Filippo Berta. One by one

con·fì·ne/ [dal lat. confine, neutro dell’agg. confinis «confinante», comp. di con- e del tema di finire «delimitare»]

Non missili, dunque, ma microbi. Bill Gates l’aveva predetto, se qualcosa avesse dovuto uccidere più di dieci milioni di persone nei prossimi decenni, probabilmente sarebbe stato un virus molto contagioso piuttosto che una guerra. E così è stato. Il Covid-19 ci ha fermati, tutti, senza risparmiare nessuno. Improvvisamente tutto è diventato rilevante e irrilevante al contempo, la dimensione sociale è radicalmente cambiata e l’uomo, animale sociale per eccellenza, per salvarsi da un’emergenza sanitaria senza precedenti, ha dovuto obbedire a una condizione di isolamento. Quando si parla di confini la mente corre veloce ai fili spinati, tristi emblemi di un conflitto, latente in quanto sottoposto a un controllo e a un autocontrollo continuo, in cui convivono la perfezione all’esterno e l’abisso all’interno.

L’urgenza artistica del bergamasco Filippo Berta è da sempre focalizzata su questo scarto tra la forma esterna delle circostanze, contrassegnata da un ordine che regola e sovrintende tutto, e quella che invece è la loro effettiva interiorità. Il suo progetto, One by One, promosso da Nomas Foundation e scelto dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie Urbane (DGAAP) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali come vincitore della V edizione dell’Italian Art Council, si è prefisso l’impossibile tentativo di contare tutte le spine dei fili metallici che ancora oggi creano divisioni e polarizzazioni geopolitiche e culturali in diversi stati nel mondo.

Lo scorso luglio, Berta e la sua troupe hanno raggiunto la Slovenia, la Croazia, l’Ungheria e la Serbia. Qualche mese più tardi sono arrivati in Grecia e in Macedonia, vedendosi negati i permessi per la Turchia. Poi è stata la volta del Messico e degli Stati Uniti. E proprio in prossimità dell’ultimo viaggio, lungo il confine tra le due Coree, tutto si è fermato. Chiunque, nessuno più escluso, è stato barricato dentro un confine. Non un filo spinato vero, come molti profughi e rifugiati ancora stanno soffrendo con un’ulteriore ondata di stigmatizzazione e repressione ed esclusione e detenzione, ma comunque un confine invalicabile, tangibile e invisibile al contempo. La propria casa, il proprio comune, la propria regione, il proprio paese. Per esempio. Come se la nostra società ci avesse imposto un senso di privazione che sembra farsi castigo, che arriva da lontano, e costringe alle distanze fisiche e affettive, all’isolamento, alla reclusione.

Ed è proprio questo senso di privazione, per noi assolutamente nuovo, che Berta evidenzia con il suo progetto, rendendo visibile la condizione di chi è da sempre costretto a vivere come se dovesse espiare colpe che non ha, vittima, purtroppo, dei voleri e delle incapacità altrui. La condizione di questi uomini, donne, anziani e bambini, di per sé restrittiva e claustrofobica, è diventata – seppur senza le stesse tragiche conseguenze – la condizione dell’uomo in generale, senza che alcuna distinzione biografica, storica, sociale o geografica possa essere fatta. Viene il dubbio che impossessarsi di un simile modus vivendi possa, forse, purtroppo, avere in sé anche una certa forma di autolesionista perversione, ma quello che stiamo vivendo ci obbliga a riconoscere che si tratta in realtà dell’unico modo che si ha per convivere con una simile tristezza, che sembra nascere da mancanze reali e che si nutre di sé stessa. Ma se l’ordine apparente delle cose cerca di prevedere che una simile malinconia possa nel tempo farsi prima rassegnazione e poi elaborazione del vuoto, auspicando che si perseveri nel piacere di andarne fino in fondo, all’interno si scatenano infiniti e differenti meccanismi di re-azione che si ribellano.

Berta è uno che reagisce, che non ci sta. Ecco perché proprio quando sembriamo così costretti nell’invisibile mondo reale, così integrati nel singolare mistero della personale esistenza, lui scompone i concetti di tempo e spazio per trasformarli in un terreno fertile in cui sbocciano le tante storie, emozioni ed esperienze di tutti coloro che vivono presso i confini segnati dai fili spinati. Si può anticipare che dall’unione delle singole azioni di conteggio delle spine per voce dei residenti che diventano uno alla volta performer, nascerà una video installazione corale che restituirà le lingue, le culture, i paesaggi e l’immaginario di molti popoli. In attesa che il progetto possa essere portato a compimento e poi presentato, il confinamento che abbiamo vissuto e viviamo, ne enfatizza e attualizza la forza.

Sì, perché la forza di One by One sta nella sua capacità di portare sistematicamente e lucidamente a galla il continuo smascheramento delle cose fino a disvelare l’immensa vulnerabilità celata dalle ossessive manifestazioni di invulnerabilità. Nell’impossibile tentativo di contare tutte le spine emerge infatti la non autenticità dell’ordine, la consapevolezza di un tempo rubato, l’inadeguatezza di un sistema che educa, le ipocrisie di quelle disposizioni che inducono un finto autocontrollo e la sopraffazione dell’altro nelle dinamiche comunitarie. Forse, semplicemente, dovremmo tutti smettere i panni degli individui indistinguibili che si incrociano senza incontrarsi, perché è negli spazi interstiziali e apparentemente inessenziali che si infiltra la vita.

Info:

www.prometeogallery.com/it/artista/filippo-berta

Filippo Berta, Confine Ungheria_Serbia. Courtesy the artistFilippo Berta, Confine Ungheria-Serbia. Courtesy the artist

Filippo Berta, Confine Ungheria-Serbia. Courtesy the artist

Filippo Berta, Confine Stati Uniti-Messico. Courtesy the artist

Filippo Berta, Confine Grecia-Macedonia. Courtesy the artist

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