Dipinti e carte di Franco Ule

La vita di Franco Ule (Trieste, 1959-2018) si è consumata nell’arco di una sessantina d’anni e ben scarne sono le testimonianze che ne possono tenere in vita la memoria. La sua indole ribelle non gli ha permesso di concludere alcun corso di studi artistici essendo entrato sempre in contrasto con le dottrine che i suoi “maestri” pretendevano di inculcargli. Per esempio, un insegnante che gli chiedeva di tirare linee diritte, mentre lui si ostinava a inseguire le sue pulsioni interiori, arrivò a spezzargli la punta della matita; modo un po’ brusco per dirgli che in quell’aula la sua pretesa espressione artistica legata al segno, al ghirigoro, allo scarabocchio, alla cancellazione, alla pittura gestuale e materica, alla deformazione della figura, alla campitura slabbrata non avrebbe potuto trovare udienza.

Franco Ule, disegno dal ciclo “Rapid Eye Movement”, 1981, pittura su carta, dettaglio. Foto Archivio Juliet

Franco Ule, disegno dal ciclo “Rapid Eye Movement”, 1981, pittura su carta, dettaglio. Foto Archivio Juliet

Due mondi si scontrano: quello della libera espressione lirica avrebbe dovuto suicidarsi per dare spazio alla rigida pretesa di una progettualità fatta con la squadra e il righello. La scuola di cui si parla, e dove incontrò i suoi primi ostacoli, era la gloriosa scuola d’arte “Enrico e Umberto Nordio” di Trieste e l’indirizzo era decorazione pittorica, e l’allievo abbandonò il percorso scolastico. Eppure la prima esposizione pubblica del suo lavoro fu fatta anni prima, a Palazzo Vivante, a Trieste; ben prima che le sorde aule dell’istituzione scolastica rifiutassero il suo impeto espressivo. Erano i primi anni Settanta, Ule aveva appena quattordici anni e il fuoco inestinguibile era già stato acceso. La sua prima grande personale è invece datata 1977; siamo al Centro La Cappella di Trieste, nella sede storica di via Franca: in una sola notte egli dipinge con figure grottesche (un po’ alla maniera di un Goya rivisitato) un’intera parete di venti metri. Pensiamo a quello che succederà da lì a poco, alla deriva pittorica della Transavanguardia e dei Nuovi Selvaggi e del neodecorativismo, e alla sezione “Aperto” della Biennale di Venezia del 1980 che confermerà in maniera ufficiale tutte quelle pulsioni interiori.

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Per certi versi Franco Ule sembra essere un antesignano, ma il suo carattere difficile, un po’ scontroso e animato da un fuoco sacro e talvolta incontrollabile, non gli permise di trovare sponda o i dovuti appoggi fuori dalla città di Trieste, perciò quel patrimonio di energia un po’ andò a perdersi, e finì per diluirsi nei rivoli di un sistema che non gli ha veramente mai voluto dare la dovuta attenzione. Juliet Editrice peraltro gli pubblicò un catalogo d’artista; era il 1981 e il libriccino s’intitolava Rapid Eye Movement e fu impaginato da Oreste Zevola. Peraltro a ridosso di quella pubblicazione Franco Ule realizzò cento disegni che sarebbero andati in omaggio a chi avrebbe sottoscritto un abbonamento sostenitore alla testata Juliet. Poi, nel 1997, Juliet lo portò ad Arte Fiera, all’interno del progetto “BRAP-RITRATTI” dove furono esposte, accanto ai suoi “capoccioni di maiali”, le opere di Sergio Cascavilla, Enrico T. De Paris, Antonio Sofianopulo… Ovviamente senza ottenere grandi riscontri economici o particolari attenzioni da parte della stampa ufficiale.

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Eppure, queste premesse non sono ancora sufficienti. Per soffermarsi sulla sua opera non bisogna solo riferirsi alla difformità della sua produzione, ma anche alla posizione antagonista da lui assunta rispetto al flusso della corrente dominante, negli anni Settanta ancora erede di posture concettuali e poveriste. Se pensiamo a un riassunto delle sue più genuine testimonianze artistiche, comprendiamo come il suo stare ai margini e un po’ al di fuori del sistema, pur mantenendo un dialogo con poche persone appartenenti al mondo dell’arte, in realtà lo collocano in una posizione di perfetta pertinenza storica rispetto a quelle modalità segniche e pittoriche che sebbene abbiano avuto ampie anticipazioni con Baselitz e Kiefer e Penck esploderanno come fenomeno corale solo dopo il 1980. Inquadrandolo in questa luce, molte delle sue opere non ci appaiono solo come una necessaria e solitaria espressività, da intendersi come grido contro un mondo esterno che va inteso come nemico e antagonista, ma assumono un valore da un punto di vista estetico o di affermazione di un punto ben preciso della storia.

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Franco Ule, dalla serie “Der letze Mann”, 1981, acrilici su cartone, 70 x 100 cm, opera esposta alla mostra “L’assassinio inconsapevole” tenutasi al Centro La Cappella di Trieste nel 1981. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Ciò che diviene fondamentale è la carica eversiva del suo linguaggio, il suo disincantato disinteresse nei confronti di una vita condotta nella normalità, la necessità di una espressione quotidiana simile al bere acqua e al mangiare il pane, senza preoccuparsi troppo di una precisione formale o di un linguaggio che possa dirsi uniformante. Questi sono i valori che gli riconosceranno anche Valerio Dehò e Maria Rosa Pividori quando gli organizzeranno la sua prima uscita milanese alla Galleria Dieci.Due!: era il 2001, la mostra s’intitolava Tea Time. Ma va anche detto che Boris Brollo fu un precursore, quando lo presentò, nel 1996, allo Spazio Crossing di Portogruaro, peraltro sottolineando gli stessi aspetti di un linguaggio del tutto personale e lirico.

Franco Ule, “Sarenco”, 1996, acrilico su cartoncino, 43 x 29,5 cm. Opera esposta alla mostra “BRAP-RITRATTI”. Foto di Alessio Curto, courtesy Archivio Juliet

Franco Ule, “Sarenco”, 1996, acrilico su cartoncino, 43 x 29,5 cm. Opera esposta alla mostra “BRAP-RITRATTI”. Foto di Alessio Curto, courtesy Archivio Juliet

Quello che uniforma, in realtà, l’insieme della sua produzione e tutto il suo percorso di ricerca, è “il segno che segna”, come avrebbe detto Enzo Cucchi, personalità di spicco proprio di quel ritorno alla pittura che per dirla nei termini più adeguati sta ad architrave di tutta la cultura post-modernista ovvero di flessione verso un passato votato alla cancellazione delle esperienze distruttive e spropositate delle neoavanguardie. E se nel descrivere il suo lavoro artistico dovessimo usare una categoria storica dovremmo dire che al pari di Vincent van Gogh (autore molto amato dal Nostro), Franco Ule ha cercato in tutti i modi di vivere l’arte in maniera totale e onnicomprensiva, lasciandosi assorbire e dominare fin dentro l’animo. Tale è il carico della sua “aggressività espressiva” che se lasciata a briglia sciolta questa è capace di strappare la tela, di stracciare la carta, per fare frammenti e poi da questi trarne le immagini per delle nuove opere. Ciò vale a dire che ogni sua opera è un monito alla nostra capacità di sopportazione, è un esame al nostro diritto di esistenza, è un punto interrogativo sulle cose giuste o non giuste fatte nell’arco della giornata. Il tutto con una pausa caffè e sigaretta, unico modo per fermare il flusso inesorabile della pittura.

Franco Ule, “Il fiume e i suoi affluenti”, 1998, acrilico su carta, 27 x 24 cm. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Franco Ule, “Il fiume e i suoi affluenti”, 1998, acrilico su carta, 27 x 24 cm. Foto di Alessio Curto, courtesy collezione privata

Franco Ule, per le poche cose che si sono dette fino a qui, risulta essere sì un autore marginale e fuori dal sistema, ma di certo va considerato l’antesignano di una vis pittorica di cui nessuno può mettere in dubbio l’autenticità. Quello che viene da pensare è che essere degli antesignani non è sempre una cosa buona: l’importante è ritrovarsi al posto giusto e nel momento necessario: sulle coordinate X e Y si potrà allora ricevere o il riconoscimento agognato o un frammento di meteorite in caduta libera. A conferma del suo lavoro e di questo suo percorso di una vita intera, martedì 12 maggio 2026, alle ore 18.00, da AD FORMANDUM, a Trieste, si inaugura una mostra comprendente una quindicina di sue opere storiche. Questo progetto sarà presentato da Roberto Vidali, direttore della rivista d’arte Juliet.

Bruno Sain

Info:

Franco Ule, Pitture e carte
12/5/2026 – 2/3/2027
opening: martedì 12 maggio alle ore 18.00
AD FORMANDUM società cooperativa sociale / socialna zadruga
via della Ginnastica 72, Trieste
www.adformandum.org


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