Si può vivere l’arte in un atteggiamento contemplativo e meditativo, oppure si può fare della fruizione stessa una pratica. Questa seconda possibilità orienta il collezionismo di Gemma De Angelis Testa, che ha fatto della sua opera di acquisizione artistica un escamotage affettivo e intellettuale per rianimare il dialogo con il marito Armando Testa, sua guida nella scoperta dell’ecosistema-arte. Questa scoperta sembra interrompersi alla scomparsa del disegnatore torinese, ma Gemma ben presto si rende conto che la mancanza del compagno non ha lasciato un vuoto sterile, ma al contrario ha aperto uno spiraglio da cui guardare il mondo dell’arte, ormai patria di entrambi i coniugi, con uno sguardo carico di una nuova promessa. Gli occhi della futura collezionista promettono di farsi catturare dagli artisti la cui voce spicca sul resto, per poi carpirla a propria volta nell’atto di riunire le opere che “fanno più rumore”. La donna, però, compie un passo ulteriore perché rende il suo sguardo di collezionista il veicolo di uno sguardo collettivo, destinando le proprie acquisizioni all’educazione dello sguardo sociale.

Villa Panza, “Un altro sguardo”, © Villa Panza. Foto di Lorenzo Pennati, 2025 © FAI
Un altro sguardo è, non a caso, il titolo dell’esposizione che Villa Panza ha deciso di dedicare a una selezione di opere acquisite da Testa. I capolavori scelti si dispiegano lungo le pareti della villa mostrando come negli anni si sia plasmato il senso del bello di Gemma Testa, fino a che il percorso non inciampa in un altro sguardo ancora, quello del collezionista Giuseppe Panza di Biumo a cui si deve la serie di opere permanenti. Talvolta il confronto tra i due crea un cortocircuito, dettato in primis dalla dissonanza tra il calmo silenzio evocato dalle opere astratte, quasi perfette, di Panza e il rumore delle tele, fotografie, installazioni cariche di significato della collezionista. Le opere scelte per l’esposizione, infatti, fanno rumore anche quando sembrerebbero emanare un senso di calma, com’è il caso della pittura di Anselm Reyle (Untitled, 2003), in cui l’apparente monocromia del nero è spezzata dalla fragorosa irruzione dei toni rosei dal fondo della tela. Oppure la videoinstallazione di Bill Viola (Surrender, 2001), che rompe la poeticità della ripresa lenta con una profonda inquietudine, richiamando il dramma del mito di Narciso e l’incomunicabilità tra ego e alter(ego) – il sé riflesso. Il rumore aumenta quando si giunge alla stanza dedicata alla performatività dell’identità femminile, soggetta ad ammirazione come nella serie degli eleganti ritratti senza tempo di Francesco Vezzoli (Embroidery of a Book: Young at Any Age, 2000), o a frustrazione come nella performance di Vanessa Beecroft (VB 21.016. Ali, 1996), che immortala in uno scatto i valori disarmonici e contraddittori a cui la moda obbliga il corpo della donna.

Villa Panza, “Un altro sguardo”, © Villa Panza. Foto di Lorenzo Pennati, 2025 © FAI
Il rumore diventa boato nella sala che raccoglie la performance in cui Marina Abramović incide nella propria carne la stella a cinque punte, divenuta simbolo della Rivoluzione russa (Lips of Thomas, 1975-1997), il ritratto del martirio politico-religioso delle donne iraniane di Shirin Neshat (I Am Its Secret) e la folle claustrofobia sociale evocata dal ritratto che Andres Serrano fa a una Klanswoman (Grand Kaliff II, 1990). Il rumore, poi, si incanala nella rappresentazione di proteste politiche, come il manifesto contro l’abrogazione del divorzio di Armando Testa o la cintura iperrealistica di Monica Bonvicini, che gridano un inno alla libertà. L’inserimento di alcune opere dell’amato e mentore di Gemma arricchisce il percorso non solo per la loro incisività, ma anzitutto perché evidenza come sia la dimensione più intima del singolo a dettare la costruzione del suo senso estetico e non l’aderenza a criteri oggettivi del gusto. È nell’esperienza, quindi, che prende forma la sensibilità estetica ed è nell’esperienza della condivisione – com’è il collezionismo attivo di Testa – che quella sensibilità può contribuire a plasmare il canone estetico.

Villa Panza, “Un altro sguardo”, © Villa Panza. Foto di Lorenzo Pennati, 2025 © FAI
Il canone è ciò che decreta che cosa ha valore e quel che è ritenuto tale ha un impatto inevitabile sullo sguardo della collettività, che così viene educata a riconoscere i rumori e i silenzi del bello. Gli occhi della società, divenuti attenti a leggere le coordinate delle arti, possono infine convertire quell’attenzione al bello in ciò che esso veicola: appelli alla moralità, alla coscienza politica o alla semplice ma mai banale sensibilità umana. Queste suggestioni trovano realizzazione nei video di Adrian Paci che, mossi da temi come la migrazione e la riconquista dell’identità, chiudono la mostra. Il visitatore, quindi, lungo le stanze della villa varesina impara “il canone” – da Robert Rauschenberg a Cy Twombly, Cecily Brown, Ai Weiwei, Joseph Kosuth – e in questo percorso ha il privilegio di fare proprio il punto di vista con cui Gemma Testa e Giuseppe Panza hanno dato forma – una forma unica e talvolta indecifrabile – alla propria eredità culturale.
Info:
Un altro sguardo. Opere dalla collezione Gemma De Angelis Testa
11.04.25 – 12.10.25
Villa Panza – Piazza Litta, 1, Varese
fondoambiente.it

Laureata magistrale in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, città dove tuttora vive, si è specializzata in estetica e critica del contemporaneo. Frequentatrice del mondo dell’arte e dedita alla ricerca, crede nel potenziale dello sguardo interdisciplinare, che intreccia il pensiero critico, tipico della formazione filosofica, e il potere comunicativo dell’arte di dare forma all’identità in divenire del proprio tempo.



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