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«documenta 15» a Kassel: rifondare l’ontologia dell’arte

L’ultima edizione di «documenta» ha aperto le porte al pubblico sabato 18 giugno, svelando il lavoro pluriennale del gruppo artistico indonesiano ruangrupa, quest’anno alla direzione della mostra temporanea che ha sede ogni cinque anni a Kassel, nel cuore dell’Assia, dal 1955. «documenta» nasce in una piccola città della Germania occidentale, scelta nel dopoguerra da un suo cittadino, l’artista, designer, architetto e curatore Arnold Bode. Tra gli obiettivi di Bode c’era quello di fornire un resoconto oggettivo del mondo artistico del tempo, di riabilitare gli artisti perseguitati e banditi dal Terzo Reich e, infine, di rilanciare simbolicamente la cultura artistica e intellettuale della Germania postbellica. Giunta alla quindicesima edizione, «documenta» anche quest’anno ha più sedi espositive, nonché un numero esorbitante di artisti, scelti da ruangrupa. ruangrupa è il primo gruppo marcatamente artistico, diversamente dai curatori – da Harald Szeemann a Catherine David, da Okwui Enwezor a Carolyn Christov-Bakargiev, per citarne alcuni – succedutisi alla direzione della mostra. Creato a Giacarta nel 2000, il team, formato da dieci membri, fonda la propria pratica artistica sul principio del coinvolgimento del pubblico attraverso workshop e attività collettive ispirate alla società rurale indonesiana, ma non solo. Il loro modus operandi, fondato su orizzontalità decisionale e condivisione delle risorse, è cristallizzato in una parola indonesiana: lumbung. Una riserva comunitaria di riso, dedicata al raccolto in eccesso e destinata a tutta la popolazione locale; parola che intende ispirare tale edizione della mostra, divenendo una metafora per ripensare i fondamenti della società: democrazia e welfare, cooperazione e orizzontalità.

I gruppi artistici invitati da ruangrupa sono quattordici e sono costituiti da molteplici partecipanti che, a loro volta, hanno invitato diversi altri colleghi. Si stima che, in definitiva, gli artisti siano oltre i mille. «Tale processo non è controllabile», ha dichiarato un membro di ruangrupa, Farid Rakun, «e va bene così, non vogliamo controllare».

Una scelta in contrasto con l’organizzazione gerarchica di «documenta», resa ancora più ambiziosa per via delle sfide poste dalla pandemia, e dalla necessità di richiedere dei visti per gli artisti spesso molto difficili da ottenere o prolungare. Il risultato è un festival vertiginosamente affollato, in cui la maggior parte dei nomi degli autori delle opere scompaiono sotto l’egida di ciascun collettivo. Crescono anche gli spazi espositivi: oltre ai tradizionali Fridericianum, documenta Halle, hotel Hessenland e Ottoneum, sono state dedicate alla mostra sedi più insolite, come una rimessa per le barche, un forte difensivo del Cinquecento, una chiesa, un ponte, una piscina dismessa. La costante, però, resta il carattere fortemente comunitario dei progetti: da diversi workshop e talks, che coinvolgono i visitatori di tutte le età a progetti incentrati su microeconomia alternativa a biocoltivazione, questioni di genere e di decolonizzazione, toccando inoltre la politica e i diritti civili.

Il museo Fridericianum, il cuore originario della mostra, vede la vasta presenza di spazi per gli archivi – da «Archives de luttes des femmes en Algérie», «the Black Archives», «Asia Art Archive» (AAA), per citarne alcuni – e di artisti e attivisti che operano in contesti geopolitici spesso instabili. Oltre ai nomi noti del mondo dell’arte, Jimmie Durham – presente con una mostra dedicata in sua memoria – Hito Steyerl, Tania Bruguera, o Richard Bell, la natura corale della mostra, la quale somiglia più a un festival in progress che a una mostra strutturata, mira a mettere in luce e a far riflettere sull’identità queer – Fehras Publishing Practices, FAFSWAG, Serigrafistas queer, tra gli altri – oltre che su processi di decolonizzazione, lotta politica, battaglie per le minoranze e per i lavoratori. Da Taring Padi, un collettivo indonesiano, con una vasta installazione nell’ex piscina Hallenbad Ost, a Subversive Film, che presenta diverse pellicole sulla storia palestinese, al cinema Gloria Kino, si giunge fino alla poetica installazione a Grimmwelt, museo dedicato ai Fratelli Grimm, di Agus Nur Amal PMTOH, storyteller che perpetua una forma musicale e orale giavanese, e che guiderà dei workshop con alcune scuole di Kassel.

Poca pittura, poca scultura, diverse forme più narrative, che spaziano dal fumetto – Nino Bulling – ai fotoromanzi – Fehras Publishing Practices – in cui soggetti di genere non conformi rileggono il passato, in particolare la Guerra Fredda. Difficile contare le installazioni video: da Sada, di base a Baghdad, che racconta la drammatica quotidianità irachena; a ikkibawiKrrr, un collettivo coreano che ritrae poeticamente natura, cultura coreana e rovine postindustriali, fino a diversi video che raccontano il mondo palestinese, neozelandese, libanese e turco. Tra le installazioni più incisive spicca quella di The Instituto de Artivismo Hannah Arendt, iniziato da Tania Bruguera, caratterizzato da una forte satira sulla repressione degli artisti a Cuba, esposta alla documenta Halle. Sempre nello stesso luogo, Baang Noorg Collaborative Arts and Culture propone uno skatepark e un teatrino per ombre cinesi; al museo Ottoneum, la videoinstallazione di INLAND, in conversazione con Hito Steyerl, combina natura, agricoltura e rappresentazione figurativa del regno animale.

Se Carolyn Christov-Bakargiev, e più incisivamente Adam Szymczyk, direttori artistici delle edizioni del 2012 e del 2017, avevano già avviato una effettiva dislocazione della mostra, organizzata a Kassel e in altri paesi, «documenta» dei ruangrupa continua a varcare i confini non solo nazionali, bensì europei: parte dei fondi destinati alla mostra, infatti, hanno raggiunto i paesi di residenza degli artisti. Il risultato, dunque, è una quinquennale globalista e allo stesso tempo nativista, che offre spazio e visibilità ai ‘dannati della terra’, citando il titolo di un libro di Frantz Fanon, molto più che ad artistar e ad astri nascenti da white cube. Inoltre, la scomparsa di qualsiasi riferimento all’individualità artistica dai progetti di «documenta 15», se non in rari casi, rappresenta una cesura netta col passato sia rispetto ai canoni curatoriali di tipo occidentale, sia rispetto all’idea stessa di autorialità e di creazione di valore, mirando al cuore stesso della questione ontologica dell’arte. I risultati, e la capacità della storia di «documenta» di influenzare l’arte stessa e il sistema dell’arte che otterranno, saranno tutti da vedere, e non solo a mostra finita. Resta comunque da immaginare, e forse prevederlo non è difficile, come questa edizione della mostra possa influenzare, nell’immediato, due fattori: il mercato da una parte e, dall’altra, le nomine dei direttori artistici delle prossime biennali, «documenta» e «Manifesta» futuri. Che lo si voglia o meno, tale edizione risulta radicale anche per un’altra ragione: l’applicazione di una metodologia del “fare arte” più prosaica e meno estetizzata di quanto siamo abituati a conoscere. Infine, lasciando Kassel, che piaccia o meno, chi ancora dubita che l’arte possa salvare il mondo, dovrà senz’altro ricredersi.

Elio Ticca

Info:
documenta fifteen
18/06/2022 – 25/09/2022
Kassel, Germany

Agus Nur Amal PMTOH, Grimmwelt

Archives de luttes des femmes en Algerie, Fridericianum

Baang Noorg Collaborative Arts, documenta Halle

Dan Perjovschi, Fridericianum

Fehras Publishing Practices, Hafenstrasse


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