Daniel Arsham. Paris, 3020

Per descrivere al meglio questa incredibile mostra e soprattutto l’approccio innovativo di Daniel Arsham, è necessario partire da lui, l’artista, e cominciare quindi questo articolo nel più classico dei modi… Nato nel 1980 in Ohio (USA), Daniel Arsham è un artista pluridisciplinare il cui stile si manifesta attraverso la performance e l’utilizzo di diverse arti plastiche come la scultura e l’architettura.

La scelta di queste forme espressive non è un caso per l’artista che ha conseguito un diploma in architettura nella prestigiosa ed estremamente selettiva Cooper Union for the Advancement of Science and Art di Manhattan. Questa Università, fondata nel 1859, è l’unica che garantisce una borsa di studio completa a tutti coloro che vi sono ammessi con l’obbiettivo di offrire la massima qualità di insegnamento agli studenti più meritevoli, poco importa a quale classe sociale appartengano. Poco dopo la fine degli studi, Daniel Arsham ha collaborato in qualità di scenografo con il leggendario coreografo Merce Cunningham. Le sue opere ad oggi sono state esposte, tra gli altri, al MoMA PS1 di New York, al Museo di Arte contemporanea di Miami, al Museo HOW de Shangai, alla Biennale di Atene, al Carré d’Art de Nimes e ovviamente alla Galleria Perrotin che lo rappresenta a Parigi.

La mostra Paris, 3020, che propone solo opere recenti dell’artista, ha già un titolo evocativo poiché riporta una data futura, un millennio esatto di distanza rispetto all’anno in cui ci troviamo.

È quindi di immediata comprensione, anche per chi non conoscesse il lavoro di Arsham, che uno degli obbiettivi dell’artista è quello di affrontare, come già aveva fatto in passato, il tema della temporalità. In effetti si tratta di un tema che affascina molti, visto che nel contesto in cui viviamo raramente si riesce ad ancorarsi nel presente ma si pensa al passato e inevitabilmente, ci si proietta nel futuro, a volte anche con timore. La peculiarità di Daniel Arsham è che nelle sue opere sovrappone abilmente le tre facce della temporalità (passato, presente e futuro); in una frase si potrebbe dire che questi «futuri oggetti del passato si disintegrano nel presente». Ok, forse ho saltato un passaggio… torniamo un attimo indietro.

Come abbiamo visto, l’architettura ha un ruolo fondamentale nel processo di riflessione e creazione di Arsham. Nel corso della sua attività artistica ha rappresentato muri erosi, edifici in rovina nei quali la natura riprende il sopravvento e scale che non portano da nessuna parte: l’artista utilizza l’architettura in maniera paradossale costringendo le forme a confondersi con lo spazio, attraverso gesti semplici.

Per esempio nel suo progetto Future Relic, Daniel Arsham ha creato delle sculture, in pietra vulcanica o calcare, di oggetti del nostro quotidiano (una macchina fotografica, uno stereo, delle cuffie per la musica…) e ha poi realizzato due film in cui mette in scena queste sculture rappresentate come fossili che vengono ritrovati dopo un cataclisma che ha colpito la Terra. Questi oggetti hanno un aspetto brillante ma disintegrato, come accade per le sculture di Paris, 3020.

Tuttavia, a differenza delle opere precedenti quelle esposte nella mostra della Galleria Perrotin sembrano riflettere maggiormente il passato. In effetti, si tratta della reinterpretazione di sculture antiche talmente importanti che hanno ormai trasceso lo statuto di oggetti d’arte e sono diventate parte della memoria collettiva.

Già dalla prima sala, infatti, si possono ammirare le reinterpretazioni di due opere maggiori dell’Antichità classica, la Venere di Arlès e un’immensa riproduzione della testa di Lucilla, figlia dell’imperatore romano Marco Aurelio. Non vorrei spoilerarvi troppo ma ci sono anche opere quali il Mosè di Michelangelo e la Venere di Milo, circondate da una serie di busti e di sculture a grandezza naturale, tra le quali i busti dell’imperatore Caracalla e di Atena. Un’associazione che dovrebbe far raddrizzare le antenne agli amanti dell’arte antica poiché si tratta di rendere omaggio ai temi faro di questa epoca: la regalità e la divinità. Inoltre, la mostra presenta i disegni che Arsham ha realizzato durante il processo di creazione e che ricordano non solo la sua formazione di artista ma anche l’importanza di questo passaggio per potersi riappropriare delle opere del passato e, in definitiva, procedere a una nuova creazione.

Per realizzare questo progetto ambizioso, Daniel Arsham ha potuto utilizzare i calchi delle sculture presenti nelle collezioni dei musei del Louvre, dell’acropoli di Atene, del Kunsthistorisches di Vienna e della basilica di San Pietro in Vincoli a Roma. L’artista ha avuto il privilegio di collaborare con il laboratorio di stampaggio della Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais (RMN), uno degli organismi culturali più importanti in Europa. In funzione da più di due secoli, questo laboratorio fabbrica delle riproduzioni di grande qualità dei più grandi capolavori e possiede una collezione di calchi che va da quelli illustranti l’arte della preistoria alle antichità orientale, egiziana, greca e romana, etrusca e gallo-romana, nonché dei capolavori italiani, francesi, anglosassoni e dell’Europa del Nord dal Medioevo al XX secolo. Insomma, aprire le porte di un “atelier”, come lo chiamano i francesi, così prestigioso a un artista contemporaneo, significa riporre in lui una grande fiducia e un’altrettanto grande aspettativa. L’aspettativa non è stata disattesa, visto l’effetto impressionante delle sculture di Daniel Arsham, che presentano delle parti erose dall’artista stesso in omaggio alle tecniche degli scultori del Rinascimento, e dalle quali fuoriescono minerali di diverse forme e colori, come da una grotta misteriosa. L’artista sembra suggerire che sotto la superficie liscia e lustrata di queste statue si nasconde un contenuto ancor più prezioso. É inoltre interessante notare che le figure presentano erosioni a livello della testa, che sia una guancia, la fronte, la parte posteriore del cranio o addirittura tutta una metà di esso, la testa, simbolo dell’intelletto, è sempre coinvolta. Lo sono spesso anche gli arti e la schiena, ma mai la pancia o il petto, che sono generalmente associati alle emozioni, pertanto assolutamente presenti nelle sculture.

Il profondo rispetto dell’artista per gli originali è visibile grazie anche al tipo di materiale che ha scelto di usare, una particolare miscela di cemento e gesso (che è un minerale) messo a punto dall’ingegnere Jean Couturier, il “ciment de gypse” resistente alla compressione e stabile all’umidità. Questo procedimento è stato scelto probabilmente non solo perché ritarda la presa e permette di operare più facilmente alcune modifiche, ma anche come richiamo alla tecnica scultorea storica della fusione a cera persa. Peraltro Daniel Arsham ha impiegato dei pigmenti naturali quali la cenere vulcanica, il lapislazzuli, la selenite e il quarzo, che sono simili a quelli utilizzati dagli scultori classici. Infine, l’artista ha “firmato” le sue opere applicando la cristallizazione, un procedimento che ha utilizzato innumerevoli volte.

Lo stesso Arsham ha affermato che il suo interesse per le reliquie è sorto quando più di 10 anni fa aveva preso parte a una spedizione archeologica consacrata a una delle statue più suggestive e misteriose al mondo, una delle statue Moai dell’Isola di Pasqua. Intorno a quest’ultima gli archeologhi avevano trovato degli attrezzi abbandonati da un altro team di archeologhi, quasi un secolo prima. Colpito dalla dissoluzione del tempo tra l’arrivo dei primi e quello dei secondi archeologhi, l’autore ha cominciato a pensare all’archeologia come a uno strumento che permette di sintetizzare il passato e il presente.

In questo senso, la scelta delle sculture classiche proposte nella mostra della Galleria Perrotin con gli stessi codici espositivi usati dai musei (piedistalli, luci soffuse, disposizione delle opere in successione), aspetto che contribuisce a interrogarsi sul ruolo di questi ultimi nella costruzione della Storia dell’Arte, è anche un modo per mettere l’accento sull’atemporalità di certi simboli. Rimettendo in gioco con perspicacia e una punta di ironia i limiti temporali, Daniel Arsham è stato definito (con un paradosso che gli cade a pennello): un archeologo del futuro. Per questo, con un’altra frase a effetto ma non meno veritiera, potremmo dire che la sua mostra permette di varcare la porta del passato per entrare nel futuro.

Ilaria Greta De Santis

Info:

Daniel Arsham. Paris, 3020
11 gennaio – 21 marzo 2020
Galleria Perrotin
76 Rue de Turenne, Parigi

Daniel ArshamView of the exhibition “3020” at Perrotin Paris Photo: Claire Dorn © Courtesy of the artist and Perrotin

Daniel Arsham, Blue Calcite Eroded Venus of Milo, 2019 Blue calcite, hydrostone 216 x 60 x 65 cm | 85 1/16 x 23 5/8 x 25 9/16 inch 150.00 kg © Courtesy the artist & Perrotin

Daniel Arsham, Blue Calcite Eroded Moses, (detail) 2019. Blue calcite, hydrostone. 260 x 119 x 125 cm | 102 3/8 x 46 7/8 x 49 3/16 in Photo: Claire Dorn © Courtesy the artist & Perrotin

Daniel Arsham, Rose Quartz Eroded Hamadryade, 2019 Pink selenite, quartz, hydrostone 117 x 82 x 80 cm Photo: Tanguy Beurdeley © Courtesy of the artist and Perrotin

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