READING

Frankenstein_diptych (love story + history of hate...

Frankenstein_diptych (love story + history of hate) di Motus: il mostro siamo noi

A un certo momento, nel romanzo di Mary Shelley (Londra, 1797 – 1851), la creatura smette di chiedere di essere amata e comincia a desiderare che chi l’ha rifiutata soffra quanto lei. L’amore si converte in odio e la benevolenza dell’artefice verso la propria opera, come quella della società verso chi ne è escluso, si rivela premessa di violenza. Shelley pubblicò Frankenstein; or, The Modern Prometheus nel 1818, come esperimento narrativo sul limite della scienza, ispirata dai test condotti nel XVIII secolo da Erasmus Darwin sulla rianimazione della materia morta e dal galvanismo.

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo ©Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo © Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

In questo romanzo gotico la figura del mostro, espressione della paura per lo sviluppo tecnologico allora agli esordi, incarna l’atroce condizione di chi, nascendo già sbagliato agli occhi del mondo, impara a conoscere sé stesso attraverso lo sguardo di chi lo rifiuta. La struttura narrativa di Frankenstein descrive con una precisione quasi clinica i meccanismi, oggi estremamente attuali, attraverso cui le società producono i propri mostri, spaventandoli, respingendoli e poi stupendosi della loro reazione violenta. L’essere anomalo di Shelley, infatti, non nasce cattivo: è curioso, capace di amore e desideroso di appartenenza, ma diventa un mostro perché nessuno riesce a considerare ammissibile il suo tentativo di esistere. Non è nemico, né predatore, ma qualcuno a cui è stata negata la felicità con una sistematicità che ha tutta l’aria di un progetto. Motus, compagnia riminese fondata nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, da oltre trent’anni impegnata al confine tra teatro, performance e installazione, ha rilevato tutta l’urgenza del mito shelleyano in Frankenstein_diptych (love story + history of hate), andato in scena lo scorso fine settimana all’Arena del Sole di Bologna il 14 e 15 marzo 2026 nella forma compiuta del dittico.

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo ©Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo © Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Il primo episodio, Frankenstein (love story), 2023, interpretato da Silvia Calderoni, Alexia Sarantopoulou ed Enrico Casagrande, esplora la solitudine di Mary Shelley e dei suoi personaggi attraverso tre figure (la scrittrice, il creatore, la creatura) fuse in un’unica entità simbiotica, corpo ibrido ghettizzato e frustrato dall’impossibilità di relazioni. La scenografia è essenziale, composta da due elementi portanti: un fondale-schermo in cui il mutare dell’illuminazione monocroma scandisce il susseguirsi dei venti capitoli, esplicitati da note testuali, in cui è suddivisa la drammaturgia e un raffinato sistema di cortine-vele trasparenti che trasformano la scena in un organismo vivente, attivo quanto gli attori nello strutturare lo spazio e l’azione. Questa parte della pièce intreccia il racconto della genesi del romanzo ottocentesco e l’evolversi intellettuale ed emotivo del mostro letterario mettendone in relazione le parabole e suggerendo altre analogie con storie attuali di emarginazione. Qui si esplora l’imperdonabilità dell’eccedere la norma e la tragedia dell’alterità stigmatizzata enfatizzando la preveggenza del romanzo di Shelley nell’anticipare le fratture del nostro tempo.

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo ©Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (a love story)”, photo © Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Appare molto riuscita la calibrazione da parte della regia dell’apporto della componente visiva e sonora nel costruire la narrazione ponendosi in un rapporto sintattico di parità con gli attori, a loro volta quasi scissi tra una gestualità plastica e un parlato assimilabile a una voce fuori campo. Bellissima la scena del funesto inseguimento finale tra i ghiacci dell’Artico, ultima tappa della caccia al mostro in cui lo scienziato, sfinito dal suo stesso desiderio di vendetta e redenzione, muore senza aver portato a termine l’impresa di ucciderlo dopo aver consegnato le proprie memorie al capitano della nave che lo raccoglie. Qui Silvia Calderoni, nei panni del dottor Frankenstein, nella lotta sembra fondersi con il paesaggio glaciale materializzato dalle cortine, in cui prende efficacemente corpo l’annientamento del sé ad opera dell’ossessione totalizzante. Appare più debole, invece, l’equilibrio della parte testuale che, sbilanciandosi nella teatralizzazione della figura storica di Mary Shelley impegnata nella scrittura del romanzo, toglie forza e spazio alle possibili attualizzazioni del mostro trapelanti dalle diverse “devianze” che in scena prestano le loro attitudini alla creatura shelleyana e attenua con il manierismo gotico l’ammissione che «siamo diventati una specie cannibale che divora tutte le altre».

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo ©Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo © Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Il secondo episodio, Frankenstein (history of hate), 2025, fa deflagrare la conseguenza del rifiuto esasperando il momento in cui la tenerezza implode e il mostro appare perché è stato reso tale dal disprezzo altrui. La struttura portante dello spettacolo è il film realizzato grazie al sostegno di Italian Council 2024 proiettato a tutto fondale, ambientato fra gli incompiuti calabresi, come l’ecomostro di Stignano o il ponte Ex Sir, non-finito di Lamezia e spiagge non connotate geograficamente accecate dal sole. In queste ambientazioni desolate si muovono, estenuati, la creatura (Enrico Casagrande) e il dottor Frankenstein (Silvia Calderoni), distopici sopravvissuti di un disastro globale. In condizioni estreme e divorate dagli stessi sentimenti, il mostro e l’uomo civilizzato sembrano scambiarsi i ruoli fino a diventare indistinguibili. In scena fisicamente, Tomiwa Samson Segun Aina e Yuan Hu moltiplicano i piani narrativi e temporali interagendo con il video e filmandosi a loro volta per proiettare in tempo reale dettagli delle loro azioni su altri schermi posizionati sul palco.

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo ©Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo © Andrea Macchia, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Anche il rapporto tra salvatori e salvati, inevitabile pensare qui a migranti e soccorritori vista l’ambientazione marina, viene capovolto nei suoi standard con le rispettive personificazioni di Silvia Calderoni e Tomiwa Samson Segun Aina. I piani visivi si rifrangono ulteriormente in una serie di videointerviste sul tema dell’odio che si susseguono su uno degli schermi minori amplificando il gioco di scatole cinesi della narrazione con riferimenti all’attualità geopolitica. A far da collante a tutto, una coinvolgente colonna sonora da clubbing underground che fa venire voglia di perdersi nel viaggio catartico verso l’abnorme dei personaggi in scena. La mescolanza di drammaturgia originale, ricerca sul movimento, video e composizione sonora in un formato non riducibile né al teatro di prosa convenzionale né alla performance d’arte visiva è una delle cifre fondative della poetica dei Motus, che qui conferma la capacità di «trasformare la propria storia in archivio vivente in grado di rigenerarsi e generare nuovi percorsi», come si legge nelle motivazioni del conferimento al gruppo riminese del Premio Speciale Ubu 2025.

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo © Piero Tauro, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Motus, “Frankenstein (history of hate)”, photo © Piero Tauro, courtesy ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione

Che Motus abbia scelto Frankenstein come materiale per questo momento storico si colloca in modo coerente nel suo trentennale percorso di impegno civile e sperimentazione formale volta a cercare il punto di massima convergenza tra poetica e urgenza politica. La stessa compagnia in Come un cane senza padrone (2003) e L’Ospite (2004) aveva dato voce alle grida d’allarme di Pasolini, con MDLSX (2015) aveva anticipato il dibattito sull’identità di genere con una precisione che il discorso pubblico ha impiegato anni a raggiungere e con Alexis. Una tragedia greca (ultimo atto del progetto Syrma Antigónes, 2009 – 2011) aveva riletto la crisi greca come tragedia della disobbedienza civile. Frankenstein_diptych (love story + history of hate) si inserisce in questa linea con la maturità di una compagnia che ha affinato nel tempo la capacità interrogare, decomporre e ricomporre i miti per restituire ciò che il presente chiede loro di illuminare. La creatura resa mostro dal rifiuto sistematico è la figura che il nostro presente produce in serie (nei corpi non conformi, nelle soggettività non riconosciute, nelle alterità percepite come minaccia) e Motus la porta in scena senza consolazione e senza morale, con la fredda lucidità generata dalla consapevolezza che il mostro non è l’eccezione ma il sintomo.

Info:

Motus. Frankenstein_diptych (love story + history of hate)
Arena del Sole — Sala Leo de Berardinis
via Indipendenza 44, Bologna
14 – 15 marzo 2026
Prossime date: https://motusonline.com/homepage/#tour-anchor


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.