Se i sogni sapessero disegnare e dipingere, la carta su cui lascerebbero le tracce avrebbe la forma di una mappa con al centro occhi chiusi e tutto attorno, ai margini, strane terre disabitate. Per la nostra capacità di apprezzarne solo un labile ricordo, saremmo l’origine pulsante da cui emergono, percependoli come scene sfocate nei più lontani punti di veduta. Immagino la pittura di Dario Carratta (Gallipoli, 1988) proveniente da quei territori, luoghi che l’artista ricorda senza alcuno sforzo in quanto esercitato a riviverli a occhi aperti, per fissarli nell’immediatezza della visione.

Studio di Dario Carratta, Roma, luglio 2025, ph. credit Carlo Romano, courtesy l’artista
Quanto ci restituisce il pittore è una mappa geografica che funziona al contrario, anziché orientare con chiarezza i luoghi fisici e i suoi protagonisti, ci permette di catturare la labile memoria visiva e la spiritualità di chiunque sogni. Tuttavia, Carratta non intende illustrare idee e suscitare piaceri estetici, bensì, avvertendo l’aspetto più visibile dei propri eventi onirici, focalizza l’attenzione sulla facoltà di rendere chiare anche le intuizioni più oscure, per condurci verso esisti tanto imprevedibili quanto stranianti. Se per l’artista l’immaginazione mira al fittizio come la credenza al vero, ciò che è reale deve essere creduto, ciò che è fittizio assurge a luogo fantastico. Così, per il pittore l’immaginazione è sempre legata a un elemento specifico, in particolare tutta la sua recente produzione, focus di questo studio visit, sembra fatta della stessa materia dei sogni, dove per quest’ultima è da intendere quanto è legato alla memoria di vicende proprie, come un pensiero lieto ma anche ciò che trasmette tormento e paura.

Dario Carratta, “Dormi illusione”, 2025, olio su tela, 24 x 18 cm, ph. credit Carlo Romano, courtesy l’artista
Infatti, la pittura di Carratta si genera nell’atto del sonno e nell’intima e solitaria meditazione, tant’è che lo studio, in cui si è traferito da marzo 2025, situato nel quartiere di San Lorenzo presso Ombrelloni Art Space, è stata una conquista che ha reso possibile un ulteriore momento di sviluppo. Il nuovo spazio, oltre a marcare una desiderata postazione per i propri lavori, ha altresì permesso di organizzare i rigidi ritmi della pittura, che lo portano a lavorare dalle prime ore della mattina sino alla tarda sera, concependo il luogo come un territorio necessario per una ricerca personale rimasta poco raccontata e scoperta. Carratta si è circondato di pochi ed essenziali strumenti: il lavoro, perlopiù di piccole e medie dimensioni, viene svolto su un cavalletto da tavolo. Proprio su questa superficie, dove poggiano pochi oggetti, come tubetti di colore a olio e pennelli, è ancor più percepibile il senso di una ricerca pacata e necessaria di tranquillità e silenzio per emergere. Nelle domande che seguono l’intenzione è scoprire quanto il nuovo studio influenzi la recente produzione, con quali criteri l’artista abbia scelto e organizzato tale luogo. Affiora una concezione idealista del proprio lavoro: Carratta è fedele alla visione per cui il pittore lavora nella distensione del proprio spazio, senza alcuna pressione e condizionamenti alienanti di mercato imposti da soggetti esterni. D’altra parte, per il pittore è importante rispettare i tempi della propria inventiva, perciò, ne risulta un artista molto consapevole nella capacità di agire e raggiungere determinati obbiettivi, studiando e indagando i propri processi pittorici. Avendo chiara la percezione di non rimanere in stallo con la propria ricerca e di non procedere attraverso una trasformazione reversibile, per Carratta i suoi trascorsi pittorici relativi a mesi fa sono sintomo di una fase passata che non intende più ripercorrere.

Dario Carratta, “Il cane scomparso”, 2025, olio su tela, 80 x 60 cm, ph. credit Carlo Romano, courtesy l’artista
Eppure, nonostante siano stati diversi i momenti della sua pittura, l’elemento comune è l’incertezza del soggetto raffigurato: ogni scena ha un continuo rimando a un altrove, cosicché le opere si pongono come tante piccole storie che si srotolano, brevissimi racconti in sequenza che non hanno nessuna intenzione di dare senso al mondo che ritraggono. Ogni qual volta si cerca la motivazione di un determinato oggetto, di una posa, di un contesto ambientale è percepibile un sottile velo di mistero, una sorta di barriera necessaria a mantenere una distanza con l’al di qua, piuttosto che con l’aldilà. Il corpo è un soggetto ricorrente e sebbene abbia forme alterate è sempre armonioso, i petti possiedono rigonfiamenti, tali da lasciare incerti se figurino una donna o un uomo, inoltre venendo continuamente riplasmato e distorto da emozioni – quali l’instabilità emotiva, la sofferenza, il senso del dubbio – le fattezze umane sfumano trasformandosi in uno schema corporale ibrido. Camere da letto, interni con camino e ambienti aperti con castelli e pozzi, sono i luoghi laddove corpi nudi o vestenti casacche tipiche di un pigiama, distendono gli arti filiformi privi di unghie. Inoltre, per il pittore è necessaria l’esigenza di lavorare sulla carta con l’acquarello e, sebbene questa tecnica possieda un’autonomia nell’intera ricerca dell’artista, restituendoci interessanti esiti lavorativi ancor più dei lavori su tela, per Carratta diventa altresì un passaggio intermedio che gli permette di costruire l’opera finale. In questo modo, quando la scena che intende fissare risulta troppo complessa e necessita di essere riformulata, l’acquarello gli permette di epurarla sino a comporla con equilibrio. Si tratta di un procedimento che permette una logica liberazione della ‘scena simbolo’, comprendente tutto ciò che accade e transita in sogno. Altro elemento da notare, relativamente alle sue ultime produzioni, è la chiusura dei confini delle pennellate, nette e ben recise, dai colori meno intensi, vivi e sgargianti, come se fossero osservati attraverso un filtro dal tono tortora. Per tutte queste ragioni, Carratta interpreta la pittura come una riflessione felicemente incerta e sempre aperta, un processo di radicale trasformazione che deve rimanere incomprensibile e sfuggente, proprio come nella libera proiezione di un’allucinazione a occhi chiusi o aperti, priva di coerenza e interezza. Pertanto, per Carratta sono i sogni che parlano alla mano, se li perdessimo verrebbe meno un’enorme quantità di significato che non deve essere né cercato né tantomeno trovato.

Dario Carratta, “Il gioco nevrotico”, 2025, olio su tela, 40 x 30 cm, ph. credit Carlo Romano, courtesy 1/9unosunove, Roma
Maria Vittoria Pinotti: Come hai scelto il nuovo studio?
Dario Carratta: In realtà, il nuovo studio è stato scelto in modo del tutto casuale, tramite il classico passaparola. Essendo, in alcuni casi, un po’ fatalista, mi piace pensare che sia stato lui a scegliere me, o quantomeno che fosse giunto il momento giusto per abitarlo. Forse, a volte, sono i luoghi ad aspettarci.
Quanto ha influenzato la tua recente produzione il nuovo studio in cui lavori?
Più che influenzare, il nuovo studio ha direzionato ed espanso alcune tematiche presenti nel mio lavoro. Anche il fatto di lavorare da solo, dopo molti anni trascorsi in studi condivisi, mi ha restituito una concentrazione che, in ambienti collettivi, è spesso difficile da mantenere. Lavorare in solitudine può aiutare molto a immergersi e a visualizzare con maggiore nitidezza visioni e concetti.

Dario Carratta, “Il tempo bianco”, 2025, olio su tela, 24 x 18 cm, ph. credit Carlo Romano, courtesy 1/9unosunove, Roma
Come hai organizzato lo spazio di questo luogo, di cosa ti sei circondato?
Ho cercato di organizzarlo in modo che fosse confortevole, ma allo stesso tempo pratico. La prima cosa che ho acquistato è stato un divano, per potermi riposare e leggere comodamente. Per il resto, sto cercando di non sovraccaricarlo, mantenendo un ordine il più possibile rigoroso, anche se, mentre si lavora, non è sempre facile.
Puoi spiegare il rapporto tra la tua pittura e le dinamiche fisiologiche e percettive del sonno?
La mia pittura si nutre costantemente di materiale onirico, che archivio e analizzo. Credo che il sogno sia una fonte inesauribile di idee, di autoconoscenza e di sperimentazione interiore. Il sonno rappresenta una parte fondamentale della nostra esistenza. Lavoro spesso sul paradosso secondo cui quasi metà della nostra vita si svolge in un universo che potremmo definire ignoto, o quantomeno sfuggente alle regole razionali che governano la coscienza.

Dario Carratta, “La nibile rabbia”, 2025, olio su tela, 30 x 24 cm, ph. credit Carlo Romano, courtesy 1/9unosunove, Rome
Che tempi ha la tua pittura, con quali ritmi lavori?
La mia pittura ha ritmi molto diversi. Possono essere più immediati, soprattutto quando lavoro con tecniche come l’acquerello o il disegno. Quando invece mi confronto con la pittura su tela, l’approccio diventa più meditato: cerco di concretizzare e sintetizzare i concetti in modo pulito e concentrato. Molto dipende anche dal periodo e dal ciclo pittorico che sto attraversando. In ogni caso, credo che il tempo nella pittura sia una sorta di paradosso: cinque ore di lavoro possono essere percepite come dieci minuti. Per fortuna, questo mestiere ti permette di vivere veri e propri sbalzi temporali.
Info:

Maria Vittoria Pinotti (1986, San Benedetto del Tronto) è storica dell’arte, autrice e critica indipendente. Attualmente è coordinatrice dell’Archivio fotografico di Claudio Abate e Manager presso lo Studio di Elena Bellantoni. Dal 2016 al 2023 ha rivestito il ruolo di Gallery Manager in una galleria nel centro storico di Roma. Ha lavorato con uffici ministeriali, quali il Segretariato Generale del Ministero della Cultura e l’Archivio Centrale dello Stato. Attualmente collabora con riviste del settore culturale concentrandosi su approfondimenti tematici dedicati all’arte moderna e contemporanea.



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