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EAT/DIE. Robert Indiana, un richiamo d’aiuto nascosto nel neon

Fra tutti gli esponenti del movimento identificato come Pop Art in America, Robert Clark, (1928-2018) nome d’arte Indiana, è colui che ha maggiormente esplorato le potenzialità visive della scrittura breve, forte e iconica dell’arte commerciale negli anni del miracolo economico americano. Se Andy Warhol si concentrò sull’input iniziale che i brand industriali davano all’immaginario e alla visione delle persone, Indiana riscattò il concetto che stava dietro (o davanti) al messaggio pubblicitario, traducendo gli slogan in messaggi esistenzialistici. Si concentrò su ciò che maggiormente colpiva l’osservatore nei grandi spazi americani, con le luci massive della città o quelle più sparute di stazioni di servizio disperse nel nulla, e dei loro logotipi spettrali.

La sua predilezione erano le insegne di motel e ristoranti. Il suo incantamento luminoso era quello della società visiva americana, quella sempre in corsa contro sé stessa, tesa in uno sforzo di umanità compulsiva. E se pensiamo a come in letteratura e nel cinema l’ossessivo horror vacui americano ha contagiato la nostra coscienza, possiamo renderci conto di quanto i lavori di Rober Indiana fossero pervasivi per l’esperienza visiva di chi lo sovvenzionava o del panorama trendy [1] che discuteva attorno alle sue opere. L’artista si propose all’interno della corrente ‘hard edge’[2], ovvero quella corrente astratta che applicava il controllo rigoroso delle forme (detto anche astrattismo geometrico), anche se si differenziò da altri colleghi per l’avvicinamento alla sintassi formale della pubblicità. Ciò che veniva passato in quegli anni attraverso il canale marketing era ciò che l’americano medio voleva essere (abbiamo avuto, utilizzando un termine romanzesco oramai non più in voga, un flashback per questo indottrinamento sociale negli ultimi 40-50 anni).

Become who you are. I Nirvana negli anni Novanta hanno ripreso questo passo nietzschiano, travisato già negli anni in cui Indiana faceva di uno slogan pubblicitario un haiku western style. E da lì bisogna ripartire, tenendo bene presente quanto l’artista sia stato effettivamente coerente con il respingimento del figurativismo; mentre Warhol espresse il commercio fine a sé stesso, la replica quasi morente di un concetto, Indiana lo seppe concettualizzare[3]. Indiana utilizzò quasi sempre forme verbali brevi, con parole di tre-cinque lettere al massimo. In EAT/DIE, lo slogan diviene un ‘rumore visivo’, una vera e propria parola totalizzante che prega lo sguardo del fruitore. Riesce a essere precorritore del motto anarcoide produci-consuma-crepa, riportato così spesso in murales e scritte vandaliche, il cui retroterra affonda le radici in quella visione di angoscia che la società dei consumi ha portato come suo maggiore dono per i buyers.

L’artista ammise che i suoi slogan divennero ben presto nitide accettazioni del messaggio, piuttosto che denunce sociali. Se nelle prime opere vi era un ragionamento stilistico orientato verso la critica sociale, e il fare della società dei consumi un obiettivo critico, al termine della carriera molte interpretazioni cambiarono. Per molti critici si era oramai identificato con il messaggio pubblicitario stesso. Disse in un’occasione che ‘la sua comprensione può essere immediata come una Crocifissione. Non è il latino della gerarchia, è il volgare[4]’.

Matteo Rossi

Info:

www.robertindiana.com

[1] Fu ingaggiato anche come scenografo e costumista teatrale.

[2] Corrente artistica ispirata dai lavori di Mondrian, Kandinsky. Si differenzierà moltissimo dal figurativismo che era allora in voga (la Pop Art).

[3] Celeberrima è l’opera Love, utilizzata ancora oggi in molti contesti visuali; la parola ‘Love’ è qui celebrata come elemento grafico-formale senza essere indagato. Non si sta parlando di ‘amore’ in senso romantico o intellettuale, nemmeno in maniera cinematografica; qui si assiste alla totale elegia del segno, del colore e della sintesi di parole-immagini.

[4] L’arte contemporanea, Alessandro Del Puppo, Einaudi Torino 2013.

Robert Indiana interviewed in front of his painting Love at New York’s Whitney Museum of American Art. Sept. 24, 2013 (AP Photo/Lauren Casselberry)

Robert IndianaRobert Indiana, EAT/DIE, 1962. Oil on canvas, two panels. Each: 72 x 60 in. (182.9 x 152.4 cm) ©2019 Morgan Art Foundation/artists rights society (ars), NY

Robert Indiana, Love, 1967, screenprint on paper, Smithsonian American Art Museum, Gift of Louis and Linda Kaplan, 1991.152.3, © 2014 Morgan Art Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York


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