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CC: Michael E. Smith sul filo del minimo a Palazzo...

CC: Michael E. Smith sul filo del minimo a Palazzo Bentivoglio, Bologna

Il post-minimalismo, nato a partire dalla risemantizzazione di ciò che il minimalismo storico aveva consegnato alla storia come irrisolvibile, è tra le correnti che hanno segnato più in profondità la scultura e l’installazione degli ultimi trent’anni. Se maestri come Donald Judd (Excelsior Springs, 1928 – New York, 1994), Robert Morris (Kansas City, 1931 – Kingston, 2018) e Dan Flavin (New York, 1933 – New York, 1996) avevano perseguito un’idea di riduzione assoluta attraverso forme concepite come presenze pure, neutre e incorruttibili, la generazione successiva rovesciò quell’assioma pur continuando a interrogarsi su quanto si potesse togliere all’opera finale, reintroducendo nel white cube il residuo e la precarietà di materie deperibili. Senza tradire il rigore minimalista che istigava alla sottrazione di quasi tutto, a patto di mantenere la presenza assoluta di ciò che rimane, post-minimalisti come Paul McCarthy (Salt Lake City, 1945), Félix González-Torres (Guáimaro, Camagüei, 1957 – Miami 1996) e Mike Kelley (Detroit, 1954 – Los Angeles, 2012) reintegrarono nell’orizzonte dell’opera la materia organica, l’usura e le suggestioni antropomorfe di cui era stata epurata dall’intransigenza degli esponenti del primo periodo. La nuova sfida era continuare a indagare il grado zero della presenza fisica dell’opera pur corrompendone l’imperturbabilità con gli aspetti prosaici della vita, senza depotenziarla. La forma, con l’irruzione del residuo, del consumato e dell’oggetto seriale, si incrina, si sporca e si contamina, acquistando la capacità di registrare ciò che l’imperativo all’incorruttibilità lasciava fuori.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

L’eredità di quella stagione è il fondamento della pratica artistica di Michael E. Smith (Detroit, 1977), che si colloca nell’alveo di questa genealogia in modo non lineare, deviandone gli approdi verso una direzione in cui l’urgenza sociale e biografica si fa materia plastica tanto quanto l’oggetto trovato. Cresciuto nella distopica Detroit del collasso dell’industria automobilistica a cui si imputa la disoccupazione di migliaia di lavoratori, Smith ha sviluppato una feroce poetica del minimo in cui quel declino si sedimenta in scultura incarnandosi in oggetti di scarto su cui è ancora impressa l’impronta del trauma. Una delle ragioni del rapido successo della sua ricerca (venne scoperto dalla potente galleria KOW di Berlino durante una visita di scouting a una collettiva di studenti dell’MFA Yale University School of Art e a stretto giro attenzionato da importanti istituzioni come il Contemporary Art Museum di St. Louis e il MoMA PS1 di Long Island City) va cercato nell’attualità degli interrogativi che l’artista pone su cosa sopravvive ai cicli di produzione e consumo, sulle modalità con cui il corpo si iscrive negli oggetti e viceversa e sul significato di abitare un mondo in cui l’allerta è condizione ordinaria. Nel corso di oltre vent’anni di carriera, l’artista ha lavorato sul filo del limite dell’azzeramento non per violarlo, ma per tenerlo in tensione, dimostrando che al minimo si può ancora sottrarre qualcosa senza perdere l’opera, e che quell’ulteriore sottrazione produce qualcosa di simile all’emergenza, dove il minimo di mezzi è una necessità e non una scelta estetica.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

A distanza di oltre un decennio dal suo esordio istituzionale italiano alla Triennale di Milano nel 2014, Michael E. Smith è ora protagonista a Bologna di una nuova mostra personale allestita negli spazi sotterranei di Palazzo Bentivoglio, curata da Simone Menegoi e Tommaso Pasquali. CC, in inglese si legge “see see”, doppio imperativo al vedere che anticipa la dualità quale principio formale cardine di questo progetto, presenta un nuovo nucleo opere commissionate per l’occasione che approfondiscono il più recente orientamento della sua ricerca. Si noti, per inciso, che già la presenza del titolo è un elemento di novità, perché finora le sue mostre erano rigorosamente untitled, come anche la maggior parte dei suoi lavori. Fin dagli esordi, la pratica dell’artista si è distinta per aver fatto del residuo organico una lingua madre: relitti biologici, tassidermie, cadaveri di uccelli trovati nei sobborghi di Detroit, frammenti di ossa, pelo animale accostato a scheletri inerti di computer dismessi, in un’equazione perturbante tra lo spegnersi della vita e il degrado degli oggetti. A quella violenza del materiale corrispondeva una veemenza operativa altrettanto dichiarata: stoffe e indumenti colati nella resina, poi torti, segati e sezionati con un’azione plastica che, applicata non alla materia nobile bensì ai detriti di una civiltà in declino, rimandava in accezione capovolta alla scultura tradizionale. La sua era un’operazione di amore panico verso gli oggetti intesi come feticci della vita umana, ma anche il grido di disagio di chi trovava nei resti organici e nella lesione materica il solo linguaggio possibile. In CC quella crudeltà (non si sa bene se esercitata o subita dalle cose) sembra essersi assottigliata e Smith dimostra di non sentire più come necessario quel genere di materiali: gli oggetti con cui lavora sono ancora seriali e mutuati dalla cultura di massa americana, ma interi, nuovi, talvolta ancora imballati come merci in attesa del consumo piuttosto che relitti dello sfruttamento.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Per realizzare la mostra, Smith si è ritirato in isolamento nello spazio espositivo, ubicato nei sotterranei cinquecenteschi del palazzo, a differenza del white cube fortemente connotati da irregolarità strutturali, volte a botte, mattoni a vista, pavimenti in sampietrini e tracce di intonaci. Come un musicista jazz prende confidenza con uno spazio acustico, l’artista ha sondato l’ambiente per capire come modulare la propria presenza in relazione a quella che lui percepisce come un’entità organica su cui intervenire con una parsimonia affinata in anni di sensibilità esacerbata, rispettandone le pieghe, le traiettorie, gli echi e le conche di silenzio. La luce (o la sua assenza, in alcune zone si procede a tentoni) diventa dunque la prima materia plastica con cui plasmare l’habitat delle sue opere in modo da costituirne l’imprescindibile tessuto connettivo, immaginandole come componenti vitali di un’unica struttura senziente. La grammatica compositiva sottesa alla loro esistenza è esplicitata nel titolo. CC, oltre all’esortazione a guardare con attenzione (e, in effetti, alcune opere bisogna cercarle negli anfratti strutturali più emarginati), è la coppia, la ripetizione speculare, l’intermittenza binaria: due cesti di vimini, due chitarre, due macchinine, due sfere luminose, due bulbi oculari da cartoon, due cristalli di selenite. Tutto nella mostra tende al due come un’eco che non si dissolve mai del tutto, come uno specchio che rimanda sempre una versione leggermente alterata di ciò che riflette, come la realtà parallela del subconscio in cui si imprimono i riverberi di ciò che cerchiamo di rimuovere.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

All’ingresso della prima sala, la più luminosa della mostra, nonostante Smith abbia rimosso tutti i faretti e ridotto al minimo la potenza dell’unica linea LED rimasta, la scultura-diaframma my sweet lord/today is a killer è l’inequivocabile segnale che la soglia del perturbante è attraversata. Il lavoro consiste in un portale concepito come un doppio schermo di cellophane rosso trasparente, all’interno del quale sono rimaste intrappolate due rozze chiome di capelli sintetici biondi, impalate come trofei su tubi di cartone enfatizzanti la scala umana. L’opera è al tempo stesso pittura, a causa della trasparenza rossa che filtra lo spazio come una vetrata di cattedrale, qui industriale e infiammabile, e presenza fisica impositiva, espressione di un’autorità che Smith di solito distribuisce in modo più decentrato. Periferici nell’ampio spazio scandito da colonne di mattoni, sono invece gli altri lavori: untitled, solenne coppia di tavoli coperti di tessuto che viene istintivo assimilare a catafalchi per proporzioni e collocazione nell’immaginaria navata nel tempio laico disossato in cui si trasformala sala. In posizione absidale, untitled, palla da basket consumata (uno dei feticci più ricorrenti dell’artista), su cui Smith ha modellato con la schiuma espansa orbite oculari e un ghigno, si rivolge verso due cesti di vimini posti di fronte a breve distanza, in rimbalzo silenzioso tra la testa mozzata e il canestro in cui sarà lanciata per gioco.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Nella sala successiva l’orchestrazione della luce non è più uniforme e la massima concentrazione di lavori si ha proprio in una conca buia marginale, dove un letto di ottone matrimoniale è abitato da due poltrone a sacco, evocative di due corpi rannicchiati in posizione fetale, illuminate da uno skateboard che proietta una luce da film di fantascienza sulla testiera. Un click intermittente si rifrange come a voler sondare la sottile inquietudine domestica evocata da tutte le opere presenti in questa seconda stanza (tra cui, nella zona illuminata a neon, una tovaglia usata per anni dalla sua famiglia). All’interno e in prossimità della canaletta che separa il muro dal pavimento si annidano due chitarre elettriche (una delle quali con l’effigie di SpongeBob, icona cartoon anni ʽ90 da lui già citata in altre occasioni) e un omino fatto di palline da tennis (altra sua ossessione) legate assieme a partire da un gadget sovradimensionato in funzione di testa. Anche qui il doppio: la versione normale e quella gonfiata fino all’assurdo, la palla come sfera e come testa, come oggetto di gioco e come cranio. Poco lontano, una scatola da scarpe Adidas come fragile esoscheletro di una cavalletta in schiuma espansa verde-menta, un essere costruito con gli scarti dell’imballaggio immobilizzato nel tentativo di nascondersi a dispetto dei suoi colori sgargianti. Alcune stanze sono, invece, completamente immerse nel buio, nel sistema grammaticale dell’artista fondamentale strumento per costruire il vuoto all’interno di uno spazio espositivo e per acuire la ricettività sensoriale di chi lo attraversa. E questo buio lo troviamo declinato in due accezioni opposte nei diversi ambienti satelliti in cui si articola la mostra. In primo luogo, il buio come reinvenzione dei confini e come tabula rasa su cui opere luminose possono strutturare la visione con le loro emanazioni luminescenti.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Questo avviene in maniera emblematica nel video untitled proiettato dai due oblò presenti sulla porta che immette al deposito di palazzo Bentivoglio (una cifra distintiva dell’artista è quella di aggredire le location espositive nei loro anfratti tecnici inaccessibili al pubblico), consistente in due fasci intermittenti di luce rossa e blu, i colori del lampeggiante della polizia americana, muta sirena sul luogo di un delitto già avvenuto. La vittima sarà il bambino a cui è stata strappata la giacca a vento color incarnato lucido che compare poco prima stesa su un tavolo in assetto da dissezione anatomica o da corpo del reato? D’altro canto, il buio può essere infinita matrice di incubi e disorientamenti, come avviene all’inizio del percorso espositivo in una saletta di servizio defilata. Qui i led accesi di un preesistente telefono da reception danno il la al caotico proliferare di presenze oggettuali fluorescenti (o del tutto invisibili) che affollano l’ambiente quasi a volerne rilevare alcune delle possibili segrete intercapedini, nel tangibile presentimento che innumerevoli altre si potrebbero aprire in ogni piega dello spazio. Lo scheletro qui non è nell’armadio ma, con una vena di umor nero, nel cassetto: aprendo uno dei tiranti del mobiletto collocato sotto la scrivania facendo luce con la torcia dello smartphone, un teschio umano (ironica citazione dei suoi lavori più crudi?) appare ordinatamente riposto accanto a un mangianastri accidentato.

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Michael E. Smith, “CC”, a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali, Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2025, ph. Carlo Favero, courtesy Galleria Zero

Per chi conosce l’artista, in conclusione, CC è una mostra in cui qualcosa si è spostato. Rimane invariato il metodo (l’improvvisazione come struttura, lo spazio in cui vivono i lavori come macro-opera ambientale, la luce come agente attivo di trasfigurazione) e rimane l’idea di fondo che fare arte in questo momento storico significhi testimoniare qualcosa che sta accadendo sotto la pelle della vita reale orchestrando il minimo di elementi necessario e il massimo di tensione che essi riescono a sostenere. Ma, si direbbe, l’avvenuta emancipazione da un disagio autobiografico riduce l’accento sulla consunzione degli elementi utilizzati per traslare quell’irrequietezza in una dimensione più universale e aprire la ricerca a un più marcato interesse verso l’esplorazione dello spazio inteso come sistema organico.

Info:

Michael E. Smith. CC
a cura di Simone Menegoi e Tommaso Pasquali
30/01/2026 – 26/04/2026
Palazzo Bentivoglio
via del Borgo di San Pietro 1, Bologna
www.palazzobentivoglio.org


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