In un mondo dell’arte che, nell’attuale frangente di deriva imperialista, autoritaria e bellicista, è apparso finora troppo silente e timido, la Fondazione Merz di Torino ha scelto di schierarsi. Diverse mostre e iniziative che vi hanno avuto luogo di recente, a partire dalla mostra dell’artista palestinese Khalil Rabah nel 2023, si sono collocate senza timore nel discorso politico, attraverso un fare cultura che è anche informare e creare comunità. Prendendo spunto da una considerazione tratta da uno scritto di Mario Merz, “la cultura si sveste e fa apparire la guerra”, la mostra collettiva Push the Limits 2 si pone in continuità con questi intenti e costituisce il secondo capitolo di una precedente esposizione omonima, che già nel 2020 aveva proposto l’idea di un’arte che sfida, mette in questione e oltrepassa i “limiti”: culturali, geografici, identitari, sessuali, sociali.

Fiona Banner, “Pranayama Organ”, 2021, HD Video with soundtrack. Courtesy the artist and Frith Street Gallery, London. © Fiona Banner Studio
Il “superamento del limite” pertiene a un aspetto costitutivo dell’arte, ovvero alla facoltà dell’immaginazione, come affermava Giulio Carlo Argan. Immaginare è dare forma a mondi nuovi, visioni alternative, soluzioni differenti delle relazioni e dei conflitti: è facoltà di immaginare una meta prima di darsi la possibilità di raggiungerla. Accedendo al territorio dell’immaginario, l’arte costruisce precipitati simbolici nei quali si condensa e si riconosce un sentire comune. Se la condivisione dell’esperienza, dal singolo alla moltitudine, è ciò che permette di trovarsi su un posizionamento e quindi rafforzare un’opinione pubblica fino a incentivare un’azione collettiva, l’arte può assumere un potente ruolo politico. Anche e, forse, soprattutto quando non rinuncia alla dimensione estetica-immaginifica e non si lascia ridurre a slogan.

Helina Metaferia, “Headdress 34”, 2022, hand cut and assembled mixed media collage. Image courtesy of the artist
La mostra allestita alla Fondazione Merz sceglie un registro comunicativo non urlato, modulato su tonalità antiretoriche, attraverso le opere di diciannove artiste, di generazioni e provenienze diverse, alcune di loro molto note come Dominique Gonzalez-Foerster, Mona Hatoum, Emily Jacir, Zineb Sedira e le italiane Monica Bonvicini e Rossella Biscotti. Il tema della guerra e della violenza, il dramma dell’incapacità umana di emanciparsi da logiche di sopraffazione e abuso di potere emergono all’interno di contesti immaginifici, a volte onirici o perfino poetici. La denuncia non è mai banalizzata o fine a sé stessa. Dagli angeli in volo sull’“ultima cena” della moscovita Katerina Kovaleva, ai collage di Helina Metaferia che danno vita a un ritratto corale sulla memoria dei movimenti per i diritti delle comunità BIPoC; dalla danza rituale, ironica e surreale di due aerei da combattimento gonfiabili nel film Pranayama Organ di Fiona Banner, fino allo sguardo alterato nei cortometraggi dell’egiziana Heba Y. Amin, che attiva impressioni liriche sulla relazione tra i luoghi, la loro percezione ed esperienze di viaggio e migrazione, le opere in mostra aprono prospettive differenziate da un punto di vista geografico e politico, attivando processi mitopoietici.

Mirna Bamieh, “Sour Things: the Pantry”, 2024, installation view. Courtesy Fondazione Merz, ph. Andrea Guermani
Appare significativa la presenza di artiste palestinesi. Le riprese video in soggettiva di Emily Jacir documentano l’esperienza quotidiana del dover attraversare il confine israelo-palestinese: il punto di vista ribassato e mobile restituisce la condizione dell’essere in balia del potere arbitrario esercitato al posto di blocco. Mentre Mirna Bamieh, scappata da Gaza dopo l’inizio dei bombardamenti nel 2023, “mentre le case venivano rase al suolo”, ha rielaborato il trauma della fuga e della perdita improvvisa del proprio ambiente domestico ricreando un habitat che declina l’idea del contenitore, dalla stanza al barattolo della dispensa. Il valore simbolico di questo oggetto, inteso come atto politico di radicamento e di cura attraverso la conservazione e dunque atto di resistenza, è sublimato nelle qualità cromatiche e tattili delle forme modellate nella terracotta e nel vetro.

Dominique Gonzalez-Foerster, “Metapanorama I, II, III”, 2023 and Katerina Kovaleva, “Memory table”, 2025), installation view. Courtesy Fondazione Merz, ph. Andrea Guermani
Dà voce alla storia e alla cultura palestinese anche il duo yasmine eid-sabbagh / Rozenn Quéré, con Possible and Imaginary Lives, lavoro che prende vita dalla creazione di un archivio costituito da memorie tramandate e fotografie conservate dalle famiglie palestinesi, esiliate nei campi profughi o in altre città come Beirut, Il Cairo, New York e Parigi. Queste testimonianze sono trasmutate dalle artiste in una narrazione dialogica che racconta nostalgia e sradicamento mescolando verità e finzione. Chiude il percorso, negli spazi esterni della fondazione, Sous les pavés, les jeux, l’installazione di Maja Bajević che attraverso i sampietrini divelti richiama episodi storici di forte conflitto ma anche di capovolgimento ludico e trasformazione sociale. In sottofondo, canti di resistenza e lotta introducono una nota di malinconia ma al tempo stesso di inquietudine: il senso della storia passata ci sfugge mentre essa si ripete, invano.
Emanuela Termine
Info:
AA.V. Push the Limits 2. La cultura si sveste e fa apparire la guerra
a cura di Claudia Gioia e Beatrice Merz
27/10/2025 – 8/3/2026
Fondazione Merz
via Limone 24, Torino
www.fondazionemerz.org

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