AA.VV. Fenome-Noven-Art

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Data / Ora
Date(s) - 11/01/2026
12:00 am

Luogo
CHIESA S.S. TRINITÀ COLLEGIATA MADONNA DELLE GRAZIE

Categorie


VISIONI  TRA SACRO E PROFANO

Costabile Guarriglia

Nella chiesa della SS. Annunziata della Collegiata di Santa Maria delle Grazie di Marigliano, luogo che per lungo tempo ha aspirato e ispirato l’opera di Leo de Berardinis e Perla Peragallo tra il 1965 e il 1981, si innesta la quinta edizione di Fenome-Noven-Art. Non si tratta semplicemente di una rassegna artistica, ma di un vero e proprio dispositivo di pensiero, capace di mettere in tensione linguaggi, ritualità e forme della contemporaneità.

Dall’11 al 19 gennaio 2026, il progetto Artisti contemporanei raccontano San Sebastiano — santo dal forte impatto poetico, la cui iconografia è segnata dal corpo martoriato trafitto dalle frecce — trasforma il tempo liturgico della novena in un tempo critico: un intervallo sospeso in cui la tradizione non viene celebrata come reliquia, ma interrogata come campo aperto di senso.

In questo slittamento temporale si produce ciò che Walter Benjamin ha definito Jetztzeit, un “tempo-ora” capace di interrompere la continuità della storia e di far emergere costellazioni di senso tra passato e presente¹. Il sacro, qui, non è memoria da conservare, ma materia viva da riattivare.

Non un’eredità pacificata, ma una costellazione instabile di segni, attraversata da tensioni, lacune, scarti. Il sacro non è un codice iconografico da riprodurre, bensì una grammatica da rinegoziare.
Il cuore dell’iniziativa non risiede semplicemente nell’esposizione delle opere, ma nella sua struttura rituale: ogni giorno, al termine della celebrazione eucaristica, un artista installa o presenta il proprio lavoro, accompagnandolo con una riflessione pubblica. Questo gesto produce una frattura feconda tra sacro e contemporaneo, tra fede e ricerca estetica, tra silenzio liturgico e interrogazione visiva.

Questa struttura può essere letta attraverso la nozione di dispositivo elaborata da Giorgio Agamben: un insieme eterogeneo di pratiche, saperi, istituzioni e architetture che modellano e governano le forme della vita². Fenome-Noven-Art non sacralizza l’arte, ma compie un gesto di profanazione nel senso agambeniano del termine: restituisce le opere all’uso, alla comunità, alla possibilità di essere esperite senza essere neutralizzate³.
L’arte non decora lo spazio, ma lo riattiva; non lo sublima, ma lo problematizza; non lo pacifica, ma lo espone.

In questo contesto, San Sebastiano — uno dei santi più rappresentati nella storia dell’arte occidentale — viene sottratto alla sua iconicità canonica per diventare figura simbolica del presente. Non più soltanto martire, ma corpo esposto, superficie vulnerabile, soglia tra resistenza e abbandono. In un’epoca oscillante tra ipervisibilità e rimozione, tra spettacolarizzazione del dolore e anestesia emotiva, il corpo di Sebastiano si fa dispositivo semiotico: trafitto, ma ancora parlante.
Qui risuona il pensiero di Jean-Luc Nancy, per il quale il corpo non è mai una sostanza chiusa, ma sempre esposizione, apertura, contatto, condivisione della propria finitezza⁴. Il corpo di Sebastiano non rappresenta il sacro: lo espone. Non è un’immagine da contemplare, ma una superficie che interpella, che chiama in causa, che chiede risposta.

In questa esposizione si avverte anche l’eco di Georges Bataille, per il quale l’esperienza del sacro non è mai pacifica, ma sempre eccessiva, lacerante, scandalosa⁵. Il martirio non è edificazione morale, ma attraversamento del limite: un punto in cui il corpo diventa ciò che non può essere integrato, ciò che eccede l’ordine simbolico, ciò che resiste alla normalizzazione.

Le opere presentate — firmate da Giuseppe Di Guida, Raffaele Boemio, Felix Policastro, Teresa Capasso, Gerardo Vangone, Stefania Sabatino, Antonio Carotenuto, Enzo Palumbo e Salvatore Manzi — non cercano una coerenza stilistica, ma una coerenza di tensione. Ogni artista affronta il tema secondo una prospettiva singolare, dimostrando che il sacro non è un archivio di immagini, ma una domanda aperta, una ferita semantica che attraversa i linguaggi.

Ciò che colpisce maggiormente è la capacità della rassegna di sottrarsi sia al rischio della musealizzazione sia a quello dell’operazione decorativa. Fenome-Noven-Art non propone “arte religiosa” nel senso tradizionale del termine, ma un’arte che interroga la religiosità stessa, la destabilizza, la riattraversa. In questa frizione — tra rito e critica, tra devozione e dislocamento — si genera il senso: l’opera non consola, ma inquieta; non illustra, ma mette in questione.
Qui torna Benjamin: l’opera autentica non pacifica, ma interrompe, produce scarto, sospende il flusso lineare dell’esperienza⁶. Non è oggetto, ma evento.

Il progetto, fortemente voluto e curato da don Pasquale (Lino) D’Onofrio, dimostra una rara consapevolezza: la tradizione non si difende irrigidendosi, ma lasciandosi attraversare dal presente. L’idea di associare la novena a un percorso artistico contemporaneo non è un’operazione estetizzante, bensì un atto culturale e teologico insieme. L’arte diventa qui dispositivo ermeneutico, luogo di traduzione e frizione, spazio in cui la comunità è chiamata non soltanto a guardare, ma a comprendere, a rinegoziare, a mettersi in crisi.

Fenome-Noven-Art si configura così come un laboratorio permanente di senso, un’esperienza che supera la dimensione espositiva per farsi processo. Il progetto di raccogliere i contributi delle prime cinque edizioni in un catalogo e di allestire una mostra retrospettiva testimonia una visione curatoriale che non si esaurisce nell’evento, ma costruisce memoria, genealogia, sedimentazione.

In un panorama spesso dominato da eventi effimeri, questa rassegna restituisce all’arte una funzione essenziale: non intrattenere, ma generare domande. Non offrire risposte, ma aprire spazi di pensabilità. Qui il sacro non è rifugio dal mondo, ma punto di massima esposizione al suo enigma.
Ed è forse proprio questo il suo valore più alto: ricordarci che l’arte, quando è autentica, non celebra, ma ferisce. E che, come San Sebastiano, è proprio attraverso la ferita che continua a parlare.

NOTE
¹W. Benjamin, Sul concetto di storia, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.
²G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006.
³G. Agamben, Profanazioni, Nottetempo, Roma 2005.
⁴J.-L. Nancy, Corpus, Cronopio, Napoli 1995.
⁵G. Bataille, L’erotismo, SE, Milano 1991.
⁶W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000.


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