Alla Palazzina seicentesca dei Giardini ducali di Modena, il duo californiano Fallen Fruit (David Allen Burns e Austin Young) si interroga sulla crisi dell’Antropocene e sulla necessità di ripensare il rapporto tra sistema di rappresentazione e mondo vivente nell’installazione totale “Paradise Lost”, che trasforma l’architettura storica in un ecosistema visivo ibrido, dove la dimensione memoriale dell’archivio si fonde con l’urgenza ecologica del presente.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
L’elaborazione di nuovi codici estetici a partire da tematiche di stringente attualità è una costante della ricerca artistica del collettivo, i cui componenti, conosciutisi durante gli anni dell’Accademia, devono il loro sodalizio alla chiamata di un giornale che invitava gli artisti a proporre opere di protesta e contestazione “positive”, in controtendenza rispetto alle azioni di vandalismo artistico volte a danneggiare musei e opere d’arte. Il nome “Fallen Fruit” (frutta caduta) richiama il passo biblico del Levitico in cui i proprietari terrieri vengono esortati a non raccogliere tutta la frutta del proprio campo, per lasciare quella caduta ai bordi della proprietà a disposizione dei passanti bisognosi. Per gli artisti, se la frutta rappresenta un’offerta incondizionata della natura, l’arte deve essere come un dono gratuito, piacevole e ristoratore. Dalla loro formazione nel 2004 (con la partecipazione di Matias Viegener, uscito nel 2013) i Fallen Fruit hanno sviluppato una variegata pratica interdisciplinare, che spazia dalla mappatura degli alberi da frutto pubblici di Los Angeles a performance collettive, a momenti di cucina e preparazione di marmellate condivise, fino alle installazioni museali immersive come quella modenese.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
L’operazione concettuale proposta da Burns e Young alla Palazzina dei Giardini ha come premessa teorica il considerare la perdita della biodiversità come sintomo di una più ampia crisi percettiva, permeata dell’incapacità occidentale di riconoscere il paradiso nell’immanenza del quotidiano. L’allestimento è un’esplosione sensoriale di proporzioni monumentali: ogni superficie muraria interna (ma anche il pavimento dell’atrio e le tende che schermano le grandi vetrate aperte sul parco, di solito oscurate) è stata trasformata in un variopinto palinsesto figurativo dove fiori, animali, piante e personaggi esotici in diverse scale di grandezza si sovrappongono in un macro collage digitale, in ciascuna sala caratterizzato da una diversa tonalità di fondo pur nel continuum della composizione. La tecnica del fotomontaggio, cara alle avanguardie storiche, trova qui una declinazione contemporanea che, seppure deliberatamente accattivante, supera la mera dimensione estetica per farsi sottile strumento di analisi critica. Le immagini riprodotte dagli artisti sono dettagli tratti da figurine di marchi storici come Liebig, Bon Marché e Suchard, selezionate all’interno della collezione del museo della figurina, situato sempre a Modena a Palazzo Santa Margherita. Quel corpus grafico prodotto tra il 1885 e il 1925, l’epoca delle grandi esplorazioni, rappresentava per l’Europa dell’epoca il principale mezzo per far conoscere animali, piante e popolazioni dei territori coloniali. Il prelievo di questo materiale divulgativo, in apparenza neutralmente didattico, è attuato da Fallen Fruit per sottolineare come tali frammenti visivi fossero in realtà solo la punta di un iceberg, ovvero i riverberi nella cultura popolare di una precisa modalità con cui l’Occidente catalogava e addomesticava l’alterità naturale e culturale attraverso sistemi di rappresentazione standardizzati.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
La sistematica decostruzione dell’archivio figurativo ottocentesco operata dagli artisti attraverso l’estrapolazione di singoli elementi dalle immagini storiche e la loro successiva ricomposizione in nuove costellazioni semantiche secondo un principio di reciproca contaminazione, è dunque finalizzata a una riflessione tutta contemporanea sui limiti della catalogazione scientifica e sui dispositivi di controllo della conoscenza. L’arbitrarietà insita in tale tassonomia viene poi enfatizzata nelle due composizioni scultoree presenti in mostra, formate dal posizionamento, secondo due diversi criteri, di alcuni esemplari di animali tassidermizzati provenienti dal Museo di zoologia e anatomia comparata dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Le due installazioni, intitolate “Assembly: death is the only option (configuration A e B)” presentano, rispettivamente, una disposizione lineare da collezione zoologica e una in apparenza casuale (in realtà una sorta di duello ferino con i protagonisti circondati da sostenitori) di lupi, volpi, scimmie e volatili che, sottratti alla loro tradizionale collocazione museale, acquistano una valenza performativa inquietante. Il contrasto tra le due visioni del mondo sottese alle due diverse organizzazioni degli stessi elementi vuole interrogare la violenza intrinseca ai sistemi di catalogazione scientifica, dove la morte diventa precondizione necessaria per la conservazione e l’esposizione del sapere naturalistico. Come sottolineano ironicamente Burns e Young, che differenza c’è tra la disposizione “arbitraria” da loro proposta e quella museale? Entrambe sono costruzioni umane, altrettanto artificiali, che cercano di organizzare la conoscenza secondo criteri che potrebbero essere ancora diversi.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
Un altro aspetto importante del progetto, già evidente nella studiata piacevolezza di un insieme progettato per essere abitato più che visitato, è la sollecitazione di una dimensione partecipativa, che trasforma il pubblico da osservatore passivo a fattore del dispositivo artistico. Le 23 carte dei tarocchi create per la mostra, la cui grafica è sempre ricavata dal montaggio di elementi estratti dalle figurine (offerte all’uso in due salottini laterali tappezzati di illustrazioni) invitano a una pratica divinatoria più orientata al dubbio e alla riflessione esistenziale che alla predizione del futuro. Le poltrone, i tavoli e l’ambientazione accogliente ricreata all’interno dello spazio espositivo traducono in forma concreta quell’idea di “estetica relazionale” teorizzata da Nicolas Bourriaud, dove l’arte si configura come spazio di sperimentazione di nuove forme di convivenza. Su questo piano, l’opera rivela la sua matrice più politica: non si tratta di imporre una visione del mondo, ma di creare le condizioni per un ripensamento critico del presente attraverso forme di socialità alternative, come quelle che rendono possibile la sontuosa armonia delle specie animali e botaniche raffigurate alle pareti.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
Il cortocircuito geografico e temporale generato dalla pacifica coesistenza di immagini tratte da contesti diversi culmina nell’installazione che accoglie in visitatore all’ingresso: nelle nicchie della sala ottagonale della costruzione, fatta erigere nel XVII secolo da Francesco I d’Este all’interno dei giardini di Palazzo Ducale come “casino” di divertimento per la corte estense, in seguito trasformata in una serra per piante tropicali, sono state collocate dagli artisti degli esemplari di piante non autoctone, avvicinandosi alle quali si percepisce una labile traccia sonora. Le voci che emergono dalla vegetazione sono le registrazioni di alcune interviste realizzate da Fallen Fruit nel parco circostante, rivolgendo ai passanti domande di carattere esistenziale. L’effetto straniante di quelle indistinte conversazioni tra vegetali suggerisce una possibilità di osmosi percettiva tra umano e non-umano, postulando un’agency non più prerogativa esclusiva del soggetto umano, ma distribuita attraverso reti di attori eterogenei. Fondamentale è qui il rapporto che l’installazione instaura con l’architettura della Palazzina e con il paesaggio circostante, ribadito dalla decisione degli artisti di riaprire le finestre dell’edificio, di regola oscurate per esigenze espositive: interno ed esterno si rivelano come dimensioni complementari di un unico ecosistema, dove la natura coltivata del giardino storico dialoga con quella rappresentata ed evocata tramite artificio.

Fallen Fruit, “Paradise Lost”, installation view at Palazzina dei Giardini, Modena, ph. Rolando Paolo Guerzoni, courtesy Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali
Obiettivo degli artisti è realizzare una continuità percettiva che, superando le tradizionali dicotomie tra naturale e artificiale, tra originale e copia, tra museo e vita, riesca a trasformare la nostalgia per un Eden perduto in energia progettuale per un paradiso possibile. Ispirandosi all’interpretazione miltoniana del mito adamitico, gli artisti non si limitano quindi a denunciare la perdita, ma invitano a riconoscere che il paradiso risiede da sempre nell’immanenza del presente, nella bellezza stratificata del reale che circonda la nostra esistenza. In questa prospettiva, la crisi della biodiversità non è solo una questione ecologica, ma una conseguenza della nostra incapacità di valorizzare la ricchezza del mondo che abitiamo. Il paradiso che i Fallen Fruit ci invitano a riconoscere non è quello ultraterreno delle rappresentazioni religiose tradizionali, né quello esotico delle mitologie consumistiche contemporanee, ma un paradiso terrestre che richiede cura, attenzione e responsabilità condivisa. Facendo collidere memoria e futuro, locale e globale, individuale e collettivo, l’installazione modenese si propone come dispositivo ambientale di attivazione percettiva finalizzato a generare nuove forme di consapevolezza ecologica attraverso l’esperienza estetica diretta. Concludo ricordando che “Paradise Lost” fu anche il titolo della mostra che fu ospitata nel padiglione degli Stati Uniti, alla Biennale di Venezia del 1984.
Info:
Fallen Fruit (David Allen Burns e Austin Young), “Paradise Lost”
11/04 – 24/08/2024
a cura di Francesca Fontana, prodotto da Fondazione Ago
Palazzina dei Giardini ducali e Museo della Figurina, Modena
www.agomodena.it
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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