È la prima metà del 2003 quando la Peggy Guggenheim Collection di Venezia organizza una mostra dal titolo “Kandinsky e l’avventura astratta”, in cui l’unica donna presente è un’artista italiana. Veneziana di origine e deceduta nel 1981 (quindi due decadi prima), Bice Lazzari è da tempo ormai ricordata come la prima pittrice italiana dell’astrazione, colei che ha respinto “ogni forma pittorica immobile e socialmente accettata”, come scritto nella presentazione del curatore di questa mostra milanese che ha, tra i suoi meriti, soprattutto quello di volgere il proprio sguardo su un’artista (molto) ingiustamente poco conosciuta. “I linguaggi del suo tempo” è, infatti, il titolo di una ricchissima retrospettiva ospitata dalle stanze del nuovissimo Palazzo Citterio e curata da Renato Miracco, in collaborazione con l’Archivio Bice Lazzari di Roma.

“Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo”, exhibition view at Palazzo Citterio, Milano, courtesy Palazzo Citterio
Suddivisa in due sezioni principali, la retrospettiva ci mostra la versatile caratura artistica di Bice Lazzari, capace di esprimersi nella pittura figurativa, nello spazialismo, in ambito astratto e informale, attraverso un’immersione artistica che conta 110 opere. Il primo periodo abbraccia le decadi tra il 1925 e il 1957: è una lunga fase artistica in cui sono presenti elementi stilistici figurativi oltre che manufatti artistici materici, un periodo che significa la fase dell’esistenza di Bice compresa tra i 25 e i 57 anni. Il secondo periodo, invece, è compreso tra il 1958 e il 1981 (anno della morte dell’artista) e, in questo arco temporale, l’arte di Bice Lazzari spicca definitivamente il volo verso i lidi dell’astrazione e dell’informale, pulsioni già presenti in nuce nella parte finale del primo periodo. Il percorso espositivo è accompagnato, inoltre, da numerosi testi dell’artista, oltre che da una serie di poesie aventi tutte per titolo il nome di una località e spesso, tra i contenuti, si ritrovano riferimenti ai colori del paesaggio e dell’arte.

Bice Lazzari, “Autoritratto”, 1929, olio su cartone preparato, 72×50 cm, courtesy Palazzo Citterio
Essendo una retrospettiva molto ricca di opere, non si potrà in questa sede fare un’analisi precisa di ciascuna, bensì tracciare delle linee esplorative comuni. Prima fra tutte, la continua sperimentazione di superficie, con un ampio uso di tecniche, dal collage all’acrilico, dal bozzetto alla tempera, dagli oli alla matita, dal pastello al panno lenci, in un continuo spirito “impulsivo senza dominio” (parole dell’artista del 1981) e soprattutto senza un filo cronologico. Di sapore morandiano è infatti una raffigurazione di tavola da cucina domestica senza titolo degli anni ʽ30, ma già da qualche anno erano apparse alcune astrazioni (1925), con continue anticipazioni di segni artistici che saranno familiari nel secondo dopoguerra. Una straordinaria coppia di intarsi su panno lenci dal titolo “Cuscino” (1928 e 1930) unisce illusione ottica a geometrie dall’effetto tridimensionale e si affianca idealmente agli arazzi o alle opere di lana tessuta al telaio. Sono anni in cui, da un lato, Bice Lazzari si dedica all’arte applicata di monili e accessori di moda dal vago sapore coloniale, dall’altro esplora le pennellate dell’informe su tela e persino su mosaico (una magnifica “Vanità” di grandi dimensioni del 1949).

Bice Lazzari, “Racconto n. 2”, 1955, olio su tela, 85,5×90 cm, courtesy Palazzo Citterio
Nel 1952, anche se formalmente ancora nel cosiddetto primo periodo, l’astrazione prende il volo in modo più netto. “Tracce di rosso” del 1954, “Architettura azzurra” del 1955, “Racconto numero 7” del 1957, il superbo “Tracce nel tempo”, sempre del 1957, “Gioco di luna”, ancora 1957, sono solo alcune delle opere che questa necessaria riscoperta ci mette davanti agli occhi, in un costante flusso di ricerca e astrazioni molto evocative. “Una che si mette in testa di ricominciare la vita quando ha cinquant’anni…” si legge in uno dei testi a supporto della mostra e, infatti come già accennato, non comincia una nuova fase, ma evolve un’ispirazione e un istinto artistico già presenti sin dagli anni ʽ20 e che, da ora in poi, esaltano l’interiorità dell’artista, continuamente in connessione non voluta con lo spirito internazionale del tempo. Un filo comune, forse, si può ritrovare nel continuo ricorso a forme geometriche, quali il triangolo, il cerchio, il quadrato, che, per stessa ammissione dell’artista, erano luoghi di approdo a lei sconosciuti ma sempre soggiacenti a sua maestà “lo spazio”.

Bice Lazzari, “Sequenze”, 1963, tempera, colla e sabbia su tela, 156×195 cm, courtesy Palazzo Citterio, courtesy Palazzo Citterio
Quasi a fungere da ponte tra le due anime cronologiche della retrospettiva, c’è, all’interno di una teca, una grande pagina da pubblicazione editoriale con, a caratteri cubitali, l’anno 1964. Se è vero che il secondo periodo artistico di Bice Lazzari inizia, nelle intenzioni della curatela, nel 1958, il 1964 è l’anno della definitiva presa di distanza, anche pubblicamente esibita, di Bice Lazzari dal figurativo e neo-figurativo italiano. È la definitiva affermazione, nella sua creatività, della luce, dello spazio, del segno e della struttura dell’opera, con un ritorno assoluto alla geometria che si accentua man mano che si avvicina alla fine della carriera, assumendo spesso forma più essenziale. Nello stesso periodo si chiude anche, a causa della costante esposizione a forme di avvelenamento organico, l’uso dell’olio per aprirsi definitivamente all’acrilico e a sabbia, colla e tempera, sempre su tela.

Bice Lazzari, “Acrilico n. 4”, 1975, acrilico su tela, 93×164 cm, courtesy Palazzo Citterio, courtesy Palazzo Citterio
Ed è così che vengono alla luce opere basate su una rigorosa ricerca visiva che non lascia più spazio a oggetti e storie ma ruota attorno a segni essenziali e più basilari. La relazione tra artista e spazio della tela diventa in questa seconda fase ancora più intensa. Citiamo “I segni rossi numero 2” (1959), “Superficie LRH 7” (1959), “Senza titolo” (1960), “Sequenze” (1963), “Misure e Segni n. 10” (1965), uno stupendo “Senza titolo” di grandi dimensioni del 1973, “Sequenza del segno” (1974), opere che già nei titoli rivelano la strada artistica definitivamente imboccata da Bice Lazzari e che si presentano agli occhi del visitatore luminose e coinvolgenti. Una strada in cui la disciplina metodica si afferma in modo più rigoroso, la padronanza della materia diventa meticolosa, l’armonia visiva si erge a focus della ricerca dell’artista, vivacemente interessata a ciò che succede oltre i confini nazionali e oltre i confini dell’arte visiva. In molte delle sue opere, dopo aver sovrapposto gli strati e le incrostazioni di materia mista, l’artista interviene con segni e sgraffiature che ne esaltano la ricerca e la concettualità.

Bice Lazzari, “Senza titolo”, 1973, acrilico su tela, 93×164 cm, courtesy Palazzo Citterio
Palazzo Citterio, con questa meravigliosa retrospettiva, rende così un doveroso omaggio alla collettività e alla storia, accendendo un grande fascio di luce su un’artista interprete del tempo sempre prossimo e venturo. L’arte di Bice Lazzari è un arco creativo in cui tutti i segni convergono su quello più sentito dall’artista: l’essenzialità e lo spazio. Figurativo, arte applicata, astrazione, geometrie e informale ne sono le tappe che, in modo riccamente divulgativo, questa mostra ribalta all’attenzione generale. La mostra “Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo” è accompagnata dall’omonimo catalogo, curato da Renato Miracco ed edito da Allemandi.
Info:
Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo
16/10/2025 – 11/01/2026
Palazzo Citterio – Milano
www.palazzocitterio.org

Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.



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