Daniele Spanò è un artista visivo che opera tra regia, scenografia e installazione, elaborando ambienti in cui video, luce e suono costruiscono dispositivi ibridi. Attivo dal 2004, sviluppa progetti multicanale ed espone in Italia e all’estero, dagli Stati Uniti all’Australia. Il progetto Lasciami cadere in mostra a Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea a Roma esplora l’ambiguità che oggi caratterizza le immagini, in un’epoca in cui il digitale ha saturato lo sguardo. L’artista ha concentrato due anni di ricerca sul tema della caduta in un percorso di dispositivi provvisori: schermi e sculture mostrano la loro vulnerabilità, a volte privi della loro funzione originaria. Le immagini si riducono a tracce di luce, presenze che faticano a rivelarsi. Lo spettatore è chiamato a muoversi in un vuoto controllato, in cui ciò che non si vede pesa più di ciò che appare. Anche quando le immagini sembrano parlare con chiarezza, sappiamo quanto siano manipolabili e instabili. Immagini che nascono all’interno dei flussi algoritmici, creano narrazioni che ci sfiorano senza mai appartenerci del tutto. In questo contesto, la caduta esiste come evento e come delta di possibilità: un modo per far crollare certezze surrogate e lasciare emergere ciò che rimane quando il contenuto scompare. Lasciami cadere invita a muoversi con attenzione tra gli strati mobili del reale, come equilibristi che trovano stabilità nell’instabilità.

Daniele Spanò, “Lasciami cadere”, 2018, stampa fine art / giclée – colore, 35 x 28 cm, courtesy dell’artista
Chantal Gisi: Come è nato il suo interesse per il tema della caduta? È scaturito da un’intuizione o da un episodio preciso?
Daniele Spanò: La prima immagine è una fotografia scattata nel 2018, durante una passeggiata in un bosco del Trentino-Alto Adige. Davanti a me c’era un paesaggio ferito, segnato da una linea evidente: una traccia che separava gli alberi crollati a terra e quelli rimasti in piedi. Da questa esperienza è nata una riflessione sul sostegno, oggi visibile in Alberi. Negli anni ho continuato a sviluppare questo tema attraverso video, installazioni e progetti multimediali, oscillando costantemente tra fragilità ed equilibrio. Cadere può significare rialzarsi e cambiare rotta, oppure può rappresentare una richiesta di aiuto. In Non lasciarmi cadere, per esempio, metto in scena una forza che raccoglie la caduta, giocando con la rappresentazione stessa.

Daniele Spanò, “Natura morta”, 2025, travertino, foglia oro 24k, piombo e specchio, 23 x 31 x 62 cm, courtesy dell’artista
Nel progetto, la caduta sembra anche un gesto per sottrarsi alle narrazioni dominanti. Per lei cosa rappresenta la caduta?
La caduta è legata all’immagine e al rapporto tra video e immagine mediata. Con mediata intendo filtrata: oggi viviamo immersi in una sovraesposizione di informazioni visive. Non assumo una posizione ideologica sull’ipertrofia digitale; registro semplicemente che il paradigma della rappresentazione è cambiato. Nella mostra, alcuni monitor si guardano tra loro, altri sono rivolti verso il pavimento. È una forma di negazione dell’immagine e di messa in discussione della sua funzione. In Autoritratto, ad esempio, il corpo digitale resta trattenuto da un complemento fisico, mostrando la tensione tra reale e virtuale.
Perché ha scelto di mostrare gli schermi e i loro dispositivi nella loro vulnerabilità? Cosa significa vedere il contenitore e non solo l’immagine?
Il display è un oggetto fisico e al tempo stesso una finestra relazionale. Mostrarlo come corpo rende visibile il piano di separazione tra reale e virtuale. In alcune opere, come Autoritratto, Doppio ritratto o Natura morta, gli schermi sono sollevati da cinghie e gru idrauliche: il peso reale è minimo, quello simbolico raffigura la storia della rappresentazione. Queste opere dialogano con le tre categorie classiche della rappresentazione e, attraverso l’ironia, evidenziano la tensione tra codice e immagine.

Daniele Spanò, “Autoritratto”, 2025, gru idraulica, monitor 55”, cinghia da carico, video loop 2 minuti, 160 x 84 x 268 cm, courtesy dell’artista
Si parla di immagini come fantasmi. Cosa rappresentano per lei questi fantasmi?
Penso al fantasma come a un mistero: un’immagine che si manifesta e si ritrae allo stesso tempo. In Natura quasi morta ho utilizzato la tecnica ottocentesca del Pepper’s Ghost, creando un ologramma che vive tra riflesso e trasparenza. L’immagine diventa luce, un’apparizione che attraversa lo spazio come ritratto o paesaggio: sfugge, ma proprio per questo rivela.
Perché è importante per lei che il visitatore si affidi a ciò che non può vedere?
Tengo molto alla relazione con lo spettatore. L’esperienza di Lasciami cadere richiede fiducia, un gesto di condivisione: un rapporto umano prima ancora che estetico. Cerco sostanzialmente la verità, non con esattezza calviniana, ma come chiarezza. In Autoritratto e nel Doppio ritratto delle due gemelle, reali non una duplicazione digitale, ogni figura ha la propria immagine e la propria ombra. Anche il riverbero è unico, indicando che ciò che sembra uguale non lo è e che lo spettatore può fidarsi della propria percezione, anche nell’incertezza.

Daniele Spanò, “Non lasciarmi cadere, natura morta con un lume di speranza”, 2025, foglia di bronzo, ferro, luce led, travertino, 83,5 x 145,5 x 189, courtesy dell’artista
Come ha pensato il dialogo tra schermi, sculture e dispositivi? Lo spazio espositivo ha influenzato la progettazione?
I lavori sono nati negli ultimi due anni e, inizialmente, erano loro a interrogare me più che il contrario. Il mio background scenografico mi ha insegnato a lasciare che sia lo spazio a suggerire le relazioni. Gli elementi del progetto non sono mai isolati: c’è sempre una relazione sospesa tra loro, una sorta di respirazione comune. Una volta assimilata questa coesione, l’allestimento ha richiesto solo una settimana.
Come si intrecciano luce, suono e immagine nel progetto? Nascono insieme o uno dei tre elementi guida gli altri?
Lavoro in modo crossmediale: i media si scambiano le competenze. In Non lasciarmi cadere, ad esempio, la barra di luce diventa un puntello fisico, un oggetto che esce dalla sua comfort zone. Lo stesso accade nel teatro, dove la luce non illumina soltanto, ma attraversa lo spazio e interagisce con esso.

Daniele Spanò, “Doppio ritratto” (dettaglio), 2025, gru idraulica, 2 monitor 55”, cinghia da carico, video loop 2 minuti, 160 x 84 x 268 cm, courtesy dell’artista
Esiste un fil rouge tra questa mostra e i suoi lavori teatrali più recenti?
Non direttamente. Nel teatro la sperimentazione e i processi sono fondamentali, così come il lavoro sul grande formato e sul visivo. Tuttavia, la sintesi tra arte visiva e teatro differisce dalla scenografia. La differenza è evidente, ad esempio, nell’Edipo Re di Andrea De Rosa: la costruzione dello spazio segue un’altra logica, con un approccio differente alla relazione tra elementi e spettatore.
Chantal Gisi
Info:
Daniele Spanò. Lasciami cadere
14/11/2025 – 24/01/2026
Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea
Piazza di Porta San Giovanni 10, Roma
www.salauno.com

Chantal Gisi è autrice e traduttrice, laureata in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane a Firenze. Per Juliet esplora i legami tra arte, letteratura e storia, con uno sguardo vivo sul presente.



NO COMMENT