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Hypersurface. La vita segreta delle superfici

Hypersurface. La vita segreta delle superfici

In Hypersurface, ambiziosa rassegna delle sfuggenti accezioni utilizzate per approcciare il concetto di superficie, il ‘superficiale’ viene sezionato per offrire uno sguardo su quello che succede al di là. Le arti visive vivono in una relazione romantica con le superfici da secoli. Fu 600 anni fa che la formulazione geometrica della prospettiva lineare ruppe le limitazioni di un supporto bidimensionale e conquistò la rappresentazione della realtà. La superficie dipinta fu il primo schermo ad aprire possibilità infinite nella creazione e percezione di nuovi universi visivi e appunto la categoria di ‘Schermo’ gioca un ruolo chiave nell’esplorazione dell’idea di Hypersurface.

La mostra collettiva curata da Caterina Avataneo e Nicole Tatschl all’Austrian Cultural Forum di Londra presenta il lavoro di 11 fra artisti e collettivi. L’intenzione è quella di riordinare le infintite connotazioni del termine ‘superficie’ riducenco il concetto a tre categorie intrecciate. La tipologia di ‘Schermo’, analizzata al fianco di ‘Epiderme’ e ‘Parete’, è un macrocosmo di significati in sé e analizzarlo oggi non può che indirizzare la conversazione sulle implicazioni del nostro costante interagire con superfici elettroniche hyper-sensibili. Le curatrici hanno scelto di dedicare una parte rilevante al ruolo delle superfici in un contesto digitale. Al di là del signficato di ‘Schermo’ inteso come l’hardware che fisicamente permette l’uso e l’accesso ai contenuti digitali, le superfici dei dipositivi tecnologici sono considerate come un portale aperto su realtà al di là di quella tangibile e su una rete di relazioni immateriali che sempre di più definiscono e direzionano la nostra personalità e le nostre scelte quotidiane.

Riferimenti pricipali all’onnipresenza degli schermi nelle nostre vite sono i lavori di Hannah Neckel e AVD. Se Neckel trasforma la propria pratica artistica, giocata solitamente online, in un’installazione fisica, il lavoro di AVD mantiene un esito completamente digitale. L’intervento del duo londinsese per Hypersurface si affida alla conoscenza tecnica nello sviluppare codici per applicazioni dei suoi creatori e subdolamente infiltra la propria ragion d’essere nelle vite digitali degli altri artisti in mostra e dei visitatori. Il programma creato da AVD espande il significato di superficie interpreatato come innesco per uno scambio reciproco. Il progretto funziona su due livelli: nello spazio fisico della galleria (sullo schermo che mostra la perpetua attività messa in moto dall’interazione del duo con altri account Instagram e hashtags connessi con l’esposizione) e sui nostri telefoni (dove veniamo invitati a partecipare alla comunità digitale creatasi intorno alla mostra). L’alto livello di voyerismo innescato da questo dialogo automaticamente rigenerato mette sotto esame la nostra personalità sdoppiata nella propria versione online e le modalità attarverso le quali creiamo e condividiamo contenuti e informazioni.

La vita degli alter ego digitali che esistono attraverso uno schermo è un soggetto esaminato dall’artista svedese Rustan Söderling. In Tannhäuser Gate (Not Really Now Not Anymore) lo schermo rimpiazza gli occhi dell’esploratore mentre si avventura in una paesaggio urbano post-apocalittico. In questo modo il video stesso diventa un’estensione del corpo del protagonista. Il lavoro del duo composto da Stine Deja and Marie Munk è di certo l’osservazione più conturbante sulla categoria di ‘Epiderme’. Alludendo a inquietudini indotte dallo sfumare delle partizioni fra corpi biologici e artificiali, la riproduzione realistica della pelle umana in Synthetic Seduction ci lascia confusi sulla posizione da prendere. Dovremmo sentirci minacciati dall’informe massa antropomorfa posseduta da una vita autonoma o dovremmo abbandonarci al piacere del ritmo analgesico dei suoi movimenti morbidi?

Nella selezione dei pezzi in mostra sembra esserci una distinzione naturale fra il dominio del digitale e quello del materiale. Essendo la propria missione quella di presentare una rassegna completa di tutte le possibilità, l’esposizione include un approccio più fisico all’idea di superficie. Nel mondo delle arti visive la superficie dipinta è un soggetto che non può essere trascurato. Quando nella selezione dei lavori ci si imbatte nel medium pittorico la rappresentazione della realtà che era stata investigata nella sezione ‘digitale’ sembra completamente abbandonata in favore di un approccio tattile e sensoriale e questa scelta è di certo eloquente. Simon Mathers presenta alcune opere bidimensionali composte con gli attrezzi classici del pittore. I suoi pezzi infusi di umonismo sembrano allo stesso tempo epidermide rosea resa vibrante da graffiti biomorfi e finestre sulle quali qualcuno ha scarabocchiato sulla condensa del proprio respiro sul vetro.

Un approccio spaziale alla pittura è quello, fra gli altri, di Julius Heinemann. L’intervento site-specific dell’artista riflette sulle peculiarità dell’architettura che lo ospita. Il velo semi trasparente dipinto da Heinemann si trasforma in un’esperienza ottica imposta ai visitatori in transito sulla scalinata dove il pezzo è installato. L’opera si dimostra delicatamente ingannevole, porosa e in costante cambiamento nella sua doppia esistenza di parete e membrana sottile aperta alla contaminazione. Le ‘Pareti’ sono il luogo dove il lavoro di Barbara Kapusta prende vita. L’artista austriaca incorpora le parole scritte, da sempre parte della sua pratica artistica, nella struttura architettonica. Il suo testo parla del corpo, dei suoi cambiamenti fisici ed emotivi e dei suoi orefizi. Per Kapusta i fori sono brecce nella superficie che permettono la diretta comunicazione fra mondi separati e l’artista ne è affascinata. I testi applicati sui muri della galleria sono sospesi dai fori ‘di servizio’ dell’archittura: le parole interagiscono con le prese elettriche o le camere di sorveglianza installate negli angoli dello spazio e il pubblico è chiamato a fare uno sforzo interpretativo per decifrarne il significato.

Ai visitatori viene richiesto di prestare particolare attenzione allo scopo di comporre tutti i tasselli perché i significati abbondano in Hypersurface. La trilogia utilizzata per creare il grafico della mostra non è che una struttura variabile. Queste categorie sono infatti permeabili, erratiche, amalgamate o solamente adiacenti proprio come quelle superfici che ogni lavoro rappresenta in maniera diversa. L’unico dogma che si evince da questa rassegna è la certezza che non esiste barriera senza una pre-esistente o permanente continuità.

Angela Pippo

Info:

Hypersurface
a cura di Caterina Avataneo e Nicole Tatschl
13 February – 24 April 2020
Artisti in mostra: AVD (UK), Daniel Ferstl (AT), Julius Heinemann (DE), Barbara Kapusta (AT), Sophia Mairer (AT), Simon Mathers (UK), Florian Mayr (AT), Marie Munk & Stine Deja (DK), Hannah Neckel (AT), Stefan Reiterer (AT) and Rustan Söderling (SE)
Austrian Cultural Forum London

Installation view: Hypersurface, Austrian Cultural Forum, London, 2020

Simon Mathers, Saloop, 2020

Barbara Kapusta, As Many Holes and Folds as Can Be, 2018

Installation view: Hypersurface, Austrian Cultural Forum, London, 2020

Installation view: Hypersurface, Austrian Cultural Forum, London, 2020

Installation view: Hypersurface, Austrian Cultural Forum, London, 2020

All photos by Rob Harris and Courtesy Austrian Cultural Forum, London

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