Tête à tête con ZERO…

ZERO… è il nome che Paolo Zani ha scelto per la sua galleria in una notte “un po’ magica” trascorsa a Londra. ZERO… nasce nel 2000 a Piacenza. La prima mostra, una collettiva intitolata “Natural Blues”, viene ricordata da Paolo soprattutto per le due opere della serie “Flowers and Mushrooms” di Peter Fischli e David Weiss, che i due artisti gli affidarono come portafortuna per quello che si sarebbe poi rivelato un lungo percorso.

Nel 2003, la galleria si sposta a Milano con l’intento di partecipare alla nascita della zona di Via Ventura. Quello fu solo il primo dei tanti spostamenti che caratterizzano la natura errante della galleria, oggi sita al numero 44 di Via Carlo Boncompagni, a Milano. Gli ambienti occupati vengono vissuti in quanto materiale da interpretare e modificare, secondo la specifica visione dell’artista che è chiamato a confrontarsi con esso.

Le collaborazioni sono molteplici e variegate: spaziano da artisti storicizzati, Enzo Cucchi in primis, a dialoghi e progetti con artisti più giovani. La necessità è quella di aprirsi a un’indagine del presente senza smettere di approfondire la visione degli artisti delle scorse generazioni, quelle con cui Paolo è cresciuto. Attualmente la galleria sta lavorando per organizzare la mostra del prossimo settembre, la prima personale con ZERO… di Tommy Malekoff, giovane artista americano, e programmando nuove collaborazioni, come quella con Alex Ayed che porterà a una sua mostra in galleria prevista per il 2021.

Dalle prime parole scambiate con Paolo, è stato chiaro che mi stesse raccontando, più che di un semplice spazio di esposizione e vendita di opere, del suo desiderio costante di ricercare e di sperimentare visioni artistiche. Il suo è un racconto lucido, intriso di poesia, a dimostrazione che un progetto sincero e sentito, nutrito da solide speranze, sarà sempre in grado di trovare il luogo giusto in cui realizzarsi.

Qui di seguito la testimonianza rilasciataci da Paolo Zani.

«Lo spazio espositivo e le sue caratteristiche architettoniche e concettuali hanno sempre avuto un ruolo centrale nello sviluppo della storia e della visione della galleria. Il fatto di cambiare questo fattore ogni tre, quattro anni va nella direzione di immaginare l’opera degli artisti in relazione a questo. Dopo aver fatto una mostra personale oppure due diventava importante, dal nostro punto di vista, cercare di fornire all’artista nuovo materiale spaziale per nuove sfide. I luoghi che abbiamo interpretato avevano, e hanno, peculiarità che esplorano ulteriori territori rispetto all’idea di cubo bianco. Il primo fondamentalmente era una terrazza, il secondo una struttura di cemento con volumi da piccola cattedrale e un curioso rapporto tra superficie calpestabile e altezza, il terzo un vecchio deposito, ampio e lasciato volutamente connotato dall’estetica consunta del suo passato, il quarto il più simile a uno spazio espositivo canonico, verso il centro della città, mentre quello attuale è una struttura su due livelli in una zona periferica della città (Porto di Mare). Il nuovo spazio è inserito in una situazione architettonica e sociale che sa di sperimentale. Il paesaggio che circonda la galleria ha caratteristiche che mi piacciono tantissimo, con quell’hotel che si staglia sullo sfondo al di là del cortile. E i bassi edifici, prevalentemente magazzini, che lo circondano. Una coppia di falchi ha fatto il nido sul tetto di un palazzetto che si affaccia sul grande piazzale, dove coesistono una scuola organizzata da religiosi, un trasportatore, una discoteca e una sala di registrazione – insieme a noi. Il posto si chiama Porto di Mare, altro elemento improbabile e liricamente fuori posto. Uno stimolante non-luogo, una sorta di ibrido contemporaneo che parrebbe prendere forma tra un racconto di Giovanni Testori e il cliché paesaggistico di una città del nuovo mondo, uno scorcio “losangelino” a Milano. Un’idea ancor prima che una realtà. Un posto dove le distanze si accorciano, dove i rapporti tra gli esseri umani si basano su minimi comuni denominatori piuttosto che su raffinate sovrastrutture. Quando si è in una zona inesplorata e vagamente imprevedibile dal punto di vista fisico e mentale si tende probabilmente anche ad essere più tolleranti verso gli altri. Questo mi piace, le potenzialità di questa cosa mi interessano. Azzurro è il pomeriggio…, canticchio demenzialmente dentro di me guardando il palazzo di ringhiera alla fine della via in certe giornate poco storte. Si respira aria nuova da queste parti o, almeno, si proietta il desiderio di una nuova umanità in questo paesaggio ed è stimolante soprattutto per l’evoluzione di una possibile lettura della contemporaneità: una sorta di registrazione della processualità spazio-temporale attuale che caratterizza la nostra quotidianità di esseri umani che sentono la necessità di gridare il proprio esistere, per esempio attraverso i social media. In attesa di una rivelazione, ogni tanto, magari, forse… In Search of the Miracolous come direbbe Bas Jan Ader. Anche se i dati numerici direbbero il contrario vale la pena crederci. Se non altro come paradossale atto di ribellione poetica al divenire eracliteo delle cose, perché siamo uomini mica animali qualsiasi. Tengo a sottolineare il senso di solidarietà che ci lega agli altri esseri viventi data la nostra comune dimensione esistenziale. Ma penso ci sia una sorta di conflitto fra questo, il nostro destino biologico su questo pianeta e le modalità attraverso cui tale esperienza nel “reale” si esprime. Lo dico con rispetto per la natura, pensando alla differenza che c’è appunto tra rispetto e amore. Abbiamo bisogno di dare spettacolo come magnifici buffoni di corte; almeno alcuni di noi ne hanno bisogno… In una fase storica in cui la perdita di speranza parrebbe andare di pari passo con stanchezza, noia e reiterazione. Poi, arriva un virus che spinge a immaginare un nuovo mondo, finalmente e ancora una volta migliore; la possibilità entusiasmante di ricominciare a immaginare questa terra come posto dove giustizia umana e, in questo giro, ambientale collidano. Siamo incredibili… e inarrestabili. Dato un habitat vi è una risposta poetica, più o meno materiale e perfino pericolosamente ingenua, da parte dell’uomo. Che come acrobata sprezzante del pericolo si agita nello spazio in equilibrio fra stato di luminosa grazia e buio siderale».

Emilie Gualtieri

Info:

www.galleriazero.it

Diego Marcon, Ludwig, 2018. Marmo bianco altissimo di Carrara, 33 x 49 x 179 cm. Veduta dell’installazione, Diego Marcon, alla Galleria ZERO…, Milano. Photo Cristina Cilia

Tommy Malekoff, Desire lines, 2019. Two-Channel digital video and sound, 15:42 min. Installation view: Moran Moran, Los Angeles. Courtesy the artist, Moran Moran, Los Angeles and ZERO… Milano. Photo Moran Moran

Michael E. Smith, Untitled, 2019. Chairs, dreadlocks, dimensions variable. May you live in interesting times, 58° Biennale di Venezia, a cura di Ralph Rugoff. Photo Roberto Marossi, courtesy the artist and ZERO…, Milano

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