In Pain Chain Lucia Tkáčová mette in gioco per la prima volta in modo diretto la propria storia personale, assumendo l’autobiografia non come racconto, ma come materia strutturale dell’opera. Il progetto nasce da un’esperienza prolungata di convivenza con la dipendenza – non vissuta in prima persona, ma interiorizzata attraverso legami familiari segnati dall’alcolismo – e si concentra su quella zona grigia e spesso invisibile che è la codipendenza: una condizione relazionale che produce identità fragili, senso di colpa, iper-responsabilità e annullamento del sé.

Lucia Tkáčová, “Pain Chain”, installation view at Albumarte, Roma, ph. Giorgio Benni, courtesy Albumarte
La mostra non mette in scena l’alcolismo come fenomeno sociale né come stigma, ma ne indaga gli effetti indiretti, stratificati e persistenti sul corpo di chi resta. In questo senso, Lucia Tkáčová si allontana sia dalla denuncia sia dalla testimonianza, scegliendo una forma più complessa e disturbante: l’esperienza della dipendenza è tradotta in un sistema di presenze materiali che occupano lo spazio come residui di una tensione mai risolta. Il trauma non è raccontato, ma incorporato.

Lucia Tkáčová, “Pain Chain”, installation view at Albumarte, Roma, ph. Giorgio Benni, courtesy Albumarte
L’autobiografia, qui, non funziona come chiave interpretativa privilegiata per lo spettatore. Al contrario, Tkáčová sembra usare la propria storia come un campo di sperimentazione in cui verificare quanto il dolore possa essere reso visibile senza diventare narrazione edificante o spettacolo emotivo. Le sculture – corpi parziali, masse molli, forme ferite o instabili – non illustrano episodi biografici, ma agiscono come condensatori di stati psichici: dipendenza, attaccamento, colpa, desiderio di salvezza. La relazione familiare non è rappresentata, ma riorganizzata nello spazio come una costellazione di pesi che si attraggono e si respingono.

Lucia Tkáčová, “Pain Chain”, installation view at Albumarte, Roma, ph. Giorgio Benni, courtesy Albumarte
Dal punto di vista storico-artistico, Pain Chain si inserisce in una linea di pratiche femministe che hanno utilizzato l’esperienza personale come strumento critico, ma ne riformula radicalmente le modalità. Se la tradizione dell’autobiografia femminista ha spesso puntato sulla presa di parola come gesto emancipatorio, qui la parola arretra a favore della materia. Il corpo non è affermato come luogo di potere, ma esposto come luogo di compromissione: non sovrano, non eroico, non risanato. La dipendenza – e soprattutto la codipendenza – appare come una struttura che precede il soggetto e ne condiziona i gesti, il tempo, le relazioni.

Lucia Tkáčová, “Pain Chain”, installation view at Albumarte, Roma, ph. Giorgio Benni, courtesy Albumarte
Anche il dispositivo espositivo contribuisce a questa lettura. Lo spazio non guida, non accompagna, non consola. Lo spettatore è chiamato a muoversi all’interno di un ambiente che rifiuta la linearità e la spiegazione, e che rende percepibile una condizione di disorientamento e di carico emotivo. In questo senso, la mostra pone una questione etica precisa: fino a che punto è possibile guardare il dolore altrui senza trasformarlo in consumo? Tkáčová risponde sottraendo allo sguardo ogni possibilità di identificazione rassicurante. Pain Chain non promette guarigione, né individuale né collettiva. Pur nascendo da un’urgenza autobiografica, il progetto non cerca una soluzione terapeutica, ma espone il processo stesso come qualcosa di incompleto, faticoso, talvolta impraticabile. La dipendenza non è un evento da superare, ma una condizione che lascia tracce durature, che struttura i comportamenti e modella i corpi anche in assenza dell’oggetto da cui dipende.

Lucia Tkáčová, “Pain Chain”, installation view at Albumarte, Roma, ph. Giorgio Benni, courtesy Albumarte
È proprio in questa rinuncia a una chiusura – narrativa, simbolica o emotiva – che la mostra trova la sua forza più radicale. Lucia Tkáčová non chiede empatia, ma resistenza: resistenza allo sguardo, al bisogno di senso, alla tentazione di trasformare il dolore in racconto. L’autobiografia, qui, non serve a spiegare l’opera; è l’opera a restituire, nella sua durezza materiale, ciò che dell’esperienza della dipendenza non può essere pacificato né risolto. La mostra è realizzata con il supporto dei fondi pubblici dallo Slovak Art Council e Istituto Slovacco a Roma, in collaborazione con PILOT (Bratislava) e AlbumArte.
Info:
Lucia Tkáčová. Pain Chain
A cura di Lýdia Pribišová
4/12/2025 – 20/02/2026
AlbumArte
Via Flaminia, 122 – Roma
www.albumarte.org

Micol Di Veroli (Roma, 1976) è storico dell’arte, critico e curatore indipendente. È membro dell’AICA – Associazione Internazionale dei critici d’arte. Dal 2010 è curatore della Glocal Project Consulting e collabora con diversi musei internazionali realizzando progetti volti a promuovere e a sostenere l’arte italiana all’estero.



NO COMMENT