La sala espositiva di KAPPA-NöUN accoglie il visitatore con un’installazione che concentra in un unico gesto scultoreo la riflessione di Giovanni Termini (Assoro, 1972; vive a Pesaro) sulla memoria, sul lavoro e sugli strati di esistenza che si sedimentano negli oggetti attraversati da molteplici vite. PostAzione, il titolo di questo progetto espositivo, nella sua formulazione linguistica racchiude un duplice significato: da un lato evoca la posteriorità dell’azione, il venire dopo, l’agire in risposta all’ascolto di memorie precedenti; dall’altro designa la postazione di lavoro, quel luogo quotidiano in cui l’artista compie le sue operazioni trasformative. Al centro dello spazio, un tavolo da disegno con tecnigrafo emerge da un palco sostenuto da tubi innocenti zincati. Una lampada da architetto rossa, modello classico degli studi professionali, si erge dal piano lucido e specchiante come un faro solitario acceso a illuminare uno scenario vuoto. Sotto il tavolo, celato tra le geometrie metalliche del palco, si intravede uno sgabello rivestito da una pelliccia sintetica blu. La luce della lampada rimarrà accesa ininterrottamente, giorno e notte, anche quando lo spazio espositivo sarà chiuso e solitario.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
Questa configurazione enigmatica si chiarisce quando si risale alla genealogia degli oggetti che la compongono: il tavolo, il tecnigrafo e lo sgabello provengono dallo studio di Pino Pascali (Bari, 1935 – Roma, 1968), artista pugliese morto in un tragico incidente motociclistico nel 1968 a soli trentanove anni, poco dopo l’inaugurazione della sua sala personale alla Biennale di Venezia. Quando Pascali scomparve, le opere presenti nel suo studio vennero donate alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, mentre l’archivio di progetti, disegni e fotografie ivi conservato costituì il nucleo fondativo del Museo Pascali che sarebbe sorto alcuni anni dopo a Polignano a Mare (BA). I genitori dell’artista decisero tuttavia di trattenere alcuni oggetti dello studio per donarli a Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940 – Fossombrone, 2019), amico fraterno del figlio, che li utilizzò quotidianamente come supporto della sua pratica artistica, portandoli con sé quando alla fine degli anni Novanta si trasferì da Roma a Pesaro. Questi strumenti di lavoro divennero così testimoni silenziosi di una seconda vita creativa, assorbendo i gesti, i disegni, i progetti e i pensieri di un altro artista. Giovanni Termini li ha incontrati frequentando lo studio di Mattiacci e ne ha subito intuito la potenza evocativa.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
La memoria funziona attraverso accumuli e riorganizzazioni successive: gli elementi raccolti vengono disposti in sequenze che il tempo modifica costantemente, cambiando i nomi delle cose, trasformandone i significati e facendo emergere connessioni prima invisibili. Termini ha meditato a lungo su come configurare questo materiale biografico altrui, su quale forma dare a un’eredità così densa di implicazioni personali e artistiche. Il risultato è un’installazione che procede per sottrazione anziché per accumulo: il palco elevato rende impraticabile la postazione di lavoro e costringe il visitatore a una visione laterale e frammentaria, inducendolo ad assumere posture oblique per cogliere la presenza dello sgabello nascosto tra le strutture portanti. Questa scelta compositiva afferma la complementare importanza della parte inferiore dell’opera, nascosta come lo spazio ritirato dello studio dove si compie il processo della creazione artistica. Disegnare e poi cancellare, dubitare, ricominciare da capo: Pascali e Mattiacci, gli attori evocati da questa scenografia, abitano lo spazio come presenze ancora vive negli oggetti che hanno toccato, usato e consumato.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
L’unica fonte luminosa dell’installazione (a cui di giorno si somma la morbida luce naturale che trapela dalle finestre) proviene dalla lampada centrale che proietta un cono di luce bianca sulla superficie del tavolo vuoto. Questa luce perpetua funziona come emblema della memoria che continua a lavorare incessantemente anche nell’oscurità, riorganizzando i ricordi, producendo associazioni, generando nuove configurazioni del passato. L’assenza di qualsiasi traccia materiale sulla superficie del tavolo amplifica questa dimensione fantasmatica. Il piano lucido riflette soltanto il soffitto e le pareti dello spazio espositivo, incorporando l’architettura circostante nella sua superficie specchiante. Il riferimento ai 32 metri quadrati di mare circa (1967), quella vasca colmata d’acqua tinta di anilina blu che trasforma un elemento banale in specchio poetico, emerge qui in forma traslata. Come in quell’opera la superficie orizzontale dell’acqua invitava a guardare dentro per sondare la profondità apparente della sostanza liquida, così il tavolo sollevato su palco costringe lo spettatore a interrogarsi su ciò che sta sotto, a considerare gli strati nascosti che sostengono ogni manifestazione visibile.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
La pelliccia color blu Klein che riveste lo sgabello, un frammento di risulta del materiale utilizzato da Pascali per realizzare la sua celebre Vedova Blu (1968), da lui stesso applicato a quell’elemento del suo equipaggiamento quotidiano, introduce una nota di colore sotterranea in un’installazione altrimenti dominata dai grigi metallici e dal bianco delle pareti. Questo frammento di azzurro sintetico, residuo di un’opera dedicata alla trasfigurazione poetica di materiali industriali, condensa in sé molteplici risonanze. Pascali aveva lavorato sulla capacità dei materiali poveri di evocare mondi altri, trasformando vasche d’acqua colorata in mari, cumuli di terra in dune, strati di pelliccia sintetica in paesaggi tattili. Il suo approccio giocoso e insieme rigoroso aveva dimostrato come la scultura potesse generare spazi immaginari attraverso operazioni minime di traslazione e straniamento. Termini eredita questa lezione incorporandola in una riflessione sulla stratificazione temporale e sulla persistenza degli oggetti oltre la vita di chi li ha posseduti, chiamando in causa il nostro rapporto problematico con le cose e con la loro capacità di durare oltre l’oblio. La decisione di Mattiacci di tenere per sé gli oggetti di lavoro anziché un’opera finita di Pascali per mantenere un contatto fisico con la memoria dell’amico nel ripetersi quotidiano dei suoi gesti dello studio rivela una comprensione profonda di questa dinamica.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
Termini porta a compimento questa catena di trasmissioni sottraendo gli oggetti all’uso pratico per combinarli in una configurazione generativa. Il tavolo vuoto che attende un progetto, gli strumenti pronti all’uso, la luce che illumina un’opera ancora da iniziare: tutti questi elementi suggeriscono la possibilità di un futuro, di una ripresa del lavoro, di una continuità tra le generazioni. Il titolo PostAzione indica con precisione questo doppio movimento temporale. Venire dopo significa ereditare, raccogliere il testimone, dare forma nuova a ciò che è stato trasmesso. La postazione di lavoro rimane attiva anche quando nessuno la occupa, perché continua a produrre senso attraverso la sua stessa presenza carica di memoria. La scelta di utilizzare i tubi innocenti come struttura portante introduce una nota costruttivista che dialoga con la dimensione artigianale del tavolo da disegno, mentre la morbidezza organica della pelliccia mantiene vivo il coinvolgimento percettivo. La superficie specchiante del tavolo incorpora lo spazio circostante moltiplicando le prospettive e creando giochi di riflessi che variano a seconda della posizione dell’osservatore. Ed è proprio tale attenzione alla qualità estetica dell’installazione a impedire che l’opera scivoli nella retorica commemorativa, facendola funzionare simultaneamente come omaggio, come riflessione critica sulla trasmissione artistica e come esperimento spaziale.

Giovanni Termini, “PostAzione”, 2026, palco, tecnigrafo, lampada, sgabello, 160 x 600 x 400 cm, ph. Carlo Favero, courtesy the artist, Galleria ME Vannucci e KAPPA-NöUN. Si ringrazia lo studio Eliseo Mattiacci per la concessione del tecnigrafo e dello sgabello di Pino Pascali
PostAzione documenta il passaggio di un’eredità attraverso tre generazioni di artisti legati da affinità elettive e scelte estetiche comuni. Pascali, Mattiacci e Termini condividono un approccio alla scultura fondato sull’uso di materiali ordinari trasfigurati attraverso operazioni minime di spostamento contestuale. Tutti e tre lavorano con strategie diverse sulla capacità degli oggetti di generare cortocircuiti semantici quando vengono sottratti alla loro destinazione funzionale. Pascali privilegia una dimensione giocosa e spettacolare, Mattiacci sviluppa un vocabolario più austero e concettuale, Termini aggiunge una dimensione riflessiva e malinconica che interroga il rapporto tra permanenza e trasformazione. In un’epoca ossessionata dall’innovazione continua, un’opera che guarda al passato attraverso gli strumenti del mestiere artistico propone una circolarità temporale alternativa, in cui il dialogo con ciò che è stato permette di riconoscere eredità e insieme di segnare distanze, mantenendo aperto uno spazio di interrogazione critica sulla natura del fare artistico. L’installazione rimane fedele alla poetica di Termini pur rappresentando un’eccezione nella sua ricerca, di regola fondata sul prelievo di oggetti anonimi dalla dimensione urbana e industriale e sulla loro trasformazione attraverso operazioni di assemblaggio, occultamento, sollevamento o ribaltamento che ne rivelavano potenzialità latenti. Qui, in maniera inedita, si confronta con oggetti carichi di storia personale e di risonanze affettive, esponendosi al pericolo di scivolare nell’aneddotica sentimentale e di indulgere nella commemorazione celebrativa. Termini evita queste trappole attraverso il rigore formale di una soluzione che impedisce l’identificazione emotiva immediata e costringe a una riflessione distanziata sui meccanismi di sedimentazione della memoria negli oggetti e sulle modalità con cui l’arte può tradurli in forma senza tradirne la complessità.
Info:
Giovanni Termini. PostAzione
02/02/2026 – 14/03/2026
testo di Roberto Carbonara
KAPPA-NöUN
Via Imelde Lambertini 5, San Lazzaro di Savena (BO)
instagram.com/kappa_noun
Laureata in storia dell’arte al DAMS di Bologna, città dove ha continuato a vivere e lavorare, si specializza a Siena con Enrico Crispolti. Curiosa e attenta al divenire della contemporaneità, crede nel potere dell’arte di rendere più interessante la vita e ama esplorarne le ultime tendenze attraverso il dialogo con artisti, curatori e galleristi. Considera la scrittura una forma di ragionamento e analisi che ricostruisce il collegamento tra il percorso creativo dell’artista e il contesto che lo circonda.



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