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Crisi della memoria: dalla flânerie al détournamen...

Crisi della memoria: dalla flânerie al détournament nella ricerca di Matthias Odin

In occasione della sua prima mostra personale in Italia Matthias Odin presenta da FRENCH PLACE un nuovo corpus di lavori, frutto della residenza a Milano e nati dalla scoperta di una fabbrica di strumenti bellici dismessa dalla fine degli anni Ottanta, momento in cui i conflitti su scala mondiale sembravano destinati a una definitiva distensione. La nuova collocazione degli oggetti ne sospende la finalità originaria, trasformandoli in sculture minime in bilico tra astrazione e memoria. Nella concezione di Odin l’archeologia industriale dialoga con la storia della città e con la concezione bergsoniana della memoria, intesa come stratificazione.

Matthias Odin, ⁠“Electtromecanica Orobica (1), 2026, found technical drawings, found photograph, gloss paint, glass framed, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Matthias Odin, ⁠“Electtromecanica Orobica (1), 2026, found technical drawings, found photograph, gloss paint, glass framed, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Nei suoi lavori la sedimentazione del tempo è testimoniata dai segni dell’usura dei materiali. In questo modo le opere, come moderne rovine di un tempo ormai lontano, passano dalla sfera della funzione al regime della contemplazione. Come scheletri privati del loro contenuto, questi corpi pongono l’osservatore di fronte alla rappresentazione di un’assenza, lasciando presagire il consumo del conflitto.

Matthias Odin, ⁠“Electtromecanica Orobica (2)”, 2026, found technical drawings, found photograph, gloss paint, glass framed, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Matthias Odin, ⁠“Electtromecanica Orobica (2)”, 2026, found technical drawings, found photograph, gloss paint, glass framed, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

La pratica di Odin si fonda sulla ricerca, sulla raccolta e sul dialogo diretto con luoghi e materiali, mentre dal punto di vista teorico affonda le sue radici nell’urban exploration, nella psicogeorografia situazionista e nella promenadologia del gruppo Stalker. I lavori esposti sono frutto di un’operazione di détorunament, di deviazione, di costruzione di una nuova sfera semantica. L’artista utilizza oggetti e immagini per provocare un cortocircuito del senso in chiave informativa. In questo modo Odin elimina il velo di anonimato e di innocenza dall’oggetto e pone l’osservatore di fronte all’eterno ritorno della storia. Il tournament lavora su due aspetti: l’esposizione della natura ideologica di un’immagine e la sua rifunzionalizzazione in direzione politica e critica.

Matthias Odin, ⁠“IM650074 G”, 2026, found objects, found technical drawing, glass, found label, led string + plinth, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Matthias Odin, ⁠“IM650074 G”, 2026, found objects, found technical drawing, glass, found label, led string + plinth, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

CIMA, acronimo di “Cartellino Identificazione Materiale Anonimo”, è la sigla che dà il titolo alla mostra e ne traccia la direzione concettuale. La messa in discussione della permanenza e l’indagine della memoria trovano spazio nell’allestimento in chiave museale. In quanto luogo deputato all’indagine oggettuale, storica, archeologica e antropologica, il museo agisce come dispositivo di preservazione dall’oblio, contenitore di oggetti che testimoniano la vicinanza e la lontananza con il passato. Il vetro, secondo l’artista, contribuisce a generare nello spettatore una sensazione di distacco, mentre la luce trasmette l’idea di un’energia residuale e latente, che colloca l’oggetto in uno stato intermedio tra il reperto e la reliquia.

Matthias Odin, ⁠“Omba G185”, 2026, found objects, found technical drawings, G9 bulb, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Matthias Odin, ⁠“Omba G185”, 2026, found objects, found technical drawings, G9 bulb, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Le opere di Odin, come Omba G185 (2026), rispondono alla definizione di near ready-made. L’artista opera un passaggio concettuale ulteriore rispetto all’estetica dell’oggetto trovato, che rappresenta il punto di incontro tra produzione industriale e artistica. Le casse e le cartine non sono solo il residuo di un processo produttivo, ciò che le connota è il legame con la memoria locale, della città di Milano, e globale, segnata dai conflitti. Come Beuys affermava “il silenzio di Duchamp è sopravvalutato”, denunciando l’istanza tautologica e produttivista insita nel ready-made, che esclude il confronto e lo scontro con la storia, così Odin interviene sull’oggetto ricontestualizzandolo in un clima di rinnovata tensione globale. CASSA N.1 (2026), IM650074 G (2026), Luce Reparto (2026) e Elettromeccanica Orobica (2026) si impongono come forme mummificate e musealizzate di un’industria del dominio e del controllo, fatta non solo di violenza, ma anche di azione, burocrazia, infrastrutture e logistica.

Matthias Odin, ⁠“Luce Reparto”, 2026, found technical drawings, found objects, found copper electrical conductor, plexiglass, steel cable, string led, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

Matthias Odin, ⁠“Luce Reparto”, 2026, found technical drawings, found objects, found copper electrical conductor, plexiglass, steel cable, string led, ph. Francesco Paleari, courtesy the artist & FRENCH PLACE

L’allestimento della mostra costituisce il raccordo fondamentale tra storia passata e urgenza presente. La flânerie dell’artista non è senza scopo e la psicogeografia che ne deriva non costituisce il fine, bensì lo strumento con cui indagare la crisi della memoria storica, geografica e culturale. L’oggetto vive, quindi, in precario equilibrio tra il suo essere immagine e la sua condizione oggettuale e funzionale.

Info:
Matthias Odin. Cima
12.03.26 – 19.04.26
Via Carlo Goldoni 64, Milano
ORARI DI APERTURA:
Lunedì-sabato 15-19
www.frenchplace.art


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