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Home: lo spazio dell’abitare al centro della settima edizione di Fotoindustria

Dopo Food e Game, Home è il tema della settima edizione della biennale Fotoindustria organizzata dal MAST: undici mostre sparse per la città di Bologna affrontano un tema che tocca in profondità la natura umana, aprendosi a un universo di possibili interpretazioni. Home è una parola inglese. Il suo significato in italiano non è così chiaro come si potrebbe pensare. Verrebbe di primo acchito da tradurre la parola con “casa”, ma non è esattamente la stessa cosa. La parola “casa”, infatti, rimanda a elementi che hanno più a che fare con il termine “house”, che identifica la struttura fisica dello spazio abitativo. La traduzione più adeguata è, in effetti, l’idea stessa di luogo di appartenenza, visto in tutte le sue sfumature. La lingua italiana non possiede un termine specifico per questa precisa valenza. Gli scenari che questo tema può aprire sono immensi.

Vuyo Mabheka, “Top Zinto”, 2021, differenti ritagli incollati su carta cotone fine art, courtesy Afronova Gallery

Vuyo Mabheka, “Top Zinto”, 2021, differenti ritagli incollati su carta cotone fine art, courtesy Afronova Gallery

Si passa da un ragionamento puramente architettonico a uno riguardante l’ambito dell’urbanistica e della costruzione delle città. Da un punto di vista economico, si può osservare il tema ragionando sul real estate, da quello politico si arriva a toccare l’ambito del lavoro domestico e dell’ambiente abitativo come luogo di lavoro, sempre più presente nelle nostre vite dopo la pandemia. E ancora si può ragionare riguardo l’ambito psicologico, sociale, filosofico. La casa ci appare come un universo a cui convergono innumerevoli significati profondi: è una struttura fisica, un luogo di appartenenza e protezione, un luogo di intimità, di memoria e di trasformazione. È questo il tema sul quale la settima biennale Fotoindustria si affaccia, interpretandolo tramite le visioni di artisti provenienti da diverse parti del mondo e dando quindi alla mostra un respiro internazionale. Le varie declinazioni della casa vengono esposte da artisti molto diversi tra coloro che interpretano il tema in maniera intima e profonda tramite poetiche e sguardi che ne mettono in luce le diverse sfumature.

Sisto Sisti, “Un bambino rientra a casa con la palla”, 1936/37, inkjet print, courtesy Fototeca dell’Archivio provinciale di Bolzano / Sisto Sisti

Sisto Sisti, “Un bambino rientra a casa con la palla”, 1936/37, inkjet print, courtesy Fototeca dell’Archivio provinciale di Bolzano / Sisto Sisti

Alcune delle possibili declinazioni talvolta coabitano all’interno di un’unica mostra, come ad esempio in quella di Sisto Sisti, Microcosmo Sinigo alla Fondazione del Monte. In questo caso il territorio di appartenenza, l’ambiente abitativo e il luogo di lavoro costituiscono i principali elementi della sua poetica. L’artista, esercitando uno sguardo allargato verso il suo luogo di lavoro, finisce col ritrarre l’essenza della reltà italiana all’inizio del ‘900, un periodo nel quale l’imperativo fascista di autarchia aveva creato situazioni territoriali di autosussistenza come quella dell’impresa Montecatini, a Sinigo, in provincia di Bolzano, azienda per la quale Sisto Sisti aveva lavorato e che aveva costruito attorno a sé un vero e proprio villaggio. L’approccio fotografico disinvolto e senza preferenze di soggetto, ci fa entrare direttamente nella realtà dell’epoca. Un metodo simile è stato utilizzato da Julia Gaensbacher (in mostra al Collegio Venturoli), una fotografa austriaca che tramite uno sguardo oggettivo e imparziale, con il suo lavoro My Dreamhouse Is Not A House, rappresenta il risultato di un progetto visionario. Nella città di Graz, l’iniziativa “Gerlitzgrunde” ha dato la possibilità a diverse persone di ideare la forma della propria casa. L’architetto Helfried Huth ha collaborato con i potenziali residenti dando loro la possibilità di immaginare il proprio spazio abitativo. La mostra contiene anche un documentario creato dall’artista che espone i benefici del progetto nella città e nelle persone.

Julia Gaisbacher, “My Dreamhouse is not a House”, 2019, digitale, c-print, courtesy Julia Gaisbacher by SIAE 2025

Julia Gaisbacher, “My Dreamhouse is not a House”, 2019, digitale, c-print, courtesy Julia Gaisbacher by SIAE 2025

Se l’opera di Julia Gaensbacher esprime l’impatto positivo che l’architettura può avere sulla comunità, si può dire che Alejandro Cartagena, con il progetto A Small Guide To Home Ownership (a Palazzo Vizzani), si focalizza su una tematica diametralmente opposta. Il suo lavoro mette in luce la conseguenza traumatica e violenta della spinta di edilizia urbanistica che la megalopoli di Monterrey in Messico ha messo in atto creando situazioni molto complesse per la comunità locale. Il curatore Francesco Zanot, sempre molto attento all’utilizzo dell’allestimento per amplificare la poetica dell’artista, ha scelto una disposizione delle opere estremamente caotica che fa percepire all’osservatore l’ambiente confusionario e degradato che la periferia di questa città presenta. L’opera di Alejandro Cartagena colma le lacune che caratterizzano la politica espansionistica messicana. Lo sguardo sulla politica ha invece una valenza differente nei lavori di Ursula Schulz Dornburg, che con la mostra Various Homes (Pinacoteca Nazionale di Bologna) è utilizzata per contestualizzare i mondi che ritrae. La struttura abitativa è fotografata sempre in maniera frontale e semplice, componendo una carrellata di alcune delle abitazioni più particolari del mondo. In Indonesia si costruiscono strutture in legno paglia e terra che nel giro di pochi anni si disintegrano e vengono ricostruite, a Istanbul vengono costruite abitazioni sulle rive del Bosforo, un po’ come accade lungo i canali di Venezia, ma a differenza delle abitazioni italiane, queste sono in legno (hanno spesso vita breve). I suoi lavori sono reportage di tradizioni secolari che creano case poco durevoli, rese eterne dalla fotografia e immortalate nella loro essenza.

Ursula Schulz Dornburg, “Bugis Houses, Sulawesi, Indonesia”, 1983, C- print mounted in Aluminium, courtesy Ursula Schulz-Dornburg

Ursula Schulz Dornburg, “Bugis Houses, Sulawesi, Indonesia”, 1983, C- print mounted in Aluminium, courtesy Ursula Schulz-Dornburg

La figura umana poco presente vive attraverso gli oggetti che troviamo nelle fotografie. Sono case abitate e in costante mutamento. La vita, così presente nelle Fotografie di Ursula Schulz Dornburg, scompare del tutto con uno dei lavori esposti nella mostra di Moira Ricci: Quarta casa. In una delle serie (Dove il cielo è più vicino) vengono infatti rappresentati dei casolari toscani privi di porte e finestre. Le case senza più utilità rimandano all’abbandono delle campagne, una realtà sempre più sentita e presente. La mostra si divide in tre aree, le quali, creando una vera e propria retrospettiva dei lavori dell’artista (la prima mai creata), indagano sul territorio di appartenenza, sull’identità e sulla famiglia. I lavori di Moira Ricci sono potenti e intimi. Analizzano le tradizioni e le credenze proprie del territorio a cui appartiene, la maremma toscana. Tramite lavori autobiografici analizza gli ambiti più profondi e sentimentali della sua vita intendendo lo spazio di appartenenza come un luogo psicologico, affettivo e sentimentale, oltre che territoriale. Intendere il luogo abitativo come qualcosa di profondamente legato al passato, ai ricordi e alla memoria è qualcosa che ritorna anche con i lavori dell’artista sudafricano Vuyo Mabheka, che con la sua serie Popihuse (Collegio Venturoli) scava all’interno dei suoi ricordi e rappresenta tramite il disegno e il collage la realtà dalla quale proviene. L’apartheid africana e la vita sofferente dell’artista traspaiono dalle opere che, con un’estetica volutamente naïf, fanno vacillare la posizione dell’osservatore, trasportandolo all’interno di ricordi ed eventi che si percepiscono senza mai palesarsi del tutto.

Moira Ricci, “Dove il cielo è più vicino - Poderi #8”, 2014 - 2017, inkjet print, courtesy Moira Ricci

Moira Ricci, “Dove il cielo è più vicino – Poderi #8”, 2014 – 2017, inkjet print, courtesy Moira Ricci

Altre declinazioni di questo tema sono affrontate da artisti che lo interpretano ragionando sul ruolo della donna (Kelly O’ Brien, Spazio Carbonesi), sulla permeabilità tra ambiente interno ed esterno (Mikael Olsson, Collegio Venturoli), sulla rappresentazione della vita all’interno luogo di appartenenza dell’artista, confine tra Europa e Asia (Matei Bejenaru, Palazzo Bentivoglio) e infine sul ragionamento riguardo un evento passato ma che ha molto a che fare con il presente, ricostruendo il volto di una comunità andata perduta e che oggi grazie a questo progetto riprende parte della sua essenza (Forensic Architecture, Palazzo Bentivoglio). In questa edizione di Fotoindustria la natura più profonda e sensibile dell’uomo viene esplorata ampiamente costruendo un puzzle di associazioni e rimandi che, tramite il mezzo fotografico, si pongono all’osservatore in tutta la loro complessità. Partendo dalla casa vista come struttura fisica vengono aperti ambiti che vanno ben oltre questo elemento perché, come scrive Emanuele Coccia nel suo libro Filosofia della casa, questa «è un artefatto psichico, ancora prima che architettonico. È il risultato dell’addomesticamento reciproco tra cose e persone. È l’estensione di ciò che noi facciamo nascendo: costruire intimità con ciò che ci circonda».

Samuel Tonelli

Info:

AA.VV., Fotoindustria
07/11/2025 – 14/12/2025
Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia)
Via Speranza 42 40133 Bologna
www.mast.org


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