Data / Ora
Date(s) - 08/03/2026 - 27/03/2026
3:30 pm - 7:00 pm
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“Assenze che restano – memoria e metamorfosi dell’immagine” è una mostra pensata come un viaggio attraverso le trasformazioni di un percorso artistico, ma anche come un’esperienza che può essere attraversata in autonomia, senza una voce che guidi o spieghi.
Il percorso espositivo si sviluppa in senso antiorario, invitando il visitatore a seguire l’evoluzione delle opere dal passato al presente. Non si tratta di una narrazione lineare, ma di un cammino fatto di stratificazioni, ritorni e slittamenti, più che di tappe nette o fratture. In mostra sono presentati 9 progetti, per un totale di 68 fotografie e un video, che attraversano differenti fasi della ricerca dell’autrice.
Le opere raccontano un processo creativo in continua metamorfosi: dalla fotografia più rigorosa agli archivi dimenticati, dai reperti materiali del passato alle sperimentazioni con l’intelligenza artificiale, fino alle costruzioni digitali e al linguaggio del video. Ogni fase nasce dalla precedente, come se l’immagine — antica o contemporanea — chiedesse soltanto nuove forme per continuare a esistere.
I primi lavori affondano nella fotografia e nel suo rigore formale; seguono le carte, le lastre, gli oggetti, la memoria che si fa materia. Lo sguardo si apre poi alle possibilità offerte dall’AI e dalle sintesi digitali, creando cortocircuiti visivi capaci di dialogare con ciò che è stato e con ciò che non è mai esistito davvero. Infine, l’immagine si dilata nel tempo, diventa sequenza, movimento, racconto: nasce così la dimensione del video.
In questo cammino, antico e nuovo non si oppongono. Si attraggono, si contaminano, si completano. L’immagine diventa un luogo poroso, dove memoria e invenzione convivono, e dove le tracce continuano a generare senso.
Catia Mencacci, fotografa, visual storyteller e artista visiva italiana, si avvicina alla fotografia nel 2012 quasi per caso. Quello che nasce come un gioco diventa presto un’urgenza espressiva: un modo per raccontare il mondo invisibile che abita dietro le cose. La sua ricerca si nutre di memoria, di oggetti trovati e di tempo — di tutto ciò che porta con sé una traccia di vita e un’eco di assenza.
Nel corso degli anni, il suo lavoro si è evoluto verso una dimensione sempre più sperimentale, in cui la fotografia dialoga con il video, il suono e la tecnologia. Il progetto I bambini del ’33 — basato su dodici lastre fotografiche del 1933 riattivate attraverso l’intelligenza artificiale — segna un punto di svolta nella sua produzione, unendo archivi, memoria e innovazione. Con questa opera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la selezione tra i finalisti del VerticalMovie Festival 2025 (Casa del Cinema, Roma) e la presentazione in sedi museali come il MACA e il MUBAG di Alicante.
L’autrice non è presente fisicamente all’interno del percorso espositivo. Una scelta che dialoga con il senso stesso della mostra: questi lavori parlano di ciò che resta quando qualcosa — o qualcuno — manca. Immagini che sopravvivono al tempo, che si trasformano, che continuano a parlare anche in assenza di chi le ha generate.
Nel suo universo, il tempo non è mai lineare: ogni progetto è un viaggio tra passato e futuro, tra verità e invenzione, dove la fotografia si fa soglia — fragile e luminosa — verso il territorio del sogno.



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