De Pont Museum, Tilburg

Il De Pont Museum è ospitato nella città  olandese di Tilburg, in un ex filatoio della lana che è stato ristrutturato da Benthem Crouwel Architects. Il museo è stato aperto al pubblico il 12 settembre 1992, e prende il nome dall’avvocato e uomo d’affari J.H. de Pont (1915-1987), che ne ha voluto la fondazione, con atto liberale e senza richiesta di sostegno economico da parte governativa, e senza peraltro imporre alcuna linea guida al curatorio del museo se non quella di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea.

A seguito della ristrutturazione lo spazio disponibile è risultato di 6mila mq e la realizzazione di tre grandi mostre all’anno ha gettato i semi per la collezione, fino ad arrivare a un insieme di ottocento opere, tra le quali figurano non solo Planet Circle di Richard Long e The First People di Marlene Dumas, ma anche testimonianze di Berlinde De Bruyckere, Thierry De Cordier, Roni Horn, Anri Sala, Fiona Tan, Rosemarie Trockel, Luc Tuymans, Mark Wallinger e così via.

Poi, nel 2002, separati dall’edificio preesistente, sono stati realizzati un auditorium e un ulteriore spazio per progetti espositivi meno impegnativi, e ciò per non snaturare il carattere architettonico dell’edificio originario e per poter affiancare all’attività principale più proposte, anche di contenuto dissimile.

Riportiamo l’elenco di questa politica articolata per soffermarci poi sulla mostra principale attualmente in corso. Il 18 aprile si è conclusa “The Things I Used To Do”, personale di Hans Broek; fino al 2 maggio “National Chain 2020 / Social Practices” con Rita McBride, Alexandra Waierstall and Fontys Dance Academy; fino al 5 settembre “Liminal” di Maya Watanabe; fino al 29 agosto “Premiere Aircraft (FAL), films, drawings and storyboards from the collection” di David Claerbout.

Infine, chiuderà il 29 agosto, “Without Trace” con le opere di sette autori presenti nella De Pont Collection. Diciamo subito che questa mostra (con opere di natura fotografica e video) non vuole essere una pura paratassi di estetiche tra loro separate, ma gioca su una scelta dialogica che prende in considerazione i problemi dell’uomo e del suo vivere nella natura e nella società. Il titolo si riferisce a un’opera del 2013 dell’artista nord-irlandese Willie Doherty, la cui poetica può essere riassunta con la frase: “Ciò che non può essere visto non può essere fotografato”. Ovviamente la frase è ambivalente, perché implica tutta una serie di addentellati che si possono riassumere in questi punti: l’occhio del fotografo viene prima della lente dell’obiettivo, la coscienza deve essere vigile prima dell’occhio, bisogna essere nel posto giusto al momento giusto. Ecco perché la sua fotografia ha assunto non solo una valenza estetica ma anche un ben specifico percorso narrativo (in sottofondo, senza né grida, né proclami) che rinvia alla violenza scoppiata nell’Irlanda del Nord negli anni Sessanta.

Subito dopo parliamo di Lothar Baumgarten (deceduto nel 2018 e che ha partecipato a ben quattro edizioni di Documenta, e che ha rappresentato la Germania nella Biennale di Venezia del 1984): egli ha dedicato la sua vita a collegare i nodi culturali di natura etnografica e antropologica, con la vita dei popoli oppressi e a rischio di estinzione culturale, come i nativi dell’America del Sud.

Per il fotografo Dirk Braeckman possiamo parlare di flusso di coscienza, cioè di qualcosa di inarrestabile, dove il documento (per esempio l’idea del ritratto) spesso lascia posto all’evocazione del luogo o svela un lato diverso della realtà, senza per questo voler manipolare alcunché.

Poi viene Stan Douglas che, nel suo lavoro, è spesso attratto da quelle che chiama “le storie minori di un luogo”, riferendosi in questo modo a tutto quello che in genere viene considerato minore o non degno di memoria e destinato, quindi, nel tempo, a perdersi o a sfumare nell’indistinto. Per esempio, nelle sue fotografie tratte da “The Nootka Sound Series” (1996), getta un fascio di luce sulla costa occidentale del Canada, dove nel XVIII secolo combatterono colonialisti spagnoli e inglesi. Quelle vicende sono rimaste vive nella memoria storica, ma di ciò che hanno subito gli abitanti originari, i “nativi”, non si è mai veramente parlato in maniera approfondita. Ecco, allora, che in queste foto Douglas permette loro di distinguersi proprio in virtù della loro assenza, il che tradotto potrebbe voler dire: parliamo dei fantasmi.

Parlare dell’assenza è il tema trattato pure da Roni Horn: una semplice superficie increspata del Tamigi può far scendere il pensiero verso qualcosa che non c’è più o evocare un problema da riproporsi in un prossimo futuro: il video di Roni Horn (“Still Water, the River Thames for Example, I”, 1977-1999) ci rimanda con la nostra coscienza a un passato di cui dobbiamo avere timore e questo per un pianeta Terra che sta rischiando la catastrofe e ci fa rivolgere il pensiero a un periodo in cui quelle acque, a causa dell’inquinamento industriale, erano morte e prive di pesci.

Altro esempio ci viene dal video “Unexploted” (2007) di Steve McQueen. Il video rappresenta il seguito di un viaggio che l’autore fece in Iraq nel 2003. Avrebbe potuto puntare la sua telecamera direttamente sulla violenza e sul dramma che si svolgeva intorno a lui, invece ha preferito filmare un edificio bombardato. Il cuore della struttura era scomparso, ma la sua facciata inclinata e incavata rimaneva eretta come una carcassa malconcia. Non avrebbe potuto esprimere l’impatto della guerra in modo più succinto o potente.

Infine Catherine Opie, che nei suoi ritratti sociali e di rimando all’identità di genere ha esplorato la comunità leather-dyke di Los Angeles. Il suo in qualche modo può essere considerato un affresco sociale, senza per questo pretendere di competere con le catalogazione fatte un secolo prima da August Sander, con l’intento di realizzare una sorta di enciclopedia dell’uomo del XX secolo. Nella diversità il collegamento mi pare possibile, sebbene in Opie la registrazione di un fenomeno in atto diviene presa di coscienza degli irreversibili sentimenti che agitano la società del nostro tempo e di cui spesso dimostriamo scarsa considerazione.

Per concludere, vogliamo sottolineare che il ragionamento sottinteso al lavoro di ogni singolo autore è sottile e riporta in superficie il vecchio principio di una foto che deve parlare con la forza evocatrice del soggetto inquadrato. All’opposto il quesito se la foto la si possa per davvero comprendere solo con il completamento di una didascalia o di una spiegazione integrativa che la colloca, nello spazio, nel tempo e nelle intenzioni di chi ha eseguito lo scatto. Ecco, nei setti casi qui esposti, direi che arriviamo a un compendio: queste foto parlano, pur con il bisogno di informazioni integrative.

Infine, i sette autori selezionati per “Without Trace” non presentano un ego spropositato: agiscono in maniera soft, ma sempre con sfumature politiche, sempre in bilico tra un’idea compositiva della bellezza e l’insopportabile forza della verità. La forza delle loro opere risiede proprio nella tensione che nasce tra documentazione e suggestione. Per quanto realistiche possano sembrare le immagini, sono quasi sempre forme di finzione documentaria volte principalmente a stimolare l’immaginazione dello spettatore e proprio per questo, per diventare un vero documento, hanno bisogno di una definizione geografica e temporale che le possa qualificare e le renderle indubitabili.

Fabio Fabris

Info:

Fino al 29 agosto 2021
“Without Trace”
De Pont Museum
Wilhelminapark 1
Tilburg
info@depont.nl

Hans Broek, Plantage Sorghvliet, 2020, olio su tela, 200 x 400 cm, courtesy the the artist and De Pont Museum, Tilburg

Hans Broek, Gorée, 2020, olio su tela, 200 x 325 cm, courtesy the artist and De Pont Museum, Tilburg

Willie Doherty, Remains, 2013, videostill, 15 min, collection De Pont Museum, Tilburg

Steve McQueen, Unexploded, 2007, videostill, collection De Pont Museum, Tilburg

Roni Horn, Still Water (the River Thames for Example) I, 1997-1999, videostill, in deposito per prestito a lungo termine Han Nefkens H + F Collection

Stan Douglas, Nootka Wood Products Mill at McBride Bay, da “The Nootka Sound Series”, 1996,  collection De Pont Museum, Tilburg


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