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Claudia Contu e la critica d’arte virale

Claudia Contu e la critica d’arte virale

In occasione della mostra bi personale “Holobiont Rhapsody”, un dialogo tra l’artista est-europeo, Stach Szumski (Danzica, 1992), e l’italiano Francesco Pacelli (Perugia, 1988) a cura di Eastcontemporary a Milano, abbiamo dialogato con Claudia Contu, giovane critica e curatrice, che ha scritto il testo critico che accompagna l’esposizione. Invisibilità, scrittura per l’arte e linguaggi virali potranno salvarci forse da un futuro dispotico[1].

Federica Fiumelli: In questa mostra di pittura e scultura si parla di organismi: virus, batteri e tutto ciò che ci circonda e che non riusciamo a cogliere immediatamente. Una situazione analoga a quella che stiamo vivendo ormai da un anno a questa parte, in piena crisi sanitaria, ma anche umanitaria, sociale, culturale. Potresti raccontarci brevemente e nuovamente limportanza dellinvisibile?
Claudia Contu: Questa è un’ottima domanda per cominciare. Io direi che l’invisibile è ciò che tiene insieme la realtà, ma è facile dimenticarsene nella vita di ogni giorno. Tramite il testo di questa mostra, ho provato a sottolineare come l’invisibile abbia una presenza, quindi una forza agente che agisce e subisce; crea ed è creata. Capiamo questo concetto quando apprendiamo che i funghi possono accorgersi della nostra presenza in una foresta. Oppure, come hai detto tu, quando un virus mortale arriva ad agitare la nostra economia, ordine sociale e psicologia individuale e collettiva. Ognunǝ può pensarla come vuole in merito all’importanza dell’invisible. Ma io spero che questo testo possa ispirare domande più ampie riguardanti come l’invisibile lascia tracce e si manifesta. Perché, in quanto cittadinз europeз, abbiamo un passato patriarcale e coloniale che ancora causa problemi, interruzioni e traumi a persone fino all’altro capo del mondo. Come eredi di una società colonizzatrice, noi navighiamo su una catena di sfruttamento e abusi — in questo momento, mi trovo a scrivere su un computer i cui materiali a base dei singoli componenti sono stati estratti in Congo. Tutto è generato da reti invisibili, infrastrutture e così via. Quindi, cosaltro risulta invisibile nel nostro discorrere quotidiano, e perché? Che cos’altro facciamo finta di non vedere? In altre parole, che responsabilità abbiamo rispetto all’importanza dell’invisibile?

La scrittura per larte può essere virale? Può e deve mutare secondo te? Il corpo del linguaggio critico può metaforicamente essere celebrato come una “Holobiont Rhapsody”? O riscontri invece, da critica e curatrice, un problema contemporaneo di appiattimento del linguaggio?
Non credo necessariamente che il linguaggio si stia appiattendo perché il linguaggio, per natura, si evolve costantemente e così facendo trova nuovi metodi per costruire significati. Non mi stupisce il fatto che alcune emoji siano entrate in uno dei più grandi dizionari e il linguaggio critico dovrebbe essere capace di far tesoro di certe opportunità. Il problema che stiamo avendo nel campo della critica, per me, è piuttosto questione di significati. Ovvero, le idee e valori che cerchiamo di trasmettere tramite il linguaggio. Questa crisi c’è da un po’ e ha favorito la creazione, nel mondo dell’arte, di una sequela di linguaggi criptici che rendono i significati della cultura confusionari o difficili da capire. Il ‘corpo’ del linguaggio ha certamente dei punti di contatto con un olobionte (questa non è una parola oscura, ma semplice gergo). Entrambi evocano coesistenza, trasformazione e mutualismo extra-specie, che è la cosa migliore che possa accadere a linguaggi e significati. Mi chiedi se la scrittura per l’arte possa essere virale. Mi piace l’immagine della scrittura come virus, che si diffonde da una coscienza all’altra, mutando pensieri e abitudini. Per rispondere, ritorno alla cybercultura: non c’è meme che Urban Dictionary non possa spiegarti. Sarebbe fantastico se la scrittura per l’arte potesse fare altrettanto.

Che rapporto instauri con gli artisti con cui lavori? Come vivono la tua scrittura, la tua riflessione sulla loro arte?
Circa cinque anni fa, ero ossessionata dall’idea di creare comunità attraverso l’arte (ciao, Pasteurelli ❤︎) e quell’ideale ha persistito anche dopo essermi laureata, trasferita all’estero e aver lavorato con persone diverse. L’andare per studi, vedere le mostre, fare le cene insieme… Il rapporto, la relazione doveva essere completa per poter costruire una collaborazione significativa con artistз, curatorз, ecc. Di recente ho realizzato che quella era, per certi versi, un’illusione e che il modo in cui la inseguivo stava diventando emotivamente opprimente. Al momento, sto ancora cercando la giusta ricetta di persone e attitudini per creare il tipo di affinità artistica (in inglese userei kinship, che però ha un senso più ampio e meno paternalista della diretta traduzione in italiano, “parentela”) che, comunque, ho ancora a cuore. E poi, il 2020 ha reso il cambiamento obbligatorio, per cui era venuto il momento di una purificazione. Detto ciò, per il testo di Holobiont Rhapsody non ho incontrato né Stach, né Francesco. A causa delle tempistiche e altri eventi di forza maggiore, non abbiamo avuto modo di scambiare idee, conversazioni e risorse in anticipo. Ma grazie al fantastico lavoro di mediazione svolto da Agnieszka e Julia di eastcontemporary, ero sicura di avere un’idea chiara della ricerca degli artisti prima di cominciare a scrivere. Non so dirti come loro vivono la mia scrittura — spero positivamente! Per me, scrivere del lavoro di qualcun’altrǝ è un atto di facilitazione per chi legge ma anche un’apertura di significati, identificazione e contestualizzazione degli attributi di un lavoro e come tali attributi si espandono e applicano alla società. Credo sia questa la responsabilità che la scrittura per l’arte ha oggi.

Hai concluso il testo critico con un quesito molto interessante che a mia volta giro a te: potremmo parlare in futuro la lingua di funghi e licheni?
Sono cresciuta guardando anime, leggendo manga e giocando ai videogiochi. Nonostante abbia cercato di nasconderlo, ci sono aspetti della cultura est-asiatica che sono rimasti incollati da qualche parte, nella mia mente. Anzi, di più, hanno contribuito a generare alcuni dei miei interessi, come l’affiliazione (di nuovo, kinship) umani/non umani. Ci sono mondi come quello della Principessa Mononoke o dei Pokémon in cui le persone parlano o comprendono gli spiriti dei boschi, gli animali e una marea di altre entità e deità. Sento che noi sapevamo già come parlare quelle lingue, senza dubbio, ma ce ne siamo dimenticati a causa della modernizzazione globale e dell’assoggettamento coloniale.

Info:

www.claudiacontu.com

[1] Nota su inclusività e linguaggio: nella versione italiana di questa intervista, i termini generalmente scritti al maschile “neutro” sono stati sostituiti dalla versione ‘ǝ’ (singolare) e ‘з’ (plurale) per far riferimento a tutti i generi. L’uso di attributi come *, @ ecc. è stato evitato perché questi non eliminano gli articoli e risultano attualmente illeggibili dai programmi di ausilio per ipovedenti. Maggiori informazioni: www.italianoinclusivo.it e www.transmediawatchitalia.info

Claudia ContuFoto ritratto di Claudia Contu

Francesco Pacelli, Abyssa, 2020, glazed ceramics, 22 x 28 x 55 cm, the courtesy of eastcontemporary and the artist Holobiont Rhapsody, Milan, 2020

Stach Szumski, The Issue of Office Bacteria IV, 2018, acrylic on canvas, 150 x 180 cm, the courtesy of eastcontemporary and the artist, Holobiont Rhapsody, Milan, 2020

Stach Szumski, The Issue of Office Bacteria II, 2018, acrylic, on, canvas, 200 x 200 cm, the courtesy of eastcontemporary and the artist, Holobiont Rhapsody, Milan, 2020


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