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Aea: Culture Initiative. The Shape of What Remains

Aea: Culture Initiative. The Shape of What Remains

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Data / Ora
Date(s) - 04/10/2025 - 02/11/2025
12:00 am

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Sei gesti di riparazione attraverso geografie spezzate

Alla Venice Design Biennial 2025, Aea: Culture Initiative porta un atlante non lineare di sopravvivenze e gesti di cura.

A Venezia, tra i riflessi opachi della laguna e le architetture che da secoli resistono al tempo, si apre The Shape of What Remains: Six gestures of repair across broken geographies, prima mostra fisica di Aea: Culture Initiative, laboratorio transdisciplinare fondato da e per creativə migranti, con uno sguardo centrato sull’esperienza femminile. L’esposizione — curata da Nata Tatunashvili e presentata come Collateral Project della Venice Design Biennial 2025 — sarà visitabile dal 4 ottobre al 2 novembre 2025 presso Tanarte / Spazio Tana, Fondamenta della Tana 2111, Venezia.

Il titolo, tratto dal romanzo dell’autrice americana Lisa C. Taylor, evoca la lenta ricostruzione dopo la perdita. Ma non si tratta di un racconto di restaurazione. L’esposizione raccoglie sei compartimenti — sei gesti di riparazione — che nascono dalle esperienze vissute di donne provenienti da Italia, Georgia, Ucraina, Iran e altri paesi, e che riflettono su cosa significhi continuare a vivere “dentro la frattura”.

Tra frammenti di ceramica, semi piantati, tessiture, suoni improvvisati e giardini ricreati, le opere esposte tracciano una geografia sensibile della cura. Ognuna è una risposta alla disgregazione — politica, ecologica, personale — e insieme formano una mappa non lineare di resistenza. Non offrono soluzioni, ma mostrano il modo in cui si può restare dentro il dolore, imparando a respirare tra le crepe.

“Ho visto donne rispondere al collasso non con la forza, ma con la cura — accudendo, sostenendo, riparando”, racconta la curatrice Nata Tatunashvili. “Nei loro gesti silenziosi ho riconosciuto un modo diverso di pensare e di fare: intuitivo, relazionale, capace di offrire un contrappunto ai sistemi rigidi. In quella persistenza ho trovato una forma di speranza, trattenuta e concreta, radicata nella presenza.”

La mostra non si presenta come un monumento al superamento, ma come uno spazio intimo di ascolto e coesistenza tra ciò che resta e ciò che non può più essere. In un tempo in cui il mondo sembra sfilacciarsi ai bordi, The Shape of What Remains diventa un atto collettivo di continuità: un modo per stare, anche quando il continuare non è più garantito.


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