Data / Ora
Date(s) - 01/04/2026 - 29/04/2026
12:00 am
Luogo
Terzospazio zolforosso
Categorie
terzospazio presenta Tobillo Torcido – caviglia storta –, prima mostra personale dell’artista messicano Carlos Antonio Castro Lobato (Città del Messico, 2003) a cura di Giulia Mariachiara Galiano, con coordinamento editoriale di Giulio Carlo Mazzoni. La mostra si inserisce all’interno della rassegna Farsi Nebula, un ciclo di incontri che interroga presupposti, automatismi e gerarchie dei dispositivi istituzionali, aprendo zone di opacità e trasformazione.
C.A. Castro Lobato genera campi di tensione materiali e immateriali, condensazioni temporanee di forze che confluiscono in opere di diversa natura, dimensione e medialità. Lungi dal voler risolvere questa tensione, l’artista ne evidenzia i contorni, suggerendo come ogni forma – ed ogni corpo – non sia che una fissazione momentanea, una pausa contingente all’interno di un flusso continuo di svolte e trasformazioni. I suoi lavori riflettono il desiderio umano di domesticare corpi e memorie attraverso dispositivi di controllo, archiviazione e classificazione, strutture che tentano di fissare e rendere leggibile ciò che, per sua natura, sfugge ad ogni stabilizzazione definitiva.
Il titolo della mostra, Tobillo Torcido, allude ad un’esperienza che procede per deviazioni, torsioni, svincoli. La caviglia – cerniera che permette al corpo di articolarsi nello spazio, passare dalla linea verticale a quella orizzontale e mantenere l’equilibrio – diventa qui dispositivo critico. Nel momento in cui la caviglia devia, il corpo è costretto a riorganizzarsi e a rinegoziare il proprio rapporto con l’intorno. Allo stesso modo, la mostra disarticola lo spazio espositivo, impostando un regime di discontinuità che innesca nell’esperienza di chi guarda un processo perpetuo di riconoscimento e sottrazione di significato.
Tobillo Torcido si configura così come un archivio impossibile: un insieme di elementi che si organizzano nella disorganizzazione e si conservano nella perdita. Uno spazio che rende visibile la fragilità di ogni tentativo di fissazione, reiterando una pratica rituale di costruzione e dissoluzione della forma al contempo luttuosa e generativa.



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