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David Salle alla The Brant Foundation Art Study Ce...

David Salle alla The Brant Foundation Art Study Center

The Brant Foundation ha due sedi, una a New York e l’altra a Greenwich. Ora, nella sede di Greenwich (CT) ospita una mostra di David Salle, un autore che non ha bisogno di tante presentazioni. È comparso sul palcoscenico dell’arte nel 1980, all’interno di quel plateale ritorno alla pittura figurativa che ha caratterizzato la scena internazionale a seguito delle prime dissertazioni di Achille Bonito Oliva che, a partire dal 1979 e sotto il nome di Transavanguardia, in Italia, ha raggruppato e messo a confronto il lavoro di cinque autori: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino.

La mostra di Salle comprende circa quaranta lavori di grandi dimensioni che ci ragguagliano sugli ultimi venti anni del suo lavoro e che provengono non solo dalle Collezioni Brant, ma anche da prestiti di collezioni private, fondazioni e musei. La mostra raccoglie dei veri e propri capolavori o diciamo pure in maniera più pacata, dei dipinti chiave che si riferiscono ai nodi sostanziali della sua carriera artistica. Ricordiamo la serie di “Smoking Women” del 1979; i dittici e i trittici con “varie sfumature di grigio” degli anni Ottanta; i “Tapestry Paintings” a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta; the “Ballet Paintings” (1992); the “Early Product Paintings” e “Ghost Paintings” (1994); “Pastoral Paintings” a cavallo tra il Novanta e il Duemila; e il più recente “Tapestry and Battle Paintings” (2012-2013). Ma la mostra ha il pregio di proporre anche una selezione di opere di piccole dimensioni e di lavori su carta molto lirici e di grande coinvolgimento emotivo.

L’opera di Salle credo si possa riassumere (e comprendere) in pochi punti fondamentali: il suo lavoro si basa su collage pittorici e su una rete di collegamenti e citazioni. Non mancano gli spunti presi dalla letteratura, dalla fotografia, dalla musica, dal cinema, da pittori che appartengono alla storia dell’arte come Pablo Picasso. Per quanto riguarda la modalità della pittura (tutto sommato una modalità fredda, distaccata, accattivante negli accostamenti cromatici, ma abbastanza piatta e priva di vera matericità) i punti di riferimento sono il tardo Francis Picabia e Alex Katz. Con la messa a regime dei vari spunti pittorici e di tutti questi riferimenti (o con il loro adeguato incastro formale), Salle diventa un direttore di orchestra, un pittore che sa suonare una polifonia, dosando i passaggi e rendendo accattivante la sua narrazione perché ci obbliga a soffermarci sui vari passaggi, sui dettagli, sugli accostamenti. È ovvio che la sua pittura non è in presa diretta: la sua non è una pittura basata sulla natura o sul modello, bensì sulla mediazione, anche del mezzo fotografico che funge da filtro o da premessa di tutto il suo lavoro. Ci viene da pensare a Michetti che usava le foto delle modelle piuttosto che pagare la posa delle modelle, e ci viene da interrogarsi sul come questo autore non sia stato considerato uno dei padri del Medialismo, visto che in effetti della mediazione ha fatto il suo cavallo di battaglia.

Come ha scritto la critica Deborah Solomon, “Salle’s paintings are often structured in musical fashion, with repetition and variation between parts and the creation of imagistic cords” (D. Solomon, “Reading David Salle” in David Salle: Paintings 1985-1995, exhibition catalogue, Skarstedt Gallery, New York, 2018). Tuttavia, il suo modo di procedere non può essere imputato di formalismo o di ricerca dell’effetto accattivante. A parte le citazioni colte, la sua pittura pesca anche nelle esperienze personali, nel coinvolgimento emotivo con alcuni tipi di immagini o soggetti illustrati; e questo sembra quasi un controsenso rispetto alla stesura fredda delle sue superfici pittoriche, ma la sfida è proprio questa, rifarsi a Cézanne per continuare ad affermare che si è alla ricerca della regola che tiene a freno l’emozione, senza che questa debba  ancora basarsi su un lessico costituito dai solidi geometrici.

Per esempio, volendo andare alla ricerca delle  radici o ad aneddoti di vita vissuta o esperienza personale possiamo pensare alla fotocamera Rolleiflex che il padre aveva usato come strumento di lavoro nel corso della Seconda guerra mondiale e che il figlio ricevette come dono in giovane età.

David Salle inizia da giovane il suo percorso di formazione, visto che già all’età di nove anni è allievo di un insegnante di pittura. Come ha avuto modo di annotare lo stesso artista: “From an early age, I was involved in the language of moving rectangles around and creating an image supported by type. That was the ad page. The other thing was directing models to make some idealized or arresting image, using light and shadow to create form. And then there was window display – a large illuminated rectangle, as a kind of stage. The idea was to create something that can be glimpsed in passing that also invites prolonged looking”.

All’età di diciassette anni Salle va a studiare al California Institute of the Arts, nella scuola di  John Baldessari, dove assorbe una mentalità interamente concettuale, il che è perfettamente in linea con il corso della storia di quegli anni e con gli insegnamenti ricevuti e con i suoi successivi sviluppi. Poi, conseguito il diploma, si trasferisce a New York, dove partecipa al clima culturale dell’epoca, fino all’esplosione della Transavanguardia, che peraltro lo fa approdare alla Biennale di Venezia nel 1980, all’interno della sezione “Aperto”.

Possiamo pensare che questo suo lavoro possa stare anche sotto l’egida della Pop Art? Se per Pop vogliamo intendere una immagine popolare e che cioè proviene dalla cultura popolare e al popolo ritorna, beh, qualche riscontro possiamo averlo, se non altro perché ci troviamo di fronte a immagini parlanti e molto immediate, ma di certo con la Pop Art storica (con i suoi intenti programmatici) non ha proprio nulla in comune se non per quell’aspetto di stesura piatta del colore che può trovare dei riscontri nel lavoro di  Rosenquist. E qui ritorniamo alle precedenti connessioni e a una rete di percorsi che ci fa concludere: se avessi avuto i soldi un’opera di Salle me la sarei comperata e di certo, negli anni, ne avrei tratto giovamento e soddisfazione.

Anna Maria Pierasanti

Info:

David Salle, A solo survey of works
16/11/2021 – 01/04/2022
The Brant Foundation Art Study Center
941 North Street
Greenwich, Ct 06831
info@brantfoundation.org
brantfoundation.org

Vista della mostra di David Salle, photo credit Tom Powel Imaging, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CTVista della mostra di David Salle,  photo credit Tom Powel Imaging, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT

David Salle, Equivalence, 2018. Oil and acrylic on linen, 78 x 110 in. © David Salle/VAGA at Artists Rights Society (ARS), New York. Private Collection, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT

David Salle, Footmen, 1986. Oil and acrylic with wood bowl on canvas, 93 x 120 in. © David Salle/VAGA at Artists Rights Society (ARS), New York. Meir & Katya Teper, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT

David Salle, Faster Healing, 2014. Oil, acrylic, crayon, archival digital print and pigment transfer on linen, 77 x 96 in. © David Salle/VAGA at Artists Rights Society (ARS), New York, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT

David Salle, Ice Flow, 2001. Oil and acrylic on canvas and linen, 74 x 126 in. © David Salle/VAGA at Artists Rights Society (ARS), New York, Collection Switzerland, ph Courtesy The Brant Foundation, Greenwich, CT


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