Danceteria” di New York, era rappresentato da una musica sincopata e post-punk, quella che il complesso di cui David faceva parte, i “3 Teens Kill 4”, suonava fino al mattino. La rabbia che David aveva accumulato dentro di sé a causa di un infanzia complessa, trascorsa con un padre alcolizzato e violento ed una madre assente, iniziò a manifestarsi con le prime sperimentazioni musicali del gruppo, abbandonato ben presto da David, dopo averne curato le artistiche copertine, per dedicarsi interamente alla sua arte. Il focus della mostra che il Whitney Museum of American Art di New York dedica a Wojnarowicz è proprio centrato su questo periodo turbolento e disinibito, dalla fine degli anni ’70 agli anni ’90, nella   lontana New York aspra e violenta, non ancora completamente trasformata dalla gentrification, la New York dei “Docks” e “Piers” dell’East River.

“VOGLIO CREARE UN MITO IN CUI MI POSSA UN GIORNO TRASFORMARE”

così scriveva David nei suoi diari. Una voglia assoluta di ribellione, di opposizione alle convenzioni sociali che relegavano gli omosessuali ad un angolo marginale della società del tempo. Da quella rabbia, da quella emarginazione e da quella frustrazione parte l’arte di Wojnarowicz inizialmente manifestatasi con la fotografia. Comincia così il suo tentativo di trasportare un personaggio ribelle come Rimbaud, anch’egli omosessuale, nella New York del suo tempo, impadronendosi della sua immagine con la serie di foto “Arthur Rimbaud a New York”. Furono scattate nel 1979 con una macchina 35 mm e benché la maggior parte del pubblico pensi ancora che colui che indossava la maschera fosse sempre David, in realtà furono anche alcuni dei suoi amici ad incarnare il ruolo del poeta maledetto. Un continuo riferimento all’arte e alla letteratura quello che David mette in scena, così come l’omaggio all’artista Joseph Beuys, inserendo in una delle foto della serie appena descritta la massima “The silence of Marcel Duchamp is overrated”.

L’incontro con Peter Hujar nel 1980 cambia completamente i suoi canoni artistici: i due diventano amanti, ma la loro storia avrà vita breve. Hujar sarà però colui che spingerà David a dedicarsi alla pittura, elemento espressivo che egli non aveva ancora sperimentato e la loro amicizia durerà fino alla fine della vita di Hujar, avvenuta nel 1987 a causa dell’Aids. Da questo momento in poi i dipinti di Wojnarowicz diventano colorati e sferzanti, dei veri manifesti contro la società che emargina i più deboli, arrivando a descrivere figurativamente il dramma dell’Aids. Durante gli anni ’80 l’attenzione di David si concentra sui film: filma quasi ininterrottamente tutti i suoi viaggi e nel settembre 1987 la Gracie Mansion Gallery, una delle gallerie più avanguardiste dell’East Village espone i lavori di David con la mostra “The Four elements” che lo consacrò come un vero artista. Gracie Mansion dichiarò di essersi immediatamente resa conto che l’arte di Wojnarowicz era qualcosa di fortemente innovativo. Malgrado i performers alla Marina Abramović fossero già conosciuti in quel periodo e personaggi maledetti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat avessero già la loro notorietà, la personalità ecclettica ed al contempo drammatica di Wojnarowicz lo rendevano assolutamente moderno e sperimentale nel panorama artistico newyorkese, sempre così attento alle novità. Il linguaggio cinematografico diventa preponderante nella sua opera e viene utilizzato come estrema denuncia sociale. Filma e scatta foto del suo amico Peter Hujar dopo la morte, restando solo con lui nella camera d’ospedale in cui morì e continua a rappresentare il terrore dell’Aids con immagini sempre più esplicite di sofferenza e morte. Diventa così attivista dei diritti dei malati di Aids sempre più emarginati e costretti a combattere il loro male in completa solitudine, schiaffeggiando con le sue opere, poesie e scritti la società ipocrita e cieca che si rifiuta di vedere la realtà.  In Wojnarowicz è presente un elemento assolutamente contemporaneo di denuncia sociale e di profondità del linguaggio artistico, che va ben oltre il metodo espressivo utilizzato per comunicare con il pubblico. È inoltre evidente quanto la contemporaneità dell’artista rimanga tale anche in questo momento. L’artista e fotografa Emily Roysdon tra il 2001 e il 2007 ha realizzato una serie di foto intitolate “David Wojnarowicz Project” nelle quali, ispirandosi alla serie “Arthur Rimbaud a New York”, pone l’attenzione della società sull’inettitudine della politica e sull’arretratezza della stessa nei confronti del femminismo. Pochi giorni fa le sale del Whitney Museum di New York sono state occupate da alcuni manifestanti appartenenti ad ACT Up, associazione che si batte per i diritti dei malati di Aids, che hanno attuato una protesta pacifica, esposta come una performance, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che l’Aids rappresenti ancora una piaga sociale ed un forte elemento di discriminazione per i malati. David Wojnarowicz voleva creare una mito in cui egli un giorno potesse trasformarsi; alla luce di tutto quello che è avvenuto dopo la sua morte, sembra proprio che il mito si sia realizzato e sia diventato immortale.

Info:

David Wojnarowicz: History keeps me awake at night.
Dal 13 luglio al 30 settembre 2018
Whitney Museum of American Art di New York

DEAD ALIVE – Artforum International Peter Hujar, David Wojnarowicz 1983

David Wojnarowicz (1954–1992), Something from Sleep IV (Dream), 1988–89.
Collezione Luis Cruz Azaceta e Sharon Jacques.

Foto in bianco e nero di David Wojnarowicz. Peter Hujar (1934–1987)




Esistenzialismo, metafisica e neorealismo in mostra alla Gam di Torino

“….Sovraumani silenzi e profondissima quiete”. Erano queste le sensazioni esistenzialiste che avvolgevano Leopardi, intento a rimirare l’orizzonte dal Colle dell’Infinito, e sono esattamente le stesse sensazioni che si percepiscono osservando alcune delle fotografie esposte nella mostra in programmazione alla Gam di Torino “Suggestioni d’Italia”, aperta fino al 23 settembre 2018.

Queste percezioni non sono solamente riconducibili ai lavori di Mario Giacomelli, ispirati effettivamente all”Infinito” di Leopardi o quelli appartenenti alla serie “Il tempo della neve”, dello stesso fotografo, e riferiti alle poesie di Francesco Permunian,  ma ritornano prepotenti anche nella serie “Strappi” di Mimmo Jodice. L’azione moderna e concettuale, già anticipata un decennio prima dall’arte spaziale di Lucio Fontana nelle opere pittoriche, volta a sottrarre dal limite fisico e statico l’opera d’arte, viene qui reinterpretata da Jodice. La luce riveste un ruolo simbolico e metafisico nella descrizione del paesaggio fotografato, nel quale il fotografo, con l’azione dello strappo, interviene introducendo più piani della realtà,  eludendo, in definitiva, la staticità dello scatto stesso. Furono fotografie complesse da realizzare, raccontò Mimmo Jodice, relativamente al servizio con Kounellis. Più del previsto! L’artista greco infatti voleva essere fotografato su una barca, ma doveva essere una barca di un certo tipo, infatti la serie avrebbe preso il nome “Viaggio di Ulisse” ed avrebbe rappresentato una sorta di ritorno ad Itaca. Purtroppo il giorno fissato per gli scatti ci fu un gran temporale, ed entrambi finirono fradici!

Il paesaggio rimane predominante anche nell’opera di  Franco Fontana, che realizza sovrapposizioni di più scatti, come nella serie “Landscape” o “Paesaggi Immaginari”. In essa il fotografo altera il colore in sede di scatto ottenendo dei contrasti cromatici suggestivi, giungendo ad una spazialità surrealista ed una plasticità inconsueta.

Lo studio metafisico dei piani e le prospettive urbane declinate in intense scale di grigi, ottenute con l’ausilio del banco ottico, sono invece il codice espressivo di Gabriele Basilico. Le periferie e le città si palesano come non luoghi, i paesaggi urbani prendono forma con prospettive precise ed incidenti, la fotografia resta circoscritta ad una spazialità netta e rigida. Di diverso stampo sono invece le foto di Bruna Biamino e Enzo Obiso, entrambi relative a paesaggi naturali, ma in perfetta antitesi tra di loro. Le prime incentrate su ampi tempi espositivi che producono immagini lattiginose e atemporali, le seconde in cui le sagome dei luoghi emergono dal buio profondo dell’immagine.

Ovviamente, essendo l’arco temporale di riferimento dalla mostra molto ampio, accanto a queste visioni contemporanee e oniriche, a tratti minimaliste, del paesaggio e delle città, sono in mostra altri fotografi che hanno descritto con occhio differente la quotidianità degli italiani.

In Gianni Berengo Gardin, ad esempio, la realtà descritta, seppur con ispirazioni fortemente neorealistiche, è caratterizzata dalla presenza di luoghi stilisticamente eleganti e personaggi, che come attori, interpretano un ruolo fondamentale per l’opera. È questo il caso della foto “Venezia in Vaporetto” del 1960, battuta da Sotheby’s per 30.000 euro nel 2012, in cui un sapiente gioco di specchi crea un’immagine surreale, ma dai toni nettamente descrittivi del momento in cui venne scattata.  Altre opere in mostra appartengono a Ugo Mulas, Uliano Lucas, Luigi Ghirri, Aurelio Amendola, Ferdinando Scianna, Nino Migliori, Mario Cresci che hanno anch’essi interpretato con occhio originale e sensibilità artistica i mutamenti storici dell’Italia, dalla vita quotidiana nel nostro paese, alla contestazione sociale nelle fabbriche, all’evoluzione delle periferie urbane. Emerge alla fine del percorso espositivo,  un’interessante spaccato della storia dell’immagine italiana, della sua cultura e del ruolo della fotografia nel nostro Paese.  Si può scorgere, durante tutto l’itinerario della mostra, l’importante influenza esercitata dalle correnti pittoriche e poetiche del periodo in esame sull’evoluzione stilistica compiuta dai nostri fotografi, i quali acquisiscono una maturità artistica assolutamente di livello, se rapportata alle stesse esperienze fotografiche internazionali.

Silvia Ionna

Info:

Suggestioni d’Italia. Dal Neorealismo al Duemila. Lo sguardo di 14 fotografi.
Da martedì a domenica ore 10 – 18
13 luglio – 23 settembre 2018
a cura di Riccardo Passoni
Gam Torino
Via Magenta 31

Mario Giacomelli, Teatro della neve 1984-86 (Serie ispirata alle poesie di Francesco Permunian “Ho La testa piena”, “Mamma” e “Luna Vedova”)

Orizzonte, Mimmo Jodice, Jannis Kounellis, Viaggio di Ulisse, 1971

Gianni Berengo Gardin, Venezia in vaporetto, 1960

Franco Fontana, Landscape, Sicily, 1988