In occasione di Art City Bologna 2026, la Fondazione Carlo Gajani ospita “A body engineered by water”, mostra personale di Claudia Amatruda incentrata sui temi del corpo, dell’acqua e del femminismo. La mostra sarà visitabile per tutta la settimana di Art City, fino a domenica 8 febbraio (ad eccezione di mercoledì 4 febbraio, giorno di chiusura). Sabato 7, in occasione della White Night, ci sarà un talk speciale guidato da Fuorisedia con il collettivo Parsec, con introduzione dello storico dell’arte Giuseppe Virelli e letture della scrittrice Anna Papa. Per saperne di più abbiamo deciso di incontrare le curatrici Sara Papini e Fuorisedia.

Claudia Amatruda, “Operation Theatre (OT) n.1_Hypersea”, 2024, photo Sara Papini, courtesy Fondazione Gajani
Francesco Liggieri: Come nasce il progetto espositivo e perché hai scelto di metterlo in dialogo con gli spazi della Fondazione Carlo Gajani, fortemente connotati come casa, studio e luogo di memoria?
Sara Papini e Fuorisedia: Il progetto espositivo nasce da una serie di incontri, il primo tra Sara Papini e l’artista Claudia Amatruda, durante la residenza condivisa presso Parsec nel 2024, il secondo con il collettivo Fuorisedia, proprio negli spazi della Fondazione Gajani in occasione della mostra di Art City 2025, “Blinding Plan: The Minimalism of Art”, sempre curata da Papini. Per l’edizione 2026 abbiamo deciso di proporre il lavoro di Amatruda in dialogo con la casa-studio del fotografo bolognese Carlo Gajani, interessate al possibile confronto tra pratiche legate al corpo e al mezzo fotografico.
In che modo la presenza storica e simbolica di Carlo Gajani ha influenzato le scelte curatoriali e l’impianto narrativo della mostra?
L’eredità di Gajani all’interno dello spazio costituisce una presenza importante con cui confrontarsi; trovare un equilibrio dialogico tra i due si è rivelata una sfida: abbiamo deciso di giocare attraverso un percorso di visita in cui la presenza del fotografo, inizialmente preponderante, in maniera graduale lascia spazio al corpo di Amatruda.
Il corpo è centrale sia nella pratica di Gajani sia in quella di Claudia Amatruda: quali continuità e quali fratture emergono tra queste due ricerche?
Il dialogo tra le due pratiche si compone di un alto grado di conflittualità, dipendente soprattutto dal posizionamento dei due autori. Tra i lavori più noti di Gajani ci sono, infatti, ritratti di corpi femminili indagati da un punto di vista formale; al contrario, Amatruda si riappropria del mezzo fotografico e della rappresentazione del corpo femminile, per sfuggire a uno sguardo maschile e normativo. Il confronto tra i due lavori ci parla anche della differenza storica e socio-culturale in cui essi si situano.
L’allestimento in penombra trasforma radicalmente la fruizione dello spazio.

Claudia Amatruda, “Pinna nuova”, 2026, photo Letizia Albertini, courtesy Fondazione Gajani
Che ruolo ha il buio come dispositivo curatoriale e percettivo?
La penombra è un dispositivo percettivo utile a modulare, non solo il dialogo tra gli autori, ma anche il rapporto tra opere e pubblici: il fondale nero, ricorrente nei ritratti femminili del fotografo, nonché evocativo della camera oscura, diventa l’ambiente in cui si situano gli autoritratti tridimensionali di Amatruda; le persone che attraversano lo spazio sono portate a rivolgere l’attenzione al corpo dell’autrice e, al tempo stesso, al proprio. Le opere di Amatruda mettono in scena un corpo tecnologico, ibrido e non normativo.
Quanto è importante, per voi, il valore politico di questa rappresentazione?
Il posizionamento transfemminista e intersezionale del collettivo curatoriale ha determinato la volontà di dare spazio a una rappresentazione che non sia quella dominante. Il corpo non normato ha un valore politico e dedicargli attenzione all’interno del discorso culturale, dunque pubblico, è in sé un atto politico.
Gli strumenti di supporto diventano estensioni vitali del corpo.

Claudia Amatruda, “Autoritatto Cyborg”, 2026, photo Sara Papini, courtesy Fondazione Gajani
Possiamo leggere questa mostra come una proposta di immaginario per una corporeità futura?
Lo sguardo post-umano della nostra ricerca si è sposato benissimo con il lavoro di Amatruda, dove gli strumenti di supporto non sono solo estensioni per lei vitali ma dispositivi che si presentano con fierezza nei suoi scatti, a dimostrazione che l’estensione non è sottrazione, ma il principio per l’immaginazione di futuri possibili.
Le opere di Amatruda mettono in scena un corpo tecnologico, ibrido e non normativo. Quanto è importante, per te, il valore politico di questa rappresentazione?
Con “Autoritratto Cyborg n.1” Amatruda scopre un modo per narrarsi che trascende la sua immagine fotografica e si amplia a dispositivo materico: una vasca colma d’acqua sostenuta da una struttura metallica, soggetto di un’oscillazione continua, produce la tensione di cui parli; l’acqua, così, diventa metafora di adattamento e dipendenza dai dispositivi che ne regolano il movimento. I dispositivi cyborg possono,quindi, generare bellezza.

Parete espositiva prima stanza della Fondazione Carlo Gajani, photo Claudia Amatruda, courtesy Fondazione Gajani
In opere come “Pinna Nuova” la visibilità dipende dalla luce. Che relazione intercorre tra invisibilità, trasformazione e identità del corpo?
La luce, così come il buio sono onnipresenti non solo in Pinna ma in tutto il percorso installativo, il buio ci aiuta a entrare in un percorso installativo differente, mirato proprio a farci ritrovare il nostro corpo in un ambiente dove tutti i sensi vengono modificati. Corpo che c’è, corpo fluttuante, corpo invisibile ma anche corpo altro.
Quanto è importante, in questo progetto, ribaltare le gerarchie tra chi guarda e chi è guardato?
Proporre un corpo medicalizzato da un punto di vista artistico è di per sé un’inversione di narrazione; inoltre è fondamentale considerare che la risignificazione, del corpo cyborg è proposta dalla stessa artista, che si pone non più come oggetto di visione ma come soggetto dialogante.
Info:
Claudia Amatruda. A body engineered by water
03.02 2026 – 08.02 2026
Fondazione Carlo Gajani
Via De’ Castagnoli 14, Bologna
www.fondazionecarlogajani.it

Artista e curatore indipendente. Fondatore di No Title Gallery nel 2011. Osservo, studio, faccio domande, mi informo e vivo nell’arte contemporanea, vero e proprio stimolo per le mie ricerche.



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