Nel cuore storico di Bologna, alla Galleria de’ Foscherari, la mostra Continental, personale di Eva Marisaldi, realizzata in collaborazione con Enrico Serotti e curata da Leonardo Regano, si presenta come un progetto che dichiara fin dall’inizio di non volersi concentrare sullo spazio territoriale o sui confini geografici europei e asiatici, ma piuttosto rivolge la sua attenzione «alla politica, alla storia e all’identità» di quella determinata area geografica. In questo senso, Marisaldi sembra muoversi lungo una traiettoria che richiama il pensiero di autori come Edward Said[1] o Homi Bhabha[2], per i quali i confini non sono linee precise che separano in modo netto, ma spazi di incontro.

Eva Marisaldi, “DJ”, 2025, video loop di 5s su supporto a led rotanti, 42 x 42 x 5 cm, courtesy Galleria de’ Foscherari, Bologna
L’opera che, dalla vetrina esterna della galleria, apre la mostra è DJ, una fotografia che diventa immagine animata, trasformandosi in un loop ipnotico di «azioni, contesti e flussi culturali». La figura cattura lo sguardo e mette in discussione alcuni stereotipi culturali. Più che raccontare una storia, crea una piccola tensione che obbliga chi guarda a fermarsi e a osservare con più attenzione quella che potrebbe essere «un’identità continentale in continuo divenire». Questa logica del disallineamento ritorna in Sottomarina. Anche in questo caso, il significato non è immediato: il filo rosso che attraversa il globo rimanda ai cavi sottomarini, connessioni lontane dallo sguardo dell’osservatore. Una pratica che ricorda, per delicatezza e rigore, certe operazioni concettuali di Maria Lai o di Alighiero Boetti, dove il testo smette di essere strumento comunicativo per farsi corpo e diventare esso stesso opera d’arte.

Eva Marisaldi, “Pachifiko”, 2025, 5 macchine da pachinko, acrilico su legno, chiodi, meccanismo, plexiglass, 43 x 63 x 4 cm cad., courtesy Galleria de’ Foscherari, Bologna
Il suono, invece, attraversa lavori come Shampoo 1 e Shampoo 2, dove flussi radiofonici e frammenti poetici generano un’esperienza mediale instabile. Lo stesso suono permette una riflessione sulla natura frammentaria dell’esperienza contemporanea, vicina alle riflessioni di John Cage sul silenzio e sull’indeterminazione. In Pachifiko, la storia materiale del pachinko giapponese, nato dal riuso di componenti bellici, diventa metafora di una possibile conversione: dalla guerra all’intrattenimento, dalla distruzione al gioco. Il lavoro lascia, tuttavia, emergere le tensioni geopolitiche ancora irrisolte dell’area del Pacifico, suggerendo che ogni riuso porta con sé una memoria che continua a riaffiorare. Tappeta, dove la perdita di equilibrio diventa esperienza concreta di straniamento, come nello sguardo del cavallo di Tolstoj, citato da Šklovskij[3], si ricollega a una pratica che affonda le radici in una lunga tradizione di artisti capaci di agire sul quotidiano per renderlo instabile: da Robert Filliou a Yona Friedman, fino a certe strategie di straniamento care al formalismo russo. Sul piano percettivo, il tappeto inserito nello spazio espositivo e articolato in due elementi separati dalla colonna centrale, interrompe la continuità del pavimento e rende percepibile l’atto stesso del camminare, trasformando un gesto abituale in esperienza consapevole.

Eva Marisaldi, “Tappeta”, 2025, lavoro in tessuto a terra, 2 elementi, 246 x 140 cm, 146 x 140 cm, courtesy Galleria de’ Foscherari, Bologna
Un altro importante lavoro è il video Social che osserva l’organizzazione collettiva di un formicaio non come documentazione naturalista, ma come messa in scena delle «stesse tensioni sociali» che possono trovarsi anche nel mondo umano. Con le dovute cautele si potrebbe ritenere che lo sguardo al mondo delle formiche riveli la stessa organizzazione che definisce il contesto euroasiatico. In questo contesto si inserisce Eurasia, che riproduce un video virale diffuso durante la “primavera araba”. «Un’azione giocosa e non violenta, che diventa performance di dissenso» ed evoca il tema della «fragilità dell’immagine». Questa visione risuona con le riflessioni di Michel de Certeau sulle pratiche quotidiane e sulle micro-resistenze che abitano lo spazio sociale. Alla dimensione corporea e percettiva si affianca anche For Ken Loach, un’installazione sonora che rievoca un episodio realmente accaduto a Londra, quando un gruppo di gelatai organizzò un corteo funebre per un collega scomparso, trasformando furgoncini e clacson in un gesto collettivo. Cosa resta allora di un atto di partecipazione quando viene tradotto in installazione sonora? L’eco dei clacson diventa una traccia, una vibrazione che mette in questione il rapporto tra documento e racconto.

Eva Marisaldi, “For Ken Loach”, 2025, tecniche varie su legno, 6 elementi, 6 diffusori acustici, 6 sonori, dimensioni variabili, courtesy Galleria de’ Foscherari, Bologna
In chiusura al percorso espositivo la serie di disegni e stampe su tessuto Continental raccoglie immagini tratte da riviste e giornali, accostando figure che fanno collidere «pace e guerra, ricchezza e povertà», realtà e immaginazione. Sottratte al flusso informativo, le rappresentazioni perdono l’urgenza della cronaca per farsi più riflessive. In questa costellazione di materiali iconografici, quella dei «muli dipinti come zebre nello zoo di Gaza» assume un valore paradigmatico: un intervento minimo che incrina, anche solo per un istante, l’apparente compattezza del reale. Il disegno assume quindi un ruolo fondamentale, in quanto rimane per Marisaldi uno strumento espressivo imprescindibile e fondante nelle sue opere, nel ricordo dei primi artisti e disegnatori da lei amati, come Paul Klee.
Noemi Macchia
[1] Edward Said (1935-2003) è stato un intellettuale e teorico di origine palestinese, autore di Orientalism (1978), testo fondamentale degli studi postcoloniali in cui l’autore analizza la costruzione culturale dell’Oriente da parte dell’Occidente.
[2] Homi K. Bhabha (1949) è uno dei principali teorici del postcolonialismo e nei suoi scritti ha elaborato concetti come “ibridazione” e “third space”, intesi come spazi di negoziazione identitaria e culturale.
[3] Il riferimento è al racconto Cholstomér (1886) di Lev Tolstoj, in cui la vicenda è narrata dal punto di vista di un cavallo. Viktor Šklovskij, teorico del formalismo russo, cita questo esempio nel saggio L’arte come procedimento (1917) per definire il concetto di straniamento (ostranenie), inteso come tecnica capace di rendere percepibile ciò che l’abitudine tende a neutralizzare.
Info:
Eva Marisaldi. Continental
23/01/2026 – 25/04/2026
Galleria de’ Foscherari
via Castiglione, 2b – Bologna
www.defoscherari.com

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