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Il Chichu Art Museum di Naoshima: un museo ideale

Il Chichu Art Museum di Naoshima: un museo ideale

A Naoshima, l’isola giapponese a 3 km a sud di Tamano, raggiungere il Chichu Art Museum non è facile, se non per i fortunati ospiti della Benesse House. Ad essere accogliente e respingente insieme è l’isola tutta, che però è sinceramente bella da togliere il fiato: celebre per la sua dedizione all’arte contemporanea, grazie – anche – alla presenza massiccia di opere di Tadao Ando, di cui il Chichu va annoverato tra le sue perle incontrastate.

Come suggerito dal nome, il Chichu è collocato sottoterra (chichu significa letteralmente “nel suolo”) e ospita una collezione permanente di soli tre artisti: Claude Monet, le cui opere occupano il cuore dell’edificio, Walter de Maria e James Turrell. Scelta, questa, da “museo ideale” e quindi poco praticata; tuttavia gli allestimenti sono superbi, tenuti insieme dalla volontà di riflettere attorno ai concetti dialettici di cesura e immersione, per quanto il catalogo dello stesso museo preferisca insistere sul rapporto dei tre artisti con la natura e gli spazi circostanti.

La sala dedicata a Monet è uno spettacolo indicibile, nel senso letterare di non potersi dire. Provandoci si direbbe che in uno spazio bianco quasi anestetizzante, ricoperto di marmo ed estremamente luminoso, sicuramente cinematografico, stanno cinque opere appartenenti al ciclo delle Ninfee, e nello stesso tempo qualcosa le eccede. La sacra monumentalità che veicola un certo timore reverenziale e che toglie il respiro (ed ecco la distanza, la frattura, tra lo spettatore e le opere) rende possibile godere dei quadri nel loro insieme. Ma poi la sensuosità della materia pittorica spinge inevitabilmente in prossimità dell’opera stessa: per quanto tutto sembri già noto, dai soggetti agli studi sulla luce, c’è qualcosa di oscuro e leggermente inquietante in queste tele degli ultimi anni. In alcune zone le pennellate fermentano ora in senso lamelliforme, ora verticalmente, ora nel coacervo primigenio di grembo informe e materno. La contemplazione del paesaggio di natura si affianca alla constatazione di quanto possa essere pacificante, a volte, il dolore che il mondo ci infligge, e in cui si vive.

La stessa dialettica tra distanza e immersione soggiace alle opere di James Turrell: in Open Field un quadrato blu si staglia sulla parete della stanza che lo ospita, che a prima vista sembra invalicabile. Lo spettatore viene invitato dal mediatore culturale a rimanere sulla soglia. Dopo aver percorso una breve scalinata, dunque, gli viene concesso di entrare. In uno spazio che è radicalmente fatto di luce e colore ci si sente vivi e disorientati, forse in pericolo; siamo al centro del cuore pulsante di una sensibilità pura, entro cui risuona l’eco, quasi religiosa, di illuminazione intesa come spinta trascendentale alla salvezza.

Per giungere alla sala dedicata all’opera di Walter de Maria bisogna percorrere un corridoio buio che riceve luce solo da una feritoria, che corre perpendicolare a un piccolo giardino di sassi dalla forma triangolare: si è in dubbio che questa sia un’opera di per sé stessa, tanto il richiamo che ha sullo spettatore, che agogna alla sua visione completa, non singhiozzante e si genera l’ipotesi di una censura. Quando finalmente il giardino si disvela si ha una fame insaziabile di camminarci dentro, meglio se in un giorno di pioggia, e qui avviene l’immersione. Dunque la sala di De Maria. Lo spazio espositivo è imponente: al centro di una scalinata sta una sfera scura e riflettente, mentre ai lati delle pareti si ripete lo schema di tre colonne che si concludono con simboli geometrici differenti. Di primo acchito vengono in mente riferimenti al classico, e a ben vedere si ha l’impressione d’entrare in un luogo sacro, entro cui camminare in punta di piedi, entro cui ci si è introdotti, forse, senza permesso, come nei casi delle opere precedenti. Ma la verità è che anche in questo caso si è all’interno di uno spazio da vivere, entro cui specchiarsi e fermarsi, a lungo, per chiedersi “Perchè le cose sono come sono?” e poi andare via.

Info:

Chichu Art Museum

Chichu Art Museum

Per tutte le immagini: Vedute del Chicu Art Museum, Naoshima. Courtesy of Benesse Art Site Naoshima

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