Data / Ora
Date(s) - 31/01/2026 - 03/03/2026
11:00 am - 7:00 pm
Luogo
Blue Gallery
Categorie
Blue Gallery fino ai primi di marzo presenta Apochrome, mostra di Patricia Mearini che utilizza il linguaggio della serialità e del colore per riportare al centro dello sguardo una delle paure fondative del nostro tempo: la minaccia atomica. Un progetto che sceglie consapevolmente di lavorare sull’immagine più che sul racconto, sull’impatto percettivo più che sulla narrazione esplicita.
Viviamo in un presente saturo di immagini, eppure sempre più incapace di soffermarsi su di esse. Le grandi questioni globali – guerra, distruzione, collasso – scorrono spesso come sfondo indistinto di una quotidianità votata alla rimozione. Apochrome si inserisce proprio in questo spazio ambiguo, interrogando il modo in cui guardiamo, consumiamo e archiviamo visivamente anche ciò che dovrebbe allarmarci.
Il progetto prende forma attraverso sette immagini di bombe atomiche, ispirate agli ordigni sganciati su Hiroshima e Nagasaki. Immagini universalmente riconoscibili, entrate nella memoria collettiva fino a perdere, in parte, la loro capacità di ferire. Mearini le isola, le ferma e le ripropone come icone seriali, sottoponendole a un processo di reiterazione e trasformazione cromatica che ne riattiva la carica emotiva.
Il riferimento alla Pop Art è esplicito, ma tutt’altro che nostalgico. Come in Andy Warhol, la ripetizione non è semplice moltiplicazione, ma uno strumento di lettura della realtà. Se Warhol aveva trasformato i simboli del consumo in immagini artistiche, qui l’operazione si ribalta: l’immagine della distruzione diventa essa stessa oggetto di consumo visivo, mettendo in crisi il nostro modo di rapportarci al pericolo.
Le opere non sono serigrafie, ma stampe fotografiche, declinate in colori primari e tonalità forti, quasi aggressive. In Apochrome il colore non addolcisce, non sublima: agisce come un detonatore. Ogni variazione cromatica produce una reazione diversa, coinvolgendo la sfera emotiva e percettiva dello spettatore. L’Apocalisse, sembra suggerire l’artista, non può essere neutra né monocroma: è un’esperienza totale, che investe i sensi prima ancora del pensiero.
La serialità diventa così il vero fulcro concettuale della mostra. Come una nota musicale ripetuta, come un gesto che insiste, l’immagine ritorna e si impone, costringendo lo sguardo a confrontarsi con ciò che normalmente preferisce evitare. In questo senso, Apochrome non offre risposte, ma costruisce una soglia: un punto di arresto nel flusso visivo quotidiano.
Allestita nello spazio vetrina della Blue Gallery, la mostra dialoga direttamente con la strada e con il passante occasionale. Le immagini chiamano, attirano, interrompono. Non chiedono di essere comprese, ma di essere guardate. E proprio in questo gesto minimo – fermarsi, sostare, osservare – risiede il loro potenziale critico.
Apochrome affida allo spettatore l’ultima responsabilità: decidere se restare in una posizione di consumo passivo dell’immagine o se trasformare quello sguardo in un atto di consapevolezza. Perché, come suggerisce implicitamente la mostra, il futuro dell’arte e quello del mondo restano ancora profondamente intrecciati allo sguardo umano.



NO COMMENT